Aleksandr Solzenicyn se ne è andato il 3 agosto 2008, e la notizia della sua morte, in Italia è scivolata via senza destare quasi clamore.
Eppure questo grande vecchio, dallo sguardo tormentato di chi ha visto troppo, è stata una figura epocale, uno di quegli uomini che scendono sulla terra, per regalare all’umanità una conoscenza più profonda.
Attraverso la sua opera letteraria intrisa di dolore, denuncia e passione rivelò al mondo l’orrore dei gulag, i campi di lavoro sovietici e cancellò l’utopia comunista, smascherandone la natura totalitaria e sanguinaria. Fu insignito del Nobel per la letteratura nel 1970, fu esiliato e visse lontano dalla sua terra in Germania, Svizzera e Stati Uniti. Una vita rocambolesca che attraverso la sua storia e la sua opera, testimonia la libertà irriducibile di ogni uomo.
Ma seppe anche anticipare il "male oscuro" dell'Occidente, capì che quando la libertà diventa irresponsabile cade ogni barriera contro gli abissi del decadimento umano.
Nel 1978 ad Harvard davanti a un enorme pubblico, parlò lucidamente della deriva di una società che fa di ogni sua pulsione un diritto, e che lentamente si avvia verso la sua autodistruzione.
E infatti dopo aver letto parte del suo discorso che ho trovato attualissimo che ho deciso di ricordarlo con questo scritto.
LIBERTÀ: DELL'IRRESPONSABILITÀ?
In conformità ai propri obiettivi la società occidentale ha scelto la forma d’esistenza che le era più comoda e che io definirei giuridica. I limiti (molto larghi) dei diritti e del buon diritto di ogni uomo sono definiti dal sistema delle leggi. A forza di attenersi a queste leggi, di muoversi al loro interno e di destreggiarsi nel loro fitto ordito, gli occidentali hanno acquisito in materia una grande e salda perizia (ma le leggi restano comunque così complesse che il semplice cittadino non è in grado di raccapezzarcisi senza l’aiuto di uno specialista). Ogni conflitto riceve una soluzione giuridica, e questa viene considerata la più elevata. Se un uomo si trova giuridicamente nel proprio diritto, non si può chiedergli niente di più. Provate a dirgli, dopo la suprema sanzione giuridica, che non ha completamente ragione, provatevi a consigliargli di limitare da se stesso le sue esigenze e di rinunciare a quello che gli spetta di diritto, provatevi a chiedergli di affrontare un sacrificio o di correre un rischio gratuito… vi guarderà come si guarda un idiota. L’autolimitazione liberamente accettata è una cosa che non si vede quasi mai: tutti praticano per contro l’autoespansione, condotta fino all’estrema capienza delle leggi, fino a che le cornici giuridiche cominciano a scricchiolare. (…)Io che ho passato tutta la mia vita sotto il comunismo affermo che una società dove non esiste una bilancia giuridica imparziale è una cosa orribile. Ma nemmeno una società che dispone in tutto e per tutto solo della bilancia giuridica può dirsi veramente degna dell’uomo. Una società che si è installata sul terreno della legge, senza voler andare più in alto, utilizza solo debolmente le facoltà più elevate dell’uomo. Il diritto è troppo freddo e troppo formale per esercitare un’influenza benefica sulla società. Quando tutta la vita è compenetrata dai rapporti giuridici, si determina un’atmosfera di mediocrità spirituale che soffoca i migliori slanci dell’uomo. E contare di sostenere le prove che il secolo prepara reggendosi sui solo puntelli giuridici sarà per l’innanzi sempre meno possibile.
È ora che affermiate i vostri doveri.
Nella società occidentale di oggi è avvertibile uno squilibrio fra la libertà di fare il bene e la libertà di fare il male. Un uomo politico che voglia realizzare, nell’interesse del suo paese, una qualche opera importante, si trova costretto a procedere a passi prudenti e perfino timidi, assillato da migliaia di critiche affrettate (e irresponsabili) e bersagliato com’è dalla stampa e dal Parlamento. Deve giustificare ogni passo che fa e dimostrarne l’assoluta rettitudine. Di fatto è escluso che un uomo fuori dell’ordinario, un grande uomo che si riprometta di prendere delle iniziative insolite e inattese, possa mai dimostrare ciò di cui è capace: riceverebbe tanti di quegli sgambetti da doverci rinunciare sin dall’inizio. Ed è così che col pretesto del controllo democratico si assicura il trionfo della mediocrità. Per contro è cosa facilissima scalzare l’autorità dell’Amministrazione, e in tutti i paesi occidentali i poteri pubblici si sono considerevolmente indeboliti.
