mercoledì 9 ottobre 2013

Zurlini, il maggiore tra i minori




Valerio Zurlini non ha raggiunto nella storia del nostro cinema la statura del trio Fellini, Visconti, Antonioni, ma sicuramente verrà ricordato come il cantore delle atmosfere di provincia, capace di riprodurre atmosfere intimiste e risvolti psicologici di grande intensità. Zurlini ha saputo creare un ponte  fra il cinema e la letteratura che  lo rende senz'altro unico e riconoscibile. Lo si può amare (come nel caso della sottoscritta) ancora più degli altri tre grandi maestri citati, senza nulla togliere alla loro bravura. E lo si ama, in quanto è parte integrante dell'educazione sentimentale degli Italiani che lo hanno seguito. Dicevo poc'anzi della provincia italiana del Nord, in particolare dell'Emilia. Nessuno come Zurlini ha saputo descrivere Parma, Rimini, Riccione e altre piccole realtà di provincia . Parimenti dicasi dell'aspetto narrativo dei suoi film: Pratolini, Buzzati, hanno trovato in Zurlini un fedele e nel contempo creativo interprete.
Il regista  nasce a Bologna il 19 marzo 1926. La sua famiglia si trasferisce a Roma con lui ancora ragazzo, per cui si trova a frequentare il liceo presso un severo e rigido istituto di Gesuiti. Terminati gli studi liceali, Zurlini trascorre l'ultima vacanza spensierata a Riccione (se ne ricorderà poi in Estate violenta che si ambienta lì) e poi decide di arruolarsi nel Corpo Italiano di Liberazione.


Nel dopoguerra si laurea in legge e segue corsi di storia dell'arte. Dopo una prima esperienza di teatro universitario presso la Facoltà di lettere di Roma, si reca a Milano dove lavora per un anno e mezzo come aiuto regista al neonato Piccolo Teatro. Tra il 1949 e il 1952 realizza alcuni cortometraggi in cui dà prova di un notevole spirito di osservazione, iniziando a collaborare con il compositore Mario Nascimbene, autore di colonne sonore. Questi cortometraggi venivano all'epoca distribuiti in abbinamento a film in proiezione nelle sale, e tra le molte persone che vedono i suoi lavori c'è anche Pietro Germi che lo segnala alla Lux Film, una delle più importanti case di produzione cinematografica.

Dopo un anno trascorso tra la presentazione di vari copioni, tutti puntualmente respinti (ma in quest'anno Zurlini trova anche il tempo di collaborare con John Huston che è in Campania per girare Il tesoro dell'Africa), è la stessa Lux a imporgli l'adattamento da Vasco Pratolini in  Le ragazze di San Frediano, che esce nel dicembre 1954. Il film (storia di un Don Giovanni di provincia che cerca di sedurre contemporaneamente cinque ragazze, con le 5 ragazze infuriate che poi si vendicano di lui) mostra un' insolita freschezza, una schietta ironia con l'attenzione al contesto geografico di una borgata fiorentina. Efficace   la prova di tutti i giovani attori (Rossana Podestà, Giovanna Ralli, Giulia Rubini, Antonio Cifariello)  e buona, la resa figurativa.

Pur ricevendo vasti consensi sia di critica che di pubblico, passano ben cinque anni prima che esca il secondo film. Di mezzo c'è il progetto di Guendalina, un altro film fresco e giovanile (con una Jacqueline Sassard esordiente), film  che Zurlini vorrebbe portare sullo schermo, ma che il produttore Carlo Ponti affida, con sua grande delusione, ad Alberto Lattuada. La sua firma sulla sceneggiatura gli varrà comunque nel 1958 il Nastro d'argento.


Estate violenta


Zurlini passa così alla Titanus e riesce a realizzare Estate violenta (1959), storia d'amore tra uno studente universitario e un'affascinante donna matura ambientata a Riccione negli anni della seconda guerra mondiale e della caduta del Fascismo. Intensa l'interpretazione di Jean-Louis Trintignant e di Eleonora Rossi Drago.


