mercoledì 30 giugno 2010

INCONTRO NEL SAHEL (un racconto scritto per coloro che portano con sé il PC anche in vacanza)

Avevo trascorso la giornata presso il grande raduno di allevatori nomadi transumanti nei territori desertici e i contadini insediati nelle savane coltivabili che si svolge nella regione del sahel situata nel nord del Niger all’inizio della primavera, in occasione della festa organizzata dai peuhl, pastori di grandi mandrie di buoi e cammelli, durante la quale i giovani eseguono danze prolungate per la conquista d’una moglie. Nella società peulh i ruoli appaiono invertiti: non sono le ragazze a dover sedurre i giovanotti col trucco e col gesto, ma i maschi, i quali, coi volti sontuosamente truccati, si esibiscono in danze cerimoniali per essere scelti dalle fanciulle. Ma il raduno era anche un’occasione di mercato dove ogni gruppo offriva in vendita la propria merce: ceste ricolme di miglio e di manioca; pile di patate dolci, di manghi e papaie; mucchi di datteri; ampi blocchi di sale, riportati dai tuareg in pericolosi viaggi compiuti fino alle lontanissime distese del deserto salato; stoffe, stuoie, gioielli e calebasses, i grandi recipienti ricavati da gusci di zucca seccati, quindi intagliati e dipinti per essere adibiti ad uso domestico. Avevo affrontato un interminabile viaggio in pulman per trasferirmi da Niamey, la capitale del Niger, in quell’arida regione a cavallo tra il Sahara e la savana, per osservare e fotografare quel coloratissimo e animatissimo spettacolo di folla impegnata nei commerci più diversi, vagando incessantemente tra i vari gruppi, sostando davanti alle scene – le danze, le conversazioni, le contrattazioni e gli approcci tra uomini e donne – che, dopo il calar del sole, il guizzare dei fuochi o delle luci a petrolio mi restituivano trasfigurate. A notte inoltrata mi ritrovai verso la periferia del grande assembramento, nei pressi di alcuni tendaggi tuareg. Mi sentivo troppo stanco per continuare a stare in piedi e mi guardavo intorno cercando un posto appartato dove stendere la mia stuoia per trascorrere la notte. Il luogo era tranquillo perché l’occasione era di quelle istituzionalmente pacifiche, ma, essendo l’unico esponente d’una cultura generalmente non presente in raduni di quel genere, avevo un certo ritegno a mettermi a dormire in mezzo agli altri; per cui mi guardavo in giro dubbioso, esitando sul da farsi. La mia incertezza doveva essere percepibile, perché una voce mi interpellò in tono incoraggiante: “Olà, ça va?” La domanda era formulata in un francese perfetto, ma lì per lì non mi sorpresi, giacché avevo incontrato molti africani capaci di parlare la lingua degli ex dominatori con proprietà e buon accento. Chi mi aveva rivolto la parola era un giovane tuareg sorridente, un bel ragazzo sui venticinque anni con una rada barbetta disordinata intorno al mento e gli occhiali a stanghetta sul naso, seduto fuori dalla sua tenda accanto a una bellissima donna dagli occhi a mandorla e a una bambina completamente nuda di due o tre anni col capo raso, salvo per un ciuffo di capelli alla sommità della nuca. “Oui, ça va” risposi, guardando senza grande interesse la famigliola tuareg intenta a godersi quel po’ di fresco portato dal buio dopo la giornata infuocata (a quelle latitudini la primavera corrisponde all’inizio della stagione torrida). Una teiera bolliva su uno strato di carbonella ardente. “Asseyez-vous (si accomodi)” disse il giovane indicando la teiera, gesto col quale ero invitato inequivocabilmente a prendere il tè con la sua famiglia. Non avrei mai rifiutato un invito di quel genere, non solo perché sarebbe stato inteso come una scortesia incomprensibile, ma perché esso mi svelava l’atteggiamento amichevole e ospitale dell’uomo, da cui ritenni di poter trascorrere senza timore la notte se non proprio dentro la sua tenda (cosa che invece più tardi mi fu offerta), almeno accanto ad essa. “Merci” dissi sorridendo con gratitudine e mi accosciai di fronte all’uomo. Per alcuni istanti restammo in silenzio, mentre la donna, col bellissimo volto atteggiato alla impenetrabilità serena e distaccata d’una sfinge, armeggiava intorno alla teiera, introducendovi quietamente alcune perle di zucchero, rimestando all’interno con un cucchiaio e richiudendo il coperchio di smalto con un piccolo scatto metallico. Presso i tuareg la conversazione non inizia fino a quando il tè non è pronto e l’ospite non ne ha sorseggiato almeno una tazza; ma nello sguardo rivoltomi dall’uomo, pur pacato e venato d’un filo di divertimento e d’ironia, indovinavo come un’intesa, una comprensione e una simpatia mischiati a un senso d’attesa, a qualcosa di allusivo tra me e lui che non riuscivo ad afferrare e che perciò mi spinse a rompere il silenzio: “D’ou venez-vous (da dove venite)?” Egli, rispondendo, fece con la mano un gesto vago verso il nord: “Du cotè de Taoudenni, pour approcher du sel ici”. Taoudenni è la località sahariana dove si trovano le miniere di sale a cielo aperto presso le quali i tuareg si recano a dorso di cammello ad estrarre il prezioso prodotto per venderlo nei luoghi di raduno come quello nel quale ci trovavamo in quel momento. Sapevo che solo dei grandi conoscitori del deserto come i tuareg osano avventurarsi sulle difficilissime piste dirette a Taoudenni attraverso un territorio conosciuto come “il deserto dei deserti”, vale a dire la parte più arida e temibile di tutto il Sahara, con pochissimi pozzi d’acqua salmastra lungo il cammino e dove le tempeste di sabbia si scatenano con una frequenza spaventosa e persecutoria (almeno, osavano quando realizzai quel viaggio, diversi anni fa; con l’evoluzione dei tempi e l’introduzione nel Sahara di moltissimi camion, non so se esistano ancora tuareg disposti ad effettuare quelle spedizioni preistoriche a dorso di cammello). Ma era l’uso raffinato della lingua francese da parte del mio interlocutore (aveva adoperato il verbo approcher, avvicinare, per indicare simultaneamente l’estrazione e il trasporto del sale fino al luogo dove metterlo in vendita), oltre alla sua dizione impeccabile, a stupirmi. “Ou avez vous appris le français (dove ha imparato il francese)?” gli domandai. “Oh, je suis français (Oh, io sono francese),” fu la risposta, apparentemente noncurante, ma con un leggero accento di canzonatura che valse a sconcertarmi più della risposta stessa. “Comment?” domandai, ancora incredulo. “Etes vous français?” Sporse in avanti il viso ridente, trasformato in una specie di maschera sardonica dalla luce baluginante delle braci. “Oui, je suis français, mais je suis meme touareg (sì, sono francese, ma sono anche tuareg)”. Rimasi a guardarlo interdetto, esaminando con diffidenza i suoi lineamenti, il naso diritto, le labbra sottili e i capelli e la barba color castano chiaro, in effetti più nordici che caucasoidi (talvolta i tuareg presentano anche qualche sfumatura negroide, ed era appunto il caso della moglie, che aveva labbra spesse e sporgenti, per quanto ben disegnate); finché, dopo aver assaporato con aria faceta il mio stupore, egli si decise a raccontarmi la sua storia.

