domenica 4 marzo 2018

Fabrizio De André, luci ed ombre



Il biopic  "Principe libero" su Fabrizio De André in onda sulla RAI ha avuto numerosi strascichi polemici per aver messo come protagonista un attore (Luca Marinelli) con spiccato accento romanesco invece che ligure. Molti genovesi non hanno gradito e personalmente sono d'accordo con loro. Va ricordato che Genova è sempre presente nelle canzoni di Fabrizio ("La città vecchia", "Via Del Campo", "Crêuza de mä ", "Dolcenera" sull'alluvione del 1970, "Megu Megùn", e perfino la piccola stazioncina di Sant'Ilario di Nervi in "Bocca di Rosa"). E che molto repertorio "etnico" del cantautore è stato cantato in antico dialetto genovese.  Così come è stato considerato uno sgarbo non aver fatto terminare la sua esecuzione dal vivo di "Bocca di rosa" mentre scorrevano i titoli di coda troncati dalla Rai, anche questi. Peccato inoltre, non aver potuto ascoltare nel corso delle due puntate una canzone intensamente poetica come "Per i tuoi larghi occhi", dedicata a Maritza una donna slava assai bella ma di facili costumi, della quale, pare, si fosse innamorato - canzone la cui prima strofa è stato appena letta su un foglietto da Luca Marinelli (il De André nella finzione), ma non cantata. Inoltre nella fiction si è insistito troppo sul suo vizio del bere, e poco sulla parte creativa  della sua vita. 



Altre cose vale la pena di scandagliare su questo cantautore da molti considerato "il più grande". Innanzitutto è davvero così?
Il personaggio è certamente ricco di fascino e di carisma e ha in sé qualcosa di non facilmente  indefinibile. Il fatto che non si esponesse affatto ai media e in particolare alla tv, ne ha prolungato senz'altro l'aura. Era di famiglia assai facoltosa (suo padre era un dirigente dell'Eridania), abitava in un signorile palazzo liberty fronte mare di proprietà della famiglia in Corso Italia, il lungomare che si snoda dalla Foce fino a Boccadasse), ma militò nelle file dell'anarchismo storico di Carrara frequentandone i circoli. Bazzicava  tanto gli ambienti della Genova bene, quanto il sottoproletariato dei "caruggi". Non ultimi anche i "travestiti" di Via Del Campo, vicolo dove esiste da qualche tempo un negozio-museo dedicato a lui. Non sfugge però il tentativo da parte di quei media che tanto temeva e detestava, di farne un'autentica agiografia, quando in realtà è un artista fatto di luci ed ombre, come tanti del resto. 
Francesco De Gregori che fece collaborazioni con lui lo disse in alcune interviste, come pure confermò il suo carattere burrascoso e difficile aggravato dal fatto che fece uso e abuso di alcolici. Famosa fu una sua rissa in una discoteca genovese in voga in quegli anni "Lo Psichedelic" nella quale spaccò gli arredi interni. L'indomani fu in prima pagina sul quotidiano ligure "Il Secolo XIX".
Lo stile di vita da eterno maudit, una sorta di Cecco Angiolieri moderno (mise in musica - guarda caso - "S'i fossi foco" tratta dal sonetto di  Cecco,  e "La Ballata degli impiccati", ispirato al "Bal des Pendus" di François Villon, anche lui pecora nera della poesia) non faceva che accrescere la sua leggenda.

"De André - ha detto De Gregori ai microfoni di START, Radiouno Rai - si è circondato di collaborazioni, quindi ciò che è ascrivibile direttamente a lui non è la gran parte del suo lavoro. Questo non gli toglie nulla, perché se non avesse avuto quell’autorevolezza insita nelle sue corde vocali la musica italiana sarebbe molto, molto più povera". Aggiunge: "Per me De André resta una grande voce narrante. Ma a volte si sentono dire cose iperboliche. Credo che questo non faccia bene né a lui né alla gente che deve capire e ascoltare. E credo che non sarebbe piaciuto neanche a Faber".


Sul frutto di collaborazioni più allargate spesso attribuite solo a lui in esclusiva è senz'altro vero. La canzone "Fila la lana", ballata medievale di Robert Marcy ("File la laine") non compaiono crediti e gli viene attribuita in esclusiva. In questo caso è doveroso parlare di plagio. Ma ciò accadeva spesso e volentieri nei primi pionieristici anni "anni del vinile", e quel che ieri si poteva fare (copiare e attribuire a sé) , oggi con le nuove leggi del mercato discografico sarebbe impossibile. Va inoltre detto che nella Karim, casa discografica per cui incideva, suo padre Giuseppe aveva delle quote.

