mercoledì 26 settembre 2012

Alan Watt, la distopia e i padroni dell'universo

Questo filmato da visionare e ascoltare attentamente,  affronta temi cruciali di vario tipo relativo al Nuovo Ordine Mondiale (NWO) e ai suoi pianificatori. Temi scottanti come la crisi delle democrazie occidentali, la democrazia intesa come scontro tra interessi di lobby e  di corporation, il ruolo dei canali mainstream quale fabbrica del consenso, l'incremento indotto della popolazione, lo spostamento di masse migratorie da un continente all'altro e in particolare da Asia e Africa al mondo detto occidentale, la deindustrializzazione voluta e provocata ad hoc nell'occidente. E non solo. Il ruolo delle rivoluzioni indotte e ideate dalla Cia, le pandemie provocate ad hoc.  Il ruolo delle grandi corporation e come insinuano  i loro uomini nella politica per tutelare i loro interessi, attraverso un sofisticato meccanismo di porte girevoli (sliding doors).
Alan Watt, mostra di padroneggiare con grande sicurezza la materia e ce la mostra con semplicità, pacatezza ed efficacia oratoria, come un racconto di fantascienza; meglio di fanta-horror, un racconto che è insieme un incubo dal quale vorremmo svegliarci. Del resto Watt, parte proprio da Orwell e da Huxley, i quali ebbero a che fare con società segrete. Spesso si parla di linguaggio "orwelliano" di "bipensiero" e di racconti e romanzi della distopia totalitaria, ma vale la pena di virgolettare queste parole prese dal saggio di Ida Magli
"La dittatura europea", la quale esprime concetti non estranei alla requisitoria di Alan Watt nel filmato, per approfondire questa faccenda della "neolingua": "Trasformano la realtà capovolgendone il significato anche soltanto cambiando il termine con il quale si è soliti identificarla". 

 Ecco un esempio corrente al limite della banalità, circa il linguaggio orwelliano da noi ascoltato quasi quotidianamente: se si vuole la decrescita  e la recessione si dirà che si lavora per la crescita del nostro Paese come predica con voce mestamente atona da androide telecomandato,  Mario Monti.

"E il sistema per abituarsi a quello che Orwell chiama "il bipensiero". Si raggiunge lo scopo con la "ripetizione" costante, onnipresente a tutti i livelli, di quel certo nome, di quel certo aggettivo, di quel certo giudizio".

"Orwell ne descrive con precisione il meccanismo nel suo 1984 (...) . Non è un romanzo infatti e neanche una previsione profetica, come è stato detto dai molti che amano credere nelle magie, ma sotto le vesti della fantasia, la messa in guardia per noi, su ciò che ci attende e che lui conosceva molto bene, perché era un iniziato alla massoneria" (op. cit. pag. 36) .


Vale la pena di citare anche un altro grande autore della distopia: Ray Bradbury, il cui "Fahrenheit 451" dal quale Truffaut trasse un bel film, potrebbe trovare oggi infinite varianti sul tema censura e autocensura. Intanto perché oggi vi è una revisione censoria dei grandi testi letterari alla luce del politicamente corretto (l'esempio della Divina Commedia attaccata dall'organizzazione Onusiana Gerush 92, e Dante chiamato in causa per omofobia, islamofobia e antisemitismo, è solo uno fra i tanti). Poi perché  la proibizione di tenere del contante, a favore della tracciabilità coatta  per il tramite  delle carte prepagate con la solita scusa dell'evasione fiscale, imposta dall'attuale governo, ci rimanda alla memoria i segugi pompieri del romanzo come Guy Montag e compagni,  i quali identificavano le case che contenevano libri nascosti per poi darli crudelmente alle fiamme.  Togliete i libri e metteteci il  denaro contante, e resta comunque la proibizione di vivere come ci pare e piace e  di restringere le nostre legittime libertà. A quando i prossimi pompieri eliminatori di banconote? Dopotutto, sempre di carta si tratta.