 Segue poi La ragazza con la valigia (1961), una delle migliori interpretazioni di Claudia Cardinale nel fior fior della sua bellezza, con accanto il giovane Jacques Perrin, nel ruolo di un adolescente timido ai primi turbamenti amorosi. Questo  film (come già anche il precedente)  lo rivelano al grande pubblico come regista attento ai risvolti psicologici e all'introspezione drammatica dei personaggi, alla precisa e puntuale descrizione di microcosmi di provincia. Storia dell'amore impossibile tra Aida, una ballerina di provincia alla deriva, e Lorenzo, ragazzo di buona famiglia che si sostituisce a suo fratello maggiore Marcello (Corrado Pani), il quale aveva sedotto la bella Aida cercando poi di sbarazzarsene cinicamente. Viceversa lui,  si sente attratto dalla sconosciuta con la valigia e cerca di aiutarla, forse per voler compensare il cinismo del fratello. Il film viene girato tra Parma e Riccione.
Zurlini si conferma uno dei rari poeti dell'amore  del nostro cinema italiano: lo dimostra nella straordinaria scena di Claudia Cardinale (doppiata da Adriana Asti) in accappatoio bianco accolta dalle note verdiane di "Celeste Aida" e nella scena indimenticabile che si svolge tra Jacques Perrin e lei, sulla spiaggia adriatica. La  parte lirica del film (la 1ª parte)  è, forse, la più bella, mentre nella seconda parte,  si fa evidente la verità sociologica della narrazione da cui scaturisce l'amarezza di fondo, quella delle differenze di classe, tra lei e il giovane Lorenzo alla sua prima esperienza amorosa. Ammirevole direzione di attori e di grande suggestione, la colonna musicale: Mina, Peppino di Capri, Celentano, Nico Fidenco e Beniamino Gigli nell'esecuzione della citata romanza di Verdi.

Nel 1962 presenta alla Mostra di Venezia un film ancora una volta tratto da Pratolini,

Cronaca familiare, che vince il Leone d'oro ex aequo con L'infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij, viene descritto come uno dei film "maschili" più commoventi nella storia del cinema. Riprende molti dei fatti e dei motivi del romanzo originale di Pratolini. Mastroianni  (Enrico, nel film) offre una performance ricca  di sensibilità e ben equilibrata, quale emergente giornalista nella Roma del 1945. Riceve una telefonata che lo informa della morte del fratello Lorenzo (Jacques Perrin). Allora si ricorda dei tempi passati, del loro lungo e difficile rapporto: Enrico cresciuto dalla loro povera ma affettuosa nonna , viceversa Lorenzo tirato su come un vero gentiluomo da un ricco aristocratico del luogo, che lo affida al suo maggiordomo. Riuniti a Firenze negli anni trenta, il viziato Lorenzo viene mantenuto da Enrico, quest'ultimo sempre ossessionato da un senso di colpevole responsabilità verso un fratello più fragile,  che ama e odia simultaneamente. Una strana e progressivamente fatale malattia di Lorenzo farà emergere in Enrico tutto il suo profondo attaccamento e amore per il fratello morente.
Segue nel 1965 la regia di Le soldatesse, una storia ambientata nel 1942 nella Grecia occupata dagli Italiani. Dopo questo film, ci sarà  un periodo di crisi nell'attività di Zurlini, che per la seconda volta si vede portar via un progetto a cui teneva ( quel Il giardino dei Finzi-Contini, tratto dal romanzo di Bassani, che verrà poi realizzato da Vittorio De Sica).

Nello stesso periodo, Zurlini ha l'opportunità di tornare al teatro per dirigere tre lavori, e di girare per la televisione alcune serie di filmati pubblicitari andati in onda in Carosello: tra questi ricordiamo quelli girati con Mina per la Barilla in due serie (1965 e 1970). Ma  la tv non poteva  di certo  saturare la sua vena espressiva.

