lunedì 13 ottobre 2014

Tasse e opere d'arte: il Grande Sbaglio di Sgarbi



L'Angelico non si fe' con Usura
Leggo della legge applicata dal ministro Dario Franceschini sul pagare le tasse con opere d'arte. Soprattutto mi lascia assai perplessa la replica di Sgarbi sul Giornale nel quale plaude all'iniziativa sperticandosi in lodi su Franceschini, da lui giudicato "colto, sensibile, appassionato" nonché "curioso di letteratura e fine scrittore". E' troppo per un governo auto-insediatosi senza essere stato eletto. Ma soprattutto colpisce l'ingenuità di Vittorio Sgarbi nel credere che la confisca dei Beni culturali per chi non adempie al pagamento delle pesanti gabelle emesse dall'Agenzia delle Entrate, possa far crescere e incrementare  il nostro patrimonio artistico.

Ora, singoli quadri o collezioni costituiscono un arricchimento che è esattamente l'opposto del vandalismo distruttivo delle opere pubbliche. Garantirsi le tasse, nella percentuale certamente limitata, attraverso donazioni di opere d'arte è un'intuizione felice che, in passato, fu applicata alla grande Collezione Contini Bonacossi che ha potenziato i musei fiorentini.


Che film ha visto, Sgarbi!? Ma soprattutto, lui che ha avuto a che fare con la politica, in che mondo crede di vivere? Nel paese di Shangri-là? Lo Stato-Banco dei Pegni è un'aberrazione morale e sociale.

Pagare le tasse con donazioni d'arte è una furbata usuraia non dissimile alla confisca di una casa, di un terreno agricolo o di altro bene di prima necessità, poiché lo stato si fa collettore per conto di entità sovranazionali, il cui scopo è quello di renderci eternamente debitori. Ecco dunque che lo stato si trasforma per l'uopo in un grande Banco dei Pegni, ad uso confisca. L'utente porta un bel Carrà  o un Soffici all'Ageniza delle Entrate, e in cambio che gli tocca? Una cartella dove risulta con tanto di timbro  che il suo debito è stato quietanzato. Sai che soddisfazione! Si perde il Bene duraturo, in cambio di un pezzo di carta.

A parte il fatto che chi dispone di un dipinto di valore o di una scultura o di altro bene prezioso (si parla pure di vasellame)  sa a chi rivolgersi per un'eventuale vendita ben remunerata, con tanto di expertise. Quindi nel caso in cui,  il malcapitato, cadesse in disgrazia è assai meglio per lui,  vendere a privati intenditori e col ricavato pagarvi anche le tasse, che portare direttamente l'opera a Equitalia. Ma se così non dovesse essere, posso già preconizzare a chi andrebbe in mano questa eventuale collezione di pregio. Lo stato rastrella, raccoglie, confisca ma lungi dal  voler credere che tutto questo rappresenti Bellezza, caro vecchio Sgarbone, siamo alla Bruttezza usuraia  che trattiene in serbo per conto  delle banche. Un domani, costoro si ritrovano uno stato sgangherato, indebitato e deficitario che  però ha inventariato e  rastrellato su commissione, un patrimonio artistico privato. Questo sì, è un vero tesoretto inatteso!
Beni artistici che non potranno essere utilizzati per il pubblico, poiché  essi passeranno direttamente ai caveaux delle potente banche d'Affari, quelle stesse che hanno provocato la crisi. Saranno loro che decideranno se tenerlo nei loro forzieri o utilizzarli per battere asta da Christie's o Sotheby's. 


Se è vero come scrive Sgarbi nell'articolo che  "l'arte sia il bene più alto di qualunque civiltà e la inevitabile salvezza dell'Italia", non è certo questo il sistema per salvaguardarla. Semmai è il modo peggiore per alienarla a chi possiede artigli acuminati. E cioè a chi sa benissimo di aver emesso moneta fasulla (l'euro) provocando una crisi surrettizia avente lo scopo di ottenere in cambio di carta straccia, beni veri e duraturi
Nel mentre, si introduce il pericoloso stratagemma del "pagamento in natura" anziché in contanti, il che potrebbe tornare utile nei casi di "demonetizzazione provocata" per l'uopo. E allora siamo all'assalto al  "bottino", al "saccheggio" del tutto simile a  quello degli sciacalli e dei predoni durante le guerre. 

con usura
non v'è chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l'Annunciazione dell'Angelo
con le aureole sbalzate,
con usura
nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,


E ancora:

....Pietro Lombardo

non si fe' con usura
Duccio non si fe' con usura
né Piero della Francesca o Zuan Bellini
né fu "La Calunnia" dipinta con usura.
L'Angelico non si fe' con usura, né Ambrogio de Praedis,


Duccio di Buoninisegna  (Duccio non si fe' con usura )

né Piero della Francesca 

Faccia qualche presenza in meno in tv caro Sgarbi, e si legga questi versi di Ezra Pound, possibilmente, meditandoci sopra. Svendere ad uno stato in via di dismissione è insieme reato e "peccato contro natura", per dirla con le parole del grande Pound.  Ma soprattutto è grave che gli intellettuali come lei, non lo capiscano e non utilizzino la sua popolarità per farlo capire ai più sprovveduti. 


Un sospettuccio, però, ce l'avrei: che cosa gli ha promesso Franceschini in cambio di questo brutto articolo-peana?

venerdì 19 settembre 2014

Segantini a Milano: il ritorno



Giovanni Segantini è apparso già due volte su questo blog. Una volta per sole immagini nel 2008 e un'altra volta a proposito del divisionismo nel 2010. Ora Milano ci propone questo grande italiano, svizzero d'elezione, internazionale per fama,  in una bellissima mostra di 120 opere in otto sale di Palazzo Reale. E' la più grande esposizione in Italia dalla fine dell'Ottocento.

"L'arte è Amore rivestito di Bellezza" (G.Segantini)

Dalla sua formazione milanese alla vita in Svizzera dove venne un po' trattato come "montanaro di lusso". Distribuite in otto sale su una superficie di 1500 mq, le opere sono organizzate per temi, «Per meglio far comprendere l'evoluzione della narrativa segantiniana», come spiega la curatrice Annie-Paule Quinsac, che a Segantini ha dedicato quasi mezzo secolo di studi e otto mostre in tutto il mondo, coadiuvata nel suo lavoro per Milano da Diana Segantini, pronipote dell’artista e già curatrice della mostra tenutasi alla Fondazione Beyeler nel 2011.

L'Angelo della Vita



«Quello di Segantini è un simbolismo che vuole esprimere ciò che della natura non si vede con gli occhi - continua la Quinsac - Si tratta di un aspetto latente già nelle opere giovanili, che si sviluppa mano a mano che l'artista conosce un'evoluzione tecnica. In questo senso il divisionismo diventa per lui lo strumento ideale per tradurre in pittura ciò che intendeva esprimere».


Già Paola Capriolo, scrittrice germanista, amante di atmosfere metafisiche ebbe a scrivere su di lui uno splendido articolo dal titolo "In fuga dalla modernità". A Basilea nel 2011 visitò  le opere che raccontano una complessa esperienza pittorica e umana  e ne diede conto nell'articolo sul Corriere testé linkato.
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Un percorso per alcuni aspetti  vicino a Van Gogh, Cézanne e Rothko. A Sankt Moritz è aperto in pianta stabile il Museo Segantini dove, tra l’altro, è visibile il monumentale «Trittico della natura». Milano non è il primo luogo che viene in mente pensando a Giovanni Segantini (nato nel 1858 ad Arco, in Trentino, e morto improvvisamente, a soli 41 anni, nel 1899, a Pontresina, in Svizzera). Eppure è proprio qui che il pittore delle cime sublimi e dei pascoli alpini ha scoperto e coltivato il suo talento, prima tra i banchi dell’Accademia di Brera, poi sotto l’ala protettrice dei galleristi Grubicy. E proprio Milano è la protagonista dei suoi lavori giovanili: tra il 1879 e il 1881 i Navigli, le chiese e la borghesia illuminata dell’epoca animeranno tele e disegni.


