martedì 21 maggio 2013

Un Ricordo di Rossella Falk


Rossella Falk (Rosa Antonia Falzacappa) è stata una delle maggiori attrici teatrali (e non solo) italiane. Scomparsa in questi giorni, nel quasi silenzio televisivo....
non si poteva non ricordarla con qualche immagine e pensiero, per quanto ha regalato all'arte e al nostro paese,
mentre il web qua e là pubblica comunicati su di lei mettendo immagini della pur brava (e vivente) Barbara Steele (!!!) al posto di quelle di Rossella.

La cultura non si fa solo da e sul web, anzi tutt'altro....internet è senza passato e senza memoria, senza vissuto.....o almeno ha la memoria sbagliata, tarata male....
lo ripetiamo sempre...e si vede anche da questo megaerrore web dello scambio di foto (Barbara al posto di Rossella) che si è allargato a macchia d'olio, come l'errore congiuntivo nei manoscritti secondo il metodo di Lachmann, nonostante anime pie teatranti e cinematografare abbiano scritto a tutte le redazioni dicendo di mettere le foto giuste.....


Nata a Roma il 10 Novembre 1926, entrò all'Accademia d'Arte Drammatica negli anni '40, e già alla fine del decennio inizia a ricevere premi internazionali.
Ha dalla sua una notevole statura, uno sguardo magnetico, che la trovano spesso adatta a ruoli alteri, mentre Rossella è in realtà spigliata, ironica e allegra molto più dei ruoli che interpreta con grande passione.


Sembra una signora superba e inaccessibile, un'icona da ammirare da lontano quando invece Rossella è una donna alla mano, simpatica e affabile.
Negli anni '50 fa parte della Compagnia Morelli-Stoppa, poi al Piccolo Teatro di Milano, poi nella Compagnia dei Giovani con Giorgio de Lullo.


La parte più solida del suo lavoro a teatro va da Tennessee Williams di "Un tram che si chiama desiderio" a "Improvvisamente l'estate scorsa", agli "Spettri" di Ibsen, a Pirandello, di cui rimane una delle interpreti principali.

Riteneva più importante il teatro del cinema, perchè le piaceva cogliere la realtà dell'arte dal vivo (quindi quel senso di happening continuo è naturalmente più nel teatro e non nella ripetitività del "già inciso" del cinema), ma ci sono suoi film di valore:
la partecipazione a 8 e 1/2 di Fellini, il mitico "Quando muore una stella" di Robert Aldrich (68), "La signora delle Camelie" di Cottafavi per la Rai (71),
ma il suo viso enigmatico è adatto anche per il delirio estetico di alcuni neri italiani degli anni 70 come "La tarantola dal ventre nero" di Paolo Cavara (1971) o "Sette orchidee macchiate di rosso" di Umberto Lenzi (1972).
E ancora la miniserie "Il segno del comando" di Daniele D'Anza, e svariati altri.


A teatro è diretta dai maggiori registi italiani: Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Orazio Costa,  Giuseppe Patroni Griffi e Giorgio De Lullo a cui deve parte del suo successo avendola resa protagonista di molti dei lavori teatrali dall'epoca della Compagnia dei Giovani. Nel 1964 vince il premio San Genesio quale migliore attrice teatrale per l'opera "Sei personaggi in cerca d'autore".



Diceva:
 "Il fatto di essere così alta, un metro e 76 - ai miei tempi era davvero molto - mi ha impedito di recitare certi ruoli femminili tradizionali: Ofelia, Giulietta,....le fanciulle vulnerabili e palpitanti. 
Sono stata subito chiamata a impersonare donne di grande carattere, remote, inavvicinabili, ma io non sono così."


Suoi amici ancora sono Maria Callas, Jean Cocteau e Dirk Bogarde.

Dal 1981 al '97 la Falk è il direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma insieme a Giuseppe Battista e Umberto Orsini.



Dal 2004 al 2006 porta in tournée in tutto il mondo lo spettacolo "Vissi d'arte, vissi d'amore", un recital in cui racconta ed interpreta ricordi personali, interviste e scritti su Maria Callas.

L'ultimo passaggio al cinema è nel film "Non ho sonno", di Dario Argento (2000).
La carriera teatrale giunge fino al 2009, in cui prende parte all'ultima piéce "Est Ovest", diretta da Cristina Comencini.

Al link una divertente intervista abbastanza recente, per conoscerla più da vicino...

E l'Italia sembra vivere ormai solo di sottrazioni...

Josh



martedì 14 maggio 2013

Casa Missoni

Questo blog ha iniziato la sua attività proprio con un post sulla moda: "Aforismi per una demoiselle" dedicato all'indimenticabile Coco Chanel. Parlai anche di Valentino. Perché la moda? Perché è il lascia-passare di una nazione, il suo marchio di fabbrica, il suo stile, il suo indossare.  Non so se sarà colpa  del Terzo Millenio che spazza via inesorabilmente e fatalmente quanto di bello e buono ha lasciato il Novecento, ma mi sembra ultimamente di dovermi occupare più di morti che di vivi. Come tutti sapranno il 9 maggio scorso è morto Ottavio Missoni e le sue esequie si sono tenute ieri a Gallarate. Caso vuole che insegnassi a Sumirago (Va) proprio negli anni '80 quando la moda italiana e l'Italian Style erano all'apice del successo internazionale. Non conobbi personalmente Ottavio e Rosita Missoni, una







Ottavio ai tempi della sua vittoria olimpionica nel 1948 







coppia di ferro davvero salda, operosa e  fattiva. Incontrai in una sola occasione uno dei  figli, Luca,

ad un centro di cultura, persona mite, alla mano e sempre sorridente come i suoi genitori.Mamolte madri dei miei alunni lavoravano alla Missoni spa, azienda di famiglia sita nella località citata, ed era quella, una realtà produttiva feconda e in espansione secondo il tipico stile italiano della casa e dell'atelier-capannone lì  attiguo. Gli alunni a scuola avevano le copertine dei quaderni disegnate coi suoi colori, come pure gli astucci. Quelle trame che Missoni attinse dalla natura, osservando gli intarsi, le scanalature e zigrinature, gli arabeschi dei  tronchi d'albero nei boschi di Sumirago, i licheni, i muschi e altri elementi naturalistici che poi traduceva in cromatismi per i suoi filati. Nacquero così arazzi coloratissimi, patchwork, righe e fiammati arcobaleno nonché il famoso 'put together', espressione con cui Ottavio spiegò agli americani che si trattava di 'mettere insieme' fantasie, punti e colori che mai nessuno avrebbe osato accostare.
"Una vita sul filo di lana"  (RCS)  è infatti  la sua autobiografia di novantenne ex atleta olimpionico, esule dalla Dalmazia della quale si porta dietro i colori dei tramonti in ocra, giallo, rosso e viola, sul blu cobalto del mare e gli azzurri dalle più svariate sfumature,  quando intraprende negli anni '50 la professione di imprenditore tessile insieme alla moglie Rosita  in quel di Gallarate, e successivamente di stilista a Sumirago. 



Molti "coccodrilli" sono stati scritti in questi giorni in morte del patriarca novantaduenne Ottavio chiamato familiarmente e alla veneta Tai. Certo ha fatto la sua bella e lunga vita avventurosa di sportivo-atleta e di couturier-tessitore. Ha saputo coniugare con estro e intelligenza laboriosità, creatività secondo quell'imprenditorìa familiare che è la nostra grande  vera ricchezza. Una bella e numerosa famiglia di tre generazioni tra figli e nipoti, di quelle sane e robuste che oggi non esistono più, ma che tutti invidiano, quella dei Missoni. Un'armonia  invidiabile, purtroppo interrotta dalla sventura del primogenito Vittorio scomparso nella rotta di Los Roques in Venezuela, durante una vacanza. Perdere un figlio ed essere ancora robusto, sano e  longevo come una quercia è  quasi contro natura. Questo deve aver pensato il vecchio Tai nella notte tra l'8 e il 9 maggio quando si è addormentato dolcemente per non svegliarsi mai più. Tra le tante cose lette, mi ha colpito  il bell'articolo comparso sulla Stampa del suo conterraneo Enzo Bettiza, sensibile scrittore e giornalista a cui dedicai questo post, un dalmata nato nella sua stessa città: Ragusa Adriatica oggi Dubrovnik che riporto testualmente.