Nel 1972 Zurlini torna al drammatico con La prima notte di quiete, interpretato da Alain Delon, Lea Massari e Giancarlo Giannini. La sceneggiatura risaliva a otto anni prima e faceva parte di un'ambiziosa trilogia mai realizzata, in cui si intrecciava il destino di una famiglia all'interno delle vicende dell'Italia coloniale. Film amaro e controverso, La prima notte di quiete all'inizio contestato dalla critica, viene invece molto apprezzato dal pubblico. Si rivela il maggior successo del regista e uno dei film più visti dell'anno. Il film è stato restaurato nel 2000 dalla Philip Morris. E a tuttoggi Alain Delon, nel ruolo di un professore del Liceo (nella versione francese si intitola, per l'appunto Le Professeur) dall'aria trasandata e débauchée con barba e cappotto cammello, dichiara nelle sue interviste che è stata una delle sue  interpretazioni rimastagli nel cuore. Delon, del resto,  fu finanziatore del film. 
Ritratto di Daniele Dominici, professore di letteratura, angelo caduto e insabbiato dal passato misterioroso e senza radici, che arriva al
capolinea della sua vita in una Rimini invernale, è in sintesi, la storia di un naufragio esistenziale. Daniele s'innamora di Vanina (nome stendhaliano, interpretato dall'attrice Sonia Petrova), sua allieva, ragazza dissoluta  pervasa di un'insondabile enigmatica malinconia. C'è un eroe "maledetto", c'è un  ostile ambiente di provincia (una suggestiva Rimini d'inverno), c'è un'atmosfera rarefatta  e melanconica, ci sono i personaggi di contorno (tra cui spicca un ottimo G. Giannini), c'è un'ottima scrittura nella descrizione dell'ignobile verminaio provinciale cui si contrappongono le sortite verso i cieli di uno spiritualismo cristiano. La prima notte di quiete è una frase di Goethe per indicare  la morte, "perché finalmente si dorme senza sogni".

L'ultimo suo lavoro, la trasposizione cinematografica de Il deserto dei tartari di Dino Buzzati, risale al 1976. Molti registi avevano progettato di portare sullo schermo il romanzo di Buzzati, tra cui Antonioni e Jancsó. Zurlini riesce a realizzare il progetto grazie alla pervicacia di Jacques Perrin,  ormai diventato suo attore-feticcio (già tenero e sensibile interprete nella Ragazza con la valigia e in Cronaca familiare) protagonista del film nel ruolo del tenente Drogo, e suo principale finanziatore-produttore. Entrambi scoprono in Iran di una fortezza che si adattava perfettamente all'idea che il regista aveva in mente per ambientare la storia (la fortezza Bastiani).
La trama. Il tenente Giovan Battista Drogo, di fresca nomina, viene assegnato alla fortezza Bastiani, un avamposto ai confini dell'impero che si trova dinanzi al deserto anticamente abitato dai Tartari. Giunto a destinazione Drogo avverte come ogni militare, dal soldato ai più alti gradi, sia in attesa dell'arrivo del nemico proprio  da quella direzione e quanto la vita dell'intera guarnigione dipenda da quell'attesa. Drogo cerca di farsi trasferire ma l'atmosfera che regna nella fortezza finisce con l'affascinarlo e a impedirgli di andarsene.
Il romanzo omonimo di Dino Buzzati (edito nel 1940) aveva attratto da subito più di uno sceneggiatore e regista ma tutti avevano finito con l'arrendersi dinanzi alla difficoltà di ambientazione storica. Perché lo scrittore situa la vicenda in una dimensione atemporale e la stessa Fortezza Bastiani può essere considerata un luogo non identificabile (Buzzati si spinse a dire che avrebbe potuto anche essere la redazione del Corriere della sera per cui scriveva). Ecco allora che l'idea viene accantonata fino al 1963 quando il libro esce in Francia in edizione tascabile. Sarà  dunque Perrin a rilanciare l'idea con ostinazione. La collocazione storica viene fissata alla fine dell'Ottocento con una forte connotazione di eleganza e rigidità austro-ungarica che la famiglia Buzzati aveva ben conosciuto. Oltre al bravissimo Perrin è da segnalare un inconsueto grande ruolo  per Giuliano Gemma, appena deceduto, nella parte del duro e spietato

maggiore Matis (in alto nella foto) . Indimenticabile Laurent Terzieff nel ruolo dell' umbratile aristocratico Pietro von Hamerling, che muore nella spedizione in montagna sulla neve, poiché messo a dura prova dalle vessazioni del crudele maggiore. Ma indimenticabili davvero tutti: da Gassman a Max von Sidow, a J.L Trintignant, a Noiret, a Fernando Rey, un vero cast d'eccezione.


