mercoledì 28 dicembre 2011

L'algido fascino della Regina delle Nevi

Il periodo delle festività natalizie è propizio alle fiabe di magia, spesso ridotte in cartoni animati per  lungometraggi, destinati a un pubblico infantile.  Ce ne fanno fare un'overdose in tv, di fiabe classiche in versione Disney e, non di rado,  ne viene snaturato il contenuto pedagogico e formativo, tutto a vantaggio degli effetti speciali e degli incassi di botteghino. Una fiaba invernale e nordica che molti di noi adulti ricorderanno  con piacere è "La Regina delle Nevi" del favoloso Andersen. Leggerla ai bambini suscita sempre un grande incantamento. Ma si tratta in realtà di una fiaba dagli 8 agli 80 anni e oltre....
L’interesse appassionato per questa fiaba nasce dal riconoscimento della sua ricchezza simbolica: la scheggia di ghiaccio che gela i cuori rappresenta la metafora dell’esistenza umana sempre più votata alla razionalità. Il bacio di ghiaccio della Regina delle nevi sottrae  lo stupore dell’infanzia e allora la razionalità domina l’esistenza. La fiaba ci mette davanti alla sofferenza degli uomini che, nel cercare di proteggersi, rinunciano ai sentimenti abbandonandosi ad una forma diversa di sofferenza, sterile ed inutile: l'indifferenza e la freddezza. Kay e Gerda  sono i due piccoli protagonisti che dovranno vivere un viaggio iniziatico non esente da sofferenze. Perdendosi per poi ritrovarsi.  
Le immagini che la lettura di questa fiaba ci lascia impresse nelle memoria sono fatte di sortilegio, meraviglia, voglia di scoprire paesaggi incantati come la Norvegia, la Lapponia, la Finlandia .  Tutti ricorderanno l'incontro fatto di fascinazione tra il piccolo Kay  e la Regina delle Nevi, bella e altera sulla sua slitta, avvolta nella sua pelliccia e  manicotto,  coi suoi occhi azzurini come il riflesso della neve sotto le luci del Nord. Una sorta di Bella Dama delle pianure innevate il cui bacio glaciale è fatale al piccolo che viene rapito e separato dai suoi affetti familiari.  Bellezza, fascino e algore, non si oppongono tra loro, e rappresentano alcuni degli archetipi letterari, già a partire dalla letteratura fantastica destinata all'infanzia.
Il viaggio nella slitta al castello dei ghiacci della bella dama è accompagnato da un turbinio di fiocchi di neve, simili a "sciami di mosche bianche impazzite".
Gerda che parte alla ricerca dell'amico Kay, ci condurrà  con sé in un’atmosfera suggestiva.
Cammin facendo, incontreremo personaggi eterei e fantastici che ci faranno vivere momenti di intensa poesia attraverso uno straordinario viaggio sentimentale. Le lacrime brucianti della piccola Gerda alla vista dell'amico, scioglieranno la scheggia nell'occhio di Kay;  ma anche il suo cuore indurito e reso gelido dall'essere ostaggio della bella Regina senza pietà,  che lo separa  dai suoi affetti.
Poi il ritorno:  le ghirlande di rose che si intrecciano dai loro terrazzi, quelle rose profumate che Kay non ha mai dimenticato, nemmeno quand'era prigioniero nello splendido Palazzo dei Ghiacci, nonché la mitezza della primavera ritrovata, segnano il ritorno alla vita, ai giochi dell'infanzia,  e al sentimento dell'amicizia.
Come in tutte le fiabe e i racconti di magia, il lieto fine è assicurato e il piccolo Eroe può tornare a casa, non prima, però,  di  aver affrontato un viaggio di iniziazione alla vita, nel quale dovrà assumersi i suoi rischi.
La Regina delle Nevi fa parte, insieme a Scarpette Rosse (altra grande fiaba da cui hanno tratto un celebre film di Powell e Pressburger), l'Usignolo dell' Imperatore e  la Sirenetta, della quadrilogia di fiabe indimenticabili. Sì, ma non venitemi a parlare delle versioni Disney in cui la Sirenetta in fondo al mare si mette a fare un bel  balletto tra i pesci, in stile musical hollywoodiano. Per carità: il magico H.C. Andersen è altra cosa e le sue storie sono pervase da tutt'altra aura che perdura intatta nel tempo.

Qui il riassunto della Regina delle Nevi, fiaba composta in 7 episodi che sono altrettante tappe di un viaggio nel meraviglioso. Ci sono infinite versioni di cartoni animati (giapponesi, inglesi, finlandesi, dell'Est), balletti classici ispirati a questa  storia, ma nessuna di queste versioni, a parer mio, riesce ad  eguagliare l'originale letterario. Per mera curiosità, propongo questo multimediale dove la perfezione gelida di un cristallo di neve, dà vita al bel volto della Regina.
L'occasione mi è gradita per porgere agli Esperidi, ai lettori  del Giardino e agli  internauti, un Felice Anno Nuovo!



Hesperia

mercoledì 21 dicembre 2011

A Natale, Georges De La Tour

Un breve post di clima natalizio
non può non soffermarsi su un evento,
e rifuggire dalla noiosissima tragi-cronaca delle eurofregature a scoppio continuo di questi giorni.



Georges De La Tour è il personaggio, abbastanza misterioso per le scarse notizie sul suo conto, le cui opere sono in mostra stavolta a Milano, a Palazzo Marino , Sala Alessi, in collaborazione con Eni e il Louvre fino all'8 gennaio.
L'operazione è curata da Valeria Merlini e Daniela Storti.

In particolare, molto adatte al clima del periodo, da segnalare 2 opere di fondamentale importanza: "L'Adorazione dei Pastori" (datata intorno al 1644) per la prima volta in Italia, sopra
e, sotto, "San Giuseppe Falegname" (1640 circa).


Georges De La Tour è considerato un maestoso esempio della pittura francese barocca seicentesca, è stato definito anche il "Caravaggio francese".
Nato a Vic-sur-Seille nel 1593, vissuto a Lunéville, dopo la sua scomparsa venne pressochè dimenticato, tra carenze documentarie, confusioni museali e collezionistiche, e deprezzamento del barocco fino a quasi tutto il 1800 inoltrato.

Lo studioso Hermann Voss nel 1915 iniziò la ricomposizione della vicenda artistica di Georges, districandosi tra repertori museali, false attribuzioni.

Allo stato attuale degli studi, non ci sono testimonianze sufficienti ad avallare l'ipotesi di un viaggio di formazione di Georges in Italia.

Anche senza questa esperienza, il "caravaggismo" divenne fenomeno internazionale, e giunse comunque in Francia. E' evidente che Georges dall'esperienza di Caravaggio e successori (il caravaggismo di Georges è senza dubbio condizionato dall'olandese Hendrick Terbrugghen e dalla scuola caravaggesca di Utrecht) fece propri la fenomenologia della luce, i giochi d'ombra, le penombre, il luminismo, le figure che si stagliano dal buio rivelando le proprie volumetrie, e coniugò questa parte d'ispirazione alla pittura fiamminga, e a quella sorta di realismo magico d'interni intimo e sacrale.

La vita di Georges de La Tour, l'apporto culturale della regione della Lorena e gli eventi dell'Europa d'allora sono trattati nella mostra (ingresso libero), abbinati a notazioni sulla tecnica pittorica.