Fabrizio e il poeta anarchico Riccardo Mannerini ai tempi della loro collaborazione

I rapporti tra lui e uno dei suoi liricisti, l'anarchico Riccardo Mannerini (foto sopra), altro personaggio leggendario della Genova bohémienne morto suicida, che compare anche nella fiction con occhiali scuri per coprire la cecità, non furono sempre facili dato che i due erano temperamenti "caratteriali". Con l'anarchico reso cieco a causa di un incidente su una motonave che ebbe una fuoriuscita di vapore caldissimo compromettendone la retina degli occhi, Fabrizio collaborò al LP "Tutti morimmo a stento" che resta ancor oggi un ottimo lavoro, e in particolare al pezzo "Il cantico dei drogati". In questa raccolta c'è  pure "Inverno", una struggente ballata lenta sulla fine dei sentimenti inserita in un paesaggio invernale.   Ma collaborò anche al LP "Senza orario e senza bandiera" dei New Trolls, altra band leggendaria genovese. In ogni caso dopo una grande amicizia e sodalizio tra i due ci fu un brusco distacco definitivo, la cui causa non ci è dato di sapere. Anche qui si vociferava che Fabrizio non pagasse i "diritti" al povero Mannerini, per il suo apporto. La sua aria svagata di eterno"enfant gâté" molto concentrato su sé stesso, gli impediva di preoccuparsi troppo degli altri dei quali pure aveva bisogno.
Ma andiamo avanti con il repertorio musicale. La "Canzone dell'Amore perduto" è interamente costruita sull'adagio di Georg Philipp Telemann "Concerto in Re maggiore per tromba, archi e continuo", fra i massimi esponenti della musica barocca.  Sia l'incipit iniziale che  il modulo musicale provengono da lì. Ma qui, chiaramente si tratta di musica classica e nessuno può rivendicarne "le royalties".
Di converso invece si dice che Georges Brassens fosse molto contento della traduzione fatta da De André su "Il Gorilla", canzone interamente del cantautore francese, a cui De André si è ispirato in gioventù quale "maestro", specie nel repertorio dei primi anni sessanta. "La città vecchia" ad esempio, deve molto, per atmosfere e contenuti, a "Le Bistrot" di Brassens. "Il Testamento" comparso nel lontano 1962 quando ancora si firmava Fabrizio (senza cognome) ,  è ispirato al "Le Moribond" di Brel.
"Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers" si snoda su una ballata medievale ripescata dalla cantautrice provenzale Anne Sylvestre (non compare nei crediti del disco) e su liriche dell'amico Paolo Villaggio.
Veniamo a "Via del Campo", canzone registrata alla SIAE da Enzo Jannacci. La musica di "Via del Campo" è attribuita ad Enzo Jannacci in quanto è l'aria di una sua canzone del 1965 "La mia morosa la va alla fonte", che faceva parte di uno spettacolo teatrale e che Jannacci incluse successivamente nell'album Vengo anch'io. No, tu no. Sul vinile, nell'etichetta è riportata la scritta: «Da una musica del '500 (XVI secolo) tratta da una ricerca di Dario Fo». In realtà Fo-Jannacci la scrissero insieme. Forse credendo si trattasse di  un'aria del '500 De André la fece sua con altre parole, quelle e dedicate alla prostituta del caruggio genovese. Si raggiunse alla fine dopo le rimostranze jannacciane, un concordato: testo di Fabrizio De Andrè su musica di Enzo Jannacci.
Ho ascoltato "La mia morosa la va alla fonte" in originale. E' probabile che se fosse rimasta a Jannacci, non avrebbe ottenuto il successo del brano riadattato da De André. Ma possiamo dire che anche questa fu una...manchevolezza da parte del mitico Fabrizio?

Si scatenano sul web le cacce al plagio e su you tube è possibile rintracciare una "Summer 68" dei Pink Floyd che sinceramente è molto simile al "Fiume Sand Creek". Più lenta la prima, più sostenuta nel ritmo la seconda di De André. 