 A conclusione di questo itinerario su un regista, detto "maggiore tra i minori",  qualche doverosa nota su questo nostro Paese nato fascinosamente variegato e diversificato, dove fino a non molto tempo fa ogni regione aveva i suoi letterati, i suoi poeti e artisti, i suoi dialetti, i suoi cibi, i suoi usi e costumi,  i suoi cineasti, e  oggi  mestamente uniformato e omologato a diktat globalisti. Si sente la mancanza di un Brusati che ci parla di Milano, di Risi che ci parla della Lombardia, di Zurlini che ci parla dell'Emilia-Romagna...di Bolognini (anche lui come Zurlini, egregio traspositore di testi letterari nel cinema) di altri  bravi "minori"  come Comencini e Florestano Vancini, dello stesso Pietro Germi, regista geniale, grande anticipatore della "commedia all'italiana",   tenuto in disparte a causa di idee politiche non gradite allo star system italiano, ma anche  a causa del suo carattere notoriamente burbero e scontroso; dello spirito anarco-corrosivo di Marco Ferreri, regista sui generis. Insomma si sente la mancanza di quella varietà di talenti che hanno fatto grande il nostro cinema e  con esso, il nostro Paese. In particolare oggi che il cinema italiano è diventato sempre più  irrilevante e mediocre.



Hesperia

30 commenti:

Hesperia ha detto...

OT: Josh, me lo avevi già spiegato, ma me ne sono dimenticata. Come si fa a ridurre quello spazio bianco alla fine del post che vorrei accorciare dopo la parola Hesperia?

Josh ha detto...

Bel post di uno dei miei registi preferiti..e anche un po' misconosciuti...

l'ho sistemato io per ora il post.
E' semplice, si ritorna nella pagina in html, come cliccando su modifica, prima di pubblicare, o anche dopo pubblicato.
Vai a vedere in fondo nella pagina del post se c'è molto spazio.
Se sì, posiziooni il cursore col mouse in basso, nel punto più estremo della pagina,
e di lì "sali", mangiandoti le righe, premendo il tasto con la freccina verso sinistra, che sta in alto a destra, cioè il tasto
nella seconda fila dall'alto sulla tastiera, in alto a destra, dopo i numeri, il 14esimo.
Lo premi tante volte quante servono per mangiare riga per riga lo spazio in più, si vede proprio che lo spazio bianco si assottiglia e il margine inferiore della pagina si avvicina alla firma
et voilà:-)

Hesperia ha detto...

Grszie mille Josh. Ora mi salvo le tue "istruzioni tecniche". :-)
Certo che un bolognese non poteva che amare un altro bolognese, come tici tu, "misconosciuto", ma proprio per questo sempre proponibile.

Mio figlio ha visto tutti questi film che ho citato (in DVD) e se ne è innamorato. Evidentemente non tutte le nuove generazioni si sono lobotomizzate il cervello.

Si commentava con amici (non senza una punta di disgusto) che da modelli estetici come quelli preposti in questi film, ci siamo ridotti a bruttoni mostruosi come la Littizetto e Silvio Orlando che ha tutti i denti marci. Ma la Bellezza, perdio, deve essere e rimanere un demiurgo di sensibilità, di emozionalità, di fascinazione.

Dove troviamo più un angelo come Jacques Perrin e una sirena come l'allora Cardinale?

Hesperia ha detto...

Mi scuso per i refusi, ma ho scritto in fretta.

Volevo aggiungere che esportavamo Bellezza, grazia, nuove sensibilità e talento, e ora guarda te cosa circola come film italiani! Delle ciofeche spaventose di cui c'è da vergognarsi.

Avevamo maestri di regia per i quali ci facevano tanto di cappello (maggiori, minori, intermedi, ma pur sempre maestri). In Francia, ad esempio, Zurlini è a tuttoggi ricordato e venerato.
E ora siamo qui ridotti ai minimi termini.

Josh ha detto...

Hesperia ci andrei piano col bolognese che ama un altro bolognese, coi tempi che corrono:-)

a parte che da queste parti può essere malinterpretato,
detto questo,
in ambito regia questo è in effetti un caso raro.