Inoltre, per rimanere in questo ambito narrativo, non si può omettere di citare  H.B Wells fondatore ed esponente della Round Table e  forte assertore di uno Stato Mondiale (nihil sub sole novi, evidentemente),  già noto per il suo romanzo "La guerra dei mondi" da cui il grande e quasi omonimo nel cognome,  Orson Welles, trasse spunto per quella famosa trasmissione radiofonica che spaventò gli Usa.

E' il caso di dire che oggi la realtà supera  di gran lunga la distopia degli autori testé citati.
Buona visione del filmato di Alan Watt!



Hesperia

mercoledì 19 settembre 2012

Mastro Martino


 Illustrazione tratta da Wikipedia, intitolata: "Janvier, Très Riches Heures du Duc de Berry" (1410-1416).

Gutemberg o Castaldi, chi è l'inventore della stampa? Dal momento che a Feltre, dove Panfilo Castaldi era nato, gli era stata dedicata una statua, con una scritta sul piedistallo, che avrebbe poi ingenerato tale dubbio (leggi questo post). La scritta non fu più corretta, nemmeno quando si appurò, in via praticamente definitiva, che il vero inventore della stampa, essendo stato il primo ad aver pubblicato un'opera stampata con caratteri mobili - la famosa Bibbia latina delle 42 linee, della quale parla approfonditamente Josh, nel post sulla Biblioteca Vaticana e Bodleiana - è stato Gutemberg. Insomma, la questione avrebbe tutti i contorni di un giallo, che autorevoli commentatori del blog Giò Fuga Type hanno recentemente contribuito a ravvivare. Comunque si sia snodata la questione,  a Panfilo Castaldi va il merito di essere stato il primo tipografo di Milano. Ciò avvenne dopo che Galeazzo Maria Sforza gli aveva concesso il privilegio, e nel 1471 dalla sua tipografia uscirà il primo libro stampato in questa città. 
Feltre, monumento a Panfilo Castaldi - dal sito Digilander.Libero.it
Ma se rimane qualche dubbio circa la paternità dell'invenzione della stampa, non ce n'è, invece, per quanto riguarda la primogenitura che la città di Venezia ha dato a svariati settori della stampa. In primis l'invenzione del libro "tascabile", con l'innovazione portata da Manuzio. Prima di lui per poter leggere i libri occorreva dotarsi di leggii, dato le ampie dimensioni degli stessi. Il formato ridotto, "tascabile", quello ancor oggi in voga, consentiva di trasportare i libri durante il passeggio, in viaggio, in pellegrinaggio, in guerra, o in qualsiasi altra occasione. Per questo e altri motivi Aldo Manuzio fu un grande innovatore della stampa, che era appena nata, e per questo merita un post tutto per se.
Tabella sulle lunghezze minime del pesce, esposta al mercato del pesce di Rialto - dal blog Alloggi Barbaria
Ma veniamo ai primati di Venezia in questo campo.
Se la stampa fu inventata altrove, è a Venezia che si è sviluppata e ha preso il volo. Venezia a quel tempo era già ambita meta turistica e la riva destra del Canal Grande, tra il Ponte di Rialto e Piazza San Marco, più nota come "Mercerie", era già la strada dello shopping "internazionale". E' passata agli annali della storia la visita del 2 maggio 1442 del maturo Francesco Sforza in compagnia della giovane moglie Bianca Maria Visconti (vedi post Dai Visconti agli Sforza) per quel supplemento di vacanza. "Il corteo sfilava lungo il Canal Grande". All'indomani dell'invenzione della stampa, gli avveduti veneziani si erano buttati a capofitto nel nuovo business, bruciando sul nascere tutte le altre città europee. Esempio di grande avvedutezza, trasformarono in fretta quella riva del Canal Grande in un vasto emporio, praticamente a cielo aperto - perchè le vetrine di allora non erano certo come quelle di oggi - di stampe e libri di ogni genere: quelli che al momento di quella storica visita erano negozi di altro genere, si erano in fretta convertiti in librerie con annessa tipografia nel retrobottega; nel corso di quel tragitto se ne sarebbero potute contare almeno quindici.
Venezia, Archivio di Stato - da questo post di Alloggi Barbaria
E' lungo l'elenco dei primati in campo editoriale di quel periodo in cui Venezia fece leggere il mondo. Periodo di leadership durato almeno 100 anni, e tramontato anche per colpa della Sacra Inquisizione, dapprima blanda, e poi vieppiù sempre più guardinga, tanto da costringere autori a cercarsi tipografie nel nord Europa, località dove la censura era meno invadente o addirittura inesistente (come è stato il caso di Copernico col suo libro De Revolutionibus, censurabile per l'epoca, pubblicato il 24 maggio 1543, giorno della morte dell'autore, fatto stampare in Nord Europa).