La difesa dei diritti del singolo giunge a tali eccessi che la stessa società si trova disarmata davanti a certi suoi membri: è giunto decisamente il momento per l’Occidente di affermare non tanto i diritti della gente, quanto i suoi doveri.
Al contrario della libertà di fare il bene, la libertà di distruggere, la libertà dell’irresponsabilità, ha visto aprirsi davanti a sé vasti campi d’azione.
La società si è rivelata scarsamente difesa contro gli abissi del decadimento umano, per esempio contro l’utilizzazione delle libertà per esercitare una violenza morale sulla gioventù: si pretende che il fatto di poter proporre film pieni di pornografia, di crimini o di satanismo costituisca anch’esso una libertà, il cui contrappeso teorico è la libertà per i giovani di non andarli a vedere. Così la vita basata sul giuridismo si rivela incapace di difendere perfino se stessa contro il male e se ne lascia a poco a poco divorare.
E che dire degli oscuri spazi in cui si muove la criminalità vera e propria? L’ampiezza dei limiti giuridici (specialmente in America) costituisce per l’individuo non solo un incoraggiamento a esercitare la sua libertà ma anche un incitamento a commettere certi crimini, poiché offre al criminale la possibilità di sfuggire al castigo o di beneficiare di un’immeritata indulgenza, grazie magari al sostegno di un migliaio di voci che si leveranno in suo favore.
E quando in un paese i poteri pubblici affrontano con durezza il terrorismo e si prefiggono di sradicarlo, l’opinione pubblica li accusa immediatamente di aver calpestato i diritti civili dei banditi.
La stampa, impenitente guardona
Anche la stampa (uso il termine “stampa” per designare tutti i mass media) gode naturalmente della massima libertà. Ma come la usa?Lo sappiamo già: guardandosi bene dall’oltrepassare i limiti giuridici ma senza alcuna vera responsabilità morale se snatura i fatti e deforma le proporzioni. Un giornalista e il suo giornale sono veramente responsabili davanti ai loro lettori o davanti alla storia? Se, fornendo informazioni false o conclusioni erronee, càpita loro di indurre in errore l’opinione pubblica o addirittura di far compiere un passo falso a tutto lo Stato, li si vede mai dichiarare pubblicamente la propria colpa? No, naturalmente, perché questo nuocerebbe alle vendite. In casi del genere lo Stato può anche lasciarci le penne. Ma il giornalista ne esce sempre pulito. Anzi, potete giurarci che si metterà a scrivere con rinnovato sussiego il contrario di ciò che affermava prima. La necessità di dare un’informazione immmediata e che insieme appaia autorevole costringe a riempire le lacune con delle congetture, a riportare voci e supposizioni che in seguito non verranno mai smentite e si sedimenteranno nella memoria delle masse. Quanti giudizi affrettati, temerari, presuntuosi ed erronei confondono ogni giorno il cervello di lettori e ascoltatori e vi si fissano! La stampa ha il potere di contraffare l’opinione pubblica e anche quello di pervertirla. Così, la vediamo coronare i terroristi del lauro di Erostrato, svelare perfino i segreti della difesa del proprio paese, violare impudentemente la vita privata delle celebrità al grido “Tutti hanno il diritto di sapere tutto” (slogan menzognero per un secolo di menzogna, perché assai al di sopra di questo diritto ce n’è un altro, perduto oggigiorno: il diritto per l’uomo di non sapere, di non ingombrare la sua anima divina di pettegolezzi, chiacchiere, oziose futilità. Chi lavora veramente, chi ha la vita colma, non ha affatto bisogno di questo fiume pletorico di informazioni abbrutenti).
Giornalisti in nome di chi?