Da Bologna per esempio viene anche Pupi Avati. Ho sempre trovato molto strano il suono del suo nome e cognome. Da bambino credevo parlassero di pupazzetti, quando lo nominavano in tv: per me i "pupi avati" erano dei babbuzzetti per una specie di teatrino siciliano.

Avati fece bei film, alcuni li rivedo con piacere....ma da un certo punto in poi lo trovo pesante e meno ispirato. (ci arrivo eh a parlare direttamente di Zurlini, non scappo). Ci vuole un tocco gentile per raccontare queta terra...ugualmente basta poco per cadere nella ciarlataneria.
Dopo il 2000 ha fatto ancora film di valore, ma non uniformemente in tutto quel che ha girato.

Zurlini è molto diverso da lui.
A parte che colpisce il numero di progetti cui Zurlini stava per accedere, e a cui poi ha dovuto rinunciare o ripiegare e rimandare.

Josh ha detto...

Pensando agli studi di Zurlini, oh ma i gesuiti ultimamente saltan fuori dappertutto.

E' vero che 2 tratti distintivi suoi sono le atmosfere di provincia, risvolti intimisti e psicologici;
e per altro verso il rapporto fra il cinema e la letteratura (voglio ricordare fu anche uno sceneggiatore ottimo).

Anche se non li girò in prima persona (per alcuni avrebbe voluto), non glielo concessero per motivi contrattuali,
come sceneggiatore (che dà l'idea della capacità di scrittura e dell'organizzzaziine della narrazione in scene) scrisse:

-Guendalina girato da Lattuada;
_Il Giardino dei Finzi Contini, girato poi da De Sica;
_Gli occhiali d'oro girato da Montaldo

Lo sfondo, come la storia s'innesta sull'ambiente (ambiente emiliano ben noto, di nuovo) l'apporto di Zurlini ai Finzi Contini e gli occhiali d'oro non è piccolo.

Josh ha detto...


“Quella costiera adriatica che avevo visto d’inverno, quando non c’è l’esplosione del turismo estivo, stretta dal rancore, dalla ferocia, dalla violenza. L’avevo vista, quella violenza dell’uomo sulla donna. "La prima notte di quiete" è un film molto legato a un certo ambiente geografico. Contiene anche un aspetto di “storia popolare”: la storia di un uomo che ha un rapporto ormai di morte con gli altri, e che incontra la giovinezza. Una giovinezza che nasconde in realtà la morte: è un romanzo popolare vecchio come il mondo (…). Il titolo viene da un verso di Goethe che si può tradurre più o meno così:‘La morte, la prima notte di quiete’.”

Queste le sue parole sul suo film nel 1972,
La Rimini invernale, livida, cupa, è un luogo ma anche uno stato d'animo e una condizione, che forse conta più della storia in sè...

Esce nello stesso anno di Ultimo tango a Parigi di Bertolucci.
In realtà Zurlini è molto più sottile....
il tema del film è una storia amara di un eroe anonimo che non riesce nel suo sogno di fuga.

Va messo in relazione con I vitelloni di Fellini, ma trent’anni dopo, quando l’innocenza è ormai perduta.

Aggiungo che Zurlini aveva girato poco prima (non l'ho visto) "I gabbiani d'inverno o l'inverno sull'Adriatico" (1972) che da quanto ho inteso era un sondare e ricercare l'ambiente evocativo per 'la notte di quiete' che avrebbe girato poco dopo.

Josh ha detto...

Mentre scrivo queste robe, mi viene in mente un film, stavolta un documentario ma con una sorta di trama e un po' di narrazione sui generis, che se non hai visto, sono convinto ti piacerà e lo segno (l'importanza dell'ambiente è tutto il film, con ciò che evoca):

"Lungo il fiume" di Ermanno Olmi.

http://www.mymovies.it/pubblico/articolo/?id=316925

Josh ha detto...

tornando a Zurlini,
si tratta non proprio di un ottimista...
Tentava di raccontare la vita, a modo suo. Non ha mai fatto dichiarazioni complesse di estetica.

Il massimo della drammaticità lo raggiunge ne "Il deserto dei tartari", da Buzzati...
un successo con interpreti straordinari: Jacques Perrin, Philippe Noiret, Jean-Louis Trintignant, Giuliano Gemma.