Non immaginavo di dover inviare, proprio di giovedì, quest'ultimo tristissimo saluto a Tai, come usavamo chiamare Ottavio Missoni. Al conviviale e, nonostante gli anni, ancora vigoroso Tai, che non rivedrò più al solito tavolo d'angolo del ristorante «Boeucc» di Milano.
Quando non era in giro per il mondo, oppure in barca a vela nella nativa Dalmazia, Tai, era solito riunire il giovedì sera nel vecchio ritrovo milanese sotto la sua divertita ala patriarcale un ristretto gruppo di amici.
Scendeva a Milano dalla villa-fattoria di Sumirago in una macchina grande e modesta insieme, che continuò a guidare di persona anche in notti burrascose fin quasi al limite delle forze vitali; mollò il volante solo alla soglia dei novanta, cedendolo a un cognato più giovane, col dispiacere ironico e un po' amaro dell'olimpionico assuefatto a tendere i muscoli e lo spirito contro l'usura del tempo.
Ma non usava compiangersi; usava anzi rimproverarsi: «Noi dalmati siamo tutti un po' matti. Ci ostiniamo a confutare la realtà della morte, cantando e bevendo come se i malanni e i guasti degli anni non ci riguardassero».

A prescindere dal cantare alto e dal bere forte, che lo accompagnarono e sostennero di successo in successo in una vita piena, ardita, una vita artistica, più da pittore che da tessitore, egli si compiaceva dello sfondo biografico e dinastico da cui proveniva. Le sue barche erano barche vere, illiriche, uscocche, non ferri da stiro miliardari, ma strumenti basati sulla vela e la manualità del timone: atti a misurarsi con la forza della natura, con i brutti scherzi del mare, degni insomma del figlio d'un capitano dalmata di lungo corso che s'era fatto le ossa nella marina austroungarica.
sandali Missoni con zeppe colorate

La moda, le sfilate, i guadagni che gli procuravano? Non ne parlava mai, assolutamente mai, come se la cosa concernesse i talenti e le inclinazioni naturali delle donne di famiglia. Lui, che era un falso naif, preferiva passare le sue ore a leggere libri, anche astrusi, piuttosto che sperperarle in clangori mondani.
Figlio autentico della propria terra, nel fisico atletico, nei lineamenti bellissimi e marcati, nel bilinguismo in cui il veneto coloniale si univa a nostalgiche e temerarie battute in croato: amava sottolineare il cognome della madre, una Vidovich, nobildonna di Sebenico, che lo esortava a non dimenticare la lingua slava che egli infatti parlava correntemente. Usava non a caso definirsi così: «Sono un mediterraneo multiforme, nel quale si rimescolano le acque dell'Adriatico e del Danubio».
Ancora bello, sempre generoso, sempre sorridente, sempre pronto alla battuta scettica e inattesa, il colpo di grazia che doveva portare lui, novantenne intrepido, a una fine per così dire precoce fu la scomparsa misteriosa del primogenito Vittorio nei marosi del Venezuela.
L'enigmatico e tragico abisso che aveva inghiottito Vittorio doveva inghiottire, ripeto precocemente, anche il «grande Tai», come lo chiamavamo, la cui sana allegria era diventata alla fine quella che Ungaretti chiamava «l'allegria del naufrago». Si direbbe quasi che il mare non perdoni nulla proprio a chi l'ha vissuto e amato troppo. Hvala za sve, dragi Taj.




Ottavio Missoni testimonial della sua maglieria

Ecco... ho cercato la traduzione dal croato di questa frase finale di Bettiza, ma non l'ho trovata. Che cosa vorrà dire? Forse ha voluto lasciare l'ultimo commiato al suo amico,  avvolto nel mistero.
Un mio personale augurio affinché casa Missoni vada avanti. Con tanti imprenditori in difficoltà in questi tempi bui (penso ai numerosi suicidi nel Nord Italia) c'è davvero bisogno di credere che la leggenda dei  Missoni possa continuare, anche dopo la morte del loro grande indimenticabile Patriarca.


Un defilé della Missoni spa
Qui un'importante Foto Gallery sulla sua rivoluzione nello stile di maglieria

Hesperia

martedì 7 maggio 2013

Il Vittoriale degli Italiani e il suo Vate




Il mese di maggio è di solito (tempo permettendo) anche mese di gite e visite guidate nei luoghi ameni della nostra Penisola. Uno degli itinerari più frequenti è il Vittoriale di D'Annunzio a Gardone Riviera, detto da lui Il Vittoriale degli Italiani, dopo averrne espressamente per sua volontà fatto dono allo stato.
Il Vittoriale degli Italiani fu la villa-museo dove Gabriele D'Annunzio trascorse gli ultimi anni della sua vita e che successivamente donò al popolo italiano. Il Poeta morì il primo marzo 1938, ultimo giorno di Carnevale. Era un martedì e pioveva. Aveva vissuto a Gardone Riviera per 17 anni, giungendovi nel 1921.

La celebre Isotta Fraschini
Al suo interno si trovano la Prioria (la casa del Poeta ) il Museo della Guerra, l’Auditorium, lo SVA 10 del volo su Vienna, la Nave Puglia, il Museo di Bordo, il Mas 96, il Mausoleo, le auto ( Isotta Fraschini e Fiat Tipo 4), il tutto in una cornice di parchi e giardini di rilevante significato storico-ambientale nonché botanico. Colpiscono i motti dannunziani posti bene in vista all'ingresso della cittadella:  "Io ho quel che ho donato" in riferimento al Vittoriale stesso, una delle frasi predilette dal d'Annunzio che la fece incidere sui sigilli dorati con cui chiudeva le buste e sugli oggetti che usava.
E "né   più fermo né più fedele" con un araldico levriero posto all'ingresso della Prioria.
Il Vittoriale custodisce migliaia e migliaia di oggetti, statue, ceramiche, vetri, tappeti, cimeli, arazzi, vestiario che ricordano i momenti eroici della sua vita; sono raccolti in stanze dai nomi simbolici. Spesso si sente dire che noi siamo ciò che mangiamo. Ma nel caso di D'Annunzio sarebbe il caso di dire che l'essere e l'abitare erano un tutt'uno inscindibile. Il Vittoriale è da considerarsi l'estensione fisica della poetica ed estetica dannunziana. Perfino gli arredi e le suppellettili così stipati fanno pensare non poco ad una sorta di horror vacui da parte sua. Trasformata e arredata dallo stesso Gabriele d'Annunzio, rappresenta una rara testimonianza di un personaggio eccentrico e di un’epoca: gli originali arredi, le collezioni di oggetti preziosi riflettono la personalità ed il “vivere inimitabile” del poeta. Elegante, raffinato, colto ed estroso Gabriele D'Annunzio ammette di essersi cimentato nel corso della sua vita nella ricerca costante  del "superfluo", e  pertanto rassomiglia al personaggio di Des Esseintes, il protagonista del celebre "A' rebours" (tradotto Controcorrente o A ritroso) di Huysmans.  La casa, precedentemente di proprietà del critico d’arte tedesco Henry Thode, è denominata poi dal poeta Prioria ovvero casa del priore, secondo una simbologia conventuale che si ritrova in molte parti del Vittoriale. L'antica facciata settecentesca della casa colonica viene trasformata e arricchita dal Maroni, tra 1923 e il 1927, con l'inserimento di antichi stemmi e lapidi che richiamano alla memoria la facciata del Palazzo Pretorio di Arezzo. Il pronao d'ingresso, in stile Novecento, è decorato con due Vittorie attribuite a Jacopo Sansovino, mentre sul battente della porta, sopra una bronzea Vittoria crocifissa di Guido Marussig, si legge il motto Clausura, fin che s'apra - Silentium, fin che parli.
Stanza del Mascheraio
La stanza è così denominata dai versi sopra lo specchio del camino, composti in occasione della visita di Mussolini al Vittoriale nel maggio del 1925: Al visitatore / Teco porti lo specchio di Narciso? / Questo è piombato vetro, o mascheraio. / Aggiusta le tue maschere al tuo viso / ma pensa che sei vetro contro acciaio.
Questa anticamera fungeva da sala d’attesa per le visite ufficiali. Al suo interno sono collocati circa novecento volumi, fra cui anche spartiti musicali ed una ricca collezione di dischi, una radio ed un grammofono. Da segnalare il lampadario in vetro di Murano raffigurante quattro cornucopie, il cavallo in bronzo di Dario Elting presentato all'Esposizione di Arti Decorative a Parigi nel 1925 (Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne), le sedie con lo schienale a lira di Giancarlo Maroni e alcuni vasi faentini in stile déco di Pietro Melandri.