Tralasciando di parlare degli altri primati di Venezia in campo "editoriale", ve n'è uno che "stuzzica" gli appetiti: a Venezia è stato stampato il primo ricettario di cucina al mondo. E non era un semplice ricettario in cui si davano le dosi dei vari ingredienti, conteneva pure consigli dietetici. E oggigiorno, in cui non v'è testata giornalistica o radiotelevisiva che non abbia al suo interno la sua bella rubrica di ricette culinarie, la cultura di un cuoco che si rispetti non può prescindere dal conoscere questo fatto.

L'autore del ricettario era stato il cuoco Martino da Como, più noto come mastro Martino. Egli non si limitò a rifare le ricette di altri, ne elaborò di sue, trascrivendole su fogli. Tali fogli finirono nelle mani di Bartolomeo Sacchi  di Piadena, detto il Platina, che all'occasione le mandò in stampa come sue. Un plagio vero e proprio, andato avanti per oltre 5 secoli, e scoperto solo di recente, confrontando il testo dell'opera del Platina con i manoscritti di Mastro Martino, conservati nella Library of Congress, a Washington.

La scrittrice Ketty Magni, di Desio, sulla vita di Mastro Martino ha recentemente pubblicato il suo terzo romanzo storico, dall'emblematico titolo Il principe dei cuochi. (gli altri due sono incentrati sulle figure della Regina Teodolinda e dell'imperatrice Adelaide, delle quali s'è parlato in questo blog). Mastro Martino lavorò a Milano, alla corte di Francesco Sforza, per poi trasferirsi nella Città Santa al servizio di quel «cardinal Lucullo» – questo il soprannome del camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia – noto per la consuetudine di dare banchetti di rara sontuosità, dei cui costi - si vociferava - pare avesse investito non meno degli attuali 500 euro al giorno.   
Copertina del libro di Maria Cristiana Magni, alias Ketty Magni
Bibliografia: Alessandro Marzo Magno, L'alba dei libri

martedì 11 settembre 2012

Ombre e Luci


Continua fino a fine ottobre la mostra “Ombre e luci (1920 – 1960) Volti del cinema nei ritratti di Manlio Villoresi”, a cura di Anita Margiotta e Alessandra Grella.
Si tratta di un'esposizione fotografica, di circa 90 fotografie di attori teatrali e cinematografici italiani, e alcuni cantanti dal 1925 al 1960.
La particolarità della mostra è l'arco di tempo coperto che evidenzia sia alcune personalità dello spettacolo italiano del passato, sia la moda del tempo e lo stile dei ritratti di Villoresi.

Presenti ritratti di  Eleonora Duse, Emma Grammatica, Ruggero Ruggeri, Antonio Gandusio e Mario Del Monaco, compresi Annibale Ninchi (protagonista di "Scipione l'Africano", primo vero Kolossal italiano, del 1937 per la regia di Carmine Gallone, foto sotto) e attori dei telefoni bianchi come Elsa Merlini, Nino Besozzi e Doris Duranti (foto in alto).