La sottoscritta scrisse tutte queste precisazioni  puntuali e verificabili in un forum musicale on line, prendendosi un mucchio di insulti dai fan del Faber (come lo chiamava affettuosamente  il suo amico Paolo Villaggio).  Non me ne dolgo. Quando  una leggenda prende il volo la gente ha bisogno di crederci fino in fondo e il mito è sempre  più forte della verità.
Ecco perché credo che la lotta governativa contro le cosiddette "fake news" sia destinata all'insuccesso clamoroso.

In Sardegna con Dori Ghezzi e la piccola Luvi nella masseria dell'Agnata

Per tornare a De André, meritava davvero quest'aura che lo attorniava e lo attornia a tutt'oggi? 
Risposta: i miti non si meritano, vivono di vita propria e la nostra è un'epoca fatta di mitologie.  Forse ha ragione Mogol che alla sua morte, pur lodandone i pregi tra i quali una voce profonda ed espressiva rimasta inalterata nonostante il tabagismo disse: "Ha inoltre avuto la fortuna di avere una consorte favolosa".  E ora Dori Ghezzi con la quale divise il drammatico rapimento da parte dell'Anonima Sequestri sarda, così come la seconda parte della sua vita in Sardegna nella masseria dell'Agnata, mantiene in piedi questa soprendente  fabbrica del mito che sta funzionando a meraviglia -  un modo per non perdere l'uomo tanto amato.



Ma ha anche qualche ragione De Gregori quando lascia comprendere nelle sue dichiarazioni che è stato un ottimo organizzatore del lavoro altrui. 

Fabrizo De André menestrello anarco-individualista alto-borghese che non si esponeva troppo ai media ed era terrorizzato dai concerti dal vivo e dalla presenza del pubblico (concerti ne fece pochi) è riuscito in un altro prodigioso intento: imporre il Fascino discreto della Borghesia in piena epoca di contestatori marxisti, di rivoluzionari dalle barbe folte e di  eskimi, sempre in tumulto, ecc. Non è poco. Nonostante le collaborazioni molteplici delle quali si è avvalso e che hanno impreziosito il suo lavoro (dalla PFM e  Mauro Pagani,  da Mannerini,  ai New Trolls, al chitarrista classico Vittorio Centanaro coautore di "La guerra di Piero", Massimo Bubola, Fernanda Pivano per l'Antologia di Spoon River, il citato  De Gregori, Ivano Fossati per "Anime Salve",  ecc.), alla fine è pur sempre lui che prevale un po' come un divo cinematografico: viso segnato,  ciuffo spettinato, strabismo nello sguardo, sigaretta all'angolo della bocca, voce  profonda e inconfondibile.
"L'Unico e la sua proprietà", testo di Max Stirner  che fece parte delle sue letture di culto, prevalse decisamente  su Marx anche nella vita privata. 
Morì a 59 anni nel 1999 per un carcinoma al polmone dovuto all'eccesso di fumo e certamente ad una vita "senza orario e senza bandiera". Non poté vedere il nuovo secolo e di questo è assai probabile che ne sarebbe stato contento.

Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento
quel che gli lascio in eredità...
Non maleditemi non serve a niente
tanto all'inferno ci sarò già...

16 commenti:

Anonimo ha detto...

Molto suggestiva e attenta questa biogrofia che non risparmia né plagi né meriti di un controverso cantautore. Bravissima. Sono d'accordo sulla critica alla fiction televisiva. Se non la facevano era meglio. In fondo in tutto il casting non c'era un genovese.

Rosalinda

Hesperia ha detto...

Grazie mille, Rosalinda, sei gentile. Uno dei commenti che ho sentito sulla fiction dove anche il padre di De André, Giuseppe (Ennio Fantastichini) parlava con la parlata toscana, era proprio: "ma c'era un genovese in tutto il cast?".
Si vede che alla Rai gli costava troppo. Poi c'erano pochissime riprese della vera Genova di De André.

Hesperia ha detto...

Errata Corrige: si vede che alla Rai le costava troppo. Me ne scuso :-).

In ogni caso il loro scopo l'ha raggiunto: l'indico di ascolto molto alto anche se era un prodotto televisivamente mediocre. Con il plauso di Aldo Grasso, uno dei critici più appecoronati che ci sia.

Nausicaa ha detto...

Una curiosità. Ma questa tenuta sarda dell'Agnata che se non sbaglio si trova nella Gallura, è ancora proprietà della famiglia De André o è stata venduta? Ho cercato sul web e si trovano prezzi, tariffe eccetera, ma non si riesce a capire se è stata ceduta.