“Mi chiamo Jean Philippe, o almeno così mi chiamavo quando vivevo in Francia coi miei genitori. Sono sette anni che vivo in Africa, dove ho scelto di diventare tuareg. Oggi mi chiamo Alahouda. Quando ho lasciato la Francia avevo diciotto anni. Dal quartiere parigino dove abitavo con mia madre e mio padre dovevo recarmi al liceo di Versailles, per sostenervi l’esame di maturità. Quell’anno avevo studiato molto poco e sapevo di rischiare la bocciatura. Per andare a Versailles dovevo prendere il treno ma, lungo la strada verso la stazione, senza dubbio per il timore di quello che mi attendeva, persi tempo, così arrivai quando il treno era già partito. Allora mi recai sulla strada, con l’idea di raggiungere la scuola in auto-stop, ma non stavo bene, non avevo nessuna voglia di arrivare in tempo per sostenere l’esame. Si fermò una Land Rover con a bordo una giovane coppia in vacanza, sprizzante felicità perché stava recandosi in Africa per compiere una traversata del Sahara occidentale. Appena salito su quell’auto, presi di colpo la mia decisione, scegliendo di rivoluzionare completamente la mia vita. Sicuramente non pensavo di mentire quando, uscendo di casa, avevo detto ai miei genitori: Ci vediamo stasera. Da allora non li ho più rivisti ed essi non hanno saputo più nulla di me fino a qualche mese fa, quando mi sono deciso a scriver loro una lettera dove ho raccontato tutta la mia storia. Quando domandai ai coniugi francesi se potevano portarmi in Africa con loro forse il mio fu un atto avventato, suggerito dalla paura di essere bocciato, ma una volta giunto in Africa mi sono accorto che non avevo più nessuna intenzione di tornare indietro, e ne ero talmente convinto che a El Ayun, lasciati i francesi coi quali ero arrivato fin lì, montai su uno di quei treni che trasportano bauxite attraverso la Mauritania in viaggi interminabili. Con me avevo solo 100 franchi e la mia carta di identità, valida però per viaggiare in territori già sotto protettorato francese, ma ciò nonostante venivo continuamente fermato dai militari, i quali, col pretesto che non possedevo un passaporto o che avevo troppo poco denaro, volevano farmi tornare indietro. Ma io mi mettevo in un angolo e aspettavo pazientemente che cambiassero idea. In genere, dopo un giorno o due, al passaggio di un altro di quei treni carichi di bauxite, mi lasciavano ripartire. Giunto nel nord del Mali, ho trovato ospitalità presso i tuareg, ed è stato allora che ho capito come la vita dei pastori nomadi fosse il genere di esistenza che mi affascinava di più e che desideravo conoscere fino in fondo. Così, restando accanto ad essi e condividendo la loro esistenza, ho deciso di farmi tuareg, abbracciando la religione islamica e poi fondando una mia famiglia con Kauila, la donna che ho preso in moglie e che mi ha dato Aicha, la mia bambina”.

