venerdì 6 novembre 2009

Land of Plenty e la fine del sogno americano


Ho visto in dvd, un film che mi era sfuggito : Land of Plenty (La terra dell'Abbondanza) di Wim Wenders (2004), ispirato nel titolo ad una ballata di Leonard Cohen. Non l'ho trovato cinematograficamente convincente e condivido questa recensione.  Tuttavia il dvd contiene un' interessante intervista interna dell'autore che merita attenzione. Premetto che Wenders non è un Michael Moore qualsiasi, ma al contrario, è innamorato di questo grande e contradditorio paese. Si trovano tracce evidenti  di cinema americano ( in particolare, dei road movie) nei suoi film  "L'amico americano", "Alice nella città" e soprattutto "Paris Texas".




Quando si parla di crisi, lo si fa in concomitanza col crollo del Sogno Americano (American Dream).  Ma che cos'è davvero questo Sogno?
 In un certo senso ha a che fare con l'essenza della loro Costituzione "The pursuit of Happiness" (il diritto per ogni uomo a perseguire la sua felicità individuale)  e secondo Wenders è un mito fondativo del XVIII e XIX secolo inventato dagli europei  che migrarono in America alla ricerca dell'Eldorado, dovendo mostrare che lasciandosi il vecchio continente alle spalle, il passaggio a  nuova vita non poteva che contenere elementi mitizzati che la rendevano particolarmente allettante. E' un mito sopravvissuto e divulgato nel grande cinema statunitense, che ha finito per esserci venduto quasi come un "prodotto" pubblicitario. "Gli americani" – dice il regista  tedesco – sono un ottimo soggetto di studio, in quanto hanno colonizzato il nostro inconscio" (intervista sul suo film Land Of Plenty). 
Lost people, li definisce lui, cioè persone smarrite, disperse e in un certo senso "scollegate dalla realtà in quanto sono abituate a credersi il centro del mondo". Ma appena viaggiano ed escono da questo epicentro, restano stupite nel constatare quante  ostilità sappiano suscitare  nel mondo e ne hanno un profondo choc.  L'America – dice Wenders – è un ricco paese, ma anche profondamente povero. E non solo per l'esercito dei senzatetto, degli homeless che sono numerosi in molte città, ma soprattutto  povero culturalmente e spiritualmente.
Non dimentichiamoci mai che in America la cultura e l'educazione di un certo livello si pagano e che non tutti vi hanno accesso.
Il patriottismo è il cibo di cui si nutre la propaganda che lo istilla agli Americani di tutti gli strati sociali. Ma lo cosa più sorprendente , è che questo patriottismo e questo sogno venga istillato in particolare alle classi meno abbienti. Sono queste, alcune delle considerazioni di Wim Wenders contenute nel dvd del suo film.
 Nei giorni più neri della crisi legata ai mutui subprime, scaturita nel 2007, erano proprio coloro i quali vivevano nelle tendopoli che avevano la bandiera americana a stelle e strisce che sventolava sulle loro tende o sulle roulotte. Questo è ad un tempo, la loro forza (poiché crea coesione)  e la loro debolezza (poiché mostra scarso spirito critico).
Si diceva  poc'anzi che il sogno americano è un prodotto che sono riusciti a vendere e che fa parte dei miti fondativi. Oggi, però,  questo sogno si è trasformato in un incubo, a causa della debt economy (l'economia a debito) le cui ingenti perdite, vengono spalmate per tutti i paesi del mondo (compreso il nostro). Epperò il sogno è stato impacchettato e diffuso attraverso le tv, Internet, i main streams e i grandi media per i paesi del Sud del mondo , paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina. Nel contempo, dopo la Caduta del Muro e la fine della Guerra Fredda, la nozione di America si è allargata alla nozione più generica di "Occidente" (West).  Cioè tutti noi:  americani ed europei che dir si voglia.
Ecco perché assistiamo a queste bibliche masse in spostamento dai paesi del Terzo mondo verso di noi in cerca dell'Eldorado Occidentale. E le ragioni sono le stesse che caratterizzarono gli spostamenti degli europei nel Continente nuovo: il mito della terra promessa, della terra dell'opulenza, il mito dell'opportunity, vero o falso che sia. In questo quadro, ecco che ha un senso produrre per il mercato globale, ivi compreso quello asiatico,  film come The Millionaire di Danny Boyle, dove la favola del self made man che persegue la sua felicità , ovvero il suo benessere (un piccolo indiano che vive negli slums e che poi diventa immensamente ricco, dopo aver partecipato a uno di quei quiz televisivi) si trasferisce in India, secondo i dettami della nuova globalizzazione. Ma il sogno, gira e rigira  è sempre quello. E non è un caso che fosse venduto e impacchettato  proprio   nei giorni del fallimento della Lehman & Bros.
Non ci credono nemmeno più gli Americani  al "sogno", non ci crediamo noi Europei,  ma in giro per il mondo dei "candidi" disposti a crederci ancora, si devono trovare: per amore o per forza.  