Con Anna Magnani (sotto), Raf Vallone e Massimo Girotti, si passa al Neorealismo, fino ai film più popolari con Ave Ninchi, Isa Barzizza e Franca Faldini (sotto).



Per la Dolce Vita non potevano non comparire Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman,  Gabriele Ferzetti, John Derek, Isa Pola, Anna Maria Ferrero (sotto), Maria Mercader e Domenico Modugno, e attori di sceneggiati come Paolo Carlini e Alberto Lupo.


Le foto sono selezionate da circa 1500 negativi su lastra in vetro alla gelatina bromuro d'argento del fotografo Manlio Villoresi (Città di Castello 1891 – Roma 1976), conservate dal 1978 presso l’Archivio Fotografico del Museo di Roma. Sarà possibile visitare la mostra al Museo di Roma Palazzo Braschi dal 27 giugno al 28 ottobre.

Dopo aver appreso la professione con il padre Aristide, Manlio Villoresi si trasferisce a Roma aprendo il famoso studio fotografico in via Veneto n. 96, frequentato da personalità della cultura, dello sport, della vita politica, musicisti, e attori cinematografici.
I ritratti della fine degli anni ’20 si caratterizzano per l’uso studiato delle luci, gli effetti flou, un'impostazione molto studiata, preparata e decorativa della visione.
I primi piani del periodo successivo appaiono invece meno costruiti e pittorici, mossi da una maggiore attenzione al ritratto psicologico-caratteriale e a notazioni realistiche.

Presente oltre ai ritratti una selezione di abiti di scena, costumi cinematografici (alcuni provenienti dalla Fondazione Annamode) per contestualizzare le immagini nelle rispettive epoche e film, generi e settori dello spettacolo.
Lo spirito della mostra in realtà, oltre all'omaggio a Villoresi e alla sua fotografia, vuole evidenziare uno spaccato dell'Italia anche storico e documentale, attraverso protagonisti simbolici e miti dell'immaginario d'allora.


Info
Ombre e Luci (1920 – 1960)
Volti del cinema nei ritratti di Manlio Villoresi

Museo di Roma Palazzo Braschi - sale espositive del piano terra
ingresso da Piazza Navona, 2 e da Piazza San Pantaleo, 10
Apertura al pubblico dal 27 giugno al 28 ottobre 2012
Orari Martedì-Domenica ore 10.00-20.00, chiuso lunedì, 1 maggio
Biglietteria: Integrato Museo + Mostra: Intero € 9,00; Ridotto € 7,00
060608 (tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00)
www.museodiroma.it

domenica 5 agosto 2012

Perdere la lingua materna grazie all'Inglese




L'identità di una nazione (parola che deriva dal verbo nascere)  e di un popolo, scaturisce per l'appunto dalla sua Lingua, che non a caso si dice materna, in quanto è quella che riceviamo dalla nascita e che cresce, si sviluppa, si espande e si arricchisce con noi. Poi da altre componenti che possono essere sintetizzate nelle categorie manzoniane: d'arme di lingua, d'altare,  di sangue, e di suolo. Tutte componenti che creano unità e coesione nazionale.  La lingua materna o lingua madre, ha pure una forte valenza socio-affettiva. Un esule dalla sua Patria può adattarsi al diverso cibo, alle diverse usanze e tradizioni,  al cambiamento climatico ecc. ma non alla perdita  totale della propria lingua. Molte sono le testimonianze di illustri esuli in proposito. 
 Sempre più atenei universitari invece cercano di "differenziarsi" includendo insegnamenti e corsi in lingua inglese considerata la lingua veicolare nel mondo. Per disgrazia, simili progetti non appartengono solo alle università che verranno assoggettate al "rating" (valutazione)  come si fa con gli stati per farli fallire prima.   Ovvio, che avranno  più alte valutazioni quelle che si adegueranno a questo progetto. Ma si stanno discutendo pure progetti didattici per gli insegnamenti   dei curricula disciplinari veicolati  direttamente in Lingua Inglese, fin  nei licei. Questa si chiama "vietnamizzazione" dell'Italia. Insorge (e con giusta ragione) Claudio Magris con un articolo comparso sul Corriere  della Sera del tutto condivisibile, dal titolo "L'università in Inglese pericolo per l'Italiano".


