Prima di commentare questo articolo del Corriere, lo pubblico testualmente. Giudicate un po' voi a cosa siamo ridotti, alla modifica e alla revisione e perfino all'estinzione della letteratura per l'infanzia. Alla fine di Perrault, dei fratelli Grimm, di Afanasjev, della grande fiaba di magia, siamo ridotti a dover rinunciare alla fiaba popolare e di folclore su cui fece ampia ricerca anche il nostro Italo Calvino nella sua famosa raccolta di fiabe popolari italiane. Alla derisione della grande fiaba romantica d'autore di Hans Cristian Andersen. In nome di cosa? Della paura che i bambini possano essere avviati a diventare normalmente eterosessuali e ad agire e comportarsi secondo natura una volta diventati adulti.
Tre opuscoli pubblicati dal dipartimento per le Pari opportunità e destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori sconsigliano di leggere le fiabe ai bambini: tendono a promuovere un solo modello, quello della famiglia tradizionale, e impediscono identificazioni diverse. La collana ha lo scopo di combattere il bullismo e la discriminazione, e al suo interno si trovano anche capitoli contro l’omofobia.
Per secoli le fiabe hanno fatto il loro onorato servizio per divertire, appassionare, distrarre, a volte anche consolare i bambini: ma ora è finita, Grimm e Andersen se ne devono andare in pensione, come anche le molto amate riscritture cinematografiche delle loro belle fiabe, firmate Walt Disney. Al bando Biancaneve, la Bella addormentata, il Principe rospo e tutte quelle storie che parlano di principi azzurri e principesse in cerca di un eroe che ammazzi il drago, colpevoli di indurre le bambine a cercare poi - invano - per tutta la vita un uomo che assomigli a quel perfetto prototipo e i bambini a convincersi di dover usare spada e coltello per far colpo sulle fidanzate.
Fin qui, nulla da dire sul contenuto dei tre volumetti ideati dal Dipartimento delle Pari opportunità e destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori. Peccato per la rottamazione delle fiabe, che hanno incantato tante generazioni, piccole catarsi - secondo gli studiosi - per le grandi paure dei bambini; tuttavia, se l'eliminazione dalle favole di principi e principesse può servire a far crescere ragazzi e ragazze senza vani sogni capaci di rovinare loro la vita, ben venga la ghigliottina letteraria su questi personaggi nocivi, certamente nutriti a zuccherose brioche invece che a umile pane nero.
Scorrendo i consigli delle Pari opportunità, accanto a indicazioni intelligenti e benvenute per combattere il bullismo e insegnare il massimo rispetto per chi in qualche modo è diverso, si scopre però che principi e principesse hanno ben più gravi responsabilità di quella di istillare sogni balordi: insegnano, cioè, che per formare una famiglia, gli uomini si sposano con le donne e mai viene loro in mente di accennare alla possibilità che un uomo sposi un uomo oppure una donna un'altra donna. Queste ammuffite storie d'altri tempi raccontano, infatti, sempre e soltanto di cavalieri che dopo la partita di caccia tornano a casa dalla dolce sposina che culla il bambino cantando una ninna nanna.
Per le Pari opportunità è, dunque, davvero ora di finirla con la bigotta famiglia tradizionale. Aria nuova ci vuole, specialmente per i bambini. Avanti allora con esempi più moderni, di coppie omosessuali, con genitori uno e due. E basta anche con giochi e passatempi tradizionalmente maschili o femminili: bisogna decidersi a mescolare le carte insegnando il calcio alle bambine e lasciando le bambole in mano ai loro amichetti. Le macchinine meglio regalarle alle femminucce e i servizietti da cucina, invece, ai maschi (il che, al tempo di Masterchef e della recente mania per il food avrebbe anche un senso).
Ironia a parte, le raccomandazioni per gli insegnanti hanno l'aria di essere una corsa in avanti un po' troppo precipitosa. Con uno scopo che sembra, chissà, abbastanza preciso: preparare, cioè, il terreno (tra bambini e ragazzi e, quindi, nelle famiglie) al matrimonio omosessuale. Il che può essere una scelta, da farsi, però, piuttosto, per così dire, a viso aperto, non nel modo un po' strisciante, all'insegna della correttezza politica per bimbi, cui fanno pensare le istruzioni dei tre libretti.