Mentre il mio interlocutore parlava, continuavo ad esaminarne l’aspetto celtico, l’aria vagamente intellettuale conferitagli dagli occhiali a stanghetta, il suo linguaggio evoluto e quel qualcosa di indefinibile che ne svelava l’appartenenza al mondo occidentale con tutto il suo retroterra culturale, che portava addosso come un marchio indelebile. Eppure egli aveva deciso di rinnegare il suo mondo e di ridursi all’esistenza impervia e, almeno ai miei occhi, quasi disperata dei tuareg. Con l’immaginazione lo vidi arrancare per giorni e giorni in groppa al suo dromedario in territori infuocati, patendo atrocemente la sete e la fatica insieme ad altri sventurati come lui, per raggiungere località spaventose come Taoudenni dove raccogliere con sudore e sofferenza pesantissimi blocchi di sale, da vendere poi per una manciata di denari coi quali acquistare le provviste occorrenti appena a riprendere nuovamente il viaggio verso le miniere di sale, in un ciclo interminabile e sfiancante; e, dietro a questo andare e venire, non c’erano altro che pasti frugali composti da pane di semola di grano cosparso di burro rancido, miglio abbrustolito e latte di cammella; serate trascorse tutti insieme accanto al fuoco acceso con lo sterco delle bestie perchè nel deserto non v’è legna da ardere; e poi le chiacchiere indolenti, l’ascolto di qualche canzone per ingannare il silenzio incolmabile del Sahara, la promiscuità, la scarsa pulizia e il grave rischio delle infezioni e delle malattie senza farmaci adeguati per fronteggiarle. C’era ancora, naturalmente, l’amore sotto la tenda, ma era quello un compenso sufficiente a giustificare un’esistenza così aspra? Guardai la moglie, senza dubbio una giovane donna molto attraente, anche se con quell’alone vagamente selvatico conferitole da un sangue dedito da sempre, al contrario del marito, a un’esistenza estrema, condotta sul sentiero impervio e crudele della pura sopravvivenza. Certo l’amore con lei doveva essere piacevole, ma non c’erano mille altre donne altrettanto belle con cui intrattenere rapporti amorosi nel mondo che il mio ospite francese aveva voluto ripudiare?