È nella stampa che si manifestano, più che altrove, quella superficialità e quella fretta che costituiscono la malattia mentale del XX secolo. Penetrare in profondità i problemi le è controindicato, non è nella sua natura, essa si limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto.E, con tutto questo, la stampa è diventata la forza più dirompente degli Stati occidentali, essa supera per potenza i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Ma chiediamoci un momento: in virtù di quale legge è stata eletta e a chi rende conto del suo operato? Se nell’Est comunista un giornalista viene apertamente designato dall’alto come ogni altro funzionario statale, chi sono gli elettori cui i giornalisti occidentali devono invece la posizione di potere che occupano? E per quanto tempo la occupano? E con quale mandato?
QUI il discorso per intero
Come si può facilmente immaginare in Italia Alexandr Solzenicyn fu osteggiato e censurato, l'élite letteraria rossa lo bollò come una "nullalità sul piano artistico" (Cassola), un "Dostoévskij da strapazzo" (Eco). Ma gli attacchi non furono solo sul piano letterario, Moravia sull'Espresso scrisse che lo scrittore russo è un "nazionalista slavofilo della più bell'acqua".
Insomma, il solito film a cui siamo abituati dal dopoguerra a oggi. La sinistra non ammette critiche, ma non disdegna di ricorrere agli insulti, quando non ha argomenti validi per obiettare.
Aretusa
domenica 16 novembre 2008
UN MONDO IN FRANTUMI
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lunedì 10 novembre 2008
From Marx to Market: il lato oscuro della globalizzazione
Il 9 novembre 1989 è caduto il Muro di Berlino e con esso la fine del comunismo. Molti blogger lo hanno ricordato con opportune immagini. Ma questa, purtroppo, non sarà mai una data da poter ricordare con la stessa esultanza con cui si festeggiò la fine della IIa guerra mondiale e con essa la caduta del nazifascismo. Perchè? Perchè non tutti i muri cadono per portarci gioia e letizia.2) Ha permesso alla Ue di creare e allargare l'area mercantile di Schengen, col risultato che ora insieme ai capitali e alle merci ci sono anche flussi incontrollati di uomini dai vari angoli del pianeta (moldavi, romeni, rom solo dall'Est, migrazioni dal Sud del mondo, ecc.).
3) Dopo la caduta sono subito nati i "transcomunisti", neoconvertiti al mercato unico di un mondo unico.
4) Le etnie tenute insieme con la forza totalitaria e dispotica delle dittature comuniste, hanno dopo la caduta del Muro, ripreso a farsi guerre e guerriglie nei Balcani e nelle ex Republiche socialiste sovietiche (si veda Georgia contro Ossezia e la mai risolta questione cecena in Russia).
Perché nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. E anche il comunismo si è su
bdolamente trasformato nel passaggio from Marx to Market. Sia Massimo Fini nel suo pamphlet sull'antimodernità "Il vizio oscuro dell'Occidente" (del 2002 e con grande anticipo rispetto alla crisi attuale) che Giulio Tremonti nel capitolo "Il lato oscuro della globalizzazione" del suo saggio "La Paura e la Speranza", sono consapevoli che l'homo oeconomicus è un retaggio delle rivoluzioni industriali inglesi, poi illuministe, poi francesi, poi bolsceviche, e che il "mercatismo" attuale è la faccia ferocemente fondamentalista del vecchio liberalismo-liberismo, con al suo interno qualche costola di marxismo, apportata opportunamente dai transcomunisti e socialisti. Per entrambi, "il Paese dei Balocchi"(Massimo Fini) o "la cornucopia dell'abbondanza" (Tremonti) si è trasformata da sogno in un incubo, il cui uomo, ridotto a Grande Consumatore, a una mera scheggia di PIL, è uomo a taglia Unica dal Pensiero Unico. "Noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per produrre" scrive Massimo Fini " Il meccanismo non è al nostro servizio, ma noi al suo...".
Megabanche, tecno-finanza, universalizzazione e deresponsabilizzazione (due concetti intimamente legati del capitalismo su scala planetaria) slegate da tutto e da tutti , hanno creato il crack delle bolle speculative. La "tempesta perfetta" è partita dalla tecno-finanza, ma andrà ancora avanti con le carte di credito (che in USA sono in realtà, sempre più carte di debito).