A Milano arriva nel 1865 a sette anni e se ne andrà nel 1881 per trasferirsi prima in Brianza e poi in Svizzera, a Savognino e poi in Engadina. Resta dunque nel capoluogo lombardo diciassette anni, fondamentali per lo sviluppo della sua carriera artistica e per la sua fortuna di artista. Milano rimarrà il fulcro della parabola segantiniana, la perenne finestra sul mondo dell’arte.


Il percorso della mostra si apre con una sezione introduttiva di documenti, fotografie, lettere, libri, il busto di Segantini eseguito da Paolo Troubetzkoy e quello giovanile di Emilio Quadrelli, il ritratto di Segantini sul letto di morte, acquarello di Giovanni Giacometti, suo amico fraterno e padre del celebre scultore Alberto.

Segue una sezione preliminare con quasi tutti gli autoritratti di Segantini, che permettono di percepire l’evoluzione dall’immagine “realistica” che il pittore dà di se stesso nell’Autoritratto all’età di vent’anni (1879-1880), alla progressiva trasformazione simbolista in icona bizantina, nel carboncino su tela del 1895.

Milano è centrale nella vita e nell’opera del maestro, è il luogo dove Segantini preferisce esporre, dove ha sede la galleria Grubicy che, tramite Vittore prima e Alberto poi, lo sostiene e lo introduce alla borghesia illuminata lombarda, facendogli conoscere, attraverso pubblicazioni e riproduzioni, la maggiore arte contemporanea europea: da Millet, cui sarà spesso accostato, alla Scuola di Barbizon sino alla scuola olandese che ne deriva. A Milano assimila le nuove tendenze artistiche, dapprima la Scapigliatura, poi il Divisionismo, di cui sarà considerato il corifeo, sino al Simbolismo, che rielaborerà in modo personalissimo e visionario. Tuttavia, alla città stessa Segantini dedica pochi lavori, tutti presenti in mostra nella I sezione Gli esordi come Il coro di Sant’Antonio (1879) o gli scorci cittadini quali Il Naviglio sotto la neve (1879-1880), Ritratto di donna in Via San Marco (1880), Nevicata sul Naviglio (1880 circa), Il Naviglio a Ponte San Marco (1880), rimanendo estraneo alla rinascita di quella poetica urbana che genera una vera e propria iconografia della città in trasformazione. In questa sezione introduttiva della mostra viene presentato il dittico "I pittori di una volta"," I pittori di oggi", la cui prima parte, disgiunta da Vittore Grubicy dopo la mostra del 1883 e non più esposta, è stata ritrovata di recente. Segantini resta comunque dal 1886 un outsider rispetto alla cultura milanese, comunque determinante nelle sue scelte di artista e di uomo e della quale influenza gli sviluppi: “Una posizione in bilico – spiega la Quinsac nel suo saggio in catalogo – la cui peculiarità ha originato gli equivoci del Novecento, spiazzando la fortuna critica, comunque spezzettata tra tre paesi, Italia, Austria e Svizzera, che tuttora se lo contendono”.


Il Naviglio a Ponte S. Marco


Non è un caso, quindi, se proprio il ponte di San Marco, il coro di Sant’Antonio e una composta signora Torelli (che altri non è che la moglie del fondatore del «Corriere della Sera»), sono tra le prime opere ad accogliere il visitatore alla grande mostra «Segantini», dal 18 settembre a Palazzo Reale. Quest’opera appartiene a una famiglia che ne è proprietaria sin dal 1898. E poi L’ebanista Mentasti (1880), il Ritratto di Carlo Rotta (1897), pretesto per una meditazione sulla morte, o Petalo di rosa (1890), dipinto sopra il precedente Tisi galoppante del 1883, nel quale il volto della compagna Bice al risveglio è simbolo di sensualità: la scelta di opere effettuata intende illustrare l’evoluzione simbolista che l’artista impartisce al genere del ritratto.

La III sezione. Il vero ripensato ne lquale presenta una serie di straordinarie nature morte, genere obbligato alla fine dell’Ottocento, cui Segantini si dedica con eccellente maestria sia in pannelli decorativi, di cui sono esposti due bellissimi esempi con frutta e fiori, sia nella sua personalissima maniera di costruire il reale in quadri che paiono astratti come Funghi (1886), Pesci (1886), Anatra appesa (1886). 
La IV sezione Natura e vita dei campi raccoglie i capolavori sulla vita agreste caratterizzati dalla presenza femminile, come La raccolta dei bozzoli (1882-1883), Dopo il temporale (1883-1884), L’ultima fatica del giorno (1884) sia nella versione a olio che in quella a pastello che nell’ultima del 1891 a carboncino, Vacca bagnata (1890), mai esposto in Italia, Ritorno all’ovile (1888), Allo sciogliersi delle nevi (1891), Riposo all’ombra (1892), La raccolta delle patate (1886), La raccolta delle zucche (1884 circa), sino al primo paesaggio monumentale Alla stanga (1886). All’interno  di questa sezione troviamo una sottosezione Il disegno dal dipinto, a testimonianza del continuo rifacimento di Segantini dei propri lavori, che venivano modificati per arrivare a soluzioni diverse: sono qui esposti mirabili disegni tratti dal dipinto già realizzato, opere compiute e di altissima qualità stilistica.
Mezzogiorno sulle Alpi 

Segantini si riallaccia alla tradizione della pittura contadina derivata da Millet e dai pittori veristi francesi della metà dell’Ottocento, la supera e arriva poi al simbolismo di una natura incentrata sul paesaggio, dove il contadino è incidentale nella natura. Raffigura inoltre la religiosità degli umili, cui da voce in opere fondamentali presenti nella V sezione Natura e simbolo come Effetto di luna (1882), il celeberrimo Ave Maria a trasbordo (II versione 1886) presentato con i vari disegni precedenti e successivi alla tela, Ritorno dal bosco (1890), opere “dove Segantini già tocca, in embrione – afferma la  Quinsac – le tematiche chiave cardine del suo simbolismo: solitudine al cospetto della natura, armonia tra natura e destino, calore e tenerezza delle greggi, implicito parallelo tra maternità umana e animale”. Anche in questa sezione sono presenti importanti disegni tratti da dipinti come La raccolta del fieno (1889-1890), All’arcolaio (1892), Ave Maria sui monti (1890).

Con il trasferimento in Svizzera nel 1886, Segantini approda al suo personale divisionismo, spezzando la materia in lunghi filamenti di colore. Protagoniste saranno le Alpi, prese sempre di scorcio. Oltre alle donne compaiono gli uomini, anche se dopo il 1890 la natura dominerà sempre di più la scena in composizioni molto vaste dove la presenza umana sarà solo simbolica. Ai capolavori indiscussi del periodo di Savognino, Mezzogiorno sulle alpi (1891), il famosissimo  già citato Ritorno dal bosco (1890) che Milano ha usato quale logo della mostra stessa nel quale la donna sembra avviarsi  dal bosco ai piedi di un' altra montagna: il Duomo. Fanno seguito le monumentali opere in formato orizzontale, in un divisionismo atto a rendere la luce rarefatta delle Alpi, in cui il paesaggio è maggiormente protagonista e assurge a simbolo come L’ora mesta (1892), Donna alla fonte (1893), Primavera sulle Alpi (1897).
Donna alla fonte


La VI sezione Fonti letterarie e illustrazioni mostra l’evoluzione del modus operandi di Segantini attraverso importanti disegni ispirati a opere letterarie e religiose, la Bibbia e Così parlò Zarathustra di Nietzsche.