“Perché ha deciso di scegliere questa vita?” non potei, a quel punto, trattenermi dal chiedergli, forse con un tono vagamente riprovatorio che non seppi nascondere.

“Ah, per la sensazione di libertà assoluta che mi dà!” mi rispose con un’enfasi che accolsi con scetticismo. “La giungla non è in Africa, ma a Parigi. Qui, se incontri qualcuno lo saluti; se arriva uno straniero lo sfami. A Parigi lasciano crepare per strada un uomo affamato o malato mentre nutrono con la carne e curano con grande impegno bestie come cani e gatti. Da quando vivo in Africa non mi ricordo una sola volta in cui mi sia stata negata l’ospitalità. E poi qui esiste una spiritualità naturale nei confronti della vita, un sentimento religioso che accomuna tutti gli esseri umani. In Francia non sapevo che cosa fosse la religione perché i miei genitori non mi hanno impartito un’educazione religiosa. Ho trovato nell’Islam la dimensione spirituale necessaria per una comprensione autentica della vita e per vivere in una comunanza fraterna coi miei simili”. Io continuavo a considerare senza entusiasmo le sue parole. Mi sembrava di ascoltare i soliti luoghi comuni espressi dagli europei infatuati dell’esistenza condotta dagli africani e della “spiritualità” ad essi attribuita, una spiritualità improntata a una sorta di religiosità della natura o misticismo panteista (appena venato di islamismo o di cristianesimo, a seconda delle influenze subìte); ma quegli altri europei esprimevano l’attrazione esercitata su di loro dall’Africa in modo blando, certo non con la radicalità del mio nuovo conoscente, che, invece, si era convertito totalmente alla vita tuareg, assumendola e facendola propria anche creandosi una famiglia in seno a quel popolo. Ero in presenza, evidentemente, di un caso di fuga dal proprio e di conversione all’altro da sé, un caso che accade forse più frequentemente di quanto si immagini. Ma è inevitabile domandarsi i motivi di scelte di questo genere, certo a causa della difficoltà di farcene una ragione. Per Jean Philippe la causa scatenante doveva essere stata, come possiamo intuire dalle sue stesse parole, il timore di non rivelarsi all’altezza di quella vita adulta e responsabile che presumibilmente i suoi genitori si aspettavano assumesse dopo la maturità; forse c’era anche un’insoddisfazione di sé e un senso di noia nei confronti dell’esistenza condotta fin lì. Più in generale, non v’è dubbio che scelte di vita drastiche come queste siano determinate da uno smarrimento di se stessi legato alla perdita dei propri valori di riferimento, morali, culturali o identitari che dir si voglia. Oggi, la diffusione in Occidente di quell’ideologia di derivazione rousseiana ispirata all’esaltazione della vita selvaggia ovvero della vita primitiva o “naturalistica” condotta in seno o più vicino alla natura, favorisce e moltiplica questo genere di fuga, ma forse l’impulso da cui nasce trova la propria collocazione più appropriata in quel grano di follia che l’uomo nasconde da sempre nelle regioni più oscure del suo intimo e che corrisponde a una sorta di istinto di negazione di sé o di stimolo ad affrancarsi dalla propria identità, vissuta, per una qualsiasi ragione, come una limitazione di libertà.

DIONISIO

11 commenti:

di Mammi ha detto...