Stanza della Musica
Inizialmente intitolata a Gasparo da Salò, ritenuto l’inventore del moderno violino, è una grande sala destinata ai concerti da camera. Qui in particolari occasioni suonava il Quartetto del Vittoriale. Per favorire l'acustica e il raccoglimento le pareti sono rivestite da preziosi damaschi neri e argento della ditta Ferrari di Milano raffiguranti bestie feroci e sostenuti da fermacorde a forma di lira: è un rimando al mito di Orfeo che con la musica riesce ad ammansire le fiere. Le vetrate gialle a imitazione dell'alabastro, di Pietro Chiesa, ricordano quelle già descritte nelle prime pagine del romanzo Il Piacere. Nella sala sono conservati due pianoforti e altri strumenti musicali: un clarino, uno zufolo e un arciliuto. Sulle pareti si trovano alcuni dipinti della collezione Thode fra i quali un ritratto di Cosima Liszt Wagner, opera di Franz von Lenbach, e le maschere funerarie di Beethoven e di Liszt. L'arredamento accosta tra loro oggetti déco e statuette orientali, colonne romane sormontate da zucche policrome luminose e cesti di frutti in vetro di Murano di Napoleone Martinuzzi, calchi in gesso di sculture greche, pelli di serpenti come quella di pitone fissata al soffitto. Il gusto eclettico di d’Annunzio che mescola oggetti di diversa provenienza ed epoca trova qui la sua prima e immediata manifestazione. è dotata di un 'organo a canne.

Sala del Mappamondo



Sala della Zambracca attigua a quella del Mappamondo
È la biblioteca principale della casa. Qui sono collocati i circa seimila libri d’arte già appartenuti al critico d’arte tedesco Henri Thode sul totale dei 33.000 complessivi raccolti da d’Annunzio nel corso della sua esistenza. Il nome della stanza deriva dalla grande sfera geografica settecentesca che troneggia sopra un tavolo. Nella nicchia al centro della sala la xilografica di Adolfo De Carolis raffigurante il Dantes Adriaticus; poco oltre la maschera funeraria di Napoleone Bonaparte e alcuni oggetti realmente appartenuti al condottiero francese durante il periodo di esilio trascorso a Sant’Elena. Sul lato opposto gessi che riproducono il busto di Michelangelo e, nella nicchia sopra il divanetto, il celebre tondo Pitti di Michelangelo il cui bassorilievo originale è conservato al Museo del Bargello di Firenze. Tra le due finestre un organo americano al quale solitamente sedeva Luisa Baccara, giovane pianista veneziana ma soprattutto compagna ufficiale di d’Annunzio a Fiume e per tutto il periodo del Vittoriale.

Stanza della Leda - Era la camera da letto del Poeta e prende il nome da un grande gesso posto sul caminetto raffigurante Leda amata da Giove trasformatosi in cigno. Sulla porta si legge il motto Genio et voluptati, al genio e al piacere, e dall'altro lato è appesa una piastrella proveniente dal Palazzo Ducale di Mantova con il motto Per un dixir, per un solo desiderio. Sul soffitto, decorato da Guido Marussig, sono riportati i famosi versi della canzone dantesca Tre donne intorno al cor mi son venute... Anche qui l'assortimento di oggetti è straordinario: dagli elefanti in maiolica cinese ai piatti arabo-persiani, dai bronzi cinesi alle maioliche azzurre e ai mobili in stile orientale. Notevoli il copriletto in seta ricamata persiana con animali selvaggi, dono a d’Annunzio della moglie Maria Hardouin di Gallese, un dipinto di Mario De Maria, il Ritratto di Dogaressa di Astolfo De Maria e il calco monumentale del Prigione morente di Michelangelo, i cui fianchi d’Annunzio cinge con un drappo a nascondere le gambe ritenute troppo corte rispetto al busto.
Veranda dell'Apollino (prima foto in alto al centro del post) - Il piccolo ambiente fu aggiunto da Maroni alla struttura originaria della villa per schermare la luce diretta del sole nella stanza della Leda e fungeva da saletta di lettura suggestivamente affacciata sui giardini del Vittoriale digradanti verso il lago. Il nome del vano deriva dal gesso di un kouros arcaico decorato dal Poeta con occhi azzurri, un prezioso perizoma e un fascio di spighe dorate, simbolo di abbondanza; la stanza è decorata da riproduzioni di ritratti famosi della pittura italiana del Rinascimento, animali in porcellana Lenci e Rosenthal, tappeti e vasi persiani. Su un tavolino le fotografie della madre e di Eleonora Duse.

Il Bagno Blu





E' forse una delle stanze più suggestive ed emblematiche del complesso. Nel bagno, suddiviso alla francese in sala da toilette e ritirata, sono collocati oltre 600 oggetti i cui toni dominanti sono il blu e il verde. Per la ristrutturazione Maroni si avvalse della consulenza di Giò Ponti. Sul soffitto si legge il motto, da Pindaro, Ottima è l'acqua, e alle pareti, oltre alle riproduzioni degli Ignudi della Cappella Sistina di Michelangelo, troviamo a fianco della vasca da bagno una ricchissima collezione di piastrelle di ceramica da parete di produzione persiana, alcune delle quali risalenti anche ai secoli XVII e XVIII. Sul tavolo oggetti da toeletta di Buccellati in argento e pietre, vetri muranesi, collezioni di pugnali e spade. La ritirata contiene tre maschere lignee del teatro giapponese del secolo XVIII e una figurina femminile di porcellana Rosenthal del 1927. La vetrata con i coloratissimi alcioni è opera di Pietro Chiesa.

Stanza del Lebbroso

Questa stanza, chiamata anche Zambra del Misello o Cella dei Puri Sogni, fu concepita da Storia di San Francesco d'Assisi di Chavin de Malan tradotta da Cesare Guasti, pubblicata a Prato nel 1879. In questa stanza, per la veglia privata, venne esposta la salma del Vate nella notte fra l'1 e il 2 marzo 1938.
Venne concepita da d'Annunzio come luogo di meditazione ove ritirarsi negli anniversari fatidici della sua vita. Alle pareti pelli di daino e sul soffitto nei cassettoni dorati i simboli del martirio di Cristo inframmezzati da figure eteree di sante - Caterina da Siena, Giuditta di Polonia, Elisabetta d'Ungheria, Odilla d'Alsazia e Sibilla di Fiandra - dipinte da Guido Cadorin e che il poeta disse che gli apparvero in sogno per invitarlo ad abbandonare i piaceri del mondo. Su un podio rialzato la statua lignea di San Sebastiano di scuola marchigiana e il letto chiamato dal poeta delle due età perché simile ad una bara e al tempo stesso ad una culla. Nel quadro in fondo alla parete è raffigurato invece San Francesco nell’atto di abbracciare un lebbroso che altri non è che lo stesso d’Annunzio. Di Cadorin è anche il dipinto sulla parete di fondo raffigurante Gesù Cristo nell’atto di benedire la Maddalena. Su un tavolino i ritratti fotografici della sorella Elvira, della madre Luisa e di Eleonora Duse, insieme alla splendida Coppa delle Vestali in vetro smaltato di Vittorio Zecchin. Fra tutte le stanze del Vittoriale quella del Lebbroso è forse la più densa di simboli la cui fonte principale sembra essere invece la
L'Officina




E' l'unica stanza della Prioria nella quale entra liberamente la luce naturale del giorno ed è l'unica arredata con mobili di rovere chiaro semplici e funzionali. Era lo studio-atelier di d'Annunzio, al quale si accede salendo tre alti scalini e passando sotto un basso architrave che costringe chi entra a inchinarsi di fronte all’arte. Leggii, scaffali inclinati e teche girevoli circondano il tavolo e lo scanno senza schienale su cui d’Annunzio scrive; a portata di mano stanno le opere di consultazione frequente, a cominciare dai vocabolari e dai repertori di cui l’autore si è sempre servito.