Nella VII sezione, dedicata al Trittico dell’Engadina, viene ricostruita attraverso disegni, studi preparatori e filmati la genesi di questa monumentale opera concepita tra il 1896 e il 1899 e considerata il testamento spirituale dell’artista.

Le  due madri
Nella sezione conclusiva La maternità sono presenti altri capolavori come lo splendido olio Le due madri (1889) della GAM di Milano, considerato manifesto del divisionismo italiano alla prima Triennale di Brera che vide la nascita ufficiale del movimento, e le opere simboliste in cui l’uso dell’oro e argento in polvere si abbina a una tecnica mista di derivazione divisionista, come le due versioni de L’Angelo della Vita (1894), quella della GAM e quella di Budapest, riprese anche in due disegni, e L’amore alla fonte della Vita (1896). A ulteriore approfondimento, i visitatori saranno qui accompagnati anche da un breve filmato che li aiuterà a comprendere nella sua totalità la riflessione segantiniana sul tema della maternità che, anche per via della sua vicenda familiare, si era trasformato per lui in un’ossessione e nel quale il suo simbolismo raggiunge gli esiti più alti.

Comune di Milano "Il ritorno di Segantini"

Orari: lunedì dalle 14.30 alle 19.30; da martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30. Giovedì e sabato apertura prolungata fino alle 22.30 (ultimo ingresso un'ora prima della chiusura).

domenica 20 luglio 2014

Aldo Grasso e il doppiaggio "fascista"

Ne leggo una buona dal critico televisivo Aldo Grasso,   su Sette, l'inserto settimanale del Corriere della Sera: il doppiaggio cinematografico sarebbe un retaggio fascista da eliminare, dato che ormai la generazione Erasmus è tutta anglofona. Suppongo che di questo passo, Grasso, sia favorevole anche a veicolare una lezione di cattedra universitaria in Inglese all'università Cattolica del Sacro cuore dove insegna Storia della radio e della televisione  Ecco mi piacerebbe  proprio vederlo all'opera quando toccherà  a lui.  Coraggio prof. Grasso: reciti la sua lezioncina di cattedra in Inglese. Ormai si spreca l'anglofilia invocata ovunque, per rendere il nostro paese più suddito di quanto non sia già: lezioni di Filosofia in Inglese, lezioni di discipline scientifiche in Inglese. Già che ci siamo, perché non rottamiamo l'Italiano e la sua Letteratura eliminandola dalle scuole di stato? Ecco dunque il testo dell'articolo di Grasso. Il corsivo evidenziato in colore è mio.

Dopo tre settimane è stato sospeso lo sciopero dei doppiatori. Si riapre, quindi, uno spiraglio sul rinnovo del contratto che è scaduto nel 2011. Lo sciopero è stato indetto dall'Anad (Associazione nazionale attori doppiatori) con il sostegno dei sindacati e dell'Associazione dialoghisti e adattatori. I doppiatori italiani sono circa un migliaio e prestano la loro voce al cinema ma soprattutto alla tv, a tutte le fiction straniere che hanno invaso i palinsesti delle reti, specie delle pay-tv.
Pur rispettando il lavoro dei doppiatori (hanno fama di essere i più bravi, siamo cresciuti con le magiche voci di Tina Lattanzi, Carlo Romano, Laura Gazzolo, Lidia Simoneschi, Emilio Cigoli..),  (ha dimenticato Alberto Sordi, caro Prof, il quale ha dato avvio alla  sua carriera cinematografica proprio grazie al fatto di essere stato il doppiatore di Oliver Hardy- Onllio. Più di recente anche il bravo Ferruccio Amendola, doppiatore di qualità di De Niro, Al Pacino e Dustin Hoffmann) è venuto il momento di chiedersi: ma ha ancora senso il doppiaggio? Non c'è ragazzo che non si scarichi una serie in lingua originale e la generazione Erasmus non tollera più di vedere film doppiati. Al massimo, sottotitolati. (e chissenefrega della generazione Erasmus!? Non mi dirà che tutta la  grande categoria degli spettatori si limita  e  si riduce a questa).
 
Ormai Sky e Mediaset, Premium mandano in onda le serie con sottotitoli e nessuno si è lamentato (tra l'altro, bisogna andare in onda quasi in contemporanea con gli Usa per tentare di prevenire operazioni di pirataggio) (chi le ha detto che nessuno si lamenta? Le sono venuti a scrivere personalmente per dirle: "Caro Grasso, io come spettatore non mi lamento di leggere i sottotitoli?" Le pare bello seguire un dialogo vivace di una commedia brillante, limitandosi a leggere i sottotitoli? ).

Il doppiaggio è una tecnica voluta fortemente dal fascismo. (anche le bonifiche della Maremma Toscana e dell'Agro Pontino furono volute dal fascismo. E' forse una buona ragione per tornare alla Malaria?) .
All'inizio poteva essere effettuato in due modi: nel Paese di origine, utilizzando persone che conoscessero altre lingue, o direttamente nei Paesi in cui il film doveva essere distribuito (è il caso della Mgm, che aprì i propri studi di doppiaggio a Roma già nel 1932). Il governo italiano, prendendo a pretesto la difesa della "purezza" della lingua incoraggiò il doppiaggio italiano, invocando la maggior professionalità dei nostri attori. Del resto, i film doppiati in America dagli italo-americani creavano effetti comici irresistibili. Il doppiaggio in Italia rappresentava inoltre un notevole vantaggio per la censura: maggior controllo e possibilità di modificare i dialoghi. Il pubblico italiano cominciò così ad abituarsi a una tecnica capace di dare una voce italiana, in un effetto di illusione e di riconoscimento voce-volto sempre più  affinato per ritmo e sincronismo delle labbra, alle performance delle star hollywoodiane. Nel 1933 il fascismo istituisce i "buoni di doppiaggio" a difesa della produzione nazionale. Il meccanismo prevede che per ogni film nazionale realizzato un produttore ottenga tre buoni che esonerano dal pagamento della tassa sull'importazione di film stranieri. Da allora, la pratica del doppiaggio è diventata una dei capisaldi della distribuzione.
 (mi sembra un modo corretto per incentivare la distribuzione cinematografica presso un pubblico a quei tempi ancora incolto, al quale almeno fu data l'opportunità di sentir parlare in "buon Italiano". Le fa proprio così schifo?).
 
Con tutto il rispetto per il lavoro dei doppiatori,il procedimento pare in lenta via d'estinzione. Nelle altre nazioni europee, i film doppiati stanno sempre più diminuendo (ah, già! ormai c'è l'armonizzazione obbligatoria con le altre nazioni). Non è un bel modo per imparare le lingue? 

 (Certo le lingue sono importanti. Ma si è mai chiesto perché gli Anglo-Americani sono i popoli più ignoranti, più ottusi e refrattari a imparare altre lingue che non siano la loro? Quando spesso non parlano bene nemmeno la loro... Io sì e mi sono data una risposta: i dominatori da sempre impongono i loro codici. In primis, quelli linguistici. Si può pertanto doppiare  i loro prodotti, che intanto, però,  circolano liberamente nel nostro Paese, grazie al per Lei esecrabile "doppiaggio fascista". Mentre quelli di altri paesi (doppiati o meno) spesso non entrano nemmeno nel loro mercato. Insomma, non sfondano la barriera).
 
 
Giannini in sala di doppiaggio
 
 
 
 Da ultimo, caro prof. Grasso oltre al citato Sordi,  ha dimenticato di menzionare il grande Giancarlo Giannini, la cui carriera si svolge ancor oggi in parallelo tra il buio anonimato della sala di doppiaggio e lo schermo luminoso.  Se lo ricorda in "Shining" di Kubrick col suo memorabile doppiaggio su Jack Nicholson? Doppiaggio e arte di recitare sono due aspetti del buon cinema. Strane omissioni e dimenticanze!


domenica 15 giugno 2014

Giugno vermiglio


Les coquelicots di Monet
L'estate è alle porte. Giugno è il mese della luce e del solstizio che ne rappresenta il suo culmine prima di decrescere gradualmente; è il mese dei colori, dei primi caldi che ci sorprendono e ai quali non sappiamo ancora abituarci.  Dei blu cobalto dei  suoi cieli tersi dopo i temporali. Dell'erba che appena rasata diventa quasi paglia e dei papaveri che scoppiettano allegramente sui bordi delle strade sorprendendo lo studente svogliato nei suoi ultimi giorni di scuola che a lui  sembrano interminabili. A volte mi chiedo quale è il colore dell'estate e in particolare di giugno. Il vermiglio forse, ovvero quella gradazione di rosso che vira all'arancio che anticamente chiamavano cinabro. "I rosolacci dal cuor vermiglio sono le fiamme di tutti i sorrisi" scriveva Giovanni Papini, uno scrittore e poeta, sparito inspiegabilmente dal panorama letterario. Non si trova quasi nemmeno in Internet se non in un brano dedicato alla nipotina dal titolo "La mia Ilaria", l'attrice Ilaria Occhini, la quale dichiara che suo nonno pagò lo scotto dell'essere stato uno scrittore considerato organico al ventennio fascista.  Ma fu grazie a Papini, che imparai che i "papaveri" dei poeti sono i "rosolacci".
Flaming June di Leighton
Vermiglio come il verde melograno dai bei vermiglio fior/ che rima con "e giugno lo ristora di luce e di calor",  fiori che, per l'appunto,  sbocciano proprio a giugno.


Bruciante e vermiglio come  l'abito della donna dormiente nell'ottomana, nell'arcinoto dipinto preraffaellita di Lord Frederic Leighton dal titolo "Flaming June" , dove June sta per il mese, ma è anche un nome di donna.  Un'ardente e fiammeggiante giugno-June che riposa  morbidamente durante la calura in un esotico meriggio. Purtroppo di questo dipinto ne hanno fatto numerosi poster e riproduzioni.




 
Nei colori dell'estate metto  anche il giallo, l'ocra, l'arancione che sono le tinte calde della terra matura di messi. E a proposito di giallo e luce, è sempre di grande suggestione la poesia di Montale

Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce
 
Eugenio Montale da Ossi di seppia

Per Ungaretti, invece, l'azzurro e il rosso, non sono in antitesi. Giovanni Fattori associa invece nel suo dipinto l'azzurro del mare, al giallo e al bianco dei buoi. Mentre Pascoli è sempre attento ai microcosmi come steli e insetti.

L'azzurro e il rosso  

Ho atteso che vi alzaste,
Colori dell'amore,
E ora svelate un'infanzia di cielo.

Porge la rosa più bella sognata.

       Giuseppe Ungaretti

Giovanni Fattori - Bovi Bianchi

D'Estate
Le cavallette sole
sorridono in mezzo alla gramigna gialla.
I moscerini danzano al sole
trema uno stelo sotto una farfalla

Giovanni Pascoli

domenica 8 giugno 2014

Jean-Pierre Melville, l'americano di Francia

Chi si occupa di cinema e in particolare di noir conosce questo regista francese, che i cineasti della Nouvelle Vague salutarono come loro maestro. Ma Jean-Pierre Melville (JPM - foto a sinistra) dal carattere introverso e scontroso, non volle mai veramente far parte di scuole né conventicole registiche e cinematografiche. Già il  suo nome richiama il grande romanziere americano Herman Melville (all'anagrafe è Jean-Pierre Grumbach). Durante la seconda guerra mondiale combatte nelle file della Resistenza francese  e  se lo attribuì quale nome di battaglia, proprio in omaggio all'autore di Moby Dick. In seguito a ciò, resta JPM per sempre,  e  collabora all’Operazione Dragoon, lo sbarco delle truppe alleate nel sud della Francia. Dalle sue esperienze di guerra, ricaverà  poi il film L'armata degli eroi (L'Armée des ombres) (1969), ispirato al romanzo del 1943 di Joseph Kessel, dirigendo sul grande schermo interpreti come Lino Ventura, Paul Meurisse, Jean-Pierre Cassel (padre dell'attore Vincent) e Simone Signoret
Lino Ventura attore italo-francese

Uomo introverso, dotato di personalità complessa e scontrosa, appassionato sin dall'infanzia di cinema, matura una profonda ammirazione per la cultura statunitense tanto da assimilarne gli atteggiamenti feticisti per il resto della vita.
 Con JPM nasce il polar, genere cinematografico e letterario, neologismo francese nato dalla fusione dei termini poliziesco (policier) e noir.
Il polar identifica un genere di romanzi e film dalle note cupe ed introspettive caratteristiche del noir, i cui protagonisti però sono tipicamente appartenenti alle forze dell'ordine, spesso coinvolti in un percorso catartico o di mutamento della propria esistenza.
Una volta congedatosi  dalle armi,  Melville cerca di ottenere dal Sindacato dei Tecnici una tessera di assistente-tirocinante per diventare regista, ma gli viene rifiutata e da quel momento decide di autofinanziare i propri film.



Dopo un primo cortometraggio in 16 mm, l’esordio cinematografico avviene nel 1947 con "Il silenzio del mare" (Le silence de la mer) dal testo omonimo di Vercors. La ristrettezza dei mezzi e le riprese rocambolesche non minano il notevole esito della pellicola che gli dà subito fama di intellettuale esperto, specialista in trasposizioni letterarie sullo schermo.

Jean Cocteau lo richiede espressamente per adattare sullo schermo il suo delizioso romanzo "Les enfants terribles" nel 1950 e sarà un vero e proprio piccolo gioiello della cinematografia, oggi praticamente introvabile. Film tenero e crudele, sospeso tra levità poetica e dramma sentimentale di due fratelli (Paul e Elisabeth) somigliantissimi, che vivono praticamente in simbiosi,  e della loro sarabanda di amici del liceo Condorcet. Un film sui generis, lontano dai generi cinematografici prediletti da JPM che sono il poliziesco, il noir, la gangster story.

Bob il giocatore (1955) è il suo primo film “noir”, influenzato fortemente da alcuni capisaldi americani e francesi, quali Giungla d'asfalto ((1950) di John Huston, La fiamma del peccato (1944) di Billy Wilder, Rififi (1954) di Jules Dassin e Grisbì (1954) di Jacques Becker.

Nel cuore di Parigi JPM dà avvio ad  un piccolo ed anomalo caso di indipendenza produttiva, audace per l’epoca ma ben organizzato, suscitando l’ostilità corporativa delle istituzioni cinematografiche francesi. Viene invece considerato un precursore dai giovani emergenti della Nouvelle Vague come Truffaut, Godard e Chabrol, che in lui apprezzano anche lo stile registico scabro e  aderente alla realtà (molte riprese in esterni, budget ridotti, utilizzo di attori semisconosciuti, rifiuto del maquillage). Pertanto viene simbolicamente arruolato da Jean-Luc Godard ad interpretare il ruolo dello scrittore Parvulesco in Fino all'ultimo respiro (À bout de souffle) -1959. Dopotutto JPM ha una fisionomia di caratterista dark.

La successiva vocazione di Melville verso un cinema di genere, al tempo stesso classico ed astratto, ma sempre destinato ad un vasto pubblico e non a ristrette élites, lo allontanerà gradualmente dal movimento dei cineasti emergenti, finché nel 1968 sentendosi concettualmente sempre più estraneo, interromperà polemicamente i rapporti attirandosi un prolungato ostracismo da parte dei Cahiers du cinéma e della critica ad essi collegata.

Ritorna con successo alle gangster story dirigendo Lo spione (Le doulos) e Lo sciacallo (L’aîné des Ferchaux) tratto dall'omonimo romanzo di Georges Simenon, sviluppando ulteriormente alcune peculiarità, quali l’atmosfera priva di speranza (derivata dall'hard boiled, la scuola dei duri americani), la geometria dell’intreccio, l’espressione idealizzata della centralità maschile con annessa una certa misoginia.
Lo sciacallo  (1963)  da Simenon con la simpatica canaglia JP Belmondo è un noir  on
the road interamente costruito in Francia con un'America sognata e ricostruita che  è per il regista una sorta di lost paradise, di terrra promessa. Costretto a rinunciare a una carriera di pugile, il  giovane Michel Maudet  (Belmondo) è stato assunto come segretario di un vecchio banchiere, Dieudonné Ferchaux che lascia la Francia per sfuggire alla giustizia per questioni fiscali. A New York  e poi a New Orleans , i due uomini imparano a conoscersi meglio durante il gioco sottilmente perverso  del gatto col topo. Forse un rapporto filiale dell'anziano banchiere col suo segretario, o  forse un'omosessualità latente, mai palesemente espressa . Sapiente uso del colore in chiave fortemente simbolica.

Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide, titolo distribuito in Italia  dal francese  Le dexième souffle. Tre uomini, un’evasione nella notte. Tra questi Gustave Minda, detto Gu, che si reca a Parigi per rivedere la sua donna Manouche.  La trova che  sta con Jacques il Notaio, ma l’uomo viene ammazzato nel proprio locale davanti ai suoi occhi. La mala di Marsiglia si scontra violentemente con quella di Parigi per il dominio del contrabbando di sigarette. Gu medita l’esilio in Italia, ma qualcuno gli propone di assaltare un blindato carico di platino. L’ispettore Blot, della Omicidi, è sulle sue tracce.
Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide

La recensione: Nel 1967 esce questo film: un rito di fondazione del polar, la scrittura delle sue coordinate e insieme un’interpretazione in apoteosi tra le massime del genere. Nella scena d’apertura, giustamente leggendaria, Melville distribuisce le carte: nel buio tagliato da squarci di luce, si sviluppa una triplice fuga che porta alla morte di uno degli evasi. E’ un movimento fluido e silenzioso, come la pace prima del boato, che nell’assenza significativa del segnale umano razionale (il verbo) afferma già la possente influenza della mano fatale, subito capace di segnare la curva tragica degli eventi. Siamo al presagio, alla previsione potenziale di un’opera che cammina a fiammate (silenzio – moto – sangue); Le deuxième souffle prende di partenza lo stilema americano e lo ravviva, come sempre nell’autore, estenuandolo da una parte e dall’altra prosciugandolo all’estremo. Nel porre come traccia il mito favolistico dell’Uomo alla ricerca della Donna (la prospettiva – solo apparentemente verosimile – della fuga d’amore), cede così la meccanica razionale dell’intreccio; questa è trafitta obliquamente da riflussi di romanticismo che, proprio perché gelidamente arginato, diventa parossistico (Manouche sa che Gustave morirà; ce lo dice il volto, la  postura, le frasi sospensive, la posa sublimata nel finale). Nelle scene puramente criminose, caratterizzate da una costitutiva stesura degli archetipi (il poliziotto, il fuorilegge, la banda, l’amante), i dialoghi escono di bocca come incisioni lapidee, alla stregua di sentenze che iscrivono ogni figura al proprio ruolo inesorabile. Tali premesse, in mano a Melville, si piegano alla dialettica costante tra due momenti, sospensione e esplosione, dove l’uno non è meno ricamato dell’altro (una scena classica di raccordo, Gustave in macchina, grazie al primo piano di Lino Ventura viene bagnata di significato); la lieve galleria di simboli procede al montare peculiare della tensione. Se il colpo al furgone dei lingotti è notevole per marchiare l’antenato del film (la sfida americana all’autorità, con western connessi), risulta angolare la mirabile ripresa dell’attesa: notare il bandito che posa gli occhi sul formicaio e, senza motivo, si sofferma sul brulicare scomposto che presume schiettamente il momento della strage. La stima del futuro vive nei simboli, dunque, tra tutti la danza delle pistole: queste prolungano i protagonisti, vanno di mano in mano, scompaiono e raddoppiano, simulano impugnature come ipotesi carsica sullo scorrere degli eventi. Ancora costante poetica, su piano sostanziale il cacciatore e la preda si scambiano sguardi di profondo rispetto, risultando nettamente speculari, e intavolano una lotta archetipica dal profumo mitologico; il paramento morale impone l’ onore delle armi, che il vincitore concederà naturalmente al vinto, come atto prestabilito già segnato nell’ordine delle cose. Questo insistere sul manto fatale, il riflettersi geometrico delle pedine, si piega nella cinepresa melvilliana a una magnificazione stilistica: lo specchio funge da metonimia centrale dell’intreccio, che ospita la carezza di Gustave all’amata, prima della strage, e la caduta di uno dei complici freddato da un proiettile.
A margine: il titolo italiano, Tutte le ore feriscono… l’ultima uccide, suona talmente fuori luogo e fieramente retrò da seminare perfino un fascino sottile.
Alain Delon in "Frank Costello faccia d'angelo"

Importante, la collaborazione  di JPM con Alain Delon  nell'indimenticabile interpretazione di Frank Costello faccia d'angelo, film nel quale Delon è praticamente silente quanto spietato.  Il film segna l'inizio della loro collaborazione  che sarebbe continuata con I senza nome (1970) e Notte sulla città (1972), sino alla morte del regista.

È forse uno dei punti più elevati del polar . In effetti, sin dalla frase che appare all'inizio ("Non esiste solitudine più profonda del samurai, se non quella della tigre nella giungla") e che spiega il titolo originale (Le Samouraï), è evidente l'ispirazione di Melville, da sempre ambasciatore del cinema americano in Francia a quel modello di "killer esistenziale", già individuato nel prototipo nel Philip Raven, interpretato da Alan Ladd, in Il fuorilegge di Frank Tuttle, ispirato al romanzo "Una pistola in vendita" di Graham Greene. ("...non il gangster come esponente della malavita organizzata o comunque come criminale immerso in un preciso quadro sociale, ma assassino solitario che si distacca anche dagli abituali connotati etnici per risolvere il suo tragitto in un personale confronto con la morte").
La tessitura del film è arricchita da riferimenti alla cultura giapponese. Così la sobria e perfezionistica ritualità dei gesti che introducono all'uccisione del gestore del night - ma che rimanda anche al Robert Bresson di "Diario di un ladro"  o di "Un condannato a morte "è fuggito - o i guanti bianchi indossati da un ineffabile Alain Delon, prima di simulare, con un'arma scarica, l'esecuzione della pianista jazz Valérie e di essere crivellato dai colpi della polizia.

Artista solitario e controverso, maniacale controllore di tutte le fasi della lavorazione (curava operativamente persino il montaggio alla moviola), Melville è stato largamente incompreso dalla critica specializzata.
In seguito ad alcuni omaggi  e studi inediti  postumi, è stato ampiamente rivalutato fino alla consacrazione come uno dei più importanti innovatori della settima arte.
Un contributo fondamentale alla  sua riscoperta è stato fornito negli anni '90 da alcuni registi delle nuove generazioni cimentatisi nel “polar” (soprattutto americani ed asiatici), debitori dichiarati del suo cinema singolare. Basti ricordare:  Michael Mann (Heat - La sfida, 1995), Quentin Tarantino (Le iene, 1992), Takeshi Kitano (Sonatine, 1993), John Woo (The Killer, 1989 e Jim Jarmusch (Ghost Dog, 1999).


Michel Costantin
E tuttavia, ad onta della sua influenza "americana", l'astratto distacco, le atmosfere sospese e l'ironia sottile nei dialoghi fanno   di lui un cineasta europeo made in France con la capacità di aver creato formidabili maschere  di duri alla francese altrettanto famose e credibili delle maschere americane; con personaggi interpretati da Jean-Paul Belmondo, le voyou dalla simpatica smorfia, Lino Ventura, il fuorilegge dal cuore tenero, munito di un suo codice d'onore, Alain Delon, il  tenebroso bello e fatale, Michel Costantin, con quella faccia sfregiata da serial killer, coriaceo caratterista e comprimario sempre sospeso fra i ruoli di  spietato sicario ma  anche di poveraccio perseguitato dalla malasorte, Paul Meurisse e tanti altri splendidi attori, resi indimenticabili dai suoi film.
Poi vennero le "prime donne"  ovvero "les intellos" della regia e gli attori persero aura; ma Melville pur nella sua ardita sperimentalità, resta un classico della modernità, dove gli attori sanno essere ancora i veri  deus ex machina di storie da lui sapientemente dirette.

domenica 25 maggio 2014

Due libri contro il marasma "di genere"

 
Vorrei parlare di due importanti libri che toccano un tema cruciale: le politiche di genere, dette "gender" LGTB e come si tenda a creare confusione tra i sessi con provocazioni  sensazionaliste apparentemente (ma solo apparentemente) gratuite. Ma come più volte osservato, queste tematiche non sono fini a se stesse, ma obbediscono a motivazioni ben più profonde collegate a temi più pregnanti di significato, a cui più volte abbiamo accennato anche in questo blog e in quello generalista. Pertanto lascio parlare direttamente i due testi in oggetto. Il primo si intitola UNISEX di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta - Arianna editrice. Il secondo è "La donna a una dimensione" che tratta della falsa  emancipazione scaturita dal femminismo ideologico - Autrice : Alessandra Nucci - edizione Marietti.
Qui in anteprima un capitolo, dal libro Unisex che tratta della manipolazione fisiologica e psichica di uomini e donne. Uomini che si sentono donne, donne che si sentono uomini...Nulla è come appare ma come ci si sente. Il dogma dei behaviouristi o comportamentisti "donna e uomo non si nasce, ma si diventa" è dunque diventato un'inquietante  realtà .
 
Secondo l’ideologia di genere, tra il maschio e la femmina vi sarebbe un numero indefinito di altri “generi” o “orientamenti sessuali”, che comprenderebbe, tra l’altro, l’omosessualità maschile, il lesbismo, la bisessualità ecc.; generi, che sarebbero “naturali” quanto l’eterosessualità.
I sessi, infatti, non sarebbero un’evidenza presente fin dalla nascita – come si è creduto per millenni – ma solo “un modo” con cui la persona percepirebbe se stessa in seguito a condizionamenti genetici o culturali, oppure, secondo altre versioni, per “scelta” compiuta durante il corso della vita. In questo senso, la visione della sessualità diventa “fluida”.
Questa ideologia viene oggi promossa in tutto l’Occidente mediante una gigantesca operazione culturale, che pervade letteralmente “l’aria stessa che respiriamo”: essa ha luogo attraverso la diffusione incessante di modelli culturali, mediatici, artistici, in cui viene riproposta senza requie l’immagine di un essere umano “ibrido” – né uomo, né donna – il concetto stesso di “differenza naturale” tra i sessi viene minimizzato o persino ridicolizzato e il solo presupporre l’esistenza di “sessi differenti” inizia a essere visto come un atteggiamento “discriminatorio”.
Il “braccio militante” di questo processo culturale è rappresentato, in concreto, dalla galassia dei movimenti gay e omosessualisti: questi gruppi un tempo erano assolutamente minoritari, ma negli ultimi anni, potendo contare su un vero e proprio torrente di finanziamenti pubblici e privati e sul sostegno di istituzioni e lobby di altissimo livello, hanno invaso i media e le piazze di tutto il mondo occidentale, imponendo all’opinione pubblica le proprie “istanze”, come quella di potere celebrare “matrimoni” o adottare bambini.
Tali istanze, tuttavia – è bene ribadirlo – rimarrebbero “lettera morta” senza l’appoggio sempre più plateale delle istituzioni del mondo occidentale, per le quali l’agenda politica dell’ideologia di genere sembra essere divenuta una priorità assoluta, da proporre o imporre mediante leggi d’ogni tipo, riprogrammazione dei corsi scolastici, sanzioni amministrative e penali e persino attraverso una rielaborazione del linguaggio comune, che, almeno in pubblico, si vuole fare rientrare nei canoni di un “politicamente corretto”, che bolla come discriminatorie e “sessiste” persino espressioni arcaiche e immemorabili, patrimonio comune di tutta l’umanità (tra queste, come vedremo, vi sono persino le espressioni “donna incinta” e “mamma e papà”).
Tutto questo, perché l’ideologia di genere – al pari del suo “braccio militante”, rappresentato dai movimenti gay – al giorno d’oggi sembra essere piuttosto uno “strumento”, una sorta di vero e proprio “cavallo di Troia”, che alcuni Poteri Forti sembrano decisi a utilizzare per dei “fini”, i quali vanno ben al di là delle “rivendicazioni omosessualiste” e mirano, con tutta evidenza, a manipolare la natura stessa dell’uomo, allo scopo di generare un “uomo nuovo”, compatibile con il progetto ormai sempre più avanzato di un Nuovo Ordine Mondiale.
 
