sabato 21 gennaio 2017

Riti di passaggio in Gennaio


Il nome "Gennaio" deriva dal dio latino-romano Giano (Ianuarius), preposto alle porte, ai ponti, e ad ogni forma di mutamento simbolico e attraversamento: in questo, Gennaio/Ianuarius era un po' la chiave di volta, aprendo le porte al nuovo anno.


Apre il calendario gregoriano per inaugurare una nuova fase della vita, con giornate i cui cieli di Lombardia, tanto decantati dal Manzoni, sono, astronomicamente parlando, i più belli dell'anno: puliti, tersi di uno stupefacente blu cobalto, con i suoi laghi mossi che sembrano riflettere le azzurrità celesti, con tramonti mai così incendiati. Le giornate sono più lunghe e luminose, proprio quando sembrava che il buio, la notte, le pesanti simbologie autunnali e mortuarie, avessero coperto tutto. La magia della Natura inverte l'abisso e di nuovo la luce, come è giusto, riprende il suo posto.
Quando ancora la nostra "civiltà" si lasciava ammaestrare e si leggeva ogni cosa in chiave mitica, la simbologia di Gennaio era insieme una speranza e un insegnamento: quanto più nera e profonda poteva essere la notte, tanto più la luce avrebbe trionfato ancora. E la vita greve e pesante si fa via via più lieve nella luce tersa del solstizio che avanza.

Non si può allora non estrapolare dal nostro vissuto qualche poesia, o filastrocca  che è spiritualmente terapeutica ed evocativa per antonomasia:


Gennaio
Nevica: l'aria brulica di bianco;
la terra è bianca, neve sopra neve;
gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco,
cade del bianco con un tonfo lieve.
E le ventate soffiano di schianto
e per le vie mulina la bufera;
passano bimbi; un balbettio di pianto;
passa una madre; passa una preghiera!
(Giovanni Pascoli)
Falò per S.Antonio Abate  a Varese

In Gennaio si propiziano arcaici e antichi riti agricoli un tempo pagani,  opportunamente assorbiti dalla Cristianità come i falò di San Antonio Abate,  protettore dei contadini e degli animali agricoli che cade martedi 17 gennaio. Abbiamo visto in quella data, quei   rioni con chiese intitolate a detto santo (Chiesa del rione di La  Motta a Varese e cappelletta di  Lissago-Mustonate, un suo paesello campagnolo che si affaccia sul lago), grandi  falò che bruciano davanti ai sagrati delle chiese intitolate al santo. Fuochi che squarciano le tenebre nel bel mezzo del gelido inverno.  Detta tradizione di Sant'Antonio Abate è molto sentita anche al Sud, per tutta Italia e nelle Isole, e i loro falò si fanno con sterpi di vite per propiziare l'abbondanza e i buoni raccolti. Se il falò non si accende, per gli agricoltori è un brutto presagio. 

Il fuoco purificatore, ci rimanda al rito di morte-rinascita. Le ceneri che si disperdono nel vento di tramontana renderanno fertile il terreno. I terreni del resto, in questo mese vengono arieggiati, rimossi e ripuliti da vecchie stoppie. "Si porta avanti", la brava gente di campagna - come si dice delle mie parti -   gente che non si fa mai cogliere in fallo dalle stagioni e mesi,  e sempre rispetta il lunario e le sue fasi. Gli animali domestici e da cortile,  vengono benedetti dal prevosto, in una simpatica benevola processione; come “benedetto” era considerato il lavoro dei campi che non poteva svolgersi senza il loro aiuto. E la tradizione perdura tuttora. 
Benedizione degli animali agricoli
In alcune località della bassa  padana sopravvive la tradizione della Giöbia, la vecchia strega, e permane ancor oggi il simbolo dell’inverno da scacciare mediante un enorme falò per far sparire i mali, affinché possa nascere e germogliare rigogliosamente la nuova stagione con i suoi doni di opulenza. E’ un altro rito propiziatorio di origini agricole molto sentito. In particolare a Busto Arsizio, Legnano, Turbigo, nel pavese e  nella bassa lodigiana, dove la Giöbia è impersonata da una vecchia fatta di paglia, di stracci, di pezze e di  altro materiale combustibile, rivestita di vecchi abiti dismessi, che viene issata su cataste di legna e bruciata in piazza l’ultimo giovedì di gennaio. Forse il suo nome trae per l’appunto origine da Giovia (giovedi). Ma ci sono altre versioni etimologiche, altri modi di chiamare "la vecchia"  e altre varianti della vecchia strega da bruciare,  a seconda delle località.