"Tutto si è sviluppato dentro la "meccanica perversa" del "meno rischi più guadagni", perché con le nuove tecnologie finanziarie gli operatori, più trasferivano a terzi i loro prodotto, più facevano profitti" . I Subprime, i prestiti a rischio concessi negli USA, impacchettati e fatti circolare per il mondo, sono solo il primo anello di una lunghissima catena di fuga dal rischio e di corsa ai profitti. Una fuga e una corsa fatta di tanti altri strumenti (vehicles, collateralized debt obligations, derivatives, monolines, hedge funds ecc. ). Strumenti diversi tra loro, con un comune denominatore: l'essere operati e operabili fuori da ogni controllo (...) (ancora Tremonti op. cit)
Gli hedge funds non sono nient'altro che banche fuori controllo, la cui regola è di non avere regole.
Ovviamente non è finito il crack della bolla speculativa. O meglio del perverso gioco del "bolla su bolla".
re tiri il respiro ne arriva un secondo. E poi un terzo ancora più grande, e un quarto. Il primo mostro sono stati i mutui e in qualche modo sono stati gestiti. Ora sta arrivando il secondo, le carte di credito, che in America sono carte di debito, e anche questo potrebbe essere gestito. Si sta avvicinando il terzo mostro: i finanziamenti alle imprese, inclusi i corporated bond in scadenza. E sullo sfondo si profila il terzo mostro, i "derivati" (Tremonti al Corriere della Sera - intervista a Mario Sensini del 9 novembre). Avrete quindi capito che se il Muro di Berlino è caduto, dalle parti di Washington, NY e dintorni di Wall Street (e cioè dal nostro alleato sul fronte "occidentale") c 'è ben poco da rallegrarsi.
Conclude Massimo Fini nel suo pamphlet:
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domenica 2 novembre 2008
L'ultima lezione di Randy, sconfiggere la morte raccontando la vita
"Non la battiamo vivendo più a lungo, ma vivendo bene e pienamente, perché ella verrà per tutti noi"- Randy Pausch
Il 2 Novembre è il giorno che i viventi dedicano ai “riti” per i morti. Un giorno l’anno, per i restanti 364 si preferisce scordare la morte, a meno che, questa non irrompa prepotentemente nella nostra vita. La morte spaventa, il solo pensarci, provoca una stretta allo stomaco e scaramantici gesti di “protezione” come toccare ferro.
Eppure la morte può insegnare molto, può insegnare ad apprezzare la vita. Quando ci sfiora e ne sentiamo l’alito gelido sul volto, dopo, tutto ci appare in una nuova prospettiva e ci rendiamo conto di quanto preziosa sia la vita.
Una “lezione” che a volte ci viene impartita da chi sa che morirà presto.
Randy Pausch, un professore di scienze informatiche alla Carnegie Mellon University in Pennsylvania, ha tenuto una lezione per affrontare la morte imminente, raccontando la vita.
Randy aveva 47 anni, la tendenza al sorriso, tre meravigliosi figli, un passato da progettista di realtà virtuale per la Disney e un tumore al pancreas che se lo stava portando via, anche se vederlo sembrava in perfetta salute. Una vita e una morte assolutamente normali, che Paush è riuscito a trasformare in qualcosa che ha toccato le persone e i media e ha fatto il giro del mondo.
Mesi prima quando aveva saputo di non avere speranze s’era domandato quale fosse il modo migliore di lasciare un “testamento spirituale” ai suoi bambini, lui era un professore e così ha scelto di tenere una lezione, è andato davanti ai suoi studenti, alla sua famiglia e davanti alla telecamere ha tenuto la sua ultima lezione. Ovviamente non di informatica e nemmeno, come ci si sarebbe potuto aspettare sulla morte, ma sulla vita. Sul valore della vita, sulla bellezza della vita, sui suoi valori inalienabili, che questa società sembra aver dimenticato, sepolto sotto una cultura nichilista.
In un aula gremita ha parlato di sé, senza vittimismo, armato di coraggio e ironia, deciso a “rinchiudere tutto sé stesso in una bottiglia che un giorno i suoi figli apriranno”.
Per settantacinque minuti si è raccontato, ha fatto ridere il pubblico, lo ha commosso, ha parlato dei suoi genitori, dei loro insegnamenti, dei suoi sogni infantili, di come è cresciuto, di ciò che considerava giusto e di ciò che considerava sbagliato.
Tante piccole perle di buon senso, che alcuni hanno definito banali, dimenticando che la vita per miliardi di persone è banale, ma non per questo immeritevole di essere vissuta o meno appagante.