Il progetto di queste élites è a dir poco immondo perché vorrebbero esercitare violenza non solo con la loro contro-pedagogia e diseducazione servendosi della scuola e delle pubbliche istituzioni prese in ostaggio da circolari "europee", ma pretendono cancellare le radici storiche dei racconti di magia (fairy tales), dei racconti della tradizione popolare (folk tales), così radicati nell'immaginario collettivo dei popoli fin dagli albori della civiltà. Di quella tradizione orale popolare che poi si va facendo via via scrittura.
La letteratura per l'infanzia, contrariamente a quel che si crede, è destinata agli esseri umani tout court a partire dalla loro nascita accompagnandoli nel corso della vita. Pertanto, non è necessariamente ed esclusivamente destinata ai bambini, anche se poi questi ne sono i principali lettori e ascoltatori. Madri e padri trasmettono miti, fiabe, favole di animali, racconti ai loro figli creando quell' empatia e quell'affettività, necessari all'apprendimento e alla formazione psicologica e culturale dei più piccoli, preparandone il terreno come farebbe ogni buon agricoltore . Bene lo ha descritto Bruno Bettelheim nel suo saggio "Il mondo incantato" di cui riporto questo brano:
Per imparare a destreggiarsi nella vita e superare quelle che per lui sono realtà sconcertanti, il bambino ha bisogno di conoscere se stesso e il complesso mondo in cui vive. Gli occorrono un'educazione morale e idee sul modo di dare ordine e coerenza alla dimensione interiore. Cosa può giovargli più che una fiaba, che ne cattura l'attenzione, lo diverte, suscita il suo interesse e stimola la sua attenzione? Sia essa Cappuccetto rosso, Cenerentola o Barbablù, la fiaba popolare, anche se anacronistica, trasmette messaggi sempre attuali e conserva un significato profondo per conscio, subconscio e inconscio. Si adegua perfettamente alla mentalità infantile, al suo tumultuoso contenuto di aspirazioni, angosce, frustrazioni, e parla lo stesso linguaggio non realistico dei bambini. Tratta di problemi umani universali, offrendo esempi di soluzione alle difficoltà. E' atemporale e i personaggi dei suoi scenari fantastici sono figure archetipiche che incarnano le contraddittorie tendenze del bambino e i diversi aspetti del mondo. Le situazioni fiabesche, rispettando la visione magica infantile delle cose, esorcizzando incubi inconsci, placando inquietudini, aiutando a superare insicurezze e crisi esistenziali, insegnando ad accettare le responsabilità e ad affrontare la vita.
Le più celebri fiabe di Perrault sono universalmente note e parte indelebile della nostra cultura e del patrimonio tradizionale e popolare; i riferimenti a esse in altre opere d'arte e in altri contesti sono semplicemente incalcolabili, così come sono numerosissime le trasposizioni in opere liriche, teatrali, cinematografiche, musicali, cartoni animati e così via. Si possono ricordare in particolare oltre alla nota Cenerentola, Pollicino, La Bella Addormentata, Il gatto con gli stivali, e la stupenda Pelle d'Asino con i suoi tre indimenticabili abiti di sole, di luna e di stelle.
Con un'ambientazione più oscura e tenebrosa, fatta di fitte foreste popolate da streghe, goblin, troll e lupi in cui accadono anche cruenti fatti di sangue, così come voleva la tradizione popolare tipica tedesca, sono invece le fiabe dei Fratelli Grimm. Una delle motivazioni che spinsero i Grimm a trascrivere le fiabe, retaggio culturale comune dei popoli di lingua tedesca, fu il desiderio di favorire la nascita di un' identità germanica.
E comunque Biancaneve, I 4 musicanti di Brema, Il Pifferaio diHamelin, il Principe Ranocchio, Raperonzolo (Rapunzel), Hansel e Gretel e la loro indimenticabile casetta di marzapane col tetto in cioccolato, restano impresse per sempre nell'immaginario popolare trascendendo i confini germanici per diventare patrimonio di tutti. All'inizio del XIX secolo la Germania era frammentata in centinaia di principati e piccole nazioni, unificate solo dalla lingua tedesca.
I signori di Bruxelles che stanno imponendo certi scempi pedagogici dovrebbero sapere che fiabe popolari e racconti di magia servono a costruire la lingua. L'articolo riportato dal Corriere mostra pertanto ignoranza sesquipedale in materia di fiabe.