Il suo cinema era a modo suo discreto...pensare a certi funambolismi felliniani...

Poi 8 lungometraggi in 22 anni.

In pochi tra gli altri registi italiani avevano uno sguardo così fine per i sentimenti,
la messa a fuoco del conflitto tra l’individuo e la storia (senza diventare sempre ideologici),
e il suo tratto forte, la corrispondenza tra stato d'animo dei personaggi e paesaggio.

Per una rivalutazione critica, s'è dovuto attendere Jean Gili:

“con Antonioni, Zurlini è il grande cineasta dei paesaggi degli stati d’animo”.

Josh ha detto...

p.s. visto che a volte riceviamo commenti davvero insoliti,
specifico che quando parlo qui di importanza dell'ambiente e del paesaggio,
non lo intendo in senso ecologista, vegano o No Tav,
ma nei termini dell'economia del racconto.

In questi casi, l'ambiente e il paesaggio sono funzioni narrative.

Hesperia ha detto...

Josh, sul bolognese era per dire :-) . Comunque capisco che di questi tempi...

Sì, il numero dei progetti a cui Zurlini (che tra l'altro, secondo Bevilacqua che lo conosceva bene, è anche scrittore) non ha avuto accesso, fa parte dei soliti giochetti dei produttori.

Hesperia ha detto...

Che era uno sceneggiatore ottimo, ne ho già detto nel post. Giuste le aggiunte sui due film tratti dai romanzi di G. Bassani.
Sono d'accordo su Avati. Mi piace, ma non quanto lui, che ha una solida scrittura alla spalle. Nel cinema italiota di oggi c'è poca scrittura. E si vede.

Hesperia ha detto...

Sì, la vena melanconica e le atmosfere sospese e atemporali, sono rivelatrici di una sua personalità saturnina.
In fondo (cito a memoria, perché non ricordo più dove ho pescato questa sua frase) il suo concetto sulla vita che è perenne ATTESA che succeda qualcosa
trascorsa senza altra aspettativa che l'attesa della morte e quando questa arriva, l'impossibilità a opporvisi, è indicativo del suo carattere.

Hesperia ha detto...

"Per una rivalutazione critica, s'è dovuto attendere Jean Gili:

“con Antonioni, Zurlini è il grande cineasta dei paesaggi degli stati d’animo”.

Non mi stupisce. Come avevo detto, è più quotato in Francia di quanto non lo fosse qui da noi. E del resto, pur descrivendo paesaggi italiani e storie italiane, mi pare che questo suo "esprit de finesse" non possa che piacere moltissimo Oltralpe.

Hesperia ha detto...

Prelevo da un commentatore francese di uno spezzone di "La ragazza con la valigia". Parlo della scena in cui Lorenzo (J. Perrin) raggiunge Aida (C. Cardinale) sulla spiaggia.

"Jacques PERRIN a avoué en interview que cette scène reste à jamais gravée dans son coeur".

Jacques Perrin ha confessato in un'intervista che questa scena resta incisa per sempre sul suo cuore.

Anonimo ha detto...

Sono rimasto stupito anch'io nel constatare quanto fosse bravo il compianto Giuliano Gemma nel Deserto dei Tartari. Complimenti a Zurlini per averlo saputo valorizzare e tirare fuori dai suoi western seriali.
Bravissimo anche Gassman in un ruolo misurato e mai fuori dalle righe, lontano dai suoi personaggi smargiassi e fanfaroni.
Vincenzo

Sympatros ha detto...

Il compiacimento nostalgico, la vita come l'autunno, come spiaggia una volta piena di vita e adesso abbandonata, grigia e persino minacciosa, il ripiegarsi verso la quiete triste, magari con un certo gusto del bello e intellettualmente maudit, sono tipici del gusto francese, percio' sono apprezzati più in Francia che in Italia. Film non ne vedo, ne vedevo pochi… ma l'ultima notte di quiete l'ho vista… i luoghi comuni della tristezza in connubio quasi necessario con la bellezza, con il piacere non tanto dell'introspezione, quanto verso una forma di atteggiamento introspettivo, che rende in qualche modo le anime belle anche se un po' maledette, e un pizzico di amore per la letteratura e per la poesia che contribuisce ad ingentilire il tutto. Tutti ingredienti che fanno sognare i giovani che nelle lo fantasie amano sempre mischiare il dolce col triste e con l'amaro e danno qualche residuo piacere per i vecchi capaci ancora di nostalgia. MA , se si volesse essere cattivi, ci sarebbero tanti motivi per demitizzare quanto falsa e atteggiata introspezione serpeggiava in quei film e quanti edulcorati paesaggi ne accarezzavano i presunti tormenti interiori… infondo era un gioco di società. Ma non sono cattivo, non voglio distruggere i ricordi, alla fine non ne vale la pena.

Josh, avevo scritto un post in risposta per l'altro thread, ma ho trovato la porta chiusa… non fa niente, l'ho cestinato!

Josh ha detto...

Sympatros, mi spiace per il tuo commento...non ne avevo idea ma ho preferito chiudere.
Le scorse settimane devo dire le cose di GL mi hanno stancato.

E sull'ultimo argomento, tocca nervi scoperti, come avrai capito...tutte le posizioni sono ammissibili nel 'mondo libero'-si fa per dire, ma ho preferito sigillare così, almeno in questo spazietto, la mia opinione senza troppi contenziosi.

Hesperia ha detto...

Vincenzo, di solito chi fa veramente l'attore sono i ruoli che gli si dà, le occasioni offerte da un buon regista. Il quale regista, come abbiamo visto, è a sua volta soggetto alle scritture da parte dei produttori.

E' comunque vero che il povero Giuliano Gemma avrebbe potuto dare di più e la parte del maggiore spietato ne "Il deserto dei tartari", sta a dimostrarlo.

Hesperia ha detto...

Sympa, "l'ultima notte di quiete" in realtà è la prima. :-)

D'accordo sul fatto che le categorie del Bello e del Maudit, appartengono a buon diritto alla letteratura francese. Da qui l'apprezzamento francese per Zurlini. Per il resto, se di nostalgia si parla, questa appartiene a tutto tondo anche alla letteratura, tanto per fare degli esempi. Un romanzo che può averci fatto sognare da adolescenti, può lasciarci pressoché indifferenti in età più matura. lo stesso dicasi per una musica e una canzone. Ma qui andiamo decisamente OT.
Conosco persone che al cinema non ci vanno mai. Viceversa la sottoscritta, è una cinefila da quando era all'asilo. O poco ci manca. Questione di abitudini e di gusti.
Credo che questa abitudine sia parte integrante di una mia particolare "dipendenza da racconti". Che ovviamente si riverbera anche nell'ambito della scrittura.

Hesperia ha detto...

PS: Volevo aggiungere un'altra notazione al commento di Vincenzo.
Gassman nel ruolo del Conte Giovanbattista Filimore, il capo della Fortezza Bastiani, è stato davvero un campione di misura e di eleganza sotto la direzione di Zurlini.

Un ruolo anche questo, inconsueto, per la sua personalità così debordante e incontenibile, che nessun regista gli aveva mai conferito prima. Anche perché tenere a bada Gassman (attore-autore) non è mai stato facile per nessun regista.

Josh ha detto...

Sympatros

"Il compiacimento nostalgico, la vita come l'autunno, come spiaggia una volta piena di vita e adesso abbandonata, grigia e persino minacciosa, il ripiegarsi verso la quiete triste, magari con un certo gusto del bello e intellettualmente maudit....
i luoghi comuni della tristezza in connubio quasi necessario con la bellezza..."

ma Sympatros! :-)
Je suis l'Empire à la fin de la décadence....

In effetti lo stato d'animo che hai descritto, a parte le battute, è proprio quello.
E' un insieme di pulsioni. Sia quella spiegata bene da Hesperia, sul senso d'attesa.
Sia la ricerca dell'ideale, e la perdita in qualche modo....
rivissuto nella memoria attraverso una patina dorata in atmosfera nebbiosa.

Certe atmosfere sono connaturate a queste terre, per conformazione e clima, è inevitabile che sembrino specchio di quegli stati d'animo.

Josh ha detto...

Proprio bella la Cardinale in "la ragazza con la valigia".