Le grandi oligarchie economiche a sostegno dell’ideologia "gender"

Uno dei segnali evidenti dell’appoggio dei Poteri Forti occidentali all’ideologia di genere e ai movimenti omosessualisti, viene dal sostegno economico “a fondo perduto”, che una gran parte delle grandi oligarchie economiche effonde a beneficio di tali cause.
Di recente, ha fatto scalpore, negli Stati Uniti, l’atteggiamento di alcune grandi fondazioni bancarie come Goldman Sachs e JP Morgan – istituzioni solitamente molto attente a non schierarsi in pubblico su qualsivoglia questione – che hanno pubblicamente “brindato” alla recente decisione della Corte Suprema USA favorevole alla legalizzazione dei matrimoni gay:
«Nel giorno in cui la Corte Suprema ha definito incostituzionale il Defense of Marriage Act – che definisce matrimonio solo quello tra un uomo e una donna – riconoscendo ai coniugi gay gli stessi benefici federali di cui hanno goduto solo mogli e mariti nel senso tradizionale del termine, il numero uno di Jp Morgan ha lodato la decisione odierna.
“È una cosa buona per la nostra società e per i clienti, ma soprattutto è la cosa giusta da fare”, ha dichiarato in una nota Jamie Dimon. “I diritti di tutte le persone sono importanti e devono essere protetti”, ha aggiunto.
Goldman Sachs gli ha fatto eco: “L’uguaglianza nel matrimonio riduce gli oneri e le sfide a carico dei dipendenti e porterà alla costituzione di attività imprenditoriali di successo e a un’economia americana forte”»
Ritenendo improbabile che i maggiori hedge funds del mondo si schierino platealmente a fianco della “causa gay” per ragioni puramente “filantropiche” – specie in un’epoca di devastante crisi economica in cui, con tutta evidenza, le priorità “umanitarie” sembrerebbero essere ben altre – c’è chi ha ipotizzato una motivazione meramente finanziaria per questo atteggiamento: le oligarchie economiche, in sostanza, riterrebbero che i “matrimoni gay” potrebbero smuovere positivamente la stagnante economia occidentale, generando un giro d’affari considerevole.
Pur senza escluderla del tutto, l’ipotesi economicistica non sembra tuttavia rendere ragione di un tale e inedito sostegno pubblico, se solo si pensa a come il “matrimonio gay” sia una questione ritenuta marginale anche dalla maggior parte degli omosessuali.
In effetti, come denunciano i critici, anche ipotizzando che le stime siano state sbagliate per difetto e che la percentuale della comunità gay favorevole e attiva nella promozione del matrimonio e delle adozioni sia ben maggiore, essa rimarrebbe comunque, stando alle statistiche, nettamente inferiore a quella che i media intendono invece diffondere.
Nonostante ciò, il sostegno delle oligarchie finanziarie ed economiche alla “causa gay” sembra essere una costante da anni, a dispetto di ogni apparente convenienza economica.
Nei soli Stati Uniti (dati del 2008), le organizzazioni omosessualiste possono vantare i loro principali paladini nella persona del miliardario mondialista George Soros – lo stesso che ha finanziato le “primavere arabe” e le rivoluzioni filoccidentali e antirusse in alcuni Paesi dell’Est – attraverso l’Open Society Institute (150 mila dollari annui), la MacArthur Foundation (600 mila dollari) e la fondazione della casa automobilistica Ford (1.200.000 dollari).
Meritano un cenno anche le somme fornite dalla Goldman Fund di San Francisco (nel 2000 ha devoluto ben 2 milioni di dollari alle organizzazioni gay) e dalla Rockefeller Foundation (con circa 60.000 dollari annui), oltre agli innumerevoli altri “torrenti” di decine di migliaia di dollari, che giungono con regolarità da gruppi come Kodak, Hewlett-Packard, American Airlines, Apple, AT&T, BP, Chevron, Citigroup, Credit Suisse First Boston, Daimler Chrysler, Dell, Deutsche Bank, Ernst & Young, Estee Lauder, Intel, Ibm, J.P. Morgan Chase & Co, Johnson & Johnson, Levi Strauss & Co, Merril Lynch, MetLife, Microsoft, Nike, Pepsi, Toyota, Ubs, Xerox e, soprattutto, Motorola e la Fondazione Playboy (che da decenni finanzia le organizzazioni gay).
Sempre George Soros, insieme ad altri miliardari come Jeff Bezos di Amazon o Bill Gates, ha recentemente donato milioni di dollari ai comitati pro matrimoni gay negli Stati Uniti, arrivando persino a “ungere” di dollari molti deputati del Partito Repubblicano – il cui elettorato è al 90% contrario ai matrimoni gay – pur di ottenerne il consenso.
Un tale sostegno finanziario a fondo perduto, pertanto, non può non suscitare la domanda su quali siano le vere ragioni di tutta questa mobilitazione, che avviene peraltro in contemporanea con una sovraesposizione senza precedenti dei maggiori leader politici e delle più rappresentative istituzioni dell’Occidente.
La Drag Queen Conchita Wurst



 
Il libro di Alessandra Nucci è altrettanto importante perché sulla liberazione "mondiale" e
mondialista della donna, si gioca l 'importante  tema del controllo delle nascite. Ma soprattutto si tende a creare un Comitato internazionalista di tutela dei popoli con finalità oppressive.

Il femminismo in Occidente, che sembrava sopito per mancanza di buone cause, al volgere del Millennio è tornato alla ribalta, con maggiore antagonismo, ponendosi al servizio di una cultura omologante fatta di tenui appartenenze e “generi” interscambiabili. Per questa cultura, egemone in ambito internazionalista, la volontà femminile non è da conoscere e da favorire, ma da influenzare e incanalare verso scopi che non sempre corrispondono all’interesse della donna e spesso le sono perfino contro. Questo libro traccia la genesi e la funzione di questo nuovo femminismo, elaborato a tavolino da un’élite intellettuale e diffuso nel mondo da istituzioni e associazioni tese a promuovere una società pianificabile, fatta di una moltitudine atomizzata di persone poco interessate ad appartenersi l’un l’altra e dunque poco interessate a riprodursi. Perché le donne non si facciano strumentalizzare, ma prendano in piena libertà le decisioni delle proprie vite, occorre portare alla luce gli scopi e i meccanismi di persuasione messi in campo da quella che è diventata oggi una filiera educativa mondiale, sempre più potente, ramificata e coesa.
 
Intervista con l'autrice, di Roberto Persico:
 
Vent'anni fa è ritornata alla fede, «perché è la cosa più razionale», dopo venti in cui aveva battuto tutt'altri lidi. Da allora, dice, «sono diventata più razionale, e ho visto come le cose in cui credevo prima erano in realtà dei condizionamenti». Così Alessandra Nucci, un tempo femminista ribelle, oggi nonna fiera di esserlo, ha intrapreso quella che definisce «una rivisitazione senza perdere lo spirito libertario» delle posizioni di un tempo.
 
Dunque è ancora femminista?
Lo sono se femminismo vuol dire difesa della donna, se guarda alla verità e non all'ideologia. Ma il femminismo è pesantemente ideologico: si presenta come un orizzonte indiscutibile, ci rifila un sacco di imposizioni surrettizie, e soprattutto ha fatto sparire ogni alternativa. Le ragazze oggi non riescono neppure a immaginare che possa esistere un modello di donna diverso da quello imposto dalla mentalità dominante.

Non è un po' esagerato?
No. E non si tratta neppure della spontanea diffusione di una mentalità, ma di un progetto preciso, che ha al proprio servizio le agenzie internazionali. Addirittura. Lei ha mai sentito parlare del Comitato di monitoraggio per l'applicazione del trattato Cedav?

No. Onestamente, neppure del trattato.
Appunto. È un trattato delle Nazioni Unite sulle pari opportunità. E il Comitato di monitoraggio svolge un'opera attivissima e pressoché ignota. Ma efficacissima: chi si oppone a un'agenzia Onu che accusi uno Stato di discriminare le donne? E così si sviluppa uno Stato-balia planetario, che dolcemente ci abbraccia per dirci come dobbiamo pensare.

E come dobbiamo pensare?

Secondo una linea che lega il femminismo non alla difesa delle donne, ma al controllo delle nascite. Tutta la cosiddetta liberazione della donna si traduce alla fine in questo: nella "liberazione" dalla maternità, ossia nel suo rifiuto, prima culturale (l'idea tenacemente promossa che la maternità sia una sorta di handicap) e poi pratico.
 
Per quale motivo?

Qui andiamo lontano. Le origini del rifiuto della maternità sono da ricercare in un certo ambientalismo che considera l'uomo non lo scopo della creazione, ma il suo nemico. Che rifiuta l'idea dell'uomo come immagine e somiglianza di Dio, dotato di ragione e libertà, per farne un semplice prodotto dell'evoluzione: è quest'ultima il vero signore della terra, al quale gli uomini si devono sottomettere. (...) (continua)

Qui un altro  importante saggio sul tema: Le teorie sul genere 5

mercoledì 14 maggio 2014

Laghi, santi e draghi





Il bello dell'Italia è che dietro casa, trovi già i luoghi di vacanza, di svago e di relax, come non avviene in nessun altro paese al mondo. Speriamo di non perderla. Maggio è il mese dei laghi (piccoli, medi e grandi), così come giugno e luglio lo è del mare, come agosto quando fa troppo caldo, lo è per la montagna. 
Mai come in aprile-maggio le località lacustri del Nord Italia si ammantano di fiori e di rare specie botaniche nelle ville e in parchi stupendi. In nessun altro luogo ho visto azalee,camelie e rododendri, roseti rari, belli e rigogliosi come sui laghi.  Poi glicini, iris, maggiociondoli. Il perché è semplice: c'è la torba e il terriccio acidofilo che favorisce la crescita e proliferazione dei fiori e piante citate. Un percorso maggiolino è il lago d'Orta con annessa l'isola di San Giulio. Orta è in provincia di Novara ed è una cittadella piccola e splendida. Intanto, perché è interamente pedonalizzata e adatta al passeggio e ad ammirare i suoi magnifici negozi. Poi per le sue luci. Molti signorili palazzi con facciate in serizzo (la pietra chiara del Lago Maggiore e dintorni) e  riflettono la luce del lago che mai come in primavera diventa blu cobalto e ultra limpido a causa dei ghiacciai che si sciolgono.
Le caratteristiche viuzze per scendere al lago
Il centro di Orta, completamente pedonalizzato, è caratterizzato da viuzze strette molto pittoresche tra le quali,  la principale corre parallela alla riva del lago e si interseca con alcune ripide vie che si allontanano dal lago portando verso il Sacro Monte d'Orta (già Patrimonio Mondiale dell'UNESCO, tanto per non cambiare). Il Sacromonte d'Orta fu costruito durante la Controriforma e dispone di 20 cappelle. Su in salita, un panorama mozzafiato che fu già cornice ideale dell'idillio tra Nietzsche e Lou von Salomé. Ma torno lungolago dove numerose imbarcazioni traghettano all'Isola di San Giulio. Bello ammirare l'isolotto  stando seduti su una panchina dell'imbarcadero 





L'Isola di San Giulio  dista circa 400 metri dalla riva. L'isola è dominata dall'edificio dell'ex seminario, costruito nel 1844 sulle rovine del castello. Il seminario ospita oggi il convento di suore benedettine di clausura Monastero Mater Ecclesiae. Sull'isola si trova anche la Basilica di San Giulio, il più importante monumento romanico del novarese. Secondo la leggenda agiografica, San Giulio, nato in Grecia, navigando sul suo mantello steso sull'acqua, approda verso fine Trecento su questo isolotto infestato da serpenti e draghi (simboli di spiriti demoniaci): li sconfigge ed edifica qui la sua centesima chiesa. 



S.Giulio uccide i serpenti e i draghi
In faccia al negozio di souvenir dell'isola, s’incontrano le mura della prima delle quattordici ex case dei canonici, casa Tallone. Cesare Augusto Tallone (1895-1982): costruttore di pianoforti e accordatore personale di Arturo Benedetti Michelangeli. Una sala è sede di un festival annuale di musica classica e sacra. Accanto c’è l’entrata del ristorante San Giulio, l’unico dell’isola. Pochi passi e si apre una piazzetta con antico pozzo, dove si affaccia l’ex seminario diocesano costruito nel 1844 abbattendo le rovine del castello, abitato un tempo dal duca longobardo Mimulfo e poi dalla regina Willa. Qui vivono le cento monache dell’abbazia benedettina Mater Ecclesiae (1973) capeggiate da Anna Maria Cànopi. Vita di preghiera e  di restauro di paramenti ecclesiali. La piazzetta è dedicata a Tallone, numerosi vicoli  hanno dei  caratteristici "capitoli" al lago. Si continua il circuito acciottolato anulare sfiorando le mura dei giardini da indovinare, un tempo hortus conclusus dei canonici novaresi. Villa Lina, Barbara, Miramonti. Ancora un punto di fuga: il vicolo Sant’Elia porta a uno splendido pontile con vista Monte Rosa, innevato a vita. La darsena è decorata con aperture geometriche tipo fienili: mattoni in cotto, graffiati con nomi, iniziali, date. Segni anche sotto le volte dello splendido portico rosaceo slavato del palazzo vescovile, che chiude la passeggiata ellittica.
 
Giriamo l’angolo ed entriamo di lato nella basilica romanica del XI secolo: tanti affreschi degni di nota che spaziano dal Quattrocento al Barocco, ma il pezzo forte è l’ambone cesellato nel serpentino olivastro d’Oira. C’è persino un libro intero dedicato a questo capolavoro. Almeno un paio di dettagli: un grifone che morde la coda a un coccodrillo che in realtà rassomiglia a un drago a testa in giù, la figura presunta di San Guglielmo di Volpiano, monaco nativo dell’isola. Alle sue spalle, un felinaccio che ghigna più dello Stregatto di Alice (1865). 
Se scendete giù nella cripta, ci sono le spoglie di San Giulio e appeso al soffitto, l’anello-vertebra di un fantomatico drago, probabile coccodrillo. Agiografia, mito e culto popolare si fondono. I turisti se ne stanno pazientemente in fila per vedere il santo vestito con ricchi paramenti adagiato nell'urna.
La cripta con l'urna di San Giulio


Un personaggio dell’isola è la minuta e ciarliera signora Villa  che gestisce il negozio di souvenir da quarant'anni. La signora ha 75 anni e voga ancora la sua barca a remi per recarsi  a Orta. "Il braccio d'acqua non è tanto, ma l'età c'è e comincia  a farsi sentire" - lamenta  lei. Mi racconta  che quattro case  di S. Giulio appartengono a degli svizzeri.  All’'entrata del negozio, tra le cartoline e le guide turistiche, c’è un affresco quattrocentesco con una madonna del latte. Dentro diversi cimeli, come i remi della prima edizione assoluta degli europei di canottaggio svolta nel 1893 sul lago d’Orta. Sì, perché Orta ha anche un'importante squadra-canottieri. 
 Quasi quasi, compro anch'io una mattonella propiziatoria di ceramica da porre all'ingresso della mia casa, così come l' ho vista posta in un  antico portone dell'Isola di San Giulio con un detto in veneziano del Seicento. Ecco il testo: 




Orta San Giulio ha ispirato il racconto di Gianni Rodari dal titolo "C'era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell'Isola di San Giulio" (Einaudi) e ha fornito la sua cornice per esterni in numerosi film.