E che dire del "favoloso" Andersen e della sua Sirenetta che è diventata il simbolo della Danimarca stessa? "I vestiti nuovi dell'Imperatore" è una fiaba allegorica e morale ("Il re è nudo" visto con gli occhi della verità che solo un bambino può avere, mentre i ciambellani e i cortigiani si ostinavano ad adularne gli abiti), Scarpette rosse" (fiaba certamente un po' crudele) coniuga il macabro col sublime e ne fecero un film indimenticabile a firma Powell e Pressburger, "L'usignolo" (fiaba tanto amata da Oscar Wilde) è una reprimenda contro il meccanicismo e il progresso che uccide la vera poesia e la vera musica.
Il fascino delle Scarpette Rosse
La Regina delle Nevi fiaba alla quale dedicai già un apposito post, ci lascia impresse nelle memoria, atmosfere rarefatte di sortilegio, di meraviglia, con tanta voglia di scoprire paesaggi incantevoli come la Norvegia, la Lapponia, la Finlandia. Tutti ricorderanno l'incontro fatto di fascinazione tra il piccolo Kay e la Regina delle Nevi, bella e altera sulla sua slitta, avvolta nella suo candido manto di pelliccia e manicotto, coi suoi occhi azzurini come il riflesso della neve sotto le luci del Nord. Una sorta di Bella Dama delle pianure innevate (già presente anche nella grande tradizione popolare russa), il cui bacio glaciale è fatale al piccolo che viene rapito e separato dai suoi affetti familiari. Bellezza, fascino e algore, non si oppongono tra loro e rappresentano stilemi letterari resi già abilmente fruibili ad un pubblico giovanissimo.
La principessa Vassilissa di Afanasjev
C'era una volta un Re e una Regina, c'era una volta un Principe e una Principessa... In un castello vivevano... Cammina, cammina... strada facendo, e vissero felici e contenti, sono tutte le formule magiche che servono a spalancare al bambino quel mondo incantato di cui ha bisogno per diventare a sua volta creativo. Il mondo della fiaba e della favola dev'essere un mondo sospeso e atemporale... Inutile volerlo attualizzare alla luce di surrettizie problematiche "di genere" e di "ruoli sessuali", che non interessano minimamente al bambino. Pertanto, non permettiamone la sua distruzione prima ancora che si affacci alla vita e impari a scoprirla.
Il ciclo brettone e arturiano è comune a due storie della letteratura: a quella francese e a quella inglese. In Francia Chrétien de Troyes, autore medievale della letteratura cortese, in Gran Bretagna Geoffrey di Monmouth, Robert Wace and Layamon che chiamavano la spada
Caliburn; una spada magica venuta da Avalon, secondo la tradizione celtica. E più tardi, sir Thomas Mallory (cognome che proviene dal francese malheureux), del quale si hanno poche certe notizie biografiche.
La parola Excalibur, nome della prodigiosa spada che rendeva invincibili a chi era degno di portarla, ha origini molto controverse, la cui nascita si può far risalire a due ceppi linguistici ben differenti: quello latino-indoeuropeo e quello sassone. Dal latino abbiamo diversi significati, ma quello più plausibile deriva da un'antica popolazione di fabbri chiamati "Calibs", Excalibur si può quindi scindere in due parole ex (con ablativo): dai e Calibs: Calibi, quindi tradotto letteralmente il significato diventerebbe "forgiata dai Calibi". Altre sfumature latine riportano alla capacità della spada e al suo aspetto come, per esempio, ex "calibro" che tradotto significa in perfetto equilibrio. Dal ramo celtico il significato cambia completamente, infatti, l'odierno nome deriverebbe da Caliburn, arcaico nome della leggendaria spada, che in antichità significava "acciaio lucente" o "acciaio indistruttibile". Qui, sul sito Camelot, varie notizie sul mito e sulle sue estensioni celtiche, latine ecc.