Su una delle due scrivanie spicca il busto velato di Eleonora Duse, la grande attrice scomparsa nel 1924, che fu per d’Annunzio compagna e musa ispiratrice; un foulard di seta ricopre il volto della donna, “testimone velata” del suo impegno ininterrotto di scrittore. Ma ad arredare la scena della scrittura sono altresì i calchi della Nike di Samotracia e delle metope equestri del Partenone, le immagini fotografiche della Cappella Sistina. Qui d’Annunzio lavorava alacremente anche per sedici ore consecutive e qui, dopo aver ultimato il Notturno compose il Libro segreto, ultima sua opera.

Corridoio del Labirinto
Il nome deriva dall'emblema del Labirinto, che si ripete sulle porte e le rilegature dei libri, ricavato da quello celebre del Palazzo Ducale di Mantova; dal motto dello stesso Labirinto, d'Annunzio aveva tratto nel 1910 il titolo del romanzo Forse che sì forse che no.

Da una stanza all'altra (sono ben 17), da un corridoio all'altro, impossibile entrare nel dettaglio di tutte e di tutti gli amenicoli che il Vate ha collezionato. Qui, potrete trovare il resto di un percorso di quanto ho volutamente tralasciato. Chi penetra in queste stanze ne esce stordito e stranito dalle atmosfere morbide che  danno l'impressione di un reliquario un po' claustrofobico, il quale ti fa assaporare la luce e l'aria come un prezioso regalo. Va detto che D'Annunzio soffriva di fotofobia ad un occhio che rimase infortunato.

Lo Schifamondo è poi l'edificio destinato a diventare la nuova residenza del poeta, ma che non era ancora ultimato al momento della sua morte (1º marzo 1938). Il nome, ispirato da un passo di Guittone d'Arezzo e dalla residenza rinascimentale di palazzo Schifanoia degli Estensi di Ferrara.
Certamente al decadentismo e simbolismo dell'artista fanno da contrappunto il suo vitalismo quasi esasperato di uomo civile, l'attivismo, il suo interventismo, il suo impegno politico, le sue imprese mirabolanti (il celebre volo su Vienna, la Beffa di Buccari sul MAS 96). D'Annunzio curò personalmente i lavori della strada panoramica lungo il Garda che doveva condurre alla sua cittadella, strada meravigliosa detta "la Gardesana". Mi fermo qui, ma  ce ne sarebbero cose da aggiungere, dato che per il Vate, una vita è troppo poco. E il suo labirintico Vittoriale ne è la testimonianza.

Oggi è Giordano Bruno Guerri ad essersi assunto l'incarico (e anche l'onore-onere)  di Presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani. Il suo ultimo libro "La mia vita carnale" (Mondadori 230 pp) é un canto d'amore assoluto a Gabriele D'Annunzio e alla sua ultima sfarzosa dimora che conta migliaia di visitatori all'anno. Il caso volle che negli ultimi anni della sua vita il Vate si firmasse con lo pseudonimo di Guerri, e anche questa coincidenza ha convinto lo storico a fare ricerche sull'artista. Ecco un'interessante ironica intervista concessa da G.B. Guerri a proposito del suo libro.

"L'intuizione di Guerri resta anche quella di avere acceso i riflettori sopra una delle più forti e accese qualità del vate: la sua capacità sciamanica di prevedere gli eventi, a parte il calcio che considerò una pratica limitata, di passaggio stagionale.
Il libro termina come l'opera che non finirà mai: Guerri ci confessa che quando un giovane uscirà da quella casa incantevole ed incantata continuando a chiedersi chi fosse d'Annunzio ma con occhi brillanti, quasi attoniti, significherà che avrà lavorato bene.
E anche di lui si potrà dire: ha quel che ha donato".

La verità è che D'Annunzio continua a intrigare e su di lui, la sua vita e la sua opera che ha spaziato dalla poesia alla narrativa al teatro,  non si finisce mai di speculare.

E non è tutto. Ora è in cartellone anche una pièce teatrale dal titolo "Gabriele D'Annunzio - Tra amori e battaglie" liberamente tratta da L'amante guerriero, sempre di G.B. Guerri, interpretata da Edoardo Sylos Labini che sta ottenendo un buon  successo.

 Hesperia


martedì 30 aprile 2013

Pietro Bembo e l'invenzione del Rinascimento

Il Cardinale Pietro Bembo (Venezia 1470-1547, poi vissuto a Padova, a Roma) fu scrittore, grammatico, umanista. La sua opera fu vastissima, dall'elaborazione di una importante fase della lingua italiana, che fissò sui maggiori scrittori toscani del Trecento, alla diffusione del modello poetico di Petrarca, alla rielaborazione in musica della forma del madrigale del XVI secolo, alla rivalutazione di Cicerone e Virgilio come modelli di classicità.

(Tiziano, Ritratto di Pietro Bembo)

In realtà si tratta di una figura dalle mille sfaccettature ardua da riassumere, e fondamentale nell’Italia del Rinascimento e per le implicazioni future.
Dalla biografia salta agli occhi il suo eccellere in campi svariati.
Poesia, Storiografia, Grammatica, Lingue Classiche...  Fu anche Bibliotecario della Repubblica Veneta, e il letterato che influenzò in modo determinante la letteratura rinascimentale.
Con Aldo Manuzio rivoluzionò il concetto di libro e l'idea della sua diffusione, curando volumi di classici di piccolo formato letti anche al di fuori delle aule universitarie.
Si legò a donne affascinanti del tempo come Lucrezia Borgia, fu l'autore degli Asolani e dei Motti.  Papa Paolo III lo nomina Cardinale quando ha 69 anni, e anche in questo ambito fu sempre Bembo a impostare la base della Biblioteca Vaticana come la conosciamo oggi.

(Sebastiano del Piombo, Cristo portacroce)

Fu amico, spesso guida e ispiratore di molti artisti, tra cui Raffaello, Michelangelo, Giovanni Bellini, Sansovino, Sebastiano dal Piombo, Tiziano, Benvenuto Cellini.
Anche da questa vicinanza e frequentazione continua con le arti nacque la sua idea innovativa di collezione.

 (Giorgione, Ritratto di giovane)

"Bembo e l’invenzione del Rinascimento", fino al 19 Maggio a Palazzo del Monte di Pietà in Piazza Duomo, Padova, è una mostra tra le più importanti della stagione,
e fotografa anche l’Italia alla fine del Quattrocento, allora composta di corti esclusive e centri di potere dislocati, differenti e separati tra loro.
Il lavoro intellettuale incessante di Bembo è anche simbolo di coesione e di ricerca di tratti comuni del paese dalle corti disparate. Coltiva infatti un’idea personale di unità d’Italia e di identità, a partire dalla creazione di una lingua nazionale e condivisa (la questione della lingua sarà sempre alla base delle questioni dell'Unità,
fino all'Unità vera e propria, per molti secoli a venire): nelle Prose della volgar lingua (1525), Bembo pone le basi delle regole dell’italiano, fondandolo sugli scritti di Petrarca e Boccaccio.