Alberto Sordi redivivo smette di fare l'attore e diventa rettore universitario, sottosegretario o ministro dell'Istruzione o qualcosa del genere, sempre comunque nell'ambito dell'insegnamento superiore e della cultura. Del suo glorioso passato di attore conserva soltanto una parte, quella memorabile del romano de Roma che, nel film di Steno Un americano a Roma , cerca - ma invano - di sostituire spaghetti e vini dei Castelli con hamburger e Coca-Cola.
L'idea di fare, nell'università italiana, dell'inglese la lingua unica e obbligatoria dell'insegnamento è una gag come quella scenetta di Sordi e ignora il monito della canzone di Carosone «Ma si nato in Italy».
È uno dei tanti episodi che dimostrano la tendenza odierna - vittoriosa in quasi tutti i campi - a stravolgere involontariamente problemi reali nella loro parodia. Che la conoscenza - una vera, reale conoscenza - della lingua inglese sia indispensabile per dedicarsi a qualsiasi tipo di studi e anche a quasi ogni lavoro è una realtà indiscutibile, chiara a tutti e non solo a quel nostro ex presidente del Consiglio che esortava a coltivare le tre I, Inglese Impresa Internet, dimenticandone peraltro una quarta, Italia. La scarsa conoscenza delle lingue straniere, soprattutto, ma non solo, della lingua parlata, è un antico e ancora non superato deficit della cultura italiana (molti anni fa Wolf Giusti mi raccontava come Benedetto Croce, che non aveva difficoltà a leggere e a tradurre Hegel o Goethe, se la cavasse piuttosto male se doveva ordinarsi un caffè). Questo grave deficit va assolutamente sanato ed è paradossale che misure ministeriali abbiano agito in senso contrario, come quando, durante il precedente governo italiano, furono aboliti i lettori di lingua straniera, indispensabili e insostituibili, per gli studenti, nell'apprendimento delle rispettive lingue.
Una lezione di Information Technology in università (Corbis)
È dunque necessario che scuole e università creino strutture atte a insegnare realmente le lingue straniere e in particolare ovviamente l'inglese, investendo in tale iniziativa buona parte delle loro energie e dei loro fondi, anziché considerare l'insegnamento e la conoscenza delle lingue straniere, com'è accaduto quasi sempre nelle facoltà umanistiche, materia di terza classe. È necessario richiedere, per il conseguimento di qualsiasi titolo e per il raggiungimento di qualsiasi traguardo scolastico o accademico, una reale conoscenza della lingua inglese.