Dionisio
Bel racconto.
Mi mancava il settimanale incontro sul il Giardino.Grazie.
Mi soffermo su quanto scrivi nel finale.
“….in quel grano di follia che l’uomo nasconde da sempre nelle regioni più oscure del suo intimo e che corrisponde a una sorta di istinto di negazione di sé o di stimolo ad affrancarsi dalla propria identità, vissuta, per una qualsiasi ragione, come una limitazione di libertà.”

E’ l’eterno conflitto tra razionale ed irrazionale, ogni uomo è una miscellanea di razionalità ed irrazionalità:il variare del loro rapporto determina le sue azioni.
Normalmente si comporta in modo razionale e solo in caso di sollecitazioni estreme o imprevedibili si manifesta la parte irrazionale, che determina scelte di vita quasi sempre senza la possibilità di ritorno.
Ad esempio,amore,odio e paura, ineludibili compagni di viaggio, sono nella sfera dell’irrazionale e spesso sfuggono al controllo della ragione. Specie l’amore che è irrazionalità assoluta. Scelte di vita irrazionali, che poi la ragione, alla fine, dovrà organizzare partendo dai nuovi parametri, come nel caso del protagonista del tuo racconto. La paura del conformismo e l’odio per la civiltà inducono alla fuga dalla realtà,forse più che da se stesso,per rifugiarsi nell’amore per la vita semplice seppur disagiata.
Ciao
Marcello

Dionisio ha detto...

Mi chiedo, a distanza di anni (perché quell'incontro avvenne qualche anno fa) come sia finito quel rapporto (l'amore infatti non credo sia stato il motivo della conversione del giovane francese alla vita tuareg, ma proprio il desiderio di sfuggire al mondo da cui proveniva). Il fatto che pochi mesi prima avesse scritto, dopo anni di silenzio, ai genitori, poteva essere una prima avvisaglia d'un senso di stanchezza per la nuova esistenza, nonostante le affermazioni di totale adesione ad essa da parte del giovane. Quel contatto era un evidente desiderio di riallacciare i rapporti coi genitori e quindi col mondo di provenienza. Se quel contatto sia avvenuto (e quali conseguenze abbia prodotto) non possiamo saperlo. Ma una scelta di vita fatta improvvisamente e, direi, piuttosto avventatamente, e una vita durissima quale quella dei tuareg, non è così facile, con gli anni, mantenerla, per un francese proveniente da una realtà piena di comodità del mondo occidentale (pur con tutti i suoi motivi di insoddisfazioni frustrazioni e repulsioni). Ma chi lo sa? La vita a volte ci sorprende.

di Mammi ha detto...

Dionisio
può essere che quello scrivere ai suoi genitori, sia un inconscio desiderio di ritornare,ma probabilmente solo come sogno, un ritorno alla"civiltà" con la sua famiglia potrebbe essere traumatico ed ugualmente senza la famiglia.Ma l'animo umano è imperscrutabile,spesso, anche per la persona stessa. Può darsi che abbia preso la decisione di ritornare.
Hai ragione: "chi lo sa? La vita a volte ci sorprende.".
ciao
Marcello

Hesperia ha detto...

Bel racconto d'inizio estate, Dionisio. Temo che di questi antesignani in cerca di "wilderness" sia piena la cultura occidentale: Rimbaud e l'Abissinia, Gauguin e Tahiti. Capisco la curiosità, ma francamente non la con-fusione. Nel senso di fondersi con. Alla fin fine diventa una sorta di cupio dissolvi. Ed è chiaro che vincono sempre i nativi sull'alieno che viene da fuori, non abbastanza scafato e corazzato per sopportare una vita basata solo sui bisogni primari e sullo spirito di sopravvivenza immediata. Quanto alla ricerca della spiritualità, avrei molto altro da aggiungere ma per il momento mi fermo qui e magari lo farò in un successivo commento.

Dionisio ha detto...

Sono perfettamente d'accordo, Hesperia, e, come avrai notato, il mio atteggiamento nei confronti della scelta del ragazzo e dei motivi da lui addotti è stato già allora di scetticismo, di non condivisione e di disapprovazione. Non ero molto più vecchio di lui, ma per me viaggiare e conoscere i modi di vita altrui rispondeva esclusivamente a una sete di conoscenza, a un desiderio di scoprire il diverso e, se vuoi, di conoscere meglio me stesso nel confronto con l'altro, ma l'idea di perdermi nell'altrove e di non tornare nel mio mondo non mi ha mai sfiorato. E poi era un modo di sperimentare la mia capacità di raccontare quelle esperienze (con la scrittura e la fotografia, mezzi con cui oltretutto riuscivo anche a guadagnare i miei primi soldi) perché avevo già deciso di scrivere. Tra l'altro, in quel caso il mio giudizio era motivato anche dal fatto che sapevo qual era la vita dei monadi, perché in altra occasione avevo fatto personalmente l'esperienza di un viaggio a dorso di cammello di quindici giorni nel sahel aficano con un gruppo di nomadi sudanesi: esperienza atroce per il caldo la fatica e la sete, che si può fare solo una volta nella vita e quando si è giovani e abbastanza teste matte come ero io a quell'epoca.

Hesperia ha detto...

Quanto alle conversioni all'islam o ad altra religione diversa dalla propria, ritengo che più che una ricerca di spiritualità sia una una vera e propria forma di alienazione; di consegnarsi a un dio diverso dal proprio, nell'illusione che questo possa risolvere i problemi attraverso quell'"abbandono" (questo significa islam) che invece non è contemplato nel Cristianesimo, religione compatibile con la ragione. Insomma, una regressione. O quanto meno una fuga dalle proprie radici inseguendo palingenesi impossibili.

Dionisio ha detto...

Più che d'accordo con te, Hesperia. A parte la questione della fede (si sia cioè credenti o non credenti), il Cristianesimo è una religione evoluta e progressiva (la più evoluta e progressiva di tutte) proprio perché si affida alla ragione dell'uomo (e quindi fa giustizia di tutte le superstizioni), alla sua responsabilità nei confronti dei propri simili e lo spinge per questo a dare il meglio di sé nel suo agire, e non solo per guadagnarsi la vita eterna. E poi nel Cristianesimo vi è una relazione, o meglio omologia ontologica tra creatura e Creatore, concepita strettamente come rapporto tra origine e originato. Nell'Islam siamo all'opposto di tutto questo: non vi è partecipazione ontologica della creatura al Creatore, le creature sono un prodotto effimero della volontà divina. C'è un residuo gnostico nell'Islam, perché Mamometto probabilmente aveva attinto in parte alle eresie gnostiche per la sua visione escatologica: il mondo è concepito sotto il segno del non-essere. Per questo ciò che è non conforme alla volontà divina non ha titolo all'esistenza e può solo essere distrutto.
Ma qui siamo sul terreno del nostro amico Marcello, studioso di filosofie e religioni, e avrà forse da dire qualcosa in proposito.

Sarcastycon3 ha detto...

Dionisio
Sono solo un modesto cultore.