Mi è piaciuta molto "Cronaca Familiare". Ovviamente anche il 'Deserto dei tartari', così suggestivo.



Josh ha detto...


Erano cose "di prima", quando il nostro paese aveva una letteratura con marchio regionale, un cinema a tendenza regionale. E così coi cibi, dialetti, usi e costumi.
Sicuro è tutto globalizzato e quindi spersonificato. Il modello Unico miete vittime, a partire dall'arte, dal sè.

Sugli altri minori citati: beh alcuni film di Vancini e Brusati sono memorabili, per non parlare di alcune punte di Risi.
Sì Bolognini...calligrafico coi testi letterari, ma nel suo bell'immaginare ha lasciato un'iconografia di personaggi e ambienti forte, magari più scarso rispetto agli citati come soluzioni di regia, ma più prezioso e decorativo.
Con Ferreri siamo alla lucida follia:-)

Il cinema italiano è in crisi dagli anni 80.
Irrilevante e impersonale, riferiti all'oggi, direi sono le parole più adatte.
Peggio poi quando il cinema nostrano, non sapendo più che dire, ha incominciato a copiare dalla tv, dai teelfilm, la piattezza di dialoghi e inconsistenti soluzioni di regia.

Già nei telefilm o varie similsoap televisive imperversano regia a grado zero e tematiche dei diktat mondiali: immigrazione, gaiezza, multikulti come unico messaggio possibile. Non c'è più pensiero, nè spirito, nè simbolo, nè poesia, solo l'obbedienza a ordini pretabiliti, nemmeno illustrati o discussi, o per lo meno argomentati.

Hesperia ha detto...

Sì, la Cardinale pareva in questo film, una sorta di Bardot più mediterranea. Curioso poi che nella versione francese, non avessero avuto bisogno di doppiarla ( è di prima lingua francese, avendo studiato alle scuole di Tunisi, quando ancora era una colonia francese).
Come vedi, siamo passati dalle Stelle alle stalle, con la Littizzetto (con quella bocca da Cul di gallina) che imperversa con quella voce stridula e chioccia, da tutte le parti. Mamma quanto la detesto! Ho come l'impressione che ci sia un compiacimento in questa propagazione e pervasività della bruttezza. Sbaglio?

"Cronaca familiare" è un film di tenerezza "al maschile", legato agli affetti familiari. Davvero bravissimi, i due (Mastroianni e Perrin).

Hesperia ha detto...

Quanto al "Deserto dei Tartari", non ha incassato una beata cippa al botteghino, e J. Perrin che ne era il produttore, è andato in perdita per parecchi anni. Curiosamente però, continua a rimanere un film di culto per scolaresche dei licei. E puntualmente il Dvd viene visto da più generazioni.
Direi, che è stato un film "necessario" a dispetto dei guadagni magri.

Hesperia ha detto...

Josh, "Le ragazze di San Frediano" l'avevo visto che avevo 7 o 8 anni, poi non l'ho più rivisto. Non lo fanno mai in tv. Ho ritrovato questo spezzoncino:

https://www.youtube.com/watch?v=85xLPtCp43g

dove c'è una Firenze sgombra e bellissima, di quelle che non esistono più, se non nei nostri desideri.

GL ha detto...
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Johnny88 ha detto...

Bellissimo riassunto della carriera di questo regista. Confesso la mia ignoranza, non avevo mai sentito nominare Zurlini fino a pochi giorni fa. La cosa buffa è che, leggendo il post, mi sono reso conto di aver sentito nominare molti di questi film e di averne pure visto qualcuno, ma di non aver mai memorizzato il nome del regista. Vedrò di colmare le mie lacune quanto prima.

Hesperia ha detto...

Mi fa molto piacere, Johnny. Certamente se guardi gli spezzoni di You tube, qualcosa avrai già visto. Ma ora magari, se ti ricapita, o se compri qualcuno di questi DVD, ti puoi fare una visione d'insieme. Oltretutto con la catastrofe che stiamo vivendo, sono un balsamo per il cuore. "La ragazza con la valigia" lo vidi che ero adolescente (avevo finito le medie) e non l'ho mai dimenticato. Qualcosa vorrà ben dire.