Hesperia 


giovedì 29 ottobre 2009

Telemaco Signorini e non solo.

Telemaco Signorini nasce a Firenze nel 1835. Fa parte della corrente dei Macchiaioli, ma si distingue per scelte d'arte personali: da caratterizzazioni sociali in alcuni temi, a influssi espressivi che ricevette dai numerosi contatti illustri, e per l'elaborazione di un forte linguaggio. La pittura dei macchiaioli ha una trama di relazioni con l'impressionismo anche se sviluppa una propria 'estetica' della macchia; nei soggetti ha attinenza con il verismo sociale e il naturalismo, è intrisa talvolta di realismo e descrittivismo. A volte convivono una rappresentazione sentimentale accanto a una 'documentaria' più tipicamente veristica, talvolta gli studi vengono svolti rigorosamente dal vero e anche la fotografia inizia ad essere usata per studiare la luce. Il gusto descrittivista può però spingersi fino al bozzetto, come in "La toeletta del mattino" (1898, opera tarda di Signorini, morirà nel 1901) che risente degli influssi di Degas:



Oltre all'amata Toscana, alle campagne, Signorini fu a Venezia, presso le Cinque Terre, Roma, Napoli. Conobbe Giuseppe De Nittis. I macchiaioli italiani hanno dato vita a un'esperienza pittorica originale e degna di coesistere a fianco di altri movimenti internazionali. Signorini in particolar modo è artista conosciuto e quotato anche all'estero. Si tratta nel suo caso non solo dello stile della 'macchia', ma di un approfondimento di luminosità, volumi e profondità, una sorta di drammaturgia della luce.
"Non potendo aspettare" (Signorini 1867)



La particolarità della Mostra (fino al 31 gennaio 2010 a Palazzo Zabarella a Padova) si evince già dal titolo
"Telemaco Signorini e la pittura in Europa": oltre alle opere del Nostro si avrà occasione di vederne molte altre estere, per mettere in relazione differenti sensibilità e le correnti europee tra loro.
Signorini a Firenze frequentò il circolo degli intellettuali inglesi, fra cui Joseph Middleton Jopling, amico del preraffaellita John Everett Millais, http://it.wikipedia.org/wiki/John_Everett_Millais
a Parigi conobbe Zola, Manet e Degas, in occasione dei soggiorni in Francia ed Inghilterra. La mostra testimonia la sua evoluzione artistica, dalle prime esperienze all’influenza di Courbet, fino all’ultima stagione segnata dall'elemento della figura umana, con uno scorcio importante della pittura europea fine 800.
Tra il centinaio di opere esposte, anche il famoso Degas "L’Absinthe" (1876) offerto dal Museo d'Orsay, qui http://it.wikipedia.org/wiki/L%27assenzio (non solo un liquore, ma un vero fenomeno sociale).
In più, presenti opere di Tissot, Decamps, Troyon, Toulouse-Lautrec, Corot, Courbet, Rousseau, Stevens, Sisley…
Uno dei leitmotiv della mostra è accostare, per esempio, gli interni di Signorini a quelli di Degas o di Toulouse-Lautrec, o mostrare le stesse vie di città italiane, francesi, inglesi, rappresentate da pittori differenti. Tra i più suggestivi di Signorini, nell'adesione alla poetica del vero della tranche de vie cittadina, sono (qui sotto) "Pontevecchio" a Firenze (criticato all'Esposizione Nazionale a Torino del 1880 per la sua fotograficità), e "Una Via di Edimburgo":





Simbolo della mostra è “Alzaia” di Signorini del 1864: uomini raffigurati nello sforzo di trascinare controcorrente un pesante naviglio, che nel quadro non compare,
Famoso anche il suo “Sala delle agitate al san Bonifazio di Firenze” per l'attenzione di Signorini a emarginati e disadattati. L'immagine dal manicomio è impostata in prospettiva obliqua e la drammaticità è sottolineata dall'ampiezza dello stanzone, immerso nella luce biancastra, su cui si stagliano impersonali le figure, qui http://www.retepiacenza.it/UserFiles/Image/arte/Telemaco%20Signorini.jpg

Qui ancora "Novembre" e "Sulle colline a Settignano"
















Palazzo Zabarella, Padova: tutti i gg 9.30-19.30
chiuso il martedì se non festivo
Ingresso: intero euro 10; ridotto euro 5
Per informazioni: 049 87 53 100
199.199.100
Josh



giovedì 22 ottobre 2009

Marco d'Aviano, santo ed eroe dimenticato

Il suo Barbarossa è nelle sale, e Renzo Martinelli è già da tempo impegnato alla preparazione del suo prossimo film: Marco d'Aviano . Dovrebbe essere un film ancor più spettacolare del Barbarossa; infatti, se in questo ha dovuto ricostruire la Milano del XII secolo, nel Marco d'Aviano dovrà ricostruire la Vienna di fine '600. A rendere colossale il film, poi, ci dovrebbe essere la scena principale, la quale dovrebbe riguardare l'assedio di Vienna, iniziato il 12 luglio 1683 con l'arrivo delle prime avanguardie turche nei sobborghi di Vienna. La consistenza dell'esercito turco, al completo, è stata variamente valutata in 200.000 - 300.000 uomini, ma è più verosimile fossero all'incirca 140.000. Ammettendo per buono questo dato, sarebbero comunque stati il doppio rispetto alla coalizione formata da forze austriache, sveve, bavaresi, sassone, francone assommanti a 70.000 uomini, di cui 30.000, ben addestrati, provenivano dalla sola Polonia, comandati da re Giovanni Sobieski. I preparativi per la battaglia furono intrapresi la sera dell'11 settembre; l'indomani, domenica 12 settembre 1683, ebbe luogo quella che viene ricordata come la battaglia di Vienna ; una battaglia dal cui esito sarebbe dipeso il futuro corso della storia europea. In caso di vittoria ottomana, infatti, l'Europa sarebbe stata islamizzata di forza. E secondo il terribile progetto del gran visir Kara Mustafà, progetto che in Europa si credeva o si pensava di conoscere, questi aveva in mente di "espugnare Vienna e Praga, frantumare le forze di Luigi XIV sul Reno, e marciare su Roma per fare di San Pietro le scuderie del sultano".
Con un impiego di forze di quella proporzione, Vienna - assediata e parzialmente svuotata da suoi abitanti, datisi a precipitosa fuga nell'imminenza del pericolo - secondo quel progetto turco, sarebbe dovuta capitolare in pochi giorni. Invece resistette ad oltranza, dando così modo alla coalizione amica di organizzare gli aiuti. I viennesi sentivano che la posta in gioco era troppo grande: Vienna era considerata l'ultimo baluardo contro l'avanzata irrefrenabile dell'islam, che era culminata nel 1453 con la conquista di Costantinopoli (ora Istanbul) da parte dei turchi ottomani; impresa che aveva posto fine all'Impero Romano d'Oriente, o Impero Bizantino.
Il regista dovrà anche saper rappresentare il terrore patito dal popolo viennese durante i tremendi due mesi dell'assedio: "i bastioni non erano fortificati e muniti, i cannoni scarseggiavano, mentre dall'alto delle mura gli assediati potevano vedere le tende mussulmane che si stendevano a perdita d'occhio nei dintorni". Il terrore dei viennesi veniva anche alimentato dai racconti di quanto avvenuto 112 anni prima, nel 1571, nell'isola di Cipro, presa ai veneziani dall'assalto dei turchi. Era successo un fatto terrificante, di bestialità e crudeltà inaudita, oggi minimizzato e quasi trascurato dalla storia; una storia di cui rimando la lettura attraverso Wikipedia, riguardante l'assedio di Famagosta e l'orribile assassinio del suo Capitano Generale Marcantonio Bragadin , nonchè Governatore di Cipro (il fatto è descritto molto bene nel libro di Catherwood Christopher, "La follia di Churchill, l'invenzione dell'Iraq". Questi, con dovizia di particolari, ha descritto le atrocità compiute dai turchi ottomani che occuparono l'isola, e l'orribile fine cui fu sottoposta la numerosa scorta di Bragadin, andata là con lui in pompa magna, come fossero andati ad una festa, per firmare la resa e consegnare le chiavi della città. Erano completamente disarmati, in segno di pace). Tale fatto dovrebbe essere ricordato nel futuro film di Martinelli su Marco d'Aviano, per far capire agli spettatori la ragione di così grande paura nei confronti dei turchi ottomani. Famagosta, dopo 22 anni di ininterrotto assedio - forse il più lungo della storia - dovette capitolare, per stenti e fame; nè i residenti potettero contare su aiuti di esterni, o della madre patria Venezia, perchè impegnati nei preparativi per quella che sarebbe poi stata la battaglia che tanto ha influito sul successivo corso della storia: la battaglia di Lepanto , avvenuta il 7 ottobre 1571.
A padre Marco d'Aviano andrebbe riconosciuto il merito maggiore per la vittoria delle forze cristiane su quelle islamiche nello scontro decisivo di Vienna; lo si può intuire anche leggendo la sua biografia, unita agli atti per il processo di canonizzazione ( biografia di padre Marco d'Aviano ) . Eppure, nelle enciclopedie, nei libri di storia delle scuole superiori, almeno quelli più retrodatati, Marco d'Aviano non viene nemmeno citato. Completamente trascurato. Ne è riprova il fatto che, chiedendo in giro chi sia Marco d'Aviano, pochi o nessuno saprà rispondere; dovrebbe essere almeno conosciuto in Polonia e in Austria, sua patria adottiva, e soprattutto a Vienna, dove è sepolto, vicino ai reali d'Austria. Una rivalutazione, una riscoperta del beato, da quelle parti, pare sia però avvenuta solo di recente; prima, sembra sia stato dimenticato anche là. Infatti, quando nel 1883 "si celebrò solennemente il secondo centenario della liberazione di Vienna, nei discorsi e nelle commemorazioni di circostanza non ci si ricordò nemmeno di un certo padre Marco d'Aviano, il quale era stato, vedi combinazione! - una delle cause determinanti della grande vittoria che aveva salvato Vienna, l'impero, l'Europa. Dato il tempo e il luogo, non si può certo dire che si trattasse di un silenzio casuale". E sarà forse stato anche per la probabile venerazione di cui dovrebbe godere in Polonia, che papa Wojtyla, il papa polacco, prima di morire, ha voluto beatificarlo, domenica 27 aprile 2003, chiudendo il lungo processo di beatificazione e canonizzazione . Durato 300 anni, era iniziato nel 1703, dopo appena 4 anni dalla morte di padre Marco d'Aviano (beatificazione di padre Marco d'Aviano).

Marco d'Aviano, una vita da santo eroico, tutta spesa per la conservazione dell'indipendenza politica e religiosa dell'Europa dall'invadenza islamica turca ottomana. Santa, la prima parte della vita, anche per i miracoli documentati, che gli sono stati attribuiti; defatigante la seconda, per i numerosi viaggi - molto disagevoli per quell'epoca - compiuti per raggiungere le corti d'Europa, ove era molto richiesta la presenza di un frate già in odore di santità; santa ed eroica la terza ed ultima parte della vita, per la sua onnipresenza sui campi di battaglia, da Vienna, Buda, Belgrado, per sostenere e incoraggiare i soldati, spronandoli a combattere eroicamente per la salvezza del cristianesimo, e, con esso, dell'Europa.

Post correlati: Marcantonio Bragadin , Marco d'Aviano , Cavalieri di santo Stefano

venerdì 16 ottobre 2009

La lingua Italiana cambia: parole che vanno, parole che vengono


"La nebbia agli irti colli piovigginando sale e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar…"
La nostra bella lingua, così musicale, così elegante, così ricca di vocaboli sta morendo. L’allarme lo lancia lo Zingarelli segnalando, nell'edizione 2010, oltre 2800 parole da salvare. Voci come ciarpame, esimio, fronzolo, vaghezza, protervia, garrulo, fragranza, solerte, sapido, fulgore, così ricche di sfumature ed espressività, stanno finendo nel dimenticatoio per mancanza di originalità e ignoranza. Il loro uso, infatti è divenuto meno frequente perché i media privilegiano sinonimi più sbrigativi: profumo invece di fragranza, saporito invece di sapido, chiacchierone al posto di garrulo e via dicendo. Poca fantasia e pigrizia mentale contribuiscono all’appiattimento della nostra bella lingua.
C’è il rischio che un domani raccontando di uno “zotico che con roboante protervia arringa una garrula e vetusta signora”, il nostro interlocutore ci guardi come se parlassimo arabo.

Le domande aperte secondo la Zanichelli, casa edistrice della Zingarelli sono numerose.
Può fare a meno la nostra bella lingua di vocaboli affascinanti come ghirigoro? O beffardo? O Ghiribizzo? O l’onomatopeico ondivago? Dove finirà la buona creanza? E l'eloquio forbito? Lucio Battisti non potrebbe più cantare una “giornata uggiosa”. E come descrivere Zio Paperone meglio che con il termine taccagno? Sono parole che rendono il lessico più variopinto e più interessante, la lingua italiana più ricca e completa.

Ma lo Zingarelli 2010 guarda anche al nuovo italiano registrando oltre 1.200 nuove parole, in gran parte termini inglesi e provenienti dalla politica e dall’attualità. Entrano infatti la ormai famosa Social Card, i Pro Choice e i Pro Life ispirati dai dibattiti etici. L’acronimo, NIMBY “not in my back yard", tradotto "non nel giardino di casa mia".
Il Nerd, cioè il “secchione” Usa, imbranato, protagonista di libri e film. A proposito di secchioni c'è anche Ottista ossia lo studente che prende tutti otto; la lotta brasiliana Capoeira e la ginnastica Pump.
Ci sono anche dei nuovi modi di dire: una persona seducente è da Acchiappo specie se frequenta un ritrovo di Vipperia, dove si consuma Finger Food (cibo che si mangia con le mani). Traduttese è una traduzione troppo letterale e contorta. E ancora Instant messaging (scambio di messaggi in tempo reale attraverso la rete).
Il dizionario apre, anche alla famiglia omogenitoriale, formata da una coppia dello stesso sesso e figli, introducendo per o meno nella lingua italiana, l’adozione gay…
Non posso fare meno di essere rammaricata per questa trasformazione del nostro vocabolario, dietro ad ogni parola c’è la storia del nostro Paese, un passato in cui certi valori erano assoluti, dove "il bianco era bianco e il nero era il nero", e il relativismo non esisteva; in cui in famiglia c’erano una mamma e un papà e in cui noi bambini con i nostri grembiulini e il fiocco azzurro imparavamo l’italiano forbito e ad amare la nostra Patria.
Aretusa

giovedì 8 ottobre 2009

Polanski, l'estetico, l'etico e il comune senso della giustizia

Il caso Polanski si tinge di giallo. Secondo le ultime rivelazioni del Los Angeles Time pare che l'UBS (la potente banca svizzera) l'abbia venduto alla giustizia in cambio di una riduzione drastica della lista degli evasori americani ospitati nelle sue filiali elvetiche. Leggere questo articolo di Guido Olimpio sul Corsera. Comunque sia, sconcerta il fatto che quegli elementi orrorifici e perturbanti e che il regista ebreo-polacco naturalizzato francese ha inserito in numerosi suoi film (da Repulsion, all'Inquilino del terzo piano, a Rosemary's baby, per citarne solo alcuni) abbiano sorprendentemente fatto irruzione nella sua vita, massacrandola.






Molte cose continuano a essere poco chiare di quella lontana Strage di Bel Air nel 1969. Perché, ad esempio lui non si trovava accanto alla moglie incinta del nono mese? Perché un ospite famoso suo amico , lo scrittore ebreo-polacco di stanza in America Jerzy Kosinski (autore di Presenze, il libro da cui fu tratto il film "Oltre il giardino"), ha declinato l'invito all'ultimo minuto e si aggirava invece nell'aeroporto di S.Francisco senza prendere l'aereo mentre avveniva il macello nella villa? Quel Jerzy Kosinski che poi si suicidò e non poté mai testimoniare.

Stupisce inoltre che dopo un dolore che avrebbe fiaccato e piegato la tempra di un qualunque uomo normale, Polanski si desse a orge con uso di coca che contemplavano la violenza sessuale su una tredicenne stordita da stupefacenti proprio da lui somministrati. Intendiamoci, uno non è obbligato a fare il vedovo inconsolabile vita natural durante. Ma detto ciò, esiste modo e modo di consolarsi.






Pare che Roman Polanski fosse esperto in magia nera. E del resto l'elemento paranormale e
parapsicologico ha un posto rilevante nella sua produzione filmica. Che consumasse fiumi di cocaina (come da norma hollywoodiana), che avesse già praticato la pedofilia e altre ombre e vizi della sua vita.





Inutile appellarsi al concetto di prescrizione, dato che in Usa i reati non cadono mai in prescrizione. Inutile dire che è un vecchio 76 enne visto che poi ci sono vecchi prigionieri di guerra di 94 anni che si fanno regolarmente la galera. Inutile dire quel che a tutta prima ho pensato anch'io: che a distanza di oltre 30 anni una giustiza che ti raggiunge non è più tale. Polanski non si è fatto la galera semplicemente perché, quando ebbe sentore degli addebiti a suo carico, tagliò la corda. Quindi non si possono fare sconti di pena a chi scappa e si sottrae alle sentenze.




Questo per la cronaca. Vorrei però parlare dei suoi film, di cui sono sempre stata grande estimatrice.




Fin dal suo apparire su mercato filmico l'ho trovato eccentrico, con un gusto per il grottesco e geniale. Cul de sac (forse uno dei miei preferiti) è una commedia grottesca e grand guignol dalle atmosfere beckettiane. Rosemary's Baby con una quasi esordiente Mia Farrow (foto a destra) è l'irruzione del demonico nel domestico, ma anche l'ineluttabilità di sfuggire al Male, laddove l'Anticristo nasce a Hollywood e a NY. Quel male che poi sembrò tracimare dalla trama filmica per riverberarsi nella sua vita privata nella famigerata e maledetta notte dell'Helter Skelter (ovvero del sottosopra, la scritta col sangue dello stragista Charles Manson sui muri della villa di Bel Air).



Chinatown è un bel noir dove l'intrigo si dipana senza venire mai a capo di nulla. Celebre la frase finale e fatalista: "Lascia stare Jack, questa è China town". Con Tess d'Uberville interpretato da Nastassia Kinski (foto in basso) entra nel decorativismo (ancorché un po' formale) del grande romanzo classico di Thomas Hardy.






Non tutte le ciambelle riescono col buco e "Pirati" è decisamente un fim non riuscito. In fondo la commedia, quando non è grottesca non è il suo forte e lo si è visto anche in What? (Che?) .


Ma "Frantic" riannoda le file di una classicità hitchcockiana perduta. Atmosfere sado-maso e teatro delle crudeltà, in un thriller per i diritti umani, ne "La morte e la fanciulla" con una bravissima Sigourney Weaver. Mentre ne Il pianista, il sublime sconfigge l'inferno della IIa guerra mondiale e della Shoah con un toccante messaggio di riconciliazione tra il pianista ebreo-polacco Szpilsman ridotto a relitto umano per la fame e l'ufficiale tedesco che gli porta da mangiare nella soffitta in cui si nascondeva.



Ora compiaono su molte testate articoli pro Polanski e contro Polanski (gli ultimi dei quali sono a firma di Christopher Hitchens e Bernard Henry Lévy). Con troppa tempestività sono comparsi appelli a favore della sua scarcerazione, appelli a mio avviso superficiali, giustificazionisti, conformisti e incoscienti all'insegna di un banale e poco riflettuto spirito di corpo da parte dei suoi colleghi registi e attori. Ma anche da parte di politici francesi del governo Sarkozy, ansiosi di mettersi in vista. Tra le adesioni di spicco quella Frédérick Mitterand (nipote dell'ex Presidente e attuale ministro della Pubblica Istruzione francese) il quale è, a sua volta, nel vortice di uno scandalo, poiché ha praticato turismo sessuale con minori in Thailandia.
Con altrettanta foga è nato il controappello di Libero affinchè il regista polacco si faccia tutta la galera.

Se dovesse essere vera la tesi che la Svizzera dei banchieri lo ha barattato per non restituire all'America il resto del malloppo degli speculatori ed evasori fiscali (che sono circa 13.000) che hanno provocato la crisi, sarebbe un'ennesima mossa diabolica all'insegna dell'Anticristo: la consegna di un capro espiatorio che non può definirsi nemmeno tale, poiché colpevole. Ecco perché mi rifiuto di firmare appelli pro Polanski o contro Polanski, visto l'ingarbugliamento della vicenda dai risvolti poco chiari.

Un Oscar alla carriera, però, glielo assegnerei volentieri. Magari mentre se ne sta in prigione a scontare il suo debito con la giustizia. Poiché l'estetico non può sovrapporsi fino ad annullare l'etico, senza cadere in un nichilistico e dannoso superomismo.


Autore: Hesperia

sabato 26 settembre 2009

Declinazione di grigio


Declinazioni di Grigio ...grigio fumo di Londra, grigio plumbeo, grigio-gatto certosino, grigio tortora, neogrigio....Data la stagione, in realtà, il pensiero corre ai Crepuscolari.

Questi poeti non corrispondono ad un vero movimento organizzato, il loro stesso nome non nasce per intento programmatico ma dal critico G.A. Borgese che chiamò la loro poesia 'crepuscolare' in un articolo sulla Stampa del 1 sett. 1910, su Moretti, Fausto Maria Martini, Carlo Chiaves. Più che di poetica o di manifesto è il caso di parlare di condizione come sostiene N. Tedesco in "La condizione crepuscolare".
In questa poesia assistiamo al distacco dagli statuti alti della tradizione, e alla ricerca di toni bassi: le influenze vanno dal simbolismo francese a Verlaine, alla tradizione fiamminga del piccolo quadretto di genere fino a Maeterlinck, Rodenbach (se ne parlava anche qui ), Samain, Laforgue, alla disillusione dell'Ottocento appena trascorso, a figure di decadimento, estenuate dalla consunzione, presenti nell'immaginario europeo a cavallo tra '800 e '900, che in piccola parte si potevano notare anche nel Poema Paradisiaco di D'Annunzio e in certi passaggi di Pascoli.

La poesia, dopo il tramonto della classicità, diviene depositaria di situazioni quotidiane della vita piccolo-borghese, il quotidiano retrò e démodé balza in primo piano, piccole tristezze, campanili nella nebbia, strade di ectoplasmatiche cittadine anonime e ansiogene, teatrini di marionette, povere cose consumate e abbandonate, anonimato ospedaliero, a tratti un Cattolicesimo mummificato, di maniera, suggestivo quanto solo scenografico, esteriore ed estetizzante, fatto di forme e riti (mentre all'epoca in realtà si dibatteva con lo scisma interno del Modernismo), sanatori e grigiore di periferia.
Facendo propri questi ingredienti il poeta scende dal piedistallo Autoriale su cui ancora Pascoli e D'Annunzio erano ben assisi, e cerca una poesia della medietas, con una voce flebile: il significato risiede piuttosto in un sentimento situato "oltre" questi elementi.
I Crepuscolari elevano a poesia aspetti umili del quotidiano, svuotandoli però di quell'altezza e di quel simbolico che invece era tipico del Pascoli. Il mondo crepuscolare rappresenta più spesso la noia, il grigiore, l'incapacità di dare un significato all'esistenza e di aderire con passione a un'ideale. Il fanciullino pascoliano, portatore invece di sacralità e umanità, qui è ridotto a un fanciullo esangue e malato.
La forma stessa vira ormai verso la prosa, spesso è presente un senso irresistibile di Vanitas Vanitatum, disincantato e ironico.
Un campionario di temi crepuscolari è nella lettera di Corrado Govoni a Gian Pietro Lucini (11 febbraio 1908, in Gian Pietro Lucini, "il verso libero", Mi 1908, pp.646-648)
"le cose tristi, la musica girovaga, i canti d'amore cantati dai vecchi nelle osterie, le preghiere delle suore, i mendicanti pittorescamente stracciati e malati, i convalescenti, gli autunni melanconici pieni di addii, le primavere nei collegi quasi timorose, le campane magnetiche, le chiese dove piangono indifferentemente i ceri, le rose che si sfogliano su gli altarini nei canti delle vie deserte in cui cresce l'erba"

Amedeo Bocchi, "Malinconia", 1927 (Roma)



Ma è proprio solo degli artisti riuscire a realizzare anche da questo apparentemente limitato e basso bric-à-brac, una poesia che comunichi ancora sensazioni anche se "perplesse", un senso della vita nell'apparente nonsenso. Montale definiva Gozzano "il primo che abbia dato scintille facendo cozzare l'aulico col prosaico": andando oltre le parole, nei Crepuscolari maggiori è grande la capacità poetica di mostrare l'ansia dell'eterno, le aspirazioni infinite della passione e del sogno in contrasto spiazzante con la finitezza della morte,con vite convenzionali, con il ridicolo, avvertendo un continuo senso di estraneità e permeando ogni visione con quell'idea che le "rose migliori son quelle che non colsi".
I testi sarebbero troppi, ecco solo qualche passaggio da Guido Gozzano: da "La via del rifugio" :
Socchiusi gli occhi sto/ supino nel trifoglio,/ e vedo un quatrifoglio/che non raccoglierò;
da "I colloqui" : Non vissi. Muto sulle mute carte/ ritrassi lui, meraviglioso spesso./ Non vivo. Solo, gelido, in disparte,/ sorrido e guardo vivere me stesso da "Pioggia d'agosto": Tu non credi e sogghigni. Or quali cose/ darai per meta all'animo che duole?/ La Patria? Dio? l'Umanità? Parole/ che i retori t'han fatto nauseose...
da "I Sonetti del ritorno": Sui gradini consunti, come un povero/ mendicante mi seggo, umilicorde:/ o Casa, perchè sbarri con le corde/ di glicine la porta del ricovero?
da "La Signorina Felicita": Bellezza riposata dei solai/ dove il rifiuto secolare dorme!/ In quella tomba, tra le vane forme/ di ciò ch'è stato e non sarà più mai,/ bianca bella così che sussultai/ la Dama apparve nella tela enorme da "In casa del sopravvissuto": "Reduce dall'Amore e dalla Morte/ gli hanno mentito le due cose belle!/ Gli hanno mentito le due cose belle:/ Amore non lo volle in sua coorte/ Morte l'illuse fino alle sue porte,/ ma ne respinse l'anima ribelle.






Stralcio a memoria) "Veramente la mia stanza modesta/ è la reggia del non essere più/ del non essere ancora. E qui la vita/ sorride alla sorella inconciliabile/ e i loro volti fanno un volto solo....
Autore : Josh



domenica 13 settembre 2009

A Venezia una passerella rosso shocking:cala il sipario

A Venezia una passerella rosso shocking o parafrasando un altro celebre film Morte (del Cinema) a Venezia, finalmente é calato il sipario sulla ormai “famigerata” più che famosa 66ima Mostra del Cinema, dove il cinema è stato umiliato e calpestato per fornire un palcoscenico sfavillante ai soliti riti autoreferenziali di una sinistra povera di idee, ma sempre piena di sè.
Il clou della demenzialità è stato ospitare lo show propagandistico del 'dittatore 'Chàvez. Una “fiction” in piena regola, con venezuelani, trasportati e pagati dal governo del Venezuela, che cantavano l'inno nazionale e che hanno accolto garruli e festosi il caudillo di Caracas (pena la perdita del posto di lavoro). Federico Accorsi lo ha denunciato con una lettera destinata al direttore della Mostra Marco Muller: "Nel Paese sudamericano gli impiegati pubblici vengono costretti ad assistere alle marce, pena il licenziamento. Autobus rossi del governo e pullman affittati, trasportano gente umile che si accontenta di elemosina.”

Ad umiliare il Cinema, comunque sarebbe bastata la vergognosa presenza di Oliver Stone, confezionatore di santini per autocrati e del suo “South Of The Border” elegia di un dittatore, Chàvez appunto, che nel suo paese ha chiuso una decina giornali. Chiusi. Punto. Non querelati. Chiusi. E che, un giorno si e l’altro anche minaccia gli altri giornali della medesima sorte. Stessa faccenda per le televisioni ne ha già chiuse almeno tre. Chiuse. (e non elenco tutte le sue altre esternazione di massima democrazia che toccano altri campi economici, politici ecc.), notizie di prima mano di un blogger che vive da quelle parti e comunque reperibile sulla stampa estera in internet.
Or bene quando Chàvez è entrato in Sala Grande, accanto all’amico americano anti-americano Oliver Stone, la platea di poveri beoti e “ananeurizzati” rossi è scattata in una standing ovation, con gridolini osceni di “Viva la Revolución”!
Quale “Revolución” quella che schiaccia i diritti del popolo?
E poteva mai mancare Michael Moore grande estimatore della sanità cubana, in concorso con "Capitalism: a love story", che si è premurato di dare un consiglio a noi poveri “mentecatti” che votiamo Silvio Berlusconi: “Cercate di risolvere il problema Berlusconi e fatelo in fretta, perché non ci state facendo una bella figura, come italiani".
Forse l’ingombrante (in tutti sensi) Moore non sa, essendo ammiratore di Castro al pari del suo compatriota Stone, che in Italia ci sono LIBERE elezioni e quindi, non c’è modo di “sbarazzarsi in fretta” di Berlusconi, che eletto, ha il diritto/dovere di governare fino alla scadenza della legislatura. Ogni altro modo di “liberarsi in fretta” di lui, chiamasi golpe e nulla ha a che fare con la democrazia, anzi è quella brutta abitudine propria dei regimi dittatoriali, tanto cari ai due paladini del più becero luocomunismo globalizzato.

In chiusura di questa triste parata non poteva mancare l’opportunista ideologizzato per eccellenza, quello che sputa nel piatto dove mangia.
Michele Placido che prende quattrini dalla Medusa per fare i suoi film e nel contempo si dedica al più trito anti-berlusconismo. Quando una giornalista gli ha fatto notare la “lieve” incongruenza di essere sul libro paga di colui che tanto aborre, Michele ha dato in escandescenze, dimostrando che tanto placido non è quando gli si scoprono gli altarini. Il suo film in concorso "Il grande sogno" è l’ennesima sviolinata sul ’68, perché se c’è un dato incontestabile, è che questi registi se la cantano e se la suonano, tanto anche se vanno in 5 a vedere le loro “opere” ci sono i finanziamenti statali.

E a proposito, il sessantottino Placido (firmatario dell'appello di Repubblica) ha deciso di fare il bieco forcaiolo e denunciare Brunetta per una frase lapidaria sui registi che usano e abusano dei finanziamenti pubblici nella quale non è nemmeno nominato, però si è sentito diffamato dall’accostamento dell’aggettivo “placida” a "leggermente schifosa", solo il Presidente del Consiglio non può querelare chi lo descrive come "porco" impotente e semi pedofilo, perchè in tal caso é minacciata la libertà di stampa.
Parafrasando Massimo Troisi, "Non gli resta che piangere".
Aretusa