Comunque siano andate le cose l'immagine del re fanciullo che con mani pure estrae la spada dalla dura roccia (simile in questo, al mito cristiano del Bambino Salvatore) laddove altri valenti cavalieri avevano fallito, e che pone fine con questo gesto, a guerre intestine, a caos e a carestie, è rivendicato da due grandi nazioni d'Europa: l'una continentale e più vicina a noi (la Francia) e l'altra circondata dal mare (la Gran Bretagna). Come cristiani erano i cavalieri del Santo Graal, (dal latino medievale gradalis, calice) la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. Lo sviluppo della saga del Graal è stato tracciato in dettaglio dagli storici culturali:sarebbe una leggenda orale gotica, derivata forse da alcuni racconti folcloristici precristiani e trascritta in forma di romanzo tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII secolo. Gli antichi racconti sul Graal sarebbero stati incentrati sulla figura di Perceval e si sarebbero poi intrecciati con il ciclo arturiano.
Se vogliamo dirla tutta, nascono anche leggende che rivendicano la "latinità" di king Arthur o Artù, Arturo in Artorius. Per non dire della Germania e della germanizzazione del nome Perceval (o Percival) che si fa Parsifal, ripresa poi dal musicista Wagner. Andare a ritroso e ricercare le radici etniche e antropologiche di questo racconto di magia a cavallo tra la tradizione celtico-pagana e quella cristiana è lavoro paziente di etnografi e mitografi, impossibile da riportare in questo post.
La saga arturiana e la "cerca" (la quête) del Santo Graal, hanno popolato la fantasia di poeti, di pittori (i preraffaelliti inglesi tra i quali Rossetti e Burne-Jones), di disegnatori (Aubrey Beardlsey nell'immagine in alto), di musicisti (il citato Wagner e le sue saghe), di fumetti d'autore, di registi cinematografici che non cessano di riproporci anche ai nostri giorni la leggenda del re ragazzo e dei suoi leali cavalieri della Tavola Rotonda (ma uno di loro tradirà, come per l'ultima cena del Cristo); con Merlino l'Incantatore e precettore di Artù, con Morgana sua sorellastra specialista in malefici. Degli amori di Lancillotto e Ginevra, della Fratellanza d'arme e dell'amicizia. Poi il reame di Camelot per anni governato con saggezza e capace di dare prosperità ai suoi sudditi, sprofonderà nuovamente nel caos e nella carestia.
Tra le numerose pellicole cinematografiche sul tema, indimenticabile è per me quella del visionario John Boorman dal titolo "Excalibur", con le sue spade lucenti, con le sue armature ancor più scintillanti, con gli elmi finemente cesellati, con quei verdi paesaggi che più verdi non si può. Con quegli specchi d'acqua di magica limpidezza, dove la meravigliosa fata bionda (la Dama del Lago) restituisce lucenti spade agli eroi. Con attori bravissimi presi dal teatro inglese, i quali recitano in uno stile aulico e ispirato. Con la colonna sonora di Wagner (Morte di Sigfrido, Parsifal) e con pezzi riportati alla ribalta come i Carmina burana di Orff (Fortuna Imperatrix Mundi) e improvvisazioni celtiche a cura di Trevor Jones. Il film in oggetto, ricorre al linguaggio della poesia ed evita qualsiasi pretesa di verosimiglianza o improbabili corrispondenze storiche. Ciò che conta è la forza evocativa di una leggenda immortale.
Coerentemente con questa impostazione, Boorman si guardò bene dal tentare di storicizzare l'ambiente o di modernizzare i caratteri, perché nulla di tutto ciò avrebbe mai potuto conciliare con vicende che parlano di misteri, incantesimi, manufatti magici, sacre cerche e codici cavallereschi spinti all'estremo.
Il sogno di Lancillotto di Edward Burne-Jones
La saga di re Artù mantiene il suo fascino intatto anche perché, pur attraverso la finzione, riesce a parlarci di un mondo lontano, che non esiste più, nel quale il politeismo e la superstizione spesso condizionavano la vita quotidiana, così come fece in seguito la fede nel Cristianesimo.
La prima parte del film è un racconto scorrevole e tradizionale, almeno fino alla scoperta del tradimento di Ginevra. La seconda, narra invece della decadenza del regno e della ricerca del Graal. Qui Boorman si distacca dagli stereotipi del cinema di genere e calca la mano su toni visionari. Affronta temi complessi, come il rapporto tra le responsabilità del governare e le aspirazioni individuali, il prezzo della conoscenza e l'uso ragionevole del sapere.
L'inesorabile declino del sire Artù e della sua terra sono descritti con immagini drammatiche, mai banali. Si esamina la sacralità del ruolo del sovrano, una funzione che dona grande potere ma esige obblighi gravosi.