(Raffaello, Ritratto di Elisabetta Gonzaga)

La sua dimora esiste ancora, in via dell'Altinate a Padova, anch'essa assume un valore mitico, paradigmatico. E' proprio in quella casa che si accumularono i capolavori della collezione che Bembo, poi divenuto cardinale, aveva riunito, oggetto oggi dell'esposizione.

Si tratta di opere che spaziano da Bellini a Tiziano da Mantegna a Raffaello:
l'esposizione è stata preceduta da un convegno internazionale di approfondimento. L'evento è promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Centro Internazionale Andrea Palladio e la collaborazione e il patrocinio del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali.
Curata da Guido Beltramini insieme a Davide Gasparotto e Adolfo Tura, è guidata da un consiglio scientifico presieduto da Howard Burns, con Giovanni Agosti, Lina Bolzoni, David Alan Brown, Matteo Ceriana, Marco Collareta, Massimo Danzi, Caroline Elam, David Freedberg, Fabrizio Magani, Arnold Nesselrath, Alessandro Nova, Pier Nicola Pagliara, Vittoria Romani, Claudio Vela.

(Francesco Francia, Lucrezia)

Per l’annuncio ufficiale dell’evento era stata scelta proprio Casa Bembo, oggi sede del Museo della Terza Armata. Qui, negli anni padovani di Bembo, i primi anni Trenta del Cinquecento, era la collezione composta di dipinti di grandi maestri ma anche di sculture, gemme, manoscritti miniati, oggetti, monete rare e medaglie.

(Eusebio, Chronici canones Londra, British Library)

La ricchezza e varietà degli oggetti d’arte, raccolti per gusto estetico ma anche come preziosi testimoni per lo studio del passato, rese agli occhi dell’Europa del tempo la casa di Bembo  “Musaeum”,  intesa letteralmente come “la casa delle Muse”
luogo precursore di quello che sarà il moderno museo.

Per una breve stagione, proprio grazie all’influenza di Bembo e al suo gusto,
la stessa Padova divenne centro della cultura artistica internazionale:
nasceva un nuovo modo di presentare l’arte e la conoscenza, e nasceva anche il Museo,
termine che a partire da qui diviene universale.

(Tiziano, Tobiolo e l’Angelo)

Dopo la scomparsa di Bembo, i capolavori venduti dal figlio Torquato si dispersero nel mondo ed oggi sono conservati nei grandi musei internazionali, che li hanno concessi  in prestito in occasione della mostra padovana.

(Arte Romana, Antinoo)

Sul versante dell’arte visiva, per Bembo, Michelangelo e Raffaello erano la rivoluzione dell'arte del tempo, speculare a quanto stava accadendo in ambito letterario.
A suo avviso si trattava di una nuova lingua dell’arte eppure ancora classica, 
memore della grandezza dell’arte romana antica, in grado di spingersi verso una perfezione extratemporale e un linguaggio universale,  riconosciuto in seguito proprio come Rinascimento italiano.

(Raffaello, Ritratto di Navagero e Beazzano) 

Grazie all'incessante opera di ricerca, produzione e ispirazione di Bembo, e di Michelangelo e Raffaello e di molti altri grandi artisti,
un’Italia non ancora compiuta, 
succube delle grandi potenze estere sul piano militare (ma questa pare essere una costante, poi vi si aggiunge anche la soggezione finanziaria)

poteva segnalarsi in Europa conquistando il primato di civiltà legittimo attraverso le armi dell’ingegno, dell'arte e della cultura.

La mostra racconta questo spaccato, attraverso i capolavori da Mantegna a Raffaello, da Giovanni Bellini a Tiziano che Bembo collezionò, o che vide creare, spesso contribuendo anche alla loro ideazione.

approfondimenti:
_un'eccezionale galleria di dipinti
_Pietro Bembo e la Lingua Italiana
_La casa del Bembo, il primo Museo

PIETRO BEMBO e l’invenzione del Rinascimento
Da Bellini a Tiziano, da Mantegna a Raffaello
Padova, Palazzo del Monte di Pietà
Piazza Duomo 14

Per info QUI

Josh

mercoledì 24 aprile 2013

Tiffany, Gallé e i Maestri dell'Art Nouveau



TIFFANY, GALLÉ e i Maestri dell’Art Nouveau è il titolo della Mostra, con opere provenienti dal Museo di Arti Applicate di Budapest, che si tiene a Roma, Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli fino al 28 aprile 2013
(quindi per chi vuole...è il caso di affrettarsi)


Oltre 90 opere illustrano alcuni aspetti del movimento, per l'Anno Culturale Ungheria-Italia 2013.

Può anche rappresentare l'occasione per avvicinarsi a una temperie e storia ben definite, e per conoscere più da vicino l'Ungheria,
che in questo periodo si sta opponendo (caso più unico che raro) con Orban alle politiche di razzia culturale, identitaria e spoliazione economica da parte della vergognosa schiatta burocratica europeista contro i nostri stati sovrani.


Questa stagione d'arte, caratterizzata da innovazioni  e contaminazioni tra generi, si snoda tra la mitica Esposizione Universale di Parigi del 1889 e la Prima Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino del 1911.

E' caratterizzata da forme ispirate alla natura e da cromatismi spettacolari: materiali ricercati, forme sinuose tra reale e decorativismo.
Oggetti in vetro e ceramica lavorati sono il fulcro della mostra, ideati dall’americano Louis Comfort Tiffany, dal francese Emile Gallè e dai fratelli Daum, maestri vetrai di Nancy, elementi di stile che hanno influenzato la produzione di oggetti d’arte decorativa in Ungheria e nel mondo.

Presenti anche gioielli e tessuti, disegnati e realizzati da József Rónai-Rippl (sotto, a sinistra, un suo arazzo), Ottó Eckmann e Manifattura Zsolnay.





L'accento nell'arte dell'epoca è posto sulla linea curva, sulla voluta, su volumi ritorti e sul colore.




Fra le opere esposte, il “Pavone” (1898 circa, Tiffany, sotto a destra), vaso decorativo a strati, iridescente, con fili di vetro incorporati, o il “Vaso decorativo lustrato di vari colori” (1894 circa, Tiffany), con lavorazione a vetro soffiato dipinto.









Ancora, la “Lampada da tavolo con paralume di vetro Tiffany” (1890-1900, The Duffner and Kimberly Company, sotto), con tasselli di vetro dai colori opacizzanti, uno dei più noti prodotti di Tiffany.

1.16-Lampada-da-tavolo-con-

L'Art Nouveau prende le mosse chiaramente da una nuova idea di Natura, 
dalla rivalutazione del mondo organico colto nel suo vitalismo, quindi da motivi floreali, per cui germogli, foglie, virgulti, liane quanto volute di tulipani, papaveri, calle, orchidee vengono usati per creare calici e vasi,
come il “Vaso con petali lussureggianti d’iride” (1896-7, Wallander) o “Cachepot” (1900 circa, P.Horti), o ancora il “Vaso decorativo con steli d’orchidea” (1900, Gallè).


Il Movimento Estetico, alcuni aspetti del Simbolismo e il Giapponismo (Japonisme, influenza dell'arte giapponese sull’arte occidentale di cui abbiamo accennato anche qui)
hanno senza dubbio influenzato parte delle opere di Tiffany e Gallé.
Di sensibilità orientale il “Vaso con crisantemi” (1896 circa, Gallé, sopra) o il “Vaso decorativo marrone e miele con decorazione screpolata”(1897, Gallé).

Invece le tradizioni dell’oreficeria ungherese sono evidenti nel “Fermaglio per mantello da donna”(1904 circa, Gyula Hay) o nel “Pendaglio a forma di pesce volante” (1904 circa, Tarjan-Huber).
2.5-Vaso-decorativo-con-ste












Grazie a materiali, manifattura d'arte, ricerca formale, gli oggetti di uso quotidiano fuoriescono dal loro ambito, per assurgere a opere d'arte. Ancora “Lampada a petrolio” (1898 circa, Selmersheim), il “Piattino con rami di vischio” (1895 circa, Pierre Clement Massier, sotto) o il “Set per spezie in scatola decorativa” (1899-1900 circa, Tiffany).