Hesperia ha detto...

Ciao Nausicaa, ho provato a saperne di più, ma vedo che ci sono listini prezzi come agriturismo ma non si spiega se la proprietà sia stata venduta o meno. Molto probabilmente è ancora loro, ma non sono loro a mandarla avanti.

Qui, qualcosa sulla sua storia:

http://www.agnata.com/la-storia/

Sympatros ha detto...

La commistione fra arte e vita è un bene o un male, è un pregio o un difetto?
E’ proprio vero che tutte le rockstars che scelgono come tratto distintivo dello loro essere artisti una vita sregolata, con droga alcol e suicidi di contorno, è proprio vero che sono dei grandi artisti? E’ necessario essere dei maledetti per essere artisti? Se le coordinate sono queste, un personaggio come Manzoni non ha scampo, non è un artista. E veniamo a De André, cantore della ribellione triste, un po' ribellione e un po' autolesionismo, un po' tristezza vera e po' compiacimento narciso. Molto amato da adolescenti e giovani dalle sensibilità complicate e da una sensualità esteta, chic e un po' morbosa. Devo dire che anche a me è piaciuto e in fondo ancora piace, parlo delle canzoni…. naturalmente non mitizzo gli aspetti biografici della sua esistenza. Le biografie scritte o filmate tendono a diventare agiografie e trasportare nel mito il personaggio in questione… sono contro i miti… non canterò mai sei un mito, sei un mito. All’avvicinarsi della Primavera le Esperidi tornano a rifiorire.
.

Hesperia ha detto...

Ciao Sympa, ma sì torniamo di tanto in tanto ad innaffiare il Giardino, nonostante qui di acqua ne abbia fatta fin troppa!

Certamente, quoto anch'io. Questa sòla del genio fatto di sregolatezza, in fondo ha un po' stancato.
Esistono poi genialità che hanno fatto della regola e di una vita abitudinaria la loro cifra. Mi citi Manzoni, ma potremmo anche citare il noioso e teutonico Thomas Mann, quando asseriscce che il genio è fatto più di traspirazione che di ispirazione e che quel che lo differenzia da una persona qualunque è un mucchio di lavoro (ancorché creativo) fatto.

Hesperia ha detto...

Forse De André, si è caratterizzato per aver cantato di quel sottoproletariato che non ha mai avuto troppi sponsor nella politica e nemmeno nella cultura. Ci sono canzoni del repertorio popolare e volk sul proletariato, le mondine, i braccianti ecc. ma ladri, puttane, assassini, non hanno mai avuto santi in nessun partito politico che mi risulti. In questo è rimasto un romantico anarchico.

Anche se poi, per lui queste incursioni notturne nei caruggi malfamati, erano visite turistiche, tenuto conto che era ricco e proveniva da una famiglia della Genova-bene.

Sympatros ha detto...

Non conosco i particolari della vita di De André e i suoi rapporti con famiglia e super-io sociale. Spesso coloro che tendono all’anarchismo e alla ribellione antiautoriataria presentano tratti di complesso edipico, il desiderio di uccidere il padre, di scandalizzare il padre e tutto ciò che in qualche modo lo rappresenti, il padre-società, il padre-scuola, il padre-valori caostituiti, c’è in loro un insano desiderio di dissovere tutto, compreso se stessi, un cupio dissolvi. Un altro amante del sottoproletariato e non del proletariato fu Pasolini. Pasolini è più evangelico che comunista, per la sua attenzione ai derelitti al di fuori della storia. Il rapporto fra Pasolini e Pci era un rapporto edipico, era più forte la voglia di ucciderlo che tutto il resto… Pasolini non era comunista e non aveva proprio capito cosa fosse il Partito Comunista Italiano, si era illuso di aver trovato il papà buono, e ne era rimasto deluso quando aveva visto che era come tutti i padri che lui aveva via via odiato.

Hesperia ha detto...