L'avventura si fa esperienza mistica: prima che vagare in cerca di nemici e prodigiosi tesori, è un viaggio dell'uomo nella sua interiorità. Per questo occorre calarsi nello sguardo estatico dei Cavalieri (in particolare Parsifal) e dimenticare quanto di solito viene esibito in pellicole d'avventura. Visioni sovrannaturali e battaglie si alternano, fino al finale, solenne e malinconico, crepuscolare come e più di quanto non voglia la tradizione.
Anche la spada Excalibur, che sorge dall'acqua sorretta dalla mano della Dama del Lago e nel lago stesso torna al tramontare dell'età degli Eroi, non è solo un'arma straordinaria ma il simbolo dell'unione tra l'umano e il sovrannaturale, tra la Forza fisica e la Fede spirituale. Del resto richiama la croce. I miti fanno parte dell'eterno ritorno, in quanto non finiscono mai di suggerirci qualcosa nel corso delle epoche. In un periodo buio e apocalittico come quello che stiamo vivendo, è fin troppo facile augurarsi nel profondo del nostro cuore che un cavaliere senza macchia e senza paura, possa compiere il miracolo di toglierci dalle ambasce che tutti noi stiamo vivendo, compiendo gesta mirabolanti e prodigiose. Quello del re, dei suoi cavalieri, della Fratellanza d'armi, è legato ad un periodo in cui il potere era fortemente sacralizzato, ma anche meritevole di essere tale. Se il monarca si macchiava di indegnità come re Uther (il padre di Artù), che ricorre ad un inganno per espugnare il castello del Duca di Cornovaglia e possederne la di lui moglie Igrayne, ecco che immediatamente decadeva dalla possibilità di preservarlo e veniva a sua volta sopraffatto dai nemici. Artù, viene sottratto a Uther dal mago Merlino per i servigi che gli rese; fu allevato nella foresta (il mito del bosco come purificazione e costruzione della tempra) come semplice scudiero, fino a quel momento ignaro della propria discendenza reale. Fino al giorno della famosa sfida ad estrarre la spada dalla roccia con altri nobili cavalieri.
Riconosciuto come legittimo sovrano e guidato dai consigli del saggio quanto scaltro Merlino, Artù riesce nell'impresa di unificare la Britannia (antico nome e luogo ideale che somma sia la Bretagna che la Gran Bretagna); fa di Camelot la capitale del proprio regno, sposa Ginevra e riunisce attorno a sé i più coraggiosi e impavidi cavalieri, tra cui Lancillotto.
Il reame prospera fino al giorno in cui Ginevra viene accusata di infedeltà. Le sequenze da me scelte sono quattro: la citata impresa della spada nella roccia dove il padre putativo, riconosce in Artù "la reale trascendenza" insieme al fratellastro Kay e si inginocchia umilmente.
L'investitura di Artù che batte Uryens uno dei nobili cavalieri durante l'assalto al Castello del padre di Ginevra. Ma egli è ancora scudiero, e perciò non viene riconosciuto come vero vincitore. Allora il cavaliere Uryens, su richiesta di Artù, lo battezza, nel nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio, e gli dà diritto di portare arme e amministrare giustizia. Una scena di grande solennità.
La scena (in Italiano) di Parsifal che sebbene addolorato dai lutti che lo circondano, non abbandona la "cerca", trova il Graal e lo riporta al suo re. I fratelli d'arme si ricostituiscono per la riconquista diCamelot usurpata Morgana e suo figlio Mordred. Una splendida sequenza in cui i cavalieri vanno al galoppo nella prateria con i meli in fiore, accompagnati dalla musica di Carl Orff. La speranza ritorna:
Infine Parsifal riceve il testimone da un re Artù agonizzante dopo l'ultima sanguinosa battaglia, il quale gli intima di prendere la spada Excalibur gettarla in uno specchio d'acqua calma. Un nuovo re, che ne sarà degno la troverà. Quindi la morte di Artù prelevato dalle fate, adagiato su una nave veleggiante che ne trasporta le spoglie nell'isola di Avalon, con Parsifal, il più giovane dei cavalieri che gli porge l'estremo saluto dalla riva del lago. Non so voi, ma a me questa scena non smette di commuovermi. Ci sono veri re che furono degli eroi, e ci sono monarchi usurpatori come quello che abbiamo la sventura di avere nell'attuale Presidente.