La bellezza della vita sta nell’apprezzare fino in fondo la sua importanza, nel non dare mai nulla per scontato e soprattutto nel riconoscerne il suo immenso valore da appena si nasce al momento in cui si muore, che per i più fortunati coincide con la vecchiaia. Lottare contro il corso temporale della vita produce solo infelicità, negare il diritto ad esistere ai non “desiderati”, ai “non perfetti”, agli ammalati senza speranza produce solo una spaventosa ingiustizia, che si tenta di far passare per carità, per altruismo. Per una conquista del vivere civile.
Ma una società che si basa su questa cultura è una società sconfitta, una società morente, che dovrebbe imparare dalla lezione di Randy Pausch: un uomo che non si è lasciato trainare dalla sua morte, ma ha trainato la sua vita, fino all’ultimo istante.
Randy è morto 25 luglio 2008, lasciando a tutti noi (e non solo ai suoi bambini) un grande dono: questa lezione che ha fatto il giro del mondo, ed é stata vista da milioni di persone, su ciò che conta veramente negli anni in cui ci é dato di stare su questa meravigliosa, difficile, imprevedibile terra.
Mi sembra giusto ricordarlo, ma non solo oggi. Sempre.
La morte ha sempre avuto un posto importante nell'arte e nelle poesie.
Aretusa
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lunedì 27 ottobre 2008
Iperico, male oscuro e Spleen
Arriva l'autunno, le giornate si accorciano, le notti diventano più lunghe dei giorni, gli alberi perdono la chioma e con il morire della stagione, non sono pochi coloro i quali soffrono di un disturbo che i soliti anglosassoni hanno chiamato con la breve sigla di SAD (Seasonal Affective Disorder ovvero Disordine Affettivo Stagionale). Tra le terapie in uso, vi è quella di esporre il paziente sotto forti lampade che ne stimolano la serotonina. Alzi la mano chi non ha mai sofferto di malinconia autunnale, specie dopo il ripristino dell'ora solare. La parola "melanconia" proviene dal greco melas "nero"e konis "polvere" (ovvero bile nera). Una sua variante cristiana è l'accidia, considerato uno dei sette peccati capitali, dato che reca indolenza e indifferenza. Poiché secondo la concezione di Ippocrate la bile nera veniva elaborata dalla milza, concezione rafforzatasi poi durante il Medio Evo fino all'età romantica, da qui la parola spleen (milza), un suggestivo termine impiegato da Baudelaire per indicare l'umor nero. Quattro sono infatti gli Spleen composti dal poeta. E ne citerò solo qua e là qualche frase, tratte da un paio.(Ja'i plus des souvenirs que si j'avais mille ans).
II - Quando come un coperchio il cielo pesa
grave e basso sull'anima gemente
in preda a lunghi affanni, e quando versa
su noi, dell'orizzonte tutto il giro
abbracciando, una luce nera e triste
più delle notti; e quando si è mutata
la terra in una cella umida, dove
se ne va su pei muri la Speranza
sbattendo la sua timida ala...
Eugenio Montale lo chiama il mal di vivere: Spesso il male di vivere ho incontrato/ era il rivo strozzato che gorgolia/ era l'incartocciarsi della foglia/ riarsa, era il cavallo stramazzato.
E' ancora in questa poesia del pittore-poeta Ardengo Soffici che la incontriamo per la "Via".
Palazzeschi, eravamo tre,

Noi due e l'amica ironia,
A braccetto per quella via
Così nostra alle ventitré
..........................
finale
...Ma un organetto un po' sordo
si mise a cantare: Ohi Marì...
E fummo quattro oramai
A braccetto per quella via
Peccato! La malinconia
S'era invitata da sé.
Una poesia che parte scanzonata, ma che nel finale descrive come lo stato d'animo della malinconia crei quasi un effetto-imboscata per chi ne è colpito.
Lo scrittore veneto Giuseppe Berto la descrisse come una discesa agli inferi nel suo "Il male oscuro" e per raffigurarne la nevrosi d'ansia che l'accompagna scrisse il romanzo senza punti né virgole, in un flusso di coscienza ininterrotto. Non ne soffrono solo i poeti e gli scrittori, ma anche gli artisti (pittori, scultori, musicisti). Ne soffrì Michelangelo, Caravaggio, Cellini, Duerer e molti altri. Albrecht Duerer ne fece anche una famosa incisione a bulino dal titolo "La melanconia" (immagine in alto al centro), sulla quale sono state avanzate parecchie ipotesi e chiavi di lettura. Ma secondo la più accreditata, pare voglia indicare una condizione primitiva, come il primo gradino della conoscenza da perseguire in salita, uno stato d'animo di travaglio interiore assimilabile alla notte, alla "nigredo" dell'elemento ctonio (cioè della terra). La donna infatti è cupa in volto e la scritta sul
nastro sorretto dal pipistrello sembra indicare proprio questa condizione di "melanosi" e di "nigredo" paragonabile ad uno stato d'animo di pensosità travagliata. E' un tema che ha attraversato anche la pittura moderna dal Rinascimento fino ai nostri giorni. Edward Munch, grande cantore espressionista degli stati d'animo esistenziali (L'Angoscia, L'urlo) ha composto un dipinto intitolato Malinconia (immagine di lato). Un topos ricorrente anche in uno stupendo dipinto di De Chirico che ha colpito non poco l'immaginario collettivo dal titolo "Mistero e malinconia di una strada" (seconda immagine accanto alla poesia di Ardengo Soffici).
osi afflitti da questo male. In epoche più vicine alla nostra ne soffrirono pure persone di grande successo politico come Churchill, e giornalistico come Montanelli. Esistono rimedi senza dover sconfinare nella zona grigia degli psicofarmaci e sono l'Iperico (pianta di Iperione, il nome greco del Titano padre di Elio-Sole). Grande è pure il valore simbolico di questa pianta dai bei fiori giallo-sole (quel colore della luce che tanto piaceva a un melanconico cronico come Van Gogh). Capace di combattere gli stati depressivi, è anche un potente cicatrizzante. In fondo, a ben rifletterci, è come immettere piccole dosi di sole nel corpo di chi vede buio e non riesce a uscire dall'oscurità. Non di rado dunque anche la medicina e la farmacopea sono fatte di simboli come le arti, la poesia e il linguaggio.
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sabato 18 ottobre 2008
La città, il centro, la piazza: significati simbolici e reali
La dimensione Occidentale in specie italiana delle città presuppone "che ogni spazio urbano abbia un centro in cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare [...] da cui dirigersi e allontanarsi" (scriveva Roland Barthes in "Centro-città, centro vuoto", in L'impero dei segni, trad. it. Einaudi, Torino 1984).
E aggiunge che per ragioni storiche, economiche, militari e religiose molte delle nostre città occidentali sono concentriche, nella dimensione reale e simbolica, cioè ricalcano il mo
vimento di senso della metafisica occidentale in base alla quale
ogni centro è la sede della verità.
I nuovi quartieri che germogliano intorno alle industrie, periferici in mano all'edilizia da dormitorio e alla speculazione fin dagli anni '60, quasi nuove città senza anima, spesso sono privi di centro. Oppure presentano nuovi centri fittizi, senza significati: non ci sono edifici storici, non ci sono più sculture-simbolo e vincolo all'ideale, oppure c'è una strana fontana-vasca con installazione metallica che, più che astratta è una specie di trespolo, appunto un non-segno.
In pratica non ci sono simboli di identificazione. C'è un'ipermercato che ripete lo stile dei palazzi o viceversa, il che la dice lunga su ciò che sia 'centro' (anche di di valori) oggi: cioè unicamente un certo tipo di 'mercato'.
Oppure ci sono edifici o stili d'importazione, che non appartengono alla realtà storica del posto, all'insegna dell'espropriazione della memoria e della neutralizzazione simbolica dei segni.
Al di là di un intero sentire dell'epoca che si muoveva in questa direzione, molto è dovuto al "De re aedificatoria" di Leon Battista Alberti, del 1450, considerato ovviamente un trattato di architettura che verte anche intorno all'idea di come una civiltà si specchi in una città, in termini umanistici, con osservazione delle problematiche culturali, sociali, economiche e simboliche. Il centro, perciò la piazza, doveva essere luogo rappresentativo, di dignità, era valore di radice, e d' identificazione di ciò che quella città è, per cui era anche l'oggettivazione di un ideale, di un passato che continua a produrre realtà nel presente. Anche questo, oggi sembra un valore perduto.
("LA CITTA' IDEALE" , significativo dipinto 400centesco, conservato nel Palazzo Ducale di Urbino, sintesi del classicismo rinascimentale dell'urbanistica, un tempo attribuito a Piero della Francesca, oggi si è in dubbio se considerarlo di Leon Battista Alberti (per un disegno sottostante che presenta molte affinitàcon l'opera di LBA) il quale interpreta anche un dato reale nella vita italiana negli usi delle nostre città: esortava a costruire artisticamente nel centro storico le dimore nobiliari, le Chiese, tutti gli edifici di pubblica utilità.Nel 1600 Tommaso Campanella pone al centro del tempio della sua Città del Sole 2 mappamondi, uno che rappresenta il cielo e l'altro la terra. Ideale e Reale sono inestricabilmente congiunti nel centro. Anche se la sua visione utopica finisce per annullare le libertà individuali.
Ma la piazza era anche luogo di apprendimento di regole civili, e del bisogno dei cittadini di scambiarsi nozioni, notizie, lavoro, incontro. La nobiltà italiana ha sempre posto la sua dimora nel centro delle città (e non in campagna come spesso nel resto d'Europa) e a questo si deve la conformazione artistica delle nostre città.
La piazza è sempre stata anche luogo di tutte le classi sociali, dove poteva avvenire un incontro, uno scambio: in tante delle nostre commedie la piazza è come il teatro della vita pubblica, fino ad essere un centro 'polisemico' e luogo di ogni virtuale, luogo di incroci del possibile.
Ciò che è difficile invece oggi è definire una città attuale; coglierne lo spirito di città odierna come luogo simbolico culturale, poichè la città moderna sembra un non-luogo.
Prima, di una città erano evidenti addirittura una maschera (la caratterizzazione della Commedia dell'Arte, il cogliere tratti salienti nella tipizzazione), una coscienza, un modo di sentire, uno stile, usi e costumi: un popolo insomma.

La città odierna invece possiede elementi non omogenei e spesso non coordinati tra loro da un senso. Si può vedere, all'interno dell'attuale insieme di cose che formano una città, l'assenza delle coordinate che caratterizzano i luoghi familiari, propri, antropologici...Marc Augé insegna che i luoghi antropologici per essere tali dovrebbero possedere:
_caratteri comuni riconoscibili come identitari,
_caratteri comuni relazionali,
_caratteri comuni storici.
Queste 3 categorie sono tutte violate nelle città contemporanee. (cfr. Marc Augé, "Nonluoghi", Eléuthera, Milano 1993, ora Nonluoghi. (Introduzione a una antropologia della surmodernità, Eléuthera, Milano 2005).
La città odierna allora è (forse volutamente?) all'insegna della discontinuità, della rottura, dall'espropriazione dei valori di radici locali, formata da parecchi non-luoghi. L'insieme di luoghi, sottoluoghi, non-luoghi che la formano, continuano a segnalare la perdita del centro originario, sia fisica sia ideale.
In più la città attuale non è davvero più coercibile in confini: le città sono in continua espansione, grazie all'immissione di continua nuova popolazione, da città si passa a metropoli, a megalopoli.
La città della modernità è progressivamente labirintica, anche una città media è espropriata del centro perchè ormai la si considera metropoli se legata a un'intera 'area metropolitana' estesa che comprende numerosi comuni limitrofi, un'intera fascia di costruzioni quasi senza limite in cui i cartelli che dovrebbero delimitare un nuovo Comune, non corrispondono in realtà a nessuna interruzione alla continuità del paesaggio costruito.
Pare in contemporanea sempre più l'oggettivazione della città dei romanzi gialli o dei film noir, una città in cui perdersi e poter essere fagocitati non possedendo più criteri di riconoscibilità
della città-madre; si trasforma nella città fredda-maligna degli horror, nella città surrealista in cui vige il criterio dell'assurdo, la città la cui periferia potrebbe essere ovunque nel mondo data la sua irriconoscibilità modulare, la città innaturale che divora i suoi figli come nella fantascienza. Aiutati in questo da un'architettura impersonale, privata di ogni aggancio al nostro passato culturale, scevra di segni, di simboli originari. (foto a colori: dal film Il deserto rosso di Antonioni) autore: Josh
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Etichette: urbanistica e architettura
domenica 12 ottobre 2008
Il travaglio dell’arte: Napoleone, i tombaroli, i saccheggi, i traffici clandestini e infine il recupero
Al Colosseo (luogo simbolo che é sopravvisuto nel tempo a numerose spoliazioni e distruzioni) é in corso una bellissima mostra di capolavori, sessanta in tutto, in bronzo, in marmo, in terracotta, che hanno una particolarità importante sono una selezione delle opere finite in mano a trafficanti e tombaroli o che sono state oggetto di saccheggi ottocenteschi o di moderno traffico clandestino e infine riportate in patria.