4.12-Piattino-con-rami-di-v







La natura reinterpretata entra...nella decorazione della casa, con i suoi elementi che si fanno stilizzazione:
terra, acqua, frutta, fiori e insetti... compaiono nei tessuti e nei lavori in vetro e ceramica.

Cfr.  “Vaso con verso poetico e dettaglio di foresta” (1900, Gallé), della serie Verreries Parlantes, con un verso tratto da "La Notte" di Victor Hugo: “Les arbres se parlent tout bas”.
2.10-Cachepot

L'eredità Simbolista rivela la sua influenza nell'atmosfera da sogno, e nell'allestimento fantasioso di tematiche vicine al mito classico e ungherese. Ne sono traccia il “Vaso con testa di fauno” (inizio ‘900, Telcs), o l’arazzo “Donna in rosso con rosa” (1898, Rippl-Ronai, in alto nel post).

Il Museo d’Arte Applicata di Budapest, concepito sull’esempio del Victoria and Albert Museum di Londra, è considerato tra i più importanti musei europei per arti applicate e cosiddette minori. Fondato nel 1872,  dopo l’Esposizione Universale di Parigi del 1867, è il secondo museo nazionale in Ungheria.

4.13-Collana


Buona parte della collezione Art Nouveau del Museo di Budapest fu acquistata all’Esposizione Universale di Parigi del 1889, e a quella del 1900.
Gli oggetti poi esposti mostravano una maniera ben definita di procedere nella decorazione, e divennero fonte documentaria e di ispirazione per i progettisti e produttori ungheresi.

il Museo Magyar Iparművészeti Múzeum di Budapest, progettato da Gyula Pártos e Ödön Lechner, con tratti neoclassici, eclettici e Art Nouveau:



Notevole influenza ovviamente esercitò lo stesso Louis Comfort Tiffany con i suoi vetri che, va segnalato, per capire il legame con l'Ungheria, erano realizzati proprio presso la manifattura ungherese di ceramiche Zsolnay.


 Il percorso è articolato in 6 sezioni:
- Colori vivaci, luci nuove;
- Forme organiche;
- Culture lontane, tradizioni antiche;
- Il lusso delle materie;
- La natura in casa nostra;
- Il mondo del simbolismo.

Orari: da martedì a domenica, dalle 9,00 alle 20,00, chiuso il lunedì
Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli, Roma

Josh

mercoledì 17 aprile 2013

Certe ottuse e pericolose zelanterie

Qualcuno ricorderà l'episodio capitato in teatro a un gruppo di attori, che ebbero l'infelice idea di buttare in un pentolone d' acqua bollente, un astice, nel corso di una pièce. Mal gliene colse a tutti costoro (regista incluso)  perché vennero denunciati in Procura da zelati animalisti, per aver provocato un'orribile morte al crostaceo. Qui il vecchio episodio . Vittorio Sgarbi si fece paladino del regista Rodrigo Garcia, girando provocatoriamente con il crostaceo di plastica rossa per i salotti televisivi, per denunciar tale assurdità. Ora ce n'è un' altra.
Susanna Tamaro nel suo articolo comparso venerdi 12 aprile scorso sul Corriere stigmatizza lo zelo e l'intrusività pericolosa quanto assurda di alcuni genitori di una scuola di Orvieto, che in nome del "pedagogicamente corretto" non hanno voluto che i loro  figli interpretassero il ruolo di animali di una famosa fiaba dei Grimm: "I quattro musicanti di Brema".
Buonismo (che non è bontà, ma una forma degenerativa di ipocrisia basata sul pretendere "il bene comune"), ipocrisia, zelanteria, ma soprattutto perdita di buon senso (e di sènno) stanno alla base dei mali endemici della nostra società.
Emergono altresì, fenomeni preoccupanti quale il vuoto educativo e culturale,  l'eccesso di individualismo, la sopravalutazione  arrogante del proprio ego, l'incapacità di rendersi conto quanto si danneggi quei figli che si vorrebbero ad ogni costo preservare dalle asperità della vita.




Chi non conosce la fiaba dei Musicanti di Brema dei fratelli Grimm? Quattro animali, un cane, un gatto, un gallo e un asino, cacciati dalle loro fattorie in quanto troppo vecchi, si incontrano e decidono di andare a Brema per diventare musicisti. Solo grazie alla loro astuzia e alla loro amicizia saranno in grado di superare molte traversie e a vivere, come in tutte le favole, «felici e contenti». Una storia conosciuta da generazioni sull'importanza dell'amicizia e sulla possibilità di ricominciare sempre la propria vita. Quale miglior fiaba, hanno pensato alcune maestre di un asilo di Orvieto, per far lavorare i bambini su questi temi, al tempo stesso divertendoli con la partecipazione a una recita? Tutto è filato liscio fino a che non si è scoperto ? o meglio alcuni genitori hanno scoperto ? che tra gli animali della rappresentazione c'era, orrore! anche un somaro. Apriti cielo! Come poteva esser venuto in mente alle maestre di coinvolgere le loro intoccabili creature in una storia dai risvolti così umilianti? Giammai! Non permetterò che mio figlio faccia l'asino! E così, per salvare la recita, il somarello e gli altri animali sono stati interpretati dalle maestre, restituendo la serenità nel cuore turbato dei genitori.Questo episodio, apparentemente marginale, è in realtà un emblema di questi tempi; dietro alla sua banalità, infatti, nasconde una serie di paradossi cui, purtroppo, sembra che tutti noi ci siamo ormai rassegnati. Come nelle gallerie di specchi dei luna park, ogni immagine rimanda a un'altra e a un'altra ancora, sempre più deforme della precedente. Alla base di tutto, c'è purtroppo un'incredibile ignoranza. Ignoranza che, in un sistema educativo ormai degradato come il nostro, si è trasformata in arroganza. A parte il fatto che l'asino è un animale di grande intelligenza e ironia, oltre ad aver gloriosamente attraversato la storia sacra della nostra fede. La leggenda popolare, infatti, vuole che la croce tracciata sul loro dorso stia a ricordare l'entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, in groppa appunto ad un asino, il giorno dell'osanna.  Quello che trovo intollerabile, nel nostro Paese, è questa assoluta incapacità di comprendere che non tutto può essere ridotto alla banalità del primo pensiero superficiale. Limitare il pensiero alle reazioni del bianco e del nero non è molto diverso dal vivere come certe creature unicellulari ....(...).
Ma noi, per quale ragione abbiamo ridotto l'esistenza del nostro cuore e della nostra mente a questa primordiale ottusa unidirezionalità? Le fiabe hanno sempre fatto parte del racconto dell'uomo e tutti gli esseri umani hanno sempre saputo che si tratta di metafore sulla nostra vita. La fiaba ci diverte, ci fa sognare, ma ci aiuta anche a capire qualcosa della nostra natura; qualcosa che, con i movimenti dell'unicellulare, non saremo mai capaci di comprendere. La vita è cammino, contraddizione, e lo è appunto in conseguenza della complessità del nostro essere umani, segnati dal libero arbitrio.  (...)
Non occorre essere dei veggenti per immaginare che i bambini ai quali è stato vietato di fare il somaro in una recita scolastica non saranno né intrepidi, né sapienti, né curiosi, ma soltanto dei pavidi nevrastenici, persone incapaci di diventare adulti responsabili, costruttori di una società civile. La perdita della sapienza educativa che si protrae ormai da qualche decennio è la causa prima del precipitare del nostro vivere comune nel gorgo oscuro della barbarie. La civiltà è ormai distrutta, sgretolata, ridotta ai minimi termini, prigioniera del diritto capriccioso del singolo che si erge a diritto universale e ha il potere di ricattare e modificare la vita quotidiana di tutti coloro, e sono tanti, che non condividono quella visione.


La Tamaro se la prende poi contro ogni forma di dogmatismo e di massimalismo  quale che ne sia la sua matrice e provenienza.


Posto che non ho mai avuto simpatie per le élite di intellettuali che per troppo tempo hanno monopolizzato la cultura del nostro Paese, ridicolizzando sistematicamente tutto ciò che non rientrava nella loro visione di parte, mi turba ugualmente l'orgoglio con cui alcuni aderenti al Movimento 5 Stelle hanno proclamato di non avere intellettuali al loro interno, come se la cultura fosse qualcosa di indegno e disprezzabile. Come sarebbe stato bello, invece, se, in questo nostro momento di smarrimento, di declino e di sconforto, qualcuno avesse detto: abbiamo bisogno di sapienti, di poeti, abbiamo bisogno di arte, di bellezza, di complessità, di intelligenza. Perché alla fine, dietro a questi tanti, troppi episodi apparentemente insignificanti, si nasconde un rischio davanti al quale non ci è più permesso di rimanere inermi spettatori.  (...)
Sul Corriere della Sera del 12/4/2013  l'intero articolo di Susanna Tamaro

mercoledì 10 aprile 2013

Pittura tra 2 Guerre a Forlì

Dal 2 febbraio fino al 16 giugno 2013,
presso i Musei di San Domenico a Forlì, ancora grande Arte del Novecento con la mostra “Novecento. Arte e Vita in Italia tra le due guerre”.

(Gino Severini, "Maternità", 1916) uno dei dipinti più intensi e rappresentativi, sul miracolo della vita e della maternità stessa, sospeso tra alone magico, semplicità disarmante e realismo quotidiano, nell'unione tra stilemi classici e modernità.

L'esposizione copre lo spazio di quasi un trentennio, dalla fine del primo decennio del ’900 alla II Guerra Mondiale, e si tratta di una delle meglio riuscite e più coraggiose su questi temi e periodi.
Il fulcro dell'esposizione si situa naturalmente tra gli anni '20 e '30, arricchiti di numerose connessioni e agganci.
Attraverso il percorso ideale delle opere esposte si nota il susseguirsi di tendenze,  movimenti, avanguardie, protagonisti: il tutto non è organizzato secondo uno stretto percorso cronologico, ma per temi.

(Cagnaccio di San Pietro, Donna allo specchio, 1927)

Oltre all'arte in sè quindi, emerge anche un senso della vita, uno studio della percezione delle cose d'allora, con notazioni storiche e di costume di quegli anni, che arriveranno a condizionare cinema, moda, arti grafiche e decorative.

(Marcello Dudovich, Esposizione Rhodia e Albene)

Mentre si assiste a questi testimoni d'arte, si fa strada l'idea che il Novecento,
rispetto ai secoli precedenti, o a confronto in particolare col ricco e articolato "lungo" Ottocento, sia stato un secolo breve, o almeno veloce, e che si è bruciato in fretta, eppure ...sono sempre 100 anni.

(Enrico Prampolini, Dinamica dell'azione -Miti dell'azione, Mussolini a cavallo-, 1939)

A spostarne la percezione sono state proprio le 2 grandi Guerre, la stessa velocità (il cui mito fu uno dei capisaldi anche del Futurismo...fatto proprio poi diversamente dall'industria, dalla tecnologia, dalla modernità imposta alle masse in seguito, nell'era "democratica"). Poi il dopoguerra, con la "pace" e gli innamoramenti per varie altre ideologie, con numerose tappe destrutturanti delle più o meno reali "rivoluzioni".

(Arrigo Minerbi, "La Vittoria del Piave", 1917, una sorta di Nike marziale e dai volumi muscolari sottolineati e tesi come gli atleti dello Stadio dei Marmi)

Se fino al 1914 sembrava diluirsi pigramente all'infinito la Belle Epoque ottocentesca, con la sua sognante illusorietà ed evasione, presto i fulminei ribaltamenti bellici originano conseguenti cambi nella percezione degli anni 20 e 30.
Certo, seguono poi la II GM con le sue tragedie. E dopo ancora, dagli anni 50, 60, 70, 80...un continuo cambio del sentire e di prospettiva del reale.

Massimo Bontempelli, quando nel 1926 fondava la rivista “900” scriveva: “Il Novecento ci ha messo molto a spuntare.
L’Ottocento non poté finire che nel 1914. Il Novecento non comincia che un poco dopo la guerra”.



Gli anni 20 e 30 all'interno di questo divenire hanno alcuni capisaldi che li rendono quindi unici, eppure non immobili nemmeno in se stessi.
Tra le opere che solo apparentemente non c'entrerebbero con la mostra, ecco rispuntare l'anonimo della "Città ideale" di fine 1400 (sopra) _che già citammo QUI_,
quasi a sintetizzare l'anelito all'ideale, che però proprio negli anni '20 e '30 si cercherà a fondo,
in parte nel richiamo alla classicità, al Romanesimo, ma anche al Quattrocento e alla loro rilettura nel Razionalismo, con quanto di utopico, pionieristico ma anche geniale c'era nell'unire classico, eredità del passato, geometria funzionale, ricerca dei materiali e delle forme (cfr. sotto, Palazzo della Civiltà Italiana, di Giovanni Guerrini e Ernesto Lapadula).


L'utopia architettonica della città è sempre legata all'utopia del pensiero, nel senso più ampio e in vista della progettazione di una società.
E'/era voglia di crescere, di costruire. Voglia di fare, di significare, di metter mano, nel segno della fiducia e consapevolezza nell'essere se stessi.
Oggi invece non più:
infatti, diversamente, siamo privi di unità progettuale, quanto di idea compiuta/intento comune, e simbolo condiviso nella realizzazione della città e dell'ambiente,
così come siamo privi di "Nazione",
la quale anzi (parole per es. del Pres. Napolitano, quanto di Monti e delle elites europeiste) "deve obbligatoriamente cedere progressivamente sovranità" a progetti extranazionali ed eterodiretti. (sic, ripetuto centinaia di volte nei mesi/anni scorsi)

Anche solo questo breve confronto lascia intendere come quella qui descritta fosse l'ultima grande forma di arte unitaria italiana, massima unione di Classico e Moderno.
L'ultimo Antico e il primo vero Moderno nostro, anche.
Dialogo, in certi casi, tra Arte, Manufatto e prima Industria d'alta classe, ancora.
Poi...più nulla o quasi.


(Cesare Maggi, "Italica Gens" 1941)

Forma e Radice, e non solo...
che sarà poi bruciata, spogliata, spersonalizzata, snellita e resa geometricamente seriale e priva di aura dal nuovo design dopo gli anni 50-60, sposato all'industria di massa dei decenni successivi.

(Marcello Piacentini, Sedia per la casa di F. Sarfatti)

Per questo nell'esposizione s'incontrano architetti, pittori e scultori, ma anche designer, grafici, pubblicitari, ebanisti, orafi, creatori di moda d'allora: per significare cioè un progetto comune che in una revisione del ruolo dell’artista, si dirigeva verso una sorta di “ritorno all’ordine”. Ma tutto avveniva in una osmosi amica tra svariati campi del sapere.

(Massimo Campigli, "Zaino in Spalla", 1927, marziale-geometrico che risente ancora della volumetria cubista)

Il desiderio di ritorno all'ordine trae origine dalla crisi delle avanguardie storiche, dalla fine del Cubismo e del Futurismo, considerati espressione di un processo di dissoluzione dell’ideale classico, iniziato effettivamente con il Romanticismo e accentuato con l’Impressionismo e movimenti come Divisionismo e Simbolismo, i quali hanno dato risultati sì anche splendidi ma del tutto anticlassici.
Va inteso che il ritorno all'ordine non deve esser letto come "guardare indietro" in maniera sterile e non come semplice ritorno al passato, ma come ripresa di canoni ritenuti adatti alla realizzazione di una concezione: Plasticità solida, anche, con uno sguardo al passato, ma inserita nella temperie (allora) attuale.
“Una solida geometria di oggetti, una nuova classicità di forme”, per Carlo Carrà, mentre De Chirico sul ritorno della figura umana affermava: “Pictor classicus sum”.


(Giorgio De Chirico, "Piazza"-"Souvenir d'Italie", 1925; Avevo cominciato a dipingere soggetti”, sostiene de Chirico, “ove cercavo di esprimere quel forte e misterioso sentimento che avevo scoperto nei libri di Nietzsche: la malinconia delle belle giornate d’autunno, di pomeriggio, nelle città italiane”. Ma anche mistero, staticità tra statue e palazzi dalle prospettive che inviano alle architetture di Firenze, Torino, e alla Città ideale del Rinascimento, in vista dell'utopia architettonico-razionale) 
La ritrovata armonia tra tradizione e modernità era evidente con alte punte creative in particolare nell'opera di Felice Casorati, Achille Funi, Mario Sironi, Carlo Carrà, Adolfo Wildt (già trattato qui) e Arturo Martini – e avrà, grazie allo spirito critico e organizzativo di Margherita Sarfatti, l'appoggio del regime che voleva un’arte di Stato. I regimi dittatoriali europei d'allora utilizzeranno anche a fini propagandistici il linguaggio classicista di questi artisti, ma la loro arte non può più essere censurata, come avvenuto per decenni, per ragioni ideologiche.

(Francesco Messina, pugile, 1930)

Apposite sezioni della mostra infatti rievocano la I (1926) e la II (1929) Mostra del Novecento Italiano, organizzate da Margherita Sarfatti; la grande Mostra della Rivoluzione Fascista allestita a Roma nel 1932-1933 per il decennale della marcia su Roma; la V Triennale di Milano ovvero della pittura murale (d'allora....non i "graffiti" de quartiere di oggi da rap e hip hop) intesa come un’arte nazional-popolare, di tutti, ancorata a una tradizione illustre nostra e profondamente radicata; la rassegna dell’E42 a Roma (costruzioni per l’Esposizione Universale di Roma del 1942) che ha segnato la trasformazione nell’urbanistica e nell’immagine della capitale.

Ecco quindi, impossibili nelle loro esperienze da riassumere qui, Boccioni, Balla, Sironi, Soffici, Prampolini, Carrà, Severini, Savinio, De Chirico, De Pisis, Morandi, Casorati, Funi, Campigli, Donghi, Martini, Rosai (trattato qui), Pirandello, Maccari, Mafai, Manzù, Guttuso.


La mostra riprende le principali occasioni in cui gli artisti si prestarono a celebrare l’idea e i miti proposti dal Fascismo, ma affronta anche il legame culturale e formale con la prospettiva razionalista e il dibattito sulla necessità di appigli col classicismo in architettura e nell’urbanistica, l'utopia sull'armonia degli spazi in cui vivere e la coerenza culturale e nazionale dei suoi simboli.

(Giò Ponti, I progenitori, 1925)

La presentazione di realizzazioni urbanistiche e architettoniche mostra le realizzazioni anche di  Forlì e vari centri della Romagna: dipinti, sculture, cartoni per affreschi, opere di grafica, cartelloni murali, mobili, oggetti d’arredo, gioielli, abiti, offrono una fruizione simbolica del nesso tra arti e vita. L’obiettivo era ridefinire ogni aspetto della realtà passando dal mito classico a una mitologia possibile del presente.

(Achille Funi, "La Terra"...oltre a questo notevole, 
presenti altri dipinti sul tema dell'agricoltura, dei frutti della terra, della nobiltà del coltivare, del valore della bonifica dei terreni)

L’artista, sempre per Bontempelli, ha il compito di “inventare miti, favole, storie, che poi si allontanino da lui fino a perdere ogni legame con la sua persona, e in tal modo diventino patrimonio comune degli uomini e quasi cose della natura”.

Ancora, Pittori come Severini, Casorati, Carrà, De Chirico, Balla, Depero, Oppi, Cagnaccio di San Pietro, Donghi, Dudreville, Dottori, Funi, Sironi, Campigli, Conti, Guidi, Ferrazzi, Prampolini, Sbisà, Soffici, Maccari, Rosai, Guttuso, 
e Scultori come Martini, Andreotti, Biancini, Baroni, Thayaht, Messina, Manzù, Rambelli mostrano comunque anche l'eterogeneità delle tendenze tra i poli del Novecento quali Metafisica, Realismo Magico, Déco e varie mitologie.


Tirando le somme, si nota ancora il superamento della pittura da cavalletto per riprendere il rapporto tra pittura e architettura, quindi il ritorno al Quattrocento italiano con ispirazione da Giotto, Masaccio, Mantegna, Piero della Francesca, da cui si mutua un  realismo preciso e tradizionalmente italiano. 

(Mario Sironi, Italia Corporativa, 1936)

Sono anche questi gli ingredienti dello stile di quest'epoca: rivalutare formalmente il Quattrocento e l'Antichità Classica non significava nemmeno recidere i legami con l’arte contemporanea europea. Infatti già Picasso e Derain, dal secondo decennio del Novecento avevano fatto lo stesso percorso, passando dalla scomposizione e dall’astrazione cubista alla ricomposizione della figura e a una nuova classicità in cui venivano presi a modello l’antico e la tradizione italiana.


Il Novecento passa con disinvoltura dall’arte alta agli oggetti della vita quotidiana, dove si respirava la stessa atmosfera di ritorno alla misura classica, anche nella manipolazione di materiali preziosi. Ecco allora mobili e vari oggetti di arredo disegnati da Piacentini, Cambellotti, Pagano, Montalcini, Muzio, Giò Ponti e i gioielli di Alfredo Ravasco. Mai come nel Novecento anche le vicende della moda si intrecciarono e si identificarono con quelle della cultura e della politica, originando, tra sogno parigino e l’autarchia, la prospettiva dell'alta moda italiana.

(Antonio Donghi "Le Maschere"-Carnevale)

Sul luogo della mostra: a piano terra è una ricerca di testimoni dell’Italia del Ventennio e anche su Mussolini, mentre il primo piano sonda i temi.
Il percorso è suddiviso in 14 sezioni che toccano i temi affrontati nel Ventennio dagli artisti che hanno aderito alle direttive del regime, partecipando al concorso e accettando le commissioni pubbliche, e quelli che hanno partecipato a quel clima, alla ricerca di un nuovo rapporto tra le esigenze della contemporaneità e la tradizione, tra l’arte e il pubblico, fino alla crisi del sistema.

(Gerardo Dottori, "Flora", 1925)

Una mostra molto ben fatta, documentata da un punto di vista storico fino all'inverosimile (compresi arredi, oggetti, depliant, che possono spaziare dalla cultura popolare, fino contadina a quella altoborghese),
su una stagione,

(Cesare Sofianopulo, Maschere)

l'ultima,
che ancora poteva dirsi completamente "Italiana".

Josh

post (in qualche modo) correlato

invece un esempio di arte contemporanea

Forlì, Musei di San Domenico

2 Febbraio 2013 - 16 Giugno 2013
Telefono: 199757515; Visite guidate e laboratori 02.43.35.35.20
E-mail: servizi@civita.it
Orario: da martedì a venerdì: 9.30-19.00; sabato, domenica, giorni festivi: 9.30-20.00. Lunedì chiuso.
Biglietto: Intero € 10,00 Ridotto € 8,00 (per gruppi superiori alle 15 unità, minori di 18 e maggiori di 65 anni, titolari di apposite convenzioni, studenti universitari e residenti nella provincia di Forlì-Cesena) Speciale € 4,00 (per scolaresche - scuole primarie secondarie
Note: La visita è regolamentata da un sistema di fasce orarie, con ingressi programmati. Prenotazione obbligatoria per gruppi e scuole e consigliata per singoli. Il biglietto della mostra consente la visita alla Pinacoteca Civica