...e la spada risorgerà ancora (...and the sword will rise again).
E' uscita un'antologia curiosa e di pregio, che contiene 10 racconti. Autori, tra gli altri, Dickens, Le Fanu, Mérimée. Le sorprese al suo interno non mancano, ma ce ne occuperemo alla fine perchè offre l'occasione di un excursus.
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Un passo indietro.
Per Letteratura Gotica, ci si riferisce al Romanzo Gotico o a racconti, intendendo un genere attivo dal secondo Settecento, che univa elementi romantici ad altri paurosi od oscuri, intrisi di amore e morte, varia drammaticità. Fanno parte di queste simbologie e categoria del sentire anche questo, questo e quest'altro tra i miei post.
Il vocabolo si diffonde in quest'uso per lo più in area anglosassone, e identifica vicende ambientate spesso nel Medioevo, con un sentire che predilige castelli, rovine, sotterranei e vari ambienti tenebrosi, ma non solo.
Se questo è lo sfondo, non si tratta sempre e solo di un'estetica (intesa proprio come tipologia della percezione), ma di esplorazione di alcune dimensioni dell'esistenza unite ad un senso drammatico particolarmente vivo, e vi è un nesso formale tra architettura reale/immagine e costruzione narrativa nelle opere letterarie.
Un profondo senso del tragico e dell'ineluttabile percorre le storie d'amore e di terrore, per vicende impregnate di amore perduto, circostanze dolorose, elementi preternaturali e soprannaturali, indicibili prove e rovelli interiori.
(Cattedrale di Metz, Francia)
Il Rinascimento che esaltava un linguaggio classico greco-romano e in certo modo apollineo, bollò spregiativamente lo stile gotico in architettura medievale, trattato da Hesperia al link (in origine nelle magnifiche Cattedrali in Francia nel XII sec. poi in Europa occidentale nel XIV e XV sec. e Spagna, Portogallo, e paesi tedeschi, anche se il gotico inglese si diffuse precocemente già a partire dal 1175) ma proprio certe cuspidi, la linea curva e sinuosa, l'irresistibile svettare verso l'alto in cerca dell'ascesi, i reticolati, i pinnacoli, la forma arzigogolata, il senso del terribile e del solenne, il Sublime che atterrisce, erano "gotici" come i conflitti e sinuosità interiori descritti nella letteratura (neo)gotica nella ripresa successiva.
(Gargoyle a Notre Dame, Parigi)
Il termine "gotico" in origine si riferisce proprio ai Goti, l'antico popolo germanico, e venne usato per la prima volta per indicare questo stile artistico e architettonico da Giorgio Vasari (cui ho dedicato un post per i 500 anni) come sinonimo di nordico, barbarico, capriccioso, contrapposto alla ripresa del linguaggio classico rinascimentale.
La perdita della connotazione negativa del termine risale alla seconda metà del Settecento, quando prima in Inghilterra e Germania si ebbe una rivalutazione di questo periodo della storia dell'arte che si tradusse anche in un vero e proprio revival, il Neogotico appunto (anche in architettura, interni e mobili), che attecchì gradualmente anche in Francia e Italia, come reazione al neoclassico razionale dell'età dei "Lumi". Venivano ora esaltate l'emozione, lo struggimento, il Sublime (sembra in realtà un ritorno al dionisiaco).
Le stesse rovine degli edifici (poste ad arte anche nei giardini) evocavano il decadimento delle creazioni umane, il senso mortuario delle cose e il cupio dissolvi.
Viene comunque evitata la conoscenza approfondita del Medioevo che non era naturalmente così oscuro come veniva dipinto, anzi tutt'altro, basti pensare al fiorire di notevoli punte della nostra civiltà (tutta la Patristica, le invenzioni tecniche e pratiche, la luminosa civiltà benedettina non erano l'unico faro in un'età non così buia).
Contribuisce alla diffusione della rilettura del gusto gotico nella nuova accezione lo stesso Romanticismo, che già si richiamava al mistero, al primitivo e tenebroso.
Per uno sguardo più ampio ad un certo tipo di temperie romantica, si rimanda a "La Carne, la Morte, il Diavolo..." post ispirato a Mario Praz di Hesperia.