Opere bloccate in corso di esportazione illegale, opere rubate e recuperate e, ancora prima, opere salvate grazie a regolamenti all’avanguardia (i tentativi dei Borbone di tutelare le opere d'arte fin dal 1755), non del tutto scontati se una nazione che si proclamava democratica, come la Francia di Napoleone, fece entrare le opere d'arte come bottino nei trattati di pace. Le razzie del “Nappa” sono ancora ben presenti nella memoria storica di noi italiani e in particolare dei toscani, e la Fallaci ne parla anche nel suo romanzo postumo “Un cappello pieno di ciliege” .
Ci sono opere importantissime come l'"Apollo Citarista" ( dalla casa del Citarista di Pompei, bronzo di 1,65 cm di altezza), che nella Seconda guerra mondiale è passato da Berlino ad una miniera di sale.
Hestia GiustinianiC’è poi la “Ballerina di Goethe”, una Ninfa in marmo della fine del I-inizio II secolo d.C offerta allo scrittore che rinunciò con dispiacere all'acquisto, su saggio consiglio della famosa pittrice Angelica Kaufmann che lo mise in guardia sui problemi legati all'esportazione.
Qui si possono leggere uletriori informazioni sul recupero di altre importanti opere d’arte, patrimonio inestimabile della nostra terra e vestigia del nostro illustre passato.
L’Italia è un nazione unica per grandezza, valore, e quantità di opere d’arte. Ogni centro storico delle nostre città è un “museo” a cielo aperto e vederlo deturpato da orde di vandali immigrati o meno, dovrebbe far imbestialire ogni italiano degno di questo nome e memore dei sacrifici che i nostri padri patirono per difendere l’Italia dagli invasori.
Aretusa
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Etichette: Arte, capolavori recuperati, mostra
lunedì 6 ottobre 2008
Quando la cover supera l'originale
di Adriano Celentano era un cover della meno nota Tower of Strength del grande Burt Bacharach, interpretata da Gene Mc Daniels. Ma forse, un po' per spirito nazionale, o forse per simpatia e affettività, preferisco di gran lunga la versione dell'Adrianone nazionale a quella originale. E del resto cliccate il videoclip linkato su in alto e rendetevene conto voi stessi: le movenze da marionetta di Jerry Lewis, le risatacce e il look da popolano in canottiera e pantaloni a zampa d'elefante, ne fanno un prodotto più convincente e di maggior suggestione dell'originale. Eppoi ha un surplus di ironia che manca nella versione americana.
Qualcuno pensa che "Cuore" di Rita Pavone sia stata scritta appositamente per lei, da tanto la fa sua. La incise per la RCA il cui arrangiatore era allora nientemeno che Ennio Morricone. Beh, allora andate a vedere qui dove il povero ragazzino Wayne Newton interpreta Heart, ovvero l'originale. Ma in pochi lo sanno. Eppure il giovane Newton ha una vocetta graziosamente estenuata, di grande effetto. Ma non abbastanza da coprire la bomba-bonsai Rita che nel frattempo era già esplosa nell'immaginario adolescenziale: piccola, rossa, con le lentiggini da pel di carota e un vocione da monello arrabbiato.
la lana si riallaccia al repertorio trobadorico medievale francese ma è di Robert Marcy (paroliere e musicista) e il titolo è File la laine interpretata da Jacques Douai. Sulla vecchia copertina del disco di Fabrizio (che allora si presentava al pubblico senza il cognome) mancano i crediti , tant'è che fu accusato di plagio dai posteri. Del resto anche "Il Gorilla" era una canzone di Brassens, ma furono in molti a credere che fosse un "originale" di De André. Lui, lasciò fare.
Pubblicato da
Hesperia
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