Eravamo vicini di casa nel mio periodo genovese e l'ho pure conosciuto (come conobbi anche il poeta anarchico Riccardo Mannerini che è nella foto con lui), sebbene ci fosse una certa differenza d'età. Quando si è giovani si tende a fare gruppo fra coetanei e lui era più grande, perciò io ero in un altro "giro".
Però è un po' così, come dici. Il bisogno del padre uomo socialmente riuscito, dirigente dell'Eridania, proprietario di un palazzo liberty fronte mare, e nello stesso tempo, il bisogno di differenziarsi ad ogni costo. Un fratello maggiore illustre avvocato (Mauro De André) e lui che fino a 30 anni bighellonava in giro in un'adolescenza prolungata, sebbene fosse già sposato e aveva un bimbo piccolo (Cristiano).

Conoscevamo i suoi dischi di vinile e ce li passavamo tra noi ragazzi (c'era il passaparola), ma non aveva ancora sfondato e non aveva ottenuto nessun passaggio in tv. La cosa in un certo senso lo rendeva "più interessante". Finché poi (come ha lui stesso narrato più volte), "La canzone di Marinella" venne cantata da Mina in tv durante lo show di un sabato sera. E allora il suo destino cambiò e cominciarono ad arrivare le royalties.

Non è sbagliato il paragone con Pasolini a proposito del sottoproletariato verso il quale erano entrambi interessati. Su tutto il resto, i due sono diversissimi per carattere.

Ma durante il periodo "sardo" quando mise su famiglia con la seconda moglie Dori Ghezzi, passò a un repertorio più "etnico" e riprese a studiare il dialetto genovese antico. Ovviamente i dettagli di questa parte della sua vita, mi giunsero dai giornali. Come pure il famoso rapimento da parte dell'Anonima Sarda, che è bravissima a fare i conti in tasca ai suoi rapitori e ai relativi familiari.

Sympatros ha detto...

E siccome siamo ai ricordi personali, sentii la canzone di marinella cantata da lui prima che Mina la rendesse popolare e la feci conoscere ai miei compagni di liceo cantandola accompagnato dalla mia chitarra, su una spiaggia deserta in un giorno in cui marinammo la scuola. Fugit irreparabile tempus… tempi ormai lontani!

Hesperia ha detto...

Ah bene! Così suoni la chitarra:-). Infatti a me non piaceva la versione di Mina che con la sua voce sopranile, impasta un po' tutto. Mina è grandiosa per altre interpretazioni, ma non per questo repertorio. Meglio lui, in questo caso che è più "cantastorie".

E visto che siamo in vena di ricordi dall'album "Tutti morimmo a stento" mi piacque molto questa "Inverno":

https://www.youtube.com/watch?v=sarqCMpwPTs

tristissima e perfino desolante, ma mi parve allora una delle sue cose migliori. E permane anche oggi.



GL ha detto...


Ciao Hesperia, e congratulazioni che sei fatta viva, anche se con un morto e non sepolto.

"Altre cose vale la pena di scandagliare su questo cantautore da molti considerato "il più grande". Innanzitutto è davvero così?"

Ma come mai non sei ricordata per un analogo anarchico veramente grande come Gorgio Gaber? O lui non era grande perché non amava il sottoproletariato come lo amava De André e Pasolini? (amava nel senso biologico, non so se capisci per che tipo di "amore" parlo)

GL ha detto...

ciao Sympa, sei grande con tuo commento che un anarchico è un parricida:

un commento sul youtube per la canzone La canzone del padre De André

https://www.youtube.com/watch?v=w75KaCK9MQo

Michele Spinazzola
1 anno fa
Ricapitolando: nel primo sogno l'impiegato getta una bomba a un ballo di celebrità, distruggendo i "soci vitalizi" del potere. Così facendo dà spazio a un potere nuovo, che gli è grato (sogno numero due), tant'è vero che non lo condanna e anzi, in questa Canzone del padre, gli chiede cosa vuol fare della sua vita. Nelle parole di De André: "La canzone del padre nasce dalla necessità che ha il potere di rinnovarsi. Quindi chiunque sia più forte del potere in carica, chiunque abbia non solo l'età ma anche le forze per prendere il potere, viene prima assunto in prova, e poi in modo definitivo. E' però una soluzione di continuità e non di rottura del potere costituito, tanto che alla fine il protagonista non accetta questo tipo di inganno, si rende conto di aver dovuto prendere il posto del padre, di essere uno strumento per il rinnovamento del potere e allora si comporta da anarchico e manda tutti a quel paese".

"Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi
solo i sogni che non fanno svegliare"

Nelle prime battute vengono offerti all'impiegato i "sogni che non fanno svegliare", cioè quelli a occhi aperti, gli ideali, le ambizioni. Lui rilancia: li vuole più impegnativi, più grandi. Gli viene offerto il posto del padre, ben inserito nella struttura di potere: potrà stare su un ponte di comando e dovrà comandare le persone sotto di lui ("le più piccole dirigile al fiume") e lasciar stare quelle gerarchicamente al di sopra ("le più grandi sanno già dove andare"). L'impiegato accetta e prende il posto del padre ("ucciso in un sogno precedente", al ballo in maschera), confermando che il tribunale gli ha dato fiducia: "assoluzione e delitto, lo stesso movente".

"E ora Berto, figlio della lavandaia,
compagno di scuola, preferisce imparare
a contare sulle antenne dei grilli"

Subito però lo scenario si rabbuia. Il suo compagno di scuola, Berto, ha probabilmente dovuto smettere di studiare. Ora impara a contare "sulle antenne dei grilli", cioè all'aperto e non in una classe in cui non ha più diritto di entrare. Non può più giocare i giochi di chi ha tempo e denaro (le "bolle di sapone"). Seppellisce sua madre, la lavandaia, in un cimitero di lavatrici, quasi come una martire del lavoro, del "suo" lavoro, che il progresso ha ucciso. E' uno sconfitto che si rivolge a Dio solo per chiedergli di lasciarlo in pace, visto che non gli è stato d'aiuto. Cerca di fuggire per non morire di povertà e malattia ("arrugginito"), ma non ci riesce come succede a molti, a troppi, che vengono raccolti dai becchini tra l'indifferenza di tutti.

"Ho investito il denaro e gli affetti
banca e famiglia danno rendite sicure"

Dopo aver rivisto in sogno il compagno Berto, l'impiegato torna a vivere i panni di suo padre, tutto preso ad accumulare denaro e affetti, anche se il rapporto con la moglie mostra incrinature ("si discute", "ci sono distante"); si parla della moglie ma la "lei che si arrende più tardi" è più probabilmente una prostituta, con tanto di protettore ("uno più magro"). Il protettore si fa avanti, con la valigia della donna e due passaporti (presumibilmente falsi). L'impiegato, ora uomo di potere, chiede al commissario di fare in modo che l'amante/prostituta venga liberata dal suo protettore, anzi lo esige. E subito compare un foglio di via nelle mani dell'uomo magro, oltre ai soldi che l'impiegato ha dovuto pagargli ("una valigia di ciondoli").

"Non ha più la faccia del suo primo hashish
è il mio ultimo figlio, il meno voluto"

continua

Hesperia ha detto...

Ciao GL. L'occasione mi è stata data dalla pessima fiction televisiva sulla sua vita. C'è stato grande ascolto, ma anche tante polemiche su come hanno filmato il personaggio che molti conoscevano personalmente.

A me come persona è evidente che piace più Giorgio Gaber, ma magari quando ce ne sarà l'occasione ne riparlerò. Non fare commenti troppo lunghi sennò il sistema informatico te li taglia.

GL ha detto...

"Non ha più la faccia del suo primo hashish
è il mio ultimo figlio, il meno voluto"

La scena cambia ancora, ma si resta in famiglia. Si parla dell'ultimo figlio, il meno voluto e quindi il meno seguito e curato dal padre. Ora invecchiato e succube della dipendenza da droga, forse perchè abbandonato dal padre, non è più in grado di reagire nemmeno quando "cade", vittima di qualche sopruso. Si può anche ipotizzare che quest'ultimo figlio sia l'impiegato stesso (che fin qui nel sogno ha impersonato il padre) e che l'assuefazione da hashish non sia altro che l'assuefazione alla realtà disegnata dal potere. Gli alibi, il Guttuso da autenticare, il letto che si infiamma... altro che sogni ad occhi aperti, questi sono incubi! E infatti l'impiegato si sveglia tutto sudato, manda il giudice a quel paese e gli promette di andarlo a trovare fuori dal sogno. Così le note del disco: "Ha capito che in qualunque modo è un uomo finito, senza nessuna possibilità di recupero, che i suoi gesti saranno sempre individualisti, tesi al proprio bisogno personale e che salendo la scala del potere non si sfugge comunque alla propria condizione di isolamento, d'angoscia. La bomba che nel sogno era stata gettata con forza, con rabbia, per vendetta, ora, nella realtà, diventa un momento di ebbrezza e, ovviamente, lucidità".