Il primo testo che fece da apripista alla tendenza letteraria fu il romanzo breve "Il Castello di Otranto" di Horace Walpole nel 1764. L'autore in quell'epoca aveva iniziato la costruzione del Castello di Strawberry Hill, fuori Londra che arricchì di straordinari pezzi d'arte, comprese numerose reliquie.
(un interno del Castello di Strawberry Hill)
Nel 1800 è seguito da altri autori come Matthew Gregory Lewis, Ann Radcliffe, Charlotte Dacre e Mary Shelley: di nuovo le costanti sono sentimentalismo e romanticismo, ma anche rivolta contro il razionalismo illuminista, inquietudine per l'uso inedito e immorale di scienza e tecnica conosciute nella rapida industrializzazione e furono alla base della nascita del gothic revival.
(Castello di Strawberry Hill)
Se "Il vecchio barone inglese" di Clara Reeve è un'imitazione del Castello d'Otranto, da segnalare "Vathek" in francese (1785) di William Beckford, "I misteri di Udolpho" (1794) e "L'italiano, o il confessionale dei penitenti neri" (1797) di Ann Radcliffe, "Il monaco" (1796) di Matthew Lewis, "Frankenstein" (1818) di Mary Shelley, "Il vampiro" (1819) di John William Polidori, "Melmoth l'errante" (1820) di Charles Robert Maturin.
(vetrata della Cattedrale di Chartres)
L'oscurità diventa strumento per accedere al sublime (al contrario della luce che rientra
nel senso del bello e dell'armonia) secondo il concetto orrorifico di sublime
(l'incanto del mostruoso) espresso da Edmund Burke.
Predominano così in questi romanzi figurazioni e oggetti imponenti che incutono timore (palazzi
possenti, catene, l'elmo che campeggia minaccioso
all'inizio del Castello di Otranto di Walpole);
il
senso di vastità, di cose non misurabili; la mancanza di rapporto causa-effetto nella narrazione; infine l'approssimazione: John Milton nel Paradiso Perduto accennava solo vagamente all'aspetto e alle fattezze del diavolo.
Altre costanti: nel Castello di Otranto di Walpole, e oltre con la Radcliffe e Lewis, giovani donne sono costrette a fuggire da terribili seduttori, e le vittime sono in realtà più o meno figurativamente stritolate in ingranaggi perversi. L'ambientazione è medievale, ma a volte anche borghese e contemporanea, la minaccia contro i protagonisti proviene in questi testi dall'autorità politica e religiosa, e da episodi di corruzione maligna e abuso di potere.
(Gargoyle-bat a Nottingham)
"L'italiano, o il confessionale dei penitenti neri" (1797) di Ann Radcliffe e "Il monaco" (1795) di Matthew Lewis ne sono esempi: in più "Il monaco" contiene giudizi al vetriolo sulla Chiesa Cattolica, secondo la prospettiva inglese d'allora, e più in generale l'ambientazione in paesi cattolici, in vecchi castelli, abbazie e conventi è scelta per mostrarne le monarchie assolute che non avrebbero tutelato a sufficienza i diritti dei cittadini: consueto iato tra paesi Anglosassoni Calvinisti -che poi così liberal non erano, visti roghi e decapitazioni, e Cattolici Postlatini.
In realtà il gothic revival in Inghilterra raffigura il nero dell'esistenza anche attribuendolo alla Tradizione Cattolica e al legame con la Sede Romana: in questo rispecchia anche la scelta (nel senso letterale di airesis) inglese protestante di allontanarsi dalla Chiesa.
Siamo dunque alla Letteratura come Sintomo, quasi che, persa la Comunione, si ripiombi nell'oscuro mare dell'essere. La riforma allora appare come una ferita che taglia in due l'Europa; e sembra che da quella ferita, dalle viscere della terra fuoriescano i mostri che infestano l'immaginario del neogotico.
Naturalmente anche l'anglosassone, il (neo)gotico è homo religiosus, ogni essere umano è concepito come aperto all'Infinito. Ma venendo meno la Comunione, se non si accoglie più la Rivelazione, si finisce
per costruirsi una via personale e per accedere
all’antirivelazione luciferina (i mostri) che sin dal principio della storia si è offerta come tentazione
all’umanità. In questa falsa gnosi domina il caos terrifico e si subisce senza difese l’eternità cangiante del mondo, minacciosa e non ordinata, che può portare alla disperazione del Nulla.
La tematica religiosa in questi testi del gothic revival intesi come orrorifