Il mese di maggio è di solito (tempo permettendo) anche mese di gite e visite guidate nei luoghi ameni della nostra Penisola. Uno degli itinerari più frequenti è il Vittoriale di D'Annunzio a Gardone Riviera, detto da lui Il Vittoriale degli Italiani, dopo averrne espressamente per sua volontà fatto dono allo stato.
Il
Vittoriale degli Italiani fu la villa-museo dove
Gabriele D'Annunzio trascorse gli ultimi anni della sua vita e che successivamente donò al popolo italiano. Il Poeta morì il primo marzo
1938, ultimo giorno di Carnevale. Era un martedì e pioveva. Aveva vissuto a Gardone Riviera per 17 anni, giungendovi nel
1921.
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| La celebre Isotta Fraschini |
Al suo interno si trovano la Prioria (la casa del Poeta ) il Museo della Guerra, l’Auditorium, lo SVA 10 del volo su Vienna, la Nave Puglia, il Museo di Bordo, il Mas 96, il Mausoleo, le auto ( Isotta Fraschini e Fiat Tipo 4), il tutto in una cornice di parchi e giardini di rilevante significato storico-ambientale nonché botanico. Colpiscono i motti dannunziani posti bene in vista all'ingresso della cittadella: "Io ho quel che ho donato" in riferimento al Vittoriale stesso, una delle frasi predilette dal d'Annunzio che la fece incidere sui sigilli dorati con cui chiudeva le buste e sugli oggetti che usava.
E "né più fermo né più fedele" con un araldico levriero posto all'ingresso della Prioria.
Il Vittoriale custodisce migliaia e migliaia di oggetti, statue, ceramiche, vetri, tappeti, cimeli, arazzi, vestiario che ricordano i momenti eroici della sua vita; sono raccolti in stanze dai nomi simbolici. Spesso si sente dire che noi siamo ciò che mangiamo. Ma nel caso di D'Annunzio sarebbe il caso di dire che l'essere e l'abitare erano un tutt'uno inscindibile. Il Vittoriale è da considerarsi l'estensione fisica della poetica ed estetica dannunziana. Perfino gli arredi e le suppellettili così stipati fanno pensare non poco ad una sorta di horror vacui da parte sua. Trasformata e arredata dallo stesso Gabriele d'Annunzio, rappresenta una rara testimonianza di un personaggio eccentrico e di un’epoca: gli originali arredi, le collezioni di oggetti preziosi riflettono la personalità ed il “vivere inimitabile” del poeta. Elegante, raffinato, colto ed estroso Gabriele D'Annunzio ammette di essersi cimentato nel corso della sua vita nella ricerca costante del "superfluo", e pertanto rassomiglia al personaggio di Des Esseintes, il protagonista del celebre "A' rebours" (tradotto Controcorrente o A ritroso) di Huysmans. La casa, precedentemente di proprietà del critico d’arte tedesco Henry Thode, è denominata poi dal poeta Prioria ovvero casa del priore, secondo una simbologia conventuale che si ritrova in molte parti del Vittoriale. L'antica facciata settecentesca della casa colonica viene trasformata e arricchita dal Maroni, tra 1923 e il 1927, con l'inserimento di antichi stemmi e lapidi che richiamano alla memoria la facciata del Palazzo Pretorio di Arezzo. Il pronao d'ingresso, in stile Novecento, è decorato con due Vittorie attribuite a Jacopo Sansovino, mentre sul battente della porta, sopra una bronzea Vittoria crocifissa di Guido Marussig, si legge il motto Clausura, fin che s'apra - Silentium, fin che parli.
Stanza del Mascheraio
La stanza è così denominata dai versi sopra lo specchio del camino, composti in occasione della visita di Mussolini al Vittoriale nel maggio del 1925:
Al visitatore / Teco porti lo specchio di Narciso? / Questo è piombato vetro, o mascheraio. / Aggiusta le tue maschere al tuo viso / ma pensa che sei vetro contro acciaio.
Questa anticamera fungeva da sala d’attesa per le visite ufficiali. Al suo interno sono collocati circa novecento volumi, fra cui anche spartiti musicali ed una ricca collezione di dischi, una radio ed un grammofono. Da segnalare il lampadario in vetro di Murano raffigurante quattro cornucopie, il cavallo in bronzo di Dario Elting presentato all'Esposizione di Arti Decorative a Parigi nel 1925 (Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne), le sedie con lo schienale a lira di
Giancarlo Maroni e alcuni vasi faentini in stile déco di Pietro Melandri.
Stanza della Musica
Inizialmente intitolata a Gasparo da Salò, ritenuto l’inventore del moderno violino, è una grande sala destinata ai concerti da camera. Qui in particolari occasioni suonava il Quartetto del Vittoriale. Per favorire l'acustica e il raccoglimento le pareti sono rivestite da preziosi damaschi neri e argento della ditta Ferrari di Milano raffiguranti bestie feroci e sostenuti da fermacorde a forma di lira: è un rimando al mito di Orfeo che con la musica riesce ad ammansire le fiere. Le vetrate gialle a imitazione dell'alabastro, di Pietro Chiesa, ricordano quelle già descritte nelle prime pagine del romanzo
Il Piacere. Nella sala sono conservati due pianoforti e altri strumenti musicali: un clarino, uno zufolo e un arciliuto. Sulle pareti si trovano alcuni dipinti della collezione Thode fra i quali un ritratto di Cosima Liszt Wagner, opera di Franz von Lenbach, e le maschere funerarie di Beethoven e di Liszt. L'arredamento accosta tra loro oggetti déco e statuette orientali, colonne romane sormontate da zucche policrome luminose e cesti di frutti in vetro di Murano di Napoleone Martinuzzi, calchi in gesso di sculture greche, pelli di serpenti come quella di pitone fissata al soffitto. Il gusto eclettico di d’Annunzio che mescola oggetti di diversa provenienza ed epoca trova qui la sua prima e immediata manifestazione. è dotata di un 'organo a canne.
Sala del Mappamondo
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| Sala della Zambracca attigua a quella del Mappamondo |
È la biblioteca principale della casa. Qui sono collocati i circa seimila libri d’arte già appartenuti al critico d’arte tedesco Henri Thode sul totale dei 33.000 complessivi raccolti da d’Annunzio nel corso della sua esistenza. Il nome della stanza deriva dalla grande sfera geografica settecentesca che troneggia sopra un tavolo. Nella nicchia al centro della sala la xilografica di Adolfo De Carolis raffigurante il Dantes Adriaticus; poco oltre la maschera funeraria di Napoleone Bonaparte e alcuni oggetti realmente appartenuti al condottiero francese durante il periodo di esilio trascorso a Sant’Elena. Sul lato opposto gessi che riproducono il busto di Michelangelo e, nella nicchia sopra il divanetto, il celebre tondo Pitti di Michelangelo il cui bassorilievo originale è conservato al Museo del Bargello di Firenze. Tra le due finestre un organo americano al quale solitamente sedeva Luisa Baccara, giovane pianista veneziana ma soprattutto compagna ufficiale di d’Annunzio a Fiume e per tutto il periodo del Vittoriale.
Stanza della Leda - Era la camera da letto del Poeta e prende il nome da un grande gesso posto sul caminetto raffigurante Leda amata da Giove trasformatosi in cigno. Sulla porta si legge il motto Genio et voluptati, al genio e al piacere, e dall'altro lato è appesa una piastrella proveniente dal Palazzo Ducale di Mantova con il motto Per un dixir, per un solo desiderio. Sul soffitto, decorato da Guido Marussig, sono riportati i famosi versi della canzone dantesca Tre donne intorno al cor mi son venute... Anche qui l'assortimento di oggetti è straordinario: dagli elefanti in maiolica cinese ai piatti arabo-persiani, dai bronzi cinesi alle maioliche azzurre e ai mobili in stile orientale. Notevoli il copriletto in seta ricamata persiana con animali selvaggi, dono a d’Annunzio della moglie Maria Hardouin di Gallese, un dipinto di Mario De Maria, il Ritratto di Dogaressa di Astolfo De Maria e il calco monumentale del Prigione morente di Michelangelo, i cui fianchi d’Annunzio cinge con un drappo a nascondere le gambe ritenute troppo corte rispetto al busto.
Veranda dell'Apollino (
prima foto in alto al centro del post) - Il piccolo ambiente fu aggiunto da Maroni alla struttura originaria della villa per schermare la luce diretta del sole nella stanza della Leda e fungeva da saletta di lettura suggestivamente affacciata sui giardini del Vittoriale digradanti verso il lago. Il nome del vano deriva dal gesso di un
kouros arcaico decorato dal Poeta con occhi azzurri, un prezioso perizoma e un fascio di spighe dorate, simbolo di abbondanza; la stanza è decorata da riproduzioni di ritratti famosi della pittura italiana del Rinascimento, animali in porcellana Lenci e Rosenthal, tappeti e vasi persiani. Su un tavolino le fotografie della madre e di
Eleonora Duse.
Il Bagno Blu
E' forse una delle stanze più suggestive ed emblematiche del complesso. Nel bagno, suddiviso alla francese in sala da toilette e ritirata, sono collocati oltre 600 oggetti i cui toni dominanti sono il
blu e il
verde. Per la ristrutturazione Maroni si avvalse della consulenza di
Giò Ponti. Sul soffitto si legge il motto, da Pindaro,
Ottima è l'acqua, e alle pareti, oltre alle riproduzioni degli Ignudi della Cappella Sistina di Michelangelo, troviamo a fianco della vasca da bagno una ricchissima collezione di piastrelle di ceramica da parete di produzione persiana, alcune delle quali risalenti anche ai secoli XVII e XVIII. Sul tavolo oggetti da toeletta di
Buccellati in argento e pietre, vetri muranesi, collezioni di pugnali e spade. La ritirata contiene tre maschere lignee del teatro giapponese del secolo XVIII e una figurina femminile di porcellana Rosenthal del 1927. La vetrata con i coloratissimi alcioni è opera di Pietro Chiesa.
Stanza del Lebbroso
Questa stanza, chiamata anche Zambra del Misello o Cella dei Puri Sogni, fu concepita da Storia di San Francesco d'Assisi di Chavin de Malan tradotta da Cesare Guasti, pubblicata a Prato nel 1879. In questa stanza, per la veglia privata, venne esposta la salma del Vate nella notte fra l'1 e il 2 marzo 1938.

Venne concepita da d'Annunzio come luogo di meditazione ove ritirarsi negli anniversari fatidici della sua vita. Alle pareti pelli di daino e sul soffitto nei cassettoni dorati i simboli del martirio di Cristo inframmezzati da figure eteree di sante - Caterina da Siena, Giuditta di Polonia, Elisabetta d'Ungheria, Odilla d'Alsazia e Sibilla di Fiandra - dipinte da Guido Cadorin e che il poeta disse che gli apparvero in sogno per invitarlo ad abbandonare i piaceri del mondo. Su un podio rialzato la statua lignea di
San Sebastiano di scuola marchigiana e il letto chiamato dal poeta delle due età perché simile ad una bara e al tempo stesso ad una culla. Nel quadro in fondo alla parete è raffigurato invece
San Francesco nell’atto di abbracciare
un lebbroso che altri non è che lo stesso d’Annunzio. Di Cadorin è anche il dipinto sulla parete di fondo raffigurante Gesù Cristo nell’atto di benedire la Maddalena. Su un tavolino i ritratti fotografici della sorella Elvira, della madre Luisa e di Eleonora Duse, insieme alla splendida Coppa delle Vestali in vetro smaltato di Vittorio Zecchin. Fra tutte le stanze del Vittoriale quella del Lebbroso è forse la più densa di simboli la cui fonte principale sembra essere invece la
L'Officina
E' l'unica stanza della Prioria nella quale entra liberamente la luce naturale del giorno ed è l'unica arredata con mobili di rovere chiaro semplici e funzionali. Era lo studio-atelier di d'Annunzio, al quale si accede salendo tre alti scalini e passando sotto un basso architrave che costringe chi entra a inchinarsi di fronte all’arte. Leggii, scaffali inclinati e teche girevoli circondano il tavolo e lo scanno senza schienale su cui d’Annunzio scrive; a portata di mano stanno le opere di consultazione frequente, a cominciare dai vocabolari e dai repertori di cui l’autore si è sempre servito.
Su una delle due scrivanie spicca il
busto velato di
Eleonora Duse, la grande attrice scomparsa nel 1924, che fu per d’Annunzio compagna e musa ispiratrice; un foulard di seta ricopre il volto della donna, “testimone velata” del suo impegno ininterrotto di scrittore. Ma ad arredare la scena della scrittura sono altresì i calchi della Nike di Samotracia e delle metope equestri del Partenone, le immagini fotografiche della Cappella Sistina. Qui d’Annunzio lavorava alacremente anche per
sedici ore consecutive e qui, dopo aver ultimato
il Notturno compose
il Libro segreto, ultima sua opera.
Corridoio del Labirinto
Il nome deriva dall'emblema del Labirinto, che si ripete sulle porte e le rilegature dei libri, ricavato da quello celebre del Palazzo Ducale di Mantova; dal motto dello stesso Labirinto, d'Annunzio aveva tratto nel 1910 il titolo del romanzo
Forse che sì forse che no.
Da una stanza all'altra (sono ben
17), da un corridoio all'altro, impossibile entrare nel dettaglio di tutte e di tutti gli amenicoli che il Vate ha collezionato.
Qui, potrete trovare il resto di un percorso di quanto ho volutamente tralasciato. Chi penetra in queste stanze ne esce stordito e stranito dalle atmosfere morbide che danno l'impressione di un reliquario un po' claustrofobico, il quale ti fa assaporare la luce e l'aria come un prezioso regalo. Va detto che D'Annunzio soffriva di fotofobia ad un occhio che rimase infortunato.
Lo Schifamondo è poi l'edificio destinato a diventare la nuova residenza del poeta, ma che non era ancora ultimato al momento della sua morte (1º marzo 1938). Il nome, ispirato da un passo di Guittone d'Arezzo e dalla residenza rinascimentale di
palazzo Schifanoia degli
Estensi di
Ferrara.
Certamente al
decadentismo e
simbolismo dell'artista fanno da contrappunto il suo
vitalismo quasi esasperato di uomo civile, l'attivismo, il suo interventismo, il suo impegno politico, le sue imprese mirabolanti (il celebre volo su
Vienna, la
Beffa di Buccari sul
MAS 96). D'Annunzio curò personalmente i lavori della strada panoramica lungo il Garda che doveva condurre alla sua cittadella, strada meravigliosa detta "
la Gardesana". Mi fermo qui, ma ce ne sarebbero cose da aggiungere, dato che per il Vate,
una vita è troppo poco. E il suo labirintico Vittoriale ne è la testimonianza.
Oggi è
Giordano Bruno Guerri ad essersi assunto l'incarico (e anche l'onore-onere) di Presidente della
Fondazione Vittoriale degli Italiani. Il suo ultimo libro "
La mia vita carnale" (Mondadori 230 pp) é un canto d'amore assoluto a Gabriele D'Annunzio e alla sua ultima sfarzosa dimora che conta migliaia di visitatori all'anno. Il caso volle che negli ultimi anni della sua vita il Vate si firmasse con lo pseudonimo di Guerri, e anche questa coincidenza ha convinto lo storico a fare ricerche sull'artista. Ecco un'interessante ironica
intervista concessa da G.B. Guerri a proposito del suo libro.
"L'intuizione di Guerri resta anche quella di avere acceso i riflettori sopra
una delle più forti e accese qualità del vate: la sua
capacità
sciamanica di prevedere gli eventi, a parte il calcio che considerò una
pratica limitata, di passaggio stagionale.
Il libro termina come l'opera che
non finirà mai: Guerri ci confessa che quando un giovane uscirà da quella casa
incantevole ed incantata continuando a chiedersi chi fosse d'Annunzio ma con
occhi brillanti, quasi attoniti, significherà che avrà lavorato bene.
E anche
di lui si potrà dire:
ha quel che ha donato".
La verità è che D'Annunzio continua a intrigare e su di lui, la sua vita e la sua opera che ha spaziato dalla poesia alla narrativa al teatro, non si finisce mai di speculare.
E non è tutto. Ora è in cartellone anche una pièce teatrale dal titolo "
Gabriele D'Annunzio - Tra amori e battaglie" liberamente tratta da
L'amante guerriero, sempre di G.B. Guerri, interpretata da Edoardo Sylos Labini che sta ottenendo un buon successo.