Fondamentalmente, condivido quanto hai detto, facendo un’ulteriore differenziazione nel cristianesimo tra protestantesimo e cattolicesimo. Il nocciolo della questione, in questa discussione, penso che sia il “libero arbitrio”. L’islam e buona parte dei protestanti (in special modo calvinisti e valdesi ) lo contestano e ,contestandolo, sono sulla strada del determinismo, del fatalismo che portati alle estreme conseguenze, come nell’islam, giungono al fanatismo. In šāʾ Allāh, il volere e il non volere dipendono da Dio come la vita e la morte e, come hai detto giustamente tu, l’uomo si abbandona alla volontà di Allah. La cultura della morte come liberazione ed ingresso nel paradiso.
Il libero arbitrio è fondamentalmente cattolico, anche se la spiegazione che ne da la chiesa non mi convince:” Dio lascia libero l’uomo di decidere, ma essendo Dio Onnisciente sa già cosa deciderà”, mi sembra un sillogismo un po’ all’ Anselmo d’Aosta. D’altronde senza libero arbitrio non potrebbe esistere la redenzione dal peccato, in fondo sarebbe Dio che ti avrebbe fatto peccare ed è lo stesso Dio che ti redimerebbe, tutto questo indipendentemente dalla tua volontà. Senza contare che il pentimento,essenziale per avere la remissione dei peccati,non avrebbe senso, in quanto non responsabile del peccato commesso.
Questa era una discussione frequente tra mia nonna valdese e mia madre cattolica, entrambe osservanti e ben istruite in materia, mio padre ed io invece eravamo agnostici. La nostra tesi era più scientifica
Applicando, forse in modo un po’ spregiudicato, il principio di indeterminazione di Heisemberg , nessuno può sapere con precisione dove sia, che velocità e direzione abbia una particella in un dato istante, ne consegue che non è prevedibile un percorso univoco, ma più possibili percorsi e, quindi,c’è la probabilità di scegliere una strada piuttosto che un’altra. Qualsiasi tentativo di misura delle coordinate della particella interferisce, modificandoli, i suoi parametri cinematici,aggiungendo altra indeterminazione. Così si salverebbe il libero arbitrio, ma si aprono molti altri problemi tendenzialmente panteistici.
Dici che il cristianesimo si affida alla ragione, questo Papa, che secondo me è filosoficamente e teologicamente di gran lunga più preparato di tutti gli ultimi papi, tanto che quando scrivo di lui lo chiamo prof. Ratzinger, ha rivalutato la ragione non ritenendola in contrasto con il vangelo. Cmq resta il nodo dei dogmi, che per stessa definizione sfuggono alla ragione.
Sono argomenti,almeno per me, molto interessanti e difficili da trattare in un commento e speriamo che il caldo non mi abbia fatto scrivere troppe corbellerie.
Ciao
Marcello

Dionisio ha detto...

Non hai detto affatto corbellerie, Marcello, ma messo bene in rilievo alcune incongruenze in cui la Chiesa si dibatte da tempo, come quella esistente tra il concetto di libero arbitrio che urta con una volontà superiore che ci fa muovere a Suo piacimento come burattini perché "non si muove foglia che Dio non voglia". Già questo può mettere in crisi pensando a tutto il male di cui gli uomini sono sempre stati capaci di fare, specie negli ultimi tempi della loro storia. E poi, come giustamente metti in rilievo, la volontà di redenzione deve scaturire dall'uomo, non può essere già stato stabilito dall'alto quando e come deve avvenire. Io penso che se abbiamo avuto il libero arbitrio è perché dobbiamo meritarci la gloria o il perdono, visto che abbiamo molte caratteristiche in comune con i nostri cugini animali, con cui condividiamo la ferinità. Dovremmo, come minimo, perseguire un cammino di accostamento alla santità, ecc. ecc. Non vado oltre perché la discussione ci porterebbe lontano e, come dici tu, il caldo ci può spingere a formulare qualche corbelleria di troppo.

Rik ha detto...

La questione viene illustrato meglio dalla fuga (anche religiosa) di René Guénon. Il bello è che i geni scappano tutti dove fa troppo caldo, segno che le corbellerie teologiche (e altre) si fanno indipendentemente dalla temperatura.

pat&dumè ha detto...

Ciao, ho letto il racconto, è magnifico. Ora non so scrivere benissimo, non so se riesco a fare capire il mio punto di vista: a me questo racconto ha fatto sognare! Ho viaggiato molto in Asia, (l'Africa mi manca...) ma ti giuro che ho sempre fatto fatica a tornare, avrei voluto sempre perdere la strada di casa.
Condivido il pensiero di J.P.:
"La giungla non è qui. è a Parigi..."
Ammiro il coraggio di quel ragazzo! Sono convinta che ha scritto ai suoi non per riallacciare il rapporto con loro, ma solo perchè essendo diventato padre ha capito l'angoscia che ha provocato nella sua famiglia. Tutto qui!