Tutto ciò non implica affatto la necessità e l'opportunità di tenere le lezioni e i seminari - a parte i casi particolari di convegni e dibattiti con studiosi stranieri - in inglese anziché in italiano. Imporre l'uso dell'inglese nelle lezioni e nei corsi universitari indebolisce questi ultimi, perché in ogni campo - non solo in quello letterario - la lingua madre implica una creatività, una ricchezza di pensiero e di espressione, fondamentali in ogni percorso intellettuale e, prima ancora, nella vita stessa. Di questo passo, secondo la logica aberrante di tale bella pensata, si potrebbe abolire la letteratura italiana e imporre a tutti gli scrittori italiani di scrivere le loro poesie e i loro romanzi in inglese. L'insegnamento - tanto più quanto è più importante e significativo - s'inserisce nel tutto della vita, individuale e sociale. L'uso obbligatorio dell'inglese potrebbe dunque, secondo quella logica peregrina, venire esteso a tutte le espressioni fondamentali dell'esistenza, ai dibattiti parlamentari e ai comizi politici come alle effusioni verbali dell'intimità amorosa, che diventerebbe tanto più degna ed eroticamente stuzzicante se esternata nella lingua dei (momentanei) padroni del mondo. Fare l'amore in inglese, credetemi, è tutt'altra cosa; me l'ha detto un mio conoscente che lavora al consorzio agrario e che ha fatto uno stage in America.
La proposta di rendere obbligatorio l'insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni, simile a quella smania di «sbiancamento» (blanchissement) che grandi scrittori neri quali Glissant e Fanon hanno denunciato in molti discendenti di schiavi nei loro Paesi, le Antille francesi. Tale complesso contraddice lo spirito più profondo della cultura inglese, l'amore di libertà e di originalità, e dimentica che, come scriveva sul «Corriere» Saverio Vertone, in Inghilterra vivono gli inglesi, non gli anglofili.
Si deve certo imparare l'inglese, questa lingua straordinaria che, come è stato detto, è divenuta pure la «lingua dei senza patria», dei tanti esuli che gli sradicamenti della Storia hanno sparso nel mondo. Ma il suo primato non dovrebbe indurre a una succube soggezione. Non vorremmo che domani, ove fossero eventualmente mutati i rapporti di forza nel mondo, i docenti di Cantù o di Caserta fossero obbligati a tenere lezione in cinese, altra grande lingua di straordinaria ricchezza e poesia.
Claudio Magris
25 luglio 2012  fonte: Corriere della sera

Sullo stesso tema: Il Somario parla Inglese ma dimentica l'Italiano

Hesperia

domenica 29 luglio 2012

Europa Calling...

Neofolk: tre intense versioni dello stesso pezzo....

 




 


Don't you see the tide is turning
Towers tumbling to the ground
Can't you see the world is burning?
The Spirit's waiting to be found

Don't you know a Fire's burning
Since the Ancient Times of Rome
Don't you hear Europa calling
For him who leads the children home

Can't you hear the thunder roarin'?
It's time to wake up from that sleep
Can't you hear Europa cryin'?
Her painful longing to be freed


(pezzo in origine dei Forthcoming Fire, poi Von Thronstahl, ispirato da 'George Forestier'
ovvero Karl Emerich Krämer)


 

la prima versione è in Von Thronstahl "Mutter des Schmerzen" ep, per Der Angriff/Indiestate Distribution;
la seconda versione è in Von Thronstahl "Return Your Revolt Into Style"  versione 2 cd, per Trutzburg Thule;
la terza versione è in Sagittarius "Songs From The Ivory Tower" per Cold Spring;
comparsa in origine come demo dei Forthcoming Fire in "Watching Rome Burn" per VAWS.