Quel che è certo, rappresenta la brutta stagione invernale da bruciare, col fuoco che crepita e scintilla portando con sé ogni elemento negativo: le malattie, i fardelli della vita ed altro. Era ed è una “festa” pubblica, collettiva, nella quale si mangiavano piatti tradizionali costituiti da risotto con luganega (salsiccia) e polenta con i “brüscitt” (l'umido che si fa con la carne trita) ; poi seguiva il “falò”.
Falò de la Gioeubia

Nelle scuole elementari del basso varesotto e dell'alto milanese questo rito del fuoco  viene accompagnato dalle grida festanti dei bambini, con chiacchiere e frittelle da gustare. Una dolce anticipazione del non lontano Carnevale. 
 E per concludere il mese,ecco  la Merla, e i suoi ultimi tre giorni  più freddi dell'anno magici, taglienti e chiari, con le sue tramontane ululanti, così evocative di leggende del Grande Nord. Secondo una delle tante, i merli, allora bianchi, si dovettero rifugiare all'interno dei comignoli a causa del grande freddo, diventando tutti neri. Poi, dopo molti giorni, credettero che Gennaio fosse passato e  allora sbucarono fuori canzonandolo, ma lui si vendicò e scatenò bufere di neve, vento, gelo, imbiancandoli ancora. E la magia si rinnova ad ogni gennaio di ogni anno.



9 commenti:

GL ha detto...

https://arcanomistero.blogspot.it/2015/01/le-calende-e-san-paolo-dei-segni.html

Sympatros ha detto...

Il freddo il buio, la luce il fuoco il caldo. La morte e la vita. Un “eterno ritorno” dettato dalla vita circolare dell’universo, della terra, del tempo delle stagioni di cui una volta la vita dei contadini era impregnata, ora un po’ meno. Il fuoco è il sole d’inverno. Dissolve frigus ligna super foco large reponens… deprome quadrimum sabina …….. merum diota. Il fuoco e il vino contro l’inverno che ha reso tutto immobile e sofferente sotto l’alta neve, tutto è fermo, la montagna st-et, gli alberi non su-st-ineant non sostengono più il peso e i flumina i fiumi con-st-iterint sono rappresi e bloccati per il freddo. Tutto st-a immobile… ma nella casa lavita, dissolvi il freddo riponendo con abbondanza legna sul fuoco e spilla il vino quadriennale dall’anfora sabina e non pensare ad altro. Era Orazio.
I focarazzi o le fogarazze erano comuni e facevano parte del ricorrente rito di lotta e difesa dall’inverno, in alcune tradizioni venivano all’inizio dell’inverno a santa Lucia o alla vigilia di Natale, in altre parti in gennaio e in altre a fine inverno… la filosofia che ci stava sotto era comunque sempre la stessa.
Stupenda la scena della fogarazza di fine inverno in Amarcord di Fellini

https://www.youtube.com/watch?v=ELR1zhbRhBM

Josh ha detto...

Wow ma il Giardino è riattivato! bene :-)

Guarda cosa avevamo pubblicato in contemporanea:

https://bonumsemen.blogspot.it/2017/01/17-gennaio-s-antonio-abate.html

https://bonumsemen.blogspot.it/2017/01/fatti-e-detti-di-s-antonio-abate.html

ripasso con calma

Hesperia ha detto...

Grazie GL, non conoscevo questa cosa delle "calende". Quando non c'erano i metereologi la gente si arrangiava come poteva, con ogni evidenza.

Hesperia ha detto...

Uhhh! Che bella sorpresa, ciao Josh! Ora il tuo link lo utilizzo sulla parola Sant'Antonio Abate, per saperne di più sul santo. A presto, allora. :-)

Hesperia ha detto...

Sympatros, sto guardando il bel filmato felliniano sul rogo della Vecchia, ,la Fogheraccia. . Come ho scritto, in ogni tradizione dialettale la si chiama in modo diverso, ma il rito del fuoco che squarcia il gelo e che propizia la buona stagione entrante, è sempre quello.

I dialetto lombardo dare della Gioeubia o Giubiana a una donna, è un po' considerato come darle della Befana.

Hesperia ha detto...

Si scrive anche con la dieresi alla tedesca, Giöbia , ma non sempre esiste nei computer.
In ogni caso, il dialetto milanese e alto-milanese, ha molte parole di derivazione celtica e longobarda. Giovedi prossimo (26 gennaio) ultimo giovedi del mese, ci sarà il rogo della vecchia
Giöbia.

Nel vedere il filmato della Fogheraccia da Amarcord, non si può fare a meno di notare come questi riti avessero anche la funzione di raccogliere e amalgamare le comunità. I borghi e i villaggi si riuniscono intorno a queste che poi diventano sagre, sovente anche accompagnate da bancarelle che vendono prodotti gastronomici locali.

Carla ha detto...

Da noi nel comasco e nella Brianza la chiamano Giubiana:

http://luis-brianza.blogspot.it/2010/01/la-giubiana-che-usanza-strana_11.html

Hesperia ha detto...

L'e' semper istess. Belle le altre leggende sulla Merla nel link che hai messo, grazie.