Per "L'Adorazione dei Pastori" si possono notare più aspetti: come tipico dell'epoca, si suppone che l'opera fosse stata commissionata dagli abitanti di Lunéville in omaggio al governatore e ai maggiorenti locali, forse raffigurati fisicamente nel dipinto come era uso.

Ma il il dipinto va oltre il genere, se si mettono a fuoco alcuni particolari:

tutto di La Tour è il consueto studio della luce, dei punti luce, dell'atmosfera; la donna in rosso è Maria, San Giuseppe regge la candela che illumina il quadro, il bambino completamente addormentato sembra emanare luce ("La Luce che illumina il mondo" cfr. S. Giovanni 8:12, ma anche Gv 1:4-5, 9-12; 5:36-37; 12:46-50 "Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»).

Un pastore ha accanto a sè un agnello, raffigurato molto vicino al Bambino: l'Agnello, come il Rosso della veste mariana sono prefigurazioni della Passione, del sangue versato. La luce riveste ogni elemento di un alone intimo, ma insieme solenne, sacro: il quotidiano permane, ma è reso trascendente, che è uno degli stessi misteri dell'Incarnazione.

Gesù Bambino, centro del quadro è rappresentato in maniera particolare: piccolissimo, completamente avvolto, anzi fasciato e non semplicemente "in fasce", con gli occhi chiusi, segreto mistico, vittima prefigurata per donare la salvezza, simmetrico all'agnello.

Riesce difficile pensare che il pittore non avesse presente anche questo passo simbolico dell'incipit del Vangelo di S. Giovanni (1: 9-14)

"9 La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome; 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma sono nati da Dio.
14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre."

Da un punto di vista tematico-stilistico, il tema dell'Adorazione dei Pastori al Messia-Bambino ambientata di notte è una visione tipicamente italiana seicentesca, a partire dall'interpretazione dei caravaggisti italiani e dei Carracci, anche se la scena domestica e raccolta, l'interpretazione della luce come elemento quasi narrativo, plastico e introspettivo appartiene completamente alla tradizione della cultura francese-fiamminga.

Per quanto riguarda il secondo dipinto, "San Giuseppe Falegname", Gesù bambino un po' più cresciuto qui regge la luce, e sembra emanarla, in un alone che sa ancora di realismo magico, di soprannaturale che ha fatto breccia nel quotidiano. S. Giuseppe Falegname, qui molto anziano e provato, sta lavorando il legno, preannuncio ancora una volta della Passione, dell'altro Legno (la Croce) a cui Cristo sarà appeso.

Lo svolgimento del tema anche in questo caso appartiene a repertori di ascendenza tematica e formale nordico-fiamminga (il Santo anziano, il Messia-Bambino, gli interni illuminati a contrasto a lume di candela), ma entrambi i dipinti hanno una potenza espressiva visionaria.


Nell'Augurio di recuperare tutti uno sguardo "sgranato" sulla realtà, e penetrante più dimensioni,

colgo l'occasione

per un Augurio di Felice Natale e Sereno 2012

a tutti!


Josh

mercoledì 14 dicembre 2011

Leonardo al MUST di Vimercate


Leonardo - La Dama con l'ermellino - Czartoryski Muzeum, Cracovia

Nel corso dell'escursione letteraria a Vimercate e dintorni, per scrivere i miei post precedenti (vedi post), mi sono imbattuto nel loro ecomuseo. Tra le curiosità presenti, un salone è interamente dedicato a Leonardo da Vinci. Verrebbe da chiedersi cosa ci stia a fare il genio fiorentino in questo museo, il MUST, che è nato per illustrare solamente le peculiarità del territorio. La presenza di Leonardo in questo genere di museo, poteva solo significare che in qualche modo egli abbia avuto a che fare con la città di Vimercate. 
Vimercate, la romana Vicus Mercatus, sede del Capitano della Martesana dal sec.XIII al 1774,  è al centro di una fra le regioni più fertili d'Italia. Recentemente, la concentrazione di industrie innovative del campo dell'elettronica e delle telecomunicazioni sul suo territorio, negli anni '70 e '80 le aveva fatto guadagnare il titolo di Silicon Valley europea. A farglielo meritare era stata la concomitante presenza di IBM Italia, Telettra, SGS (ora STM) ed altre importanti realtà minori. Per inciso, la vera Silicon Valley è quella che orbita attorno all'Università di Stanford, dove Steve Jobs tenne un memorabile discorso ai neolaureati, nel giugno 2005.

Tornando al museo, al piano terra c'è la Sala di Leonardo e Salaino, contenente pannelli interattivi, descrittivi dei due personaggi, originari di queste parti che ebbero a che fare con Leonardo da Vinci: Gian Giacomo Caprotti e Cecilia Gallerani. Altri pannelli parlano del Naviglio di Paderno, del quale è rimasto solo sulla carta un suo progetto: era di difficile realizzazione con la tecnologia del tempo, e quindi all'epoca non se ne fece nulla; verrà inaugurato quasi tre secoli dopo, nel 1777, sotto Maria Teresa d'Austria. Cecilia Gallerani, immortalata da Leonardo nel quadro La dama con l'ermellino (foto in alto), era figlia di un proprietario terriero di Carugate, paese alle porte di Vimercate, che si era trasferito a Milano, con moglie e figli ancora piccoli. La giovane Cecilia, all'età di sedici anni, divenuta amante di Ludovico il Moro era andata a vivere presso di lui, in un'ala riservata del Castello Sforzesco. Esperti affermano che a lei si sarebbe ispirato Leonardo per dipingere l'angelo della Vergine delle Rocce (foto sotto). La convinzione deriverebbe loro dal fatto che il volto dell'angelo assomiglia molto a quello della Dama con l'ermellino.

Vergine delle Rocce (Louvre) - da Wikipedia

La Vergine delle Rocce è stato il primo lavoro che gli è stato commissionato a Milano. Vi era giunto da Firenze nel 1482, forse incoraggiato a quel passo da Lorenzo il Magnifico, con la speranza che venisse subito convocato dallo Sforza. Nella sua lettera di presentazione, Leonardo si era presentato al Moro come "esperto di bombarde, carri coperti, sicuri e inoffensibili i quali, entrando con le loro artiglierie in mezzo ai nemici, travolgeranno anche le moltitudini più compatte". Ma ricevette comunque una tiepida accoglienza, tanto che dovette aspettare due anni, prima di ricevere un incarico dal futuro duca. Ad un anno dallo sbarco a Milano, grazie all'intervento dei fratelli De Predis, gli giunse il primo incarico; con i due amici avrebbe dovuto dipingere una pala per l'altare della cappella della Confraternita dell'Immacolata Concezione. Fu un'opera controversa, la cui vicenda, tra conclusione, rifacimenti, ritocchi e cause per ottenere il pagamento di un sovrapprezzo, si chiuse dopo 14 anni.

Leonardo - San Giovanni Battista

L'altro personaggio vimercatese, il Salai, al secolo Gian Giacomo Caprotti, era di Oreno, ora frazione di Vimercate. Era stato "assunto" da Leonardo, allorchè, aumentato il lavoro, aveva aperto una bottega di fronte al Duomo. Era il 1490, Caprotti aveva allora solo 10 anni, e gli resterà fedele per tutta la vita. Pare che il Salai abbia fatto da modello per il San Giovanni Battista (foto sopra).  

Nei sogni di Ludovico il Moro c'era il collegamento diretto del Ticino con l'Adda, passando per Milano. Il collegamento col Ticino era già attivo da quasi due secoli, attraverso il Naviglio Grande e la Cerchia Interna. Ad est della città, suo nonno, Filippo Maria Visconti, aveva realizzato il naviglio della Martesana, inaugurato nel 1471. La navigazione dell'Adda, da Lecco fino all'imbocco con la Martesana, era reso impervio nel tratto fiancheggiante Paderno D'Adda. Le difficoltà in quel tratto erano tali (foto sotto) da costringere le imbarcazioni ad effettuare estenuanti e costosi trasferimenti delle merci su carri, e poi di nuovo sulle barche, per evitare quel tratto impossibile; Leonardo si era così recato più volte sul posto per studiare a fondo la questione (vedi nota di chiusura).


Adda di Leonardo - dal sito Ecomuseo Adda di Leonardo

In chiusura, un accenno ad un altro sito importante dedicato a Leonardo, l'Ecomuseo Adda di Leonardo, museo a cielo aperto con sede presso il Parco Adda Nord di Trezzo sull'Adda. Nell'opuscolo Gli ecomusei della Lombardia, edito dalla Regione Lombardia, parlando di Leonardo, scrivono "...Ma l'originalità è data dai segni della presenza di Leonardo da Vinci che soggiornò in questi luoghi dal 1507 al 1513, apportando un notevole contributo culturale, teorico e pratico".  

Link:

martedì 6 dicembre 2011

L'esproprio del pianeta secondo J. Ziegler

Questo blog predilige argomenti "inattuali" come dev'essere la cultura, la quale non può rincorrere mode o tendenze, ma tende a occuparsi di ciò che permane nel tempo. Ci sono momenti però nei quali la realtà che viviamo è talmente caotica e confusa che la parola diventa l'unico pallido strumento per cercare di rischiarare, non dico l'intera scalinata., ma almeno i gradini successivi, ed il libro, una chiave per interpretare l'universo.
Il libro "La privatizzazione del mondo" di Jean Ziegler, sociologo svizzero (dirò subito che non amo la sociologia, ma a volte è un male necessario), è un saggio nel quale l'autore si chiede come è possibile che i padroni dell'universo conservino intatto il loro potere, quando l'avidità che li guida, la loro immoralità, il loro spietato cinismo sono sotto gli occhi di tutti quanti? Qual è il segreto della loro forza e del loro perverso fascino?
Il testo parte subito con l'idea precisa (che poi è anche la mia) che la privatizzazione del pianeta significa la sua catastrofe nonché la predazione e l'esproprio delle economie degli esseri umani, da parte di pochi oligarchi. Intanto, perché privatizzare significa espropriare i popoli della loro qualità di vita, del poter godere della natura e delle sue meravigliose risorse.
Possiamo pure fare la tara a Ziegler socialista e relatore all'ONU sul problema dell'alimentazione nel mondo. E in questo senso il libro contiene degli errori di utopismo tipici della sua formazione. Ad esempio, la sopravalutazione dei diritti umani a suo dire, non bene applicati. Che è un po' come dire che il socialismo è buono, ma non è stato bene applicato. Che la democrazia è cosa buona, ma che non è stata bene applicata. O che il cristianesimo è una buona religione, male applicata dai ministri della chiesa. Questo è il limite di partenza dell'autore.
Ma il resto della trattazione contiene analisi interessanti.
 "La privatizzazione del mondo indebolisce la capacità normativa degli stati. Mette sotto tutela i parlamenti e governi, svuota del loro senso la maggior parte delle elezioni, priva le istituzioni pubbliche del loro potere regolatore. Uccide la legge", scrive Ziegler. In altre parole, gli stati in via di smantellamento non sono più "stati di diritto". Ne sappiamo qualcosa noi in Italia ,  in questi tristi giorni dove la politica è stata messa in mora, dalle élites finanziarie su mandato della Ue, il cui risultato è una sospensione de facto della democrazia. Il fisolofo tedesco della scuola di Francoforte Juergen Habermas formula questa amara conclusione: "Oggi sono gli stati ad essere inseriti nei mercati, piuttosto che le economie nazionali ad essere inserite nelle frontiere dello stato".
Il libro è suddiviso in quattro parti. La prima parte è dedicata alla globalizzazione, alla sua storia e ai  relativi concetti. Fu Marshall Mc Luhan a inventare il termine "villaggio globale". La seconda parte, è dedicata ai predatori e al "denaro insanguinato", alla morte delle entità statuali, alla distruzione degli uomini e alla devastazione della natura, nonché ai "paradisi dei pirati" ovvero quelli off shore riservati ai grandi speculatori di hedge funds.
La terza parte dal titolo "I mercenari", ci parla delle organizzazioni mondialiste come il WTO, potente macchina da guerra, i piromani del FMI, l'arroganza e l'avidità come prassi di vita.  La quarta ed ultima parte dal titolo "Democratizzare il mondo" è dedicata alla speranza di una nuova società civile planetaria.

Ecco alcuni passaggi salienti sull'Impero americano dal capitolo "Impero".

Scegliendo l'impero americano contro la democrazia planetaria, i nuovi padroni hanno fatto fare all'umanità un passo indietro di parecchi secoli.
Tra tutte le oligarchie che costituiscono il cartello dei padroni del mondo, quella nordamericana è di gran lunga la più potente, la più creativa, la più vitale. Ben prima del 1991 aveva già sottomesso lo stato trasformandolo in un prezioso ed efficace ausilio per la realizzazione dei suoi interessi privati.
Considerare gli Stati Uniti come un semplice stato "nazionale" non ha alcun senso. Gli Stati Uniti sono a tutti gli effetti un impero le cui forze armate, terrestri, navali, aeree e spaziali, insieme ai sistemi di intercettazione internazionali e al gigantesco apparato di spionaggio e di informazione, garantiscono l'espansione costante dell'ordine oligarchico su tutto il pianeta. Senza questo impero e la sua potenza militare e poliziesca il cartello dei signori universali non potrebbe sopravvivere.
La potenza militare, costituita in passato con lo scopo di tenere testa all'Unione Sovietica, viene usata ora per affermare e proteggere l'ordine del capitale finanziario globalizzato. Questo apparato imperialista di dimensioni colossali si sviluppa in modo quasi autonomo, ha le sue proprie leggi e una dinamica specifica. Ereditato dalla guerra fredda e rivitalizzato, aggiunge la propria violenza a quella del capitale.  
E ancora:
Altri imperi hanno tenuto tra le loro grinfie il mondo della loro epoca. E' stato il caso di Roma e dell'impero di Alessandro Magno. Ma l'impero americano per primo è riuscito a far pagare le sue guerre di aggressione agli alleati e alle vittime. Un esempio fra tanti è la guerra del Golfo del 1991. Pieno di ammirazione lo storico Paul Kennedy (ndr: prof. di storia contemporanea all'università di Yale)
scrive: Essere il numero uno a un costo elevato è una cosa: essere la sola superpotenza al mondo a costi ridotti è sorprendente.
E difatti, come possiamo constatare,  gli stati alleati pagano per loro, e in molti casi (si veda la recente avventura in Libia) muovono addirittura  delle guerre per conto loro.

Ed ecco alcune  riflessioni prelevate dal capitolo "I piromani del FMI".

Tra le innumerevoli catastrofi provocate dai pompieri del  FMI potremmo intanto ricordare la più spettacolare, quella dell'Argentina: schiacciata da uno smisurato debito estero, in preda a una sfrenata privatizzazione dei settori pubblici e a una deregolamentazione dei mercati finanziari, l'Argentina un tempo paese prospero, è stata a lungo dipendente dal FMI che le ha dettato una politica economica e finanziaria asservita agli interessi delle grandi società transcontinentali straniere statunitensi, obbligando il "peso" ad un regime di parità col dollaro (...) La crisi è scoppiata all'inizio del dicembre 2001, quando il debito estero ha raggiunto i 146 miliardi di dollari. Per fermare l'emorragia di capitali in fuga  verso le piazze off-shore e le banche estere, il presidente De la Rua ha ordinato il blocco dei conti correnti bancari privati. Questo congelamento ha preso il nome di corralito (letteralmente: piccolo recinto). Il blocco ha scatenato il panico e affondato l'economia. Il tasso di disoccupazione è salito al 18 % e le imprese hanno cominciato a fallire una dopo l'altra a un ritmo sempre più veloce. Il FMI ha rifiutati altri crediti. La rivolta popolare ha spazzato via De La Rua e tre suoi successori. Nel febbraio 2002 la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale il corralito. Ma il danno era fatto e la catastrofe era già avvenuta. 
 Il premio Nobel Joseph Stiglitz ha accusato il FMI di contribuire ampiamente alla miseria dei popoli, tacciandolo di autismo, di scollegamento dalla realtà e di ripetere sempre gli stessi errori.
Ed ecco cosa dice Ziegler su Banca Mondiale e FMI:
"Sono innanzitutto integralisti della doxa monetarista, ideologi prigionieri di una visione del mondo e di un modello di analisi che fa di loro i perfetti giannizzeri dell'impero americano".
Ma in attesa di un'indipendenza che non ci regala nessuno, i popoli dovranno attraversare una lunga notte, e l'alba è ancora lontana.

Hesperia

lunedì 28 novembre 2011

Les Feuilles Mortes

Come da titolo, la dubbia stagione altro non può ispirare se non un breve percorso legato a queste sensazioni, a questo immaginario.


"Les Feuilles Mortes" ha una sua storia affascinante che in minima parte percorreremo.
In principio, si trattava di un componimento di Jacques Prévert.
Joseph Kosma nel 1945 ne compone la musica.

Più in dettaglio, in origine, le note di Kosma dovevano essere solo un tema per il balletto di Roland Petit "Rendez Vous" (1945).
Su quel tema Prévert, autore anche dell'argomento del balletto, compose le parole su suggerimento di Marcel Carnè, che desiderava il soggetto del balletto per trarne un film dal titolo "Les Portes De La Nuit" con Yves Montand, di cui il brano divenne colonna sonora. Il film non fu un successo, a differenza di altri film straordinari di Carnè, ma il brano esplose,
come si può vedere ed ascoltare qui. Dello stesso Montand, ne esistono numerose versioni successive, incise quando era più maturo, in cui anche nella vocalità compare un'interpretazione ancora più consapevole.

Ben presto il pezzo circola in francese, diventando un classico interpretato anche da Edith Piaf, e si diffonde in tutto il mondo anche nella traduzione inglese del 1949 di Johnny Mercer (traduzione un po' limata del recitativo iniziale e meno tragica), specialmente in ambito jazz col nome di "Autumn Leaves".

Qui la versione, come si dice oggi "iconica", di Juliette Gréco (dal vivo a Berlino, 1967), con una parte di recitativo, teatrale e in fondo "esistenzialista":

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Moltissime sono le versioni del brano nei vari decenni, in varie lingue e da parecchie nazioni, di cui alcune memorabili, perchè di volta in volta il pezzo stesso permette di concentrarsi sulla recitazione, sull'interpretazione, sulla capacità introspettiva dell'interprete, o su un'aura affascinante in generale e sulla musicalità.
D'altro canto, il contrasto "sentimenti che finiscono-tempo che passa" è un topos prima che canoro, letterario e poetico.

E' stata suonata dai grandi del jazz, da Miles Davis, Bill Evans, Duke Ellington, cantata da Sarah Vaughan, da Nat King Cole, da Frank Sinatra nella traduzione di Johnny Mercer.
Anche se, per le versioni vocali maschili, il duello tra Yves Montand, Frank Sinatra e Nat King Cole è un po'...all'ultimo sangue, molto difficile dire una parola definitiva sul migliore.

Di seguito la versione strumentale (tra le più riuscite in assoluto) di Miles Davis e Julian Cannonball Adderley (alto sax), 1958, dall'album-pietra miliare Blue Note "Somethin' Else":

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Qui di seguito invece la versione completamente trasformata, vocalese, ironica e velocissima di Sarah Vaughan con Wynton Marsalis alla tromba:

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Il brano è noto anche in versione italiana, nella performance di Patty Pravo,
ma anche nell'ennesima variante quasi ballabile e glamour in tempi più recenti da Grace Jones e Patricia Kaas.

Patty Pravo "Le Foglie Morte" (dall'album "Di Vero In Fondo", primo della trilogia Philips, con Orchestra di Giampiero Reverberi, 1973)

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Per chiudere, la versione levigata, pop e insieme memoriale, ma più spensierata,
dell'elegante Patricia Kaas.

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buon ascolto
Josh

venerdì 18 novembre 2011

Il don Rodrigo vimercatese


"...Taluni però di quei fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c'eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora in quel modo..." (I Promessi Sposi - introduzione)

La strada che da Ornago va a Bellusco, al tempo dei "Promessi Sposi" era immersa in un fitto bosco che rendeva difficilmente individuabile una costruzione che vi fosse immersa. Ornago e Bellusco sono due comuni del Vimercatese, ad est dell'omonima città. Ornago oggi conta circa 5000 abitanti, ma a quell'epoca contava forse appena qualche centinaio d'abitanti. Questi, stando agli indizi forniti dalla lettura del verbale di cui sotto, pare vivessero in condizioni assai disagiate, soggetti a prevaricazioni, angherie e soprusi di ogni genere da parte del signore locale, Francesco Seccoborella. Costui apparteneva all'omonimo casato dei Seccoborella di Vimercate, del quale s'è trattato nel post precedente. Francesco Seccoborella, la pecora nera di quella dinastia millenaria, era stato artefice e mandante in un fattaccio di cronaca, che avrebbe potuto ispirare la figura del don Rodrigo manzoniano: rapimento, segregazione, violenza carnale prolungata e continuata per anni verso una giovane donna coniugata; violenza e minacce di morte al marito della vittima, tanto da costringerlo a fuggire lontano da casa per non rischiare di venire assassinato. Nonostante le continue denunce e suppliche da parte della madre, le autorità non riuscirono o non vollero por fine alle angherie e ai tormenti della famiglia del giovane ornaghese. Insomma, il Seccoborella spavaldamente non si curava della legge. Uccise poi anche suo padre, per impossessarsi anzi tempo dei beni di famiglia, al che la giustizia si mosse in forza, riuscendo a stanarlo e catturarlo.
Il documento, contenente la denuncia della madre della vittima, è conservato nell'Archivio plebano di Vimercate, e riportato integralmente nella ponderosa Storia di Vimercate, alle pagine 563 e seguenti. Esso è rivelatore del clima in cui vivevano alcuni signorotti - non solo il Seccoborella - sulla fine del Cinquecento e nei primi decenni del secolo successivo, che si beffavano impunemente della legge.
Il libro, pubblicato nel 1975 dall'Editrice Luigi Penati e Figli di Vimercate, è dello storico Eugenio Cazzani. Come si può dedurre dall'introduzione dei Promessi Sposi, la vicenda fa parte di quelle che avrebbero potuto ispirare la figura di don Rodrigo. Infatti, si ricorda che fin dai tempi dell' Accademia dei Pugni i fratelli Verri erano stati amici di Cesare Beccaria, nonno materno di Alessandro Manzoni, i quali avevano vaste proprietà terriere ad Ornago. E' poi nota la passione giovanile di Giulia Beccaria per Giovanni Verri, il più giovane dei quattro fratelli, e quindi il Manzoni potrebbe aver appreso quella storia già da bambino, durante una visita con la madre nel vimercatese.
Riprendendo il filo della storia, in seguito a quel fattaccio del Seccoborella, e ad altri consimili avvenuti in quei decenni nella Lombardia Spagnola (uno di questi è raccontato da Antonio Balbiani nel suo Lasco il bandito della Valsassina), costrinsero il governatore di Milano, Conte di Fuentes (qui) (e qui) ad emanare la famosa grida manzoniana "Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda...e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernicioso...successivamente emanò una nuova grida, nella quale aggiungeva ...con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite."  
    

Ornago - Il palazzotto di Francesco Seccoborella trasformato in cascina agricola (foto di Gabriele Solcia - da Panoramio)

Nel 1595 “havanti il Signor Giudice Suarez compare Angela di Solari, figlia quondam Agostino, habitante in Vimercato, et con grave querela espone in questo modo; e che havendo essa esponente un solo figliolo per nome Rugier Berna, giovane de circa 18 anni, esso figliolo si maritò che sono forse tre anni, in Caterina Spresegia, giovina di buon aspetto, allevata de buoni costumi nel monastero de Orsoline, (S. Gerolamo) in Vimercato; et vivendo quietamente nella casa loro in detto loco de Vimercato, dove è feudatario il Conte Ludovico (Francesco) Secco, giovane molto dissoluto et fatto formidabile et insoportabile per le sue male qualità non solo a suoi sudditi ma abboritto ancora da ogniuno che la (lo ha) praticato.
Ecco che detto Conte Ludovico (Francesco) preso damore (!) della detta Caterina cercò ogni via per ridurla a compiacerlo; ma essendo lei sempre stata reticente, esso Conte ridotta alla sua devotione la matrigna d’essa Caterina et una sua sorella detta la Barbos, in casa di quali habitava essa Caterina, et corrote con danari et presenti introdussero detto Conte dalla detta Caterina et così per forza et con minaci, metendogli il pugnial alla golla et con agiuto da essa sua matregnia, compiti i suoi sfrenati dessiderij et al fine accortesene detto Rugiero suo marito, ecco che detto Conte una notte con comitiva de gente andò alla casa di detta Caterina et per forza la condusse a casa sua in Vimercato, dove la (l’ha) tenuta più di un anno senza alcuno timore de la giustizia divina né humana, non ostante che più volte per gli ministri di santa Chiesa gli sia stato comandato sotto gran penna che la mandasse via, il che però mai ha voluto hobedire facendo professione de non hobedire ad alcuno superiore; et il giorno di Natal passato essa Caterina glia (gli ha) partorito uno figliolo come è nottorio.

Dappoi che detto Conte hebbe in casa sua detta Caterina sua suddita et tratenedola al dispetto del marito, qual non osava parlare né lamentarsi di tal opressione, occorse che l’anno passato in tempo del carnovale facendosi una festa in casa de Vitorio Galarato speciaro in Vimercato, detto Rugiero hauto notizia che detto Conte voleva condure a detta festa mascherata detta Caterina sua moglie, andò alla detta festa et pigliata in ballo una maschera chredendo fosse sua moglie, detto Conte subito sfodrò il pugnale, tirò molti colpi ad detto Rugiero et lo feritte malamente sopra la testa; ma in questo non fu fatto altro processo perchè il pover homo non osava comparere, anci bisogna andasse nascosto hor qua hor là perché detto Conte lo perseguitava per farlo amazzare, del che ne havea grande paura, si per essere esso Conte molto diabolico e bestiale come che era fomentato de alcuni malviventi e banditi paurosi che teneva in casa continuamente in detto loco de Vimercato suo feudo; fra questi David Legniano da Gropello bandito per homicidio d’animo deliberato proditoriamente comesso, delli quali esso Rugiero non ne poteva pretendere ignoranza perché sino l’anno 1593 che detto Rugiero praticava familiarmente in casa di detto Conte, vedeva, trattava et praticava con essi banditi non sapendo che fosero come hanno fatto molti altri de Vicomercato, dei quali esso Conte si serviva per dare et oltraggiare hor ferite hor bastonate a questo et quello in Vimercato, conducendoli ancora seco di notte palesemente con harchibusi da roda ancora sopra le feste con un puocco scandello de popolo ridotto a termine (che) se ben ricevevano offese et oltraggi non osavano favellare.
Hora il povero giovane ridotto in estremità, desfatta la casa né sapendo come salvar la vitta sua, fu forzato partirsi et andar alla guerra metendosi nella compagnia de cavalli del Segnor Hercule Gonzaga, dove è servito molti mesi in Piamonte et Savoia, et avendo scoperto che detto Conte avea datto mandato di amazarlo atalcun soldato, si aguardò per molto tempo, ma redotosi a una grave infermità et in stato tale che non era per combattere né per resistere se gli fuse hocorso qualche disgratia, deliberò partirsi, né puotendo haver licenza, redotto quasi ad estremo, senza licentia se ritirò dal servitio et al presente è ancora infermo fuori de Stato (di Milano) et se gli sarà concesso che possa comparere sicuramente, metterà in luce tutte le predette cose.
Per ciò ritrovandosi prigione detto Conte, hora al Capitano de giustizia per suoi misfatti esponente in absenza et in nome del detto suo figliolo ha esposto tutte le predette cose aciò che detto Conte habbia il debito castigho, facendo mettere in sicuro detta Caterina perché detto Conte e suoi agenti non la facino disperdere esendo lei informata delli mandati datti per il Conte d’amazar detto Rugier et delli banditi rettenuti in casa sua et altri de portatione darchebusi da roda in fatti desso Conte, prevedendo ancora alla sicurezza del esponente et suo figliolo, acetando che sempre detto Conte è talmente furibondo che presupone che nisuno gli habbi a comandare come più e più volte pubblicamente à detto ne mile occasioni che alli pari suoi né officiali né il senato né mancho il Principe ma sollo il Re, et in segnio di verità veghasi ne le mani del nottario Merone che ghe un processo contra detto Conte ancora pendente, così comandò de tre milla scudi che non vada a Vimercato per ordine del Senato né mai ha voluto obedire; et nelle mani di Gio Francesco Giusano notaro pende un altro processo con una sicurtà de mille scudi che fosse obbligato andare a Roma per ordine del Senato et niente di mane (!) che sprezando ogni cosa non ha voluto obedire, anci tornato a casa sua usò termini molti inconvenienti alla Contessa sua Madre come questa per processo pendente in mano al notario Verano; et di più puoco fa per ordine del Senatto sequestrato in casa in Milano sotto penna (di) due milla scudi né mai ha voluto hobedire, anzi è andato dove ghe parso et per segnio poco in Milano, ferito sopra la testa de animo deliberato un procurator de Vimercato come è notorio, lasando che più e più volte à tentato tossicar la madre et il fratello minore per restare sollo, come tutta la terra de Vicomercato et molti principali in Milano ne sono informati.
(Per) le predette cose si potriano esaminare Giuliano Sovatino et suo figliolo maggior, che altre volte praticavano in casa del detto Conte, Margarita da Galbiate fantesca già del detto Conte che ora è in cassa della Contessa sua Madre, Gio Ambrosio Canturino che di presente è in cassa di detta Contessa, Girolamo servitor del detto Conte, il Fascinetto servitor di detto Conte, Cesare ucelatore desso Conte, il Moretto già servo del detto Conte hora servo a Nicola Antone Oratio Aizurij detto Gambasino suo prestinaio in Vimercato, ma per haver la verità da sudetti bissognia de in proviso farli retenere et usarli delligentia altriamente non si troverà conto alcuno per la paura chano del Conte suddetto":

Immagini:
- Renzo e Lucia al Lazzaretto - dal sito Bassilo.it  
- Don Rodrigo - dal sito  Wikideep.it

martedì 8 novembre 2011

Dall'Inizio alla Fine

Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili ed irosi...

Una bella canzone si riconosce dall'attacco, un eccellente libro dal suo incipit. Lo avrete riconosciuto in molti, questo sublime racconto di Dostoevskij "Le notti bianche". Lo stile è alto, rarefatto, come le notti sulla Neva. E la storia è suddivisa in quattro notti, dove il protagonista è un giovane Sognatore senza nome. Un sognatore che dopo aver immaginato mirabolanti avventure lette sui romanzi di Walter Scott, vive una storia d'amore con una fanciulla di nome Naste'nka. La quale però è innamorata di un altro che l'ha lasciata. I due diventano grandi amici. Lui il nostro Sognatore l'aiuta a scrivere una lettera all'amato lontano. Ma poi...
Ma continuamo con ordine...
Si vedrà da queste pagine se sarò io o un altro l’eroe della mia vita.
Per principiarla dal principio, debbo ricordare che nacqui (come mi fu detto e credo) di venerdì, a mezzanotte in punto. Fu rilevato che nell’istante che l’orologio cominciava a battere le ore io cominciai a vagire.
Dalla infermiera di mia madre e da alcune rispettabili vicine, alle quali stetti vivamente a cuore parecchi mesi prima che fosse possibile la nostra conoscenza personale, fu dichiarato, in considerazione del giorno e dell’ora della mia nascita, primo: che sarei stato sfortunato; secondo: che avrei goduto il privilegio di vedere spiriti e fantasmi; giacché questi due doni toccavano inevitabilmente, com’esse credevano, a quegli sciagurati infanti dell’uno o dell’altro sesso, che avevano la malaugurata idea di nascere verso le ore piccole di una notte di venerdì...
E questo indovinate che cos'è? Lo lessi alla biblioteca scolastica in tenera età alle scuole elementari e mi rimase impresso nella memoria. Si tratta di David Copperfield di Dickens.
D'estate, mia madre e mia zia mi inviavano durante certi pomeriggi caldi, dalle suorine a imparare a ricamare. Nel ricamo ero una vera schiappa, in compenso la suora allietava quei meriggi solatii leggendo a voce alta i romanzi della gioventù, come li si chiamava allora. E mi ricordai del piccolo Lord Fauntleroy che appoggiava la sua testina  bionda sul cuscino di seta gialla. Di un vecchio nonno burbero che non voleva riconoscerlo come nipotino, ma che poi gli si affezionò. Il mio lavoro col cucito non cresceva, in compenso sapevo riassumere perfettamente il libro letto. E capii fin da allora che cresceva con me un'irrimediabile dipendenza da racconti che mi ha accompagnato per tutta la vita.
 
Chi amo? Su, rifletti, forza. A me è proibito il sogno di un amore con questo naso al piede, che almen di un quarto d'ora ovunque mi precede. Allora per chi amo? Ma questo va da sé. Amo, ma è inevitabile, la più bella che c'è."

Ah, che meraviglia, il personaggio di Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, così forte, così coraggioso, armato  di cappa e spada, ma anche così fragile nei sentimenti, così raffinato e sensibile nello scrivere ineffabili  lettere d'amore! Eppoi quel suo amore sfortunato per la cugina Rossana, mi commuoveva fino alle lacrime. Ovviamente, nella mia ingenuità pensavo con la fantasia d' intervenire nella trama modificando il destino dei personaggi:  Rossana, ma perché non ti sei mai accorta dell'amore del povero sventurato Cyrano?  Cyrano, perché ti sei messo al servizio "epistolare" di Cristiano e non ti sei dichiarato direttamente alla tua bella cugina?
E c'era spazio anche per le avventure marine in "Ventimila leghe sotto i mari" o nella giungla indiana con gli strangolatori Tugs dei libri di Salgari. Ma ad atterrirmi era quel forsennato del capitano Achab, un vero ossesso irascibile. Perché era così insistente nel voler cacciare Moby Dick,  la povera balena bianca?

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa - non importa esattamente quanti - avendo in tasca poco denaro, o forse non avendone affatto, e non avendo nulla di particolare che mi trattenesse a terra, pensai di andarmene un poco per mare, a vedere la parte del mondo coperta dalle acque. E' il sistema che uso per scacciare la tristezza...

Solo più tardi, avanti nel tempo, intravidi in quell'inspiegabile fanatismo del capitano Achab verso il cetaceo bianco come la morte, una sorta di proiezione della mentalità americana, in corsa verso il suo Armageddon. Non importa rimetterci la propria vita, importa uccidere il mostro. E Achab per una strana  fatalità rimase arpionato con il suo Leviatano in un abbraccio simbiotico e simbolico. Ma le buone letture sono come frutti che non cessano di  nutrirci per tutta la vita.
Per lo scrittore, per il romanziere, la  narrazione è la costruzione di un sogno vivido e ininterrotto. Dall'inizio alla fine. E la sua più grande aspirazione è trascinare e sedurre  il lettore in questa poetica della reverie coinvolgendolo nella trama, nel climax, creandogli l'identificazione con questo o quel personaggio. O anche ostilità verso altri personaggi negativi e malvagi. In molti casi, la lettura è una vera e propria vita parallela. Un infinito intrattenimento di gran lunga superiore a quelli impostici dall'attuale società. Il sogno può essere  impossibile come quello del grande tycoon Gatsby, per Daisy, ragazza frivola della gioventù dorata americana, che gli sfuggì sposando un uomo ricco. Eppure Gatsby, realizza  l'American Dream,  quello di poter arricchire in fretta, troppo in fretta, lasciando morti sul campo con la sua automobile simbolo del suo status raggiunto, pur di conquistarsi una rispettabilità. Così dopo la rapida ascesa, arriva fatale,  la caduta. L'ultima meditazione sulla sua brillante meteora fu affidata a Nick, il vicino di casa:

E mentre meditavo sull'antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all'estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C'é sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia ... e una bella mattina...Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato (Francis Scott Fitzgerald) 


Uno dei più bei finali della storia della letteratura "Il Grande Gatsby", non c'è che dire.
Ma torniamo al giovane Sognatore iniziale di Dostoevskij. Non riuscirà a conquistare la fanciulla Nasten'ka. La lettera che scriverà per la ragazza, farà tornare l'amato. Un giorno sulla Neva, mentre Nasten'ka e il Sognatore passeggiavano lungo il ponte, lei  rivede il suo amore e si stacca dal giovane per tornare da lui. Così il Sognatore viene risospinto  crudelmente proprio in quel sogno da cui voleva evadere per vivere (come tutti)  la realtà di un amore vero. Ma non se ne risentirà e trarrà da questa ferita un'occasione per impreziosire la sua vita, una lezione di una moralità leggendaria :
Non pensare, Nasten'ka, che io ricordi la mia umiliazione, né che voglia oscurare la tua serena e calma felicità con una nube scura.Non pensare che voglia rattristare il tuo cuore con amari rimproveri, che voglia addolorarlo con un rimorso segreto, che voglia renderlo melanconico nel momento della beatitudine, che voglia strappare uno solo di quei teneri fiori che tu hai intrecciato tra i tuoi riccioli neri quando, insieme a lui, sei andata all'altare... Oh! mai, mai! Che il tuo cielo sia sereno, che il tuo sorriso sia luminoso e calmo! Sii benedetta per quell'attimo di beatitudine e di felicità che hai donato a un altro cuore, solo, riconoscente! Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! E' forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?.

Come potremmo definire questo finale di una così struggente tenerezza? Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire  e che ci avvince dall'inizio alla fine.



Hesperia









martedì 1 novembre 2011

Il Faro




(Edvard Hopper, "Lighthouse Hill", 1927)

L'immagine, l'idea del faro è un elemento che ritorna numerose volte in svariati ambiti.
Ne abbiamo esempi in letteratura, in funzione reale o simbolica, e ovviamente in pittura.

(Claude Monet, "Molo di Le Havre", 1868)

Per la vita, e per la battaglia intellettuale, abbiamo bisogno di "fatti che lampeggino", e di autori che mettano gli oggetti in luce serena", scriveva Ezra Pound.
Di questi fari di verità oggi avremmo più che mai bisogno, ma a quanto pare non è il periodo storico azzeccato.

Venendo alla letteratura italiana, per esempio, Italo Svevo per simboleggiare i due momenti di costruzione del fatto letterario parlava di "Poetica del Faro e della Formica": il primo momento, del faro, sarebbe quello dell'ispirazione, dell'intuizione e sentimento. Il momento successivo, della formica, sarebbe quello della riflessione e organizzazione dei dati, per fissare gli oggetti ispirati dalla "fase-faro" nell'interiorità dello scrittore. Per cui la luce del faro, qui ispirazione dell’artista, illumina con la sua luce. La formica, poeta che riflette, approfitta del momento di intermittenza della luce per trovare la strada che porta al faro.

(Salvator Rosa, "Marina del Faro" 1640)

A parte il gioco intellettuale sveviano, un altro faro è centrale per l'immaginario, nel famoso libro di Virginia Woolf "Gita al Faro": anche qui è più che mai simbolo, di un obiettivo che pare impossibile raggiungere.

(Georges Seurat, "Ospizio e Faro di Honfleur", 1886)

Esiste poi tutta una letteratura minore, d'aura romantica su guardiani del faro e misteriose donne del faro, per esempio in ambito inglese e anche nordamericano, dallo sfondo molto diverso rispetto alla solarità del faro nei caldi paesaggi mediterranei.

Comunque sia, il faro è per sua stessa natura legato al tema del lontano, del viaggio, della "frontiera" anche se marittima stavolta; in molti casi è legato al tema dell'isola, ma in letteratura l'isola ha una sua fenomenologia ben definita che tratteremo in altra sede.

Ancora un autore vicino, questa volta spesso fisicamente, ai fari, è Hemingway, dalla sua residenza di Key West.


(Henry Perlee Parker, Grace Darling salva equipaggi nella tempesta)

Parte dell'immaginario romantizzato deriva comunque da vicende reali: la storia di Grace Darling (1815-1842) delle Isole Farne, per esempio, che visse in due "lighthouses", eroina vittoriana che salvò col padre, nel mare in tempesta con la loro barchetta, numerose persone dal naufragio della nave Forfarshire, rovinata sulla scogliera. Grace ottenne riconoscimenti internazionali ed è ricordata ufficialmente tutt'oggi.

(Martin Heemskerk, "Pharos of Alexandria")

O ancora, diversamente dai fari attuali, elettrici,
il faro era adoperato inizialmente come torre per segnalare la costa, luogo di avvistamento antico con fuoco, ma anche edificio militare per guardia, vedetta o avvistamento.
Il faro più noto del mondo antico fu appunto sull'isola di Pharos, di fronte al porto d'Alessandria in Egitto: costruito tra il 300 e il 280 a.C., rimase funzionante fino al XIV secolo.
Questo quando ancora si riteneva che la costa fosse un "confine", e si potesse essere attaccati via mare. Un tempo non è che il primo venuto potesse attraccare nelle proprie rive.

Un impatto più diretto al tema lo offre sicuramente la pittura.




Subito viene alla mente Hopper, dal momento che oltre al consueto iperrealismo urbano, come contraltare ha dipinto spesso immagini di edifici della costa, che comprendevano fari.
In Hopper il faro è talvolta raffigurato in maniera sospesa, un po' astratta. Non cade nella pittura di genere, delle "marine", ma mantiene un suo sguardo caratteristico. La stessa esistenza dei fari è in fondo mitica, per la stratificazione storica di funzioni che ha assemblato su di sè.
Si veda sopra "The Lighthouse at Two Lights" (1929).

(De Chirico, "La Nostalgia dell'Infinito", 1913)

Sulle correlazioni di questo dipinto, la studiosa Elena Pontiggia fa notare l'ispirazione vagamente metafisica, che viene accostata a "La Nostalgia dell'Infinito" di Giorgio De Chirico.
L'accostamento non è antistorico, anche perchè Lloyd Goodrich, riconosciuto come maggiore critico di Hopper, dedica proprio a De Chirico nel 1929 un articolo favorevole su "The Arts", rivista in cui anche Hopper lavorava.

Ma la storia della pittura offre numerose interpretazioni del tema, in svariate chiavi.

(Guttuso, "Il Faro", 1931)

Per terminare la breve rassegna, chiudo con un brano musicale a tema:
la misteriosa "The Lighthouse" di Siouxsie Sioux & Hector Zazou, con voci sciamaniche unite a varie influenze dal sound tipicamente nordico, e la partecipazione di Mark Isham alla tromba, Renault Pion clarino, Marc Ribot chitarre.
Tratto dall'album collettivo "Chansons Des Mer Froides", il testo del brano è un estratto dall'inquietante poemetto (ancora...la letteratura) di Wilfred Wilson Gibson "Flannan Isle",
leggibile qui.


video


Josh

martedì 25 ottobre 2011

Dinastie millenarie

Castiglion Fiorentino, panorama - da Wikipedia

Quando Marcello - l'amico blogger cui è stato dedicato il blog aggregante Il Castello 1 - mi raccontò della durata millenaria della dinastia dei conti di Mammi - da cui volle prendere la sua nick name, facendosi chiamare Marcello di Mammi - fui alquanto scettico nel credere si sia potuti risalire ad origini così remote: in mille anni possono succedersi trenta, quaranta, o anche cinquanta generazioni, e non è facile seguire il filo certo che le unisce, anche tenuto conto che nel frattempo si è passati dal Medioevo, all'Evo Moderno, con tutti gli accadimenti avvenuti.  Della contea e dei Conti di Mammi - mi raccontò Marcello (vedi qui al commento n.4) - si conoscevano le origini, risalenti agli anni 960 o 962, al tempo degli Ottoniani, imperatori del Sacro Romano Impero. Il Granconte Ugo, dei Conti Lambardi, aveva loro dato ospitalità, unitamente a tutto il loro seguito e alle scorte armate,  durante le discese a Roma per le investiture. Li avranno poi anche ospitati quando furono diretti nella città eterna con l'esercito per sedare i disordini scoppiati per motivi legati al papato, e quando poi Ottone II fu diretto a Stilo per combattere contro i saraceni. Per tali servigi il Granconte Ugo era stato nominato Conte della neocostituita contea di Mammi, da Ottone I o Ottone II, negli anni 960, o 962. Il loro castello, posto in posizione strategica, su un'altura nei pressi di Castiglion Fiorentino, era inespugnabile, garantendo così incolumità e sicurezza ai preziosi ospiti (vedere anche il post Adelaide e gli Ottoniani). Come sappiamo da quel commento, la dinastia si estinse nel 1953 per mancanza di eredi maschi.

Battaglia di Cortenova (1237). I reduci di quella battaglia, combattuta e persa dalla II Lega Lombarda contro Federico II, trovano ospitalità e rifugio presso Pagano Della Torre, signore della Valsassina (dal sito *). 

Tale scetticismo si è poi dileguato allorquando ho avuto modo di approfondire la storia di altri casati dalla storia millenaria, come quella dei Della Torre, o Torriani, originari della Valsassina, e quella dei Seccoborella di Vimercate, la Vicus Mercatus Romana, uno dei centri più ricchi di storia della cosìddetta Lombardia minore, oggi trascurato o dimenticato.
Ai Della Torre, o Torriani, ci sono numerosi richiami e riferimenti storici anche nel romanzo di fine Ottocento Lasco il bandito della Valsassina, testè recensito. Sia pur con licenza poetica, i Torriani irrompono nel romanzo attraverso la descrizione del loro simbolo araldico e il ricordo di un loro avo che partecipò alla Prima Crociata: "La porta principale che guardava in faccia a Taceno, terra di cinque o sei case e altrettante stalle addossate, accosto a una chiesa sul ciglio della montagna, portava sotto l'insegna di una mezzaluna turca una iscrizione in latino che ricordava la gloria d'un antico abitatore del castello, il quale aveva combattuto sotto le scorte dei Torriani conti della Valsassina, in terra di Palestina a liberare il sepolcro di Cristo".  


Stemma della famiglia Della Torre - da Wikipedia

E in effetti un Martino Torriani, conte della Val Sassina, combattè nella Prima Crociata, trovando la morte nel 1148 sotto le mura di Damasco. Questo fatto conferirà perenne lustro al casato. Lustro ancor maggiore venuto loro dal ruolo che i Della Torre ebbero nella Milano rinascente dalle oscurità del Medioevo. I Della Torre furono reggitori della Milano medievale, in compagnia e in competizione continua con i Visconti. I due gruppi si fronteggiarono spesso, finchè nella decisiva Battaglia di Desio, del 21 gennaio 1277, i Visconti ebbero la meglio, e la numerosa famiglia dei Torriani dovette fuggire disperdendosi nei suoi tanti rami, diretti e collaterali. Un ramo dei Torriani si ritirò sulla sponda occidentale del lago di Como, creando un feudo a Rezzonico, un borgo dal quale presero il secondo nome. Suoi membri si trasferirono a Venezia, dando origine al ramo dei Rezzonico veneziani, con dimora a Ca' Rezzonico, oggi diventata sede del Museo del Settecento Veneziano (gli interni sono stati illustrati nei giorni scorsi, sabato 15 e sabato 22, nel corso del programma Il Loggione). Il ramo dei Torriani Rezzonico di Venezia nel 1758 ha dato al mondo un papa, papa Rezzonico, Papa Clemente XIII.
Ponte romano di san Rocco, Vimercate - da Panoramio

Un caso singolare è quello dei Seccoborella da Vimercate. Nella loro villa dalle origini millenarie -divenuta proprietà e sede del comune di Vimercate, dopo l'estinzione del casato allargato ai Conti Trotti - "nella sala di attesa del palazzo comunale, che immette nell’ampia aula consiliare, si scorge un grande albero genealogico della famiglia: da Guiffredus Sicus, vissuto verso il 1100, alle sorelle Maria, Caterina e Giulia, che furono le ultime persone della famiglia".“Alla base del dipinto - scrive Antonio Bandini Buti  in due medaglioni, indipendenti, sono nominati due personaggi, da cui la nobile famiglia si vantava di trarre la propria discendenza: un conte Ricimer Siccus, patrizio romano di sangue gotico, nominato dall’ imperatore Severo (II e III secolo d.C.) vicario imperiale di tutta Italia; e il pontefice Giovanni XVI (considerato da alcuni storici il XVII della serie), eletto papa il 9 giugno 1003 (l'epoca degli imperatori Ottoniani si è conclusa l'anno precedente) e morto il 31 ottobre dello stesso anno.
 Avendo retto la chiesa per così breve tempo (meno di cinque mesi), egli non lasciò quasi traccia del suo pontificato, così come scarsissime sono le notizie biografiche che se ne hanno. Da una pietra scoperta nel marzo 1750 nella pieve di Santa Maria in Ripagnano, in diocesi di Fermo, e illustrata dal card. Cesare Borgia, risulta che questo papa era nato a Ripagnano da un Giovanni della nobile famiglia Sicco o Siccone e da una Colomba di cui non è detto il casato. Vi si apprende pure che, recatosi a Bologna, vi era stato solennemente ricevuto da Petronio Console.               

Dall'epoca di quell'albero genealogico al 1400 non sono molte le notizie riguardanti questa famiglia.
Nel 1450, nella casa dei Seccoborella fu firmata la pace tra i milanesi e Francesco Sforza, avvenuta dopo tre anni di assedio alla città di Milano, la quale lo aveva esautorato, approfittando di una sua momentanea assenza per impegni militareschi nelle Marche (vedi anche il post Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza) . Nel 1467, un Giorgio Secco è capitano della Martesana. Nel 1475 Vimercate fu concessa in feudo ai Seccoborella da Galeazzo Maria Sforza.

Sul finire del Cinquecento un personaggio della famiglia s’affaccia alla ribalta delle cronache mondane, ma la storia è alquanto lunga, sarà quindi oggetto di apposito post.

Lo scritto in corsivo è tratto dal cap.XXIII della Storia di Vimercate - Eugenio Cazzani - Edizioni Artegrafica Luigi Penati e figli - Vimercate - I Seccoborella pag.561.

Villa Sottocasa, sede del Museo del Territorio (MUST) di Vimercate - da Wikipedia