Josh

sabato 21 luglio 2012

Il Giardino dei Semplici



A  chiunque di voi sarà capitato di vedere un giardino di erbe aromatiche e officinali sorto tra le mura di un monastero. I frati in passato (e anche oggi), sono sempre stati i gelosi custodi sulle proprietà benefiche di erbe, piante e fiori medicamentosi valorizzandone le proprietà . Fin dal Medioevo i "semplici" (varietà vegetali con virtù medicamentose) si coltivavano in vari orti cittadini. La parola semplici deriva dal latino medioevale medicamentum o medicina simplex usata per definire le erbe medicinali. Inizialmente aveva il nome di Horto dei semplici. Il primo orto botanico del mondo occidentale sorse a Salerno, ad opera di Matteo Silvatico, insigne medico della Scuola salernitana tra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo. Egli si distinse come profondo conoscitore di piante per la produzione di medicamenti.
Sono erbe impiegate non solo in cucina e nelle varie gastronomie, ma nella farmacopea e nella fitoterapia, mediante decotti, tisane ed infusi.  Trattasi di erbe, piante e fiori forse non pregiate ma utilissime. In tempi di crisi economica il distacco tra l'uomo e la natura e il ricorrere di continuo alla grande distribuzione dei supermercati anche per un po' di prezzemolo, ci fa capire l'utilità di queste erbe e la possibilità di coltivarle anche in un terrazzo, un poggiolo, un balcone per averle a portata di mano nell'uso di ogni giorno. Tutti noi sappiamo che la maggiorana, ad esempio, è ottima nelle polpette e nei polpettoni. Che l'origano insaporisce le insalate di pomodori. Che un trito di aglio e prezzemolo rende più gustoso il pesce arrostito. Per non dire del basilico indispensabile per il pesto alla genovese. Occorre coltivarlo nella mezz'ombra, in quantità massiva per preparare i deliziosi vasetti di pesto anche per l'inverno.
Non sono pochi inoltre  liquori che vengono aromatizzati ad esempio coi semi di finocchio selvatico di montagna (kummel), con scorze di arance selvatiche o anche erbe come la ruta  (quest'ultima come è noto, ottima per  aromatizzare la grappa). Gli estratti di molte erbe vengono impiegati anche nella distillazione di liquori (genepì, genziana ecc). 
Inizio questo percorso...vegetale con l'erba cedrina (foto in alto) dal sapore forte di cedro. Sembra una pianticella insignificante con infiorescenze di modesta apparenza, ma la verbena odorosa o erba luisa ( sono questi sono gli altri nomi dati alla cedrina)  dalle ruvide e rugose foglioline verde tenero, ha proprietà digestive, antisettiche e viene impiegata anche per fare degli ottimi cordialini digestivi.

La camomilla matricaria è  una composita facile da far crescere e bisogna tenerla a bada perché piuttosto infestante. Se la coltivate e fatte voi stessi essicare, conterrà proprietà analgesiche superiori a quelle confezionate dalla grande distribuzione. Ottima anche per impacchi in caso di irritazioni agli occhi. Anche la malva ha proprietà decongestionanti.
La lavanda è notoriamente impegata nella profumeria e cosmesi (olio essenziale, ottimo per i massaggi), e ha proprietà battericide (lavande intime). Le palline o i sacchetti di lavanda nei cassetto oltre che profumare gli indumenti, impediscono la formazione di tarme.  Ma eccellente è il miele di lavanda dalle proprietà balsamiche.



Il timo,  che cresce nei dirupi collinosi mediterranei, oltre che essere ottimo nei ripieni e per aromatizzare le olive, ha proprietà espettoranti, come espettoranti sono il rosmarino e il lauro, le foglie della canfora e dell'eucaliptus. Quella che ha più proprietà medicamentose è la variante del timo serpillo.
L'elicrisodi colore bianco cenerino dal caratteristico profumo di liquirizia è la pianta tipica delle isole pelagiche e dei colli marittimi. Quando ci si avvicina coi traghetti, il profumo forte dell'elicriso che imbalsama l'aria di mare, coi suoi fiori gialli (da qui la radice elio/sole), ci riporta agli antichi quando  lo mettevano nei braceri e negli scaldaletto per profumare la brace ardente.


I semi di finocchio mediterraneo (ne esiste anche una varietà montana come il kummel, come detto in precedenza) sono ottimi per aromatizzare il pesce alla griglia o insaporire le acciughe marinate.  E non dimenticate di metterne un ramoscello sulle caldarroste in autunno: le vostre castagne assumeranno un aroma speciale.
Il mirto, pianta simbolo della Sardegna (su mirtu, in dialetto sardo) ha origini antichissime, ed era la pianta cara a Venere. I ramoscelli di mirto sono visibili anche nel famoso dipinto de la Nascita di Venere di Botticelli. Ha fiori bianchi piccoli e profumati che diventano poi bacche bluastre come quelle dei mirtilli. Oltre che per il  famoso liquore, i sardi lo impegano anche per farcire il porceddu arrostito. E che delizioso profumo dà alle carni del tenero  porcellino!
Nell'erbario di casa non si può dimenticare l'erba salvia anche per le sue belle foglie grigio-verdi e la sua fioritura violetta,  erba così utile in cucina. Alzi la mano chi non ha mai mangiato involtini di carne  o uccelletti allo spiedo aromatizzati con la salvia . Tornare alla natura, dopotutto è ...semplice.




Hesperia

giovedì 12 luglio 2012

I laghetti di Milano


Laghetto di San Marco, Milano 1930 - dal sito Vecchia Milano

Nonostante sia posta nel mezzo di tanti corsi d'acqua, Milano, la romana Mediolanum, gode, e ancor più lo godeva nell'antichità, di estati relativamente torride. Lo seppero bene i primi cristiani milanesi, che, dove ora c'è il Duomo, edificarono due chiese, una per le funzioni invernali, l'altra per quelle estive. E lo constatò ancor più la Regina Teodolinda, quando convinse il marito a trasferire a Monza la capitale estiva del Regno Longobardo.
Secoli dopo nacque l'idea di portare a Milano acqua fresca dal Ticino, soprattutto per scopi irrigui. Nacquero così i primi canali, che nel corso del tempo furono resi navigabili, a cominciare dal Naviglio Grande. Questo terminava la sua corsa nel Laghetto di Sant'Eustorgio (ora Darsena). In seguito vennero costruiti i canali interni alla città, divenuti a loro volta canali navigabili, i Navigli Interni, sul cui tragitto verrà in seguito creato il Laghetto di Santo Stefano, utilizzato principalmente come scalo merci per i barconi provenienti dal Lago Maggiore, che trasportavano sabbia, marmo e gran parte del materiale necessario per la costruzione del Duomo di Milano.

Nel 1288, Bonvesin de la Riva, dotto frate degli Umiliati, descriveva così la Milano del suo tempo:
"Un fossato di sorprendente bellezza e larghezza" circonda questa città da ogni parte, e contiene non una palude o uno stagno putrido, ma l'acqua viva delle fonti, popolata di pesci e di gamberi. Esso corre tra un terrapieno all'interno e un mirabile muro all'esterno, il cui circuito, misurato con estrema accuratezza, è risultato corrispondere a diecimilacentoquarantuno cubiti. La larghezza del fossato, lungo l'intero circuito intorno alla città, è di trentotto cubiti. Al di là del muro del fossato vi sono abitazioni suburbane tanto numerose che basterebbero da sole a formare una città".

Collegio Elvetico, nei pressi del laghetto di Santo Stefano. Veduta Settecentesca di Milano, di Marc'Antonio Dal Re.

Il Laghetto di Santo Stefano non esiste più, come pure non esiste più il Laghetto di San Marco(foto in alto). Questi, il più longevo, è esistito a Milano, nell'omonima via, fino al 1930, quando venne interrato. Era stato pensato in epoca viscontea, per risolvere i problemi creati dagli allagamenti: al perdurare di forti acquazzoni i navigli interni si gonfiavano, straripavano, lasciando nel fango la città. A quell'epoca la zona di via San Marco, confinante a nord del Naviglio Interno, era un terreno totalmente agricolo, dislocato fuori dalla cerchia dei Navigli, che all'epoca delimitavano il centro abitato dalla zona agricola. Quel terreno si prestava quindi assai bene per crearvi quella che oggi chiameremmo cassa di espansione. Per quel precipuo scopo era nato il laghetto, un ruolo che ha svolto egregiamente per almeno cinque secoli. Dal 1876, e per molti decenni, ebbe anche funzione di scalo per i barconi che tasportavano le bobine di carta alla tipografia del Corriere della Sera (l'edificio, tuttora esistente, è quello che si vede di fronte, in primo piano, nella foto in alto). Quella sotto è invece la foto di uno di quei barconi mentre entra in via Fatebenefratelli, e raggiungerà il laghetto di San Marco per le operazioni di scarico (da Wikipedia).

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1920 - E' come se si aprisse un mare. "Lavori in corso per la nuova Darsena di Milano con ingresso dalla Conca di Viarenna. Gli antichi bastioni spagnoli sono stati completamente abbattuti" (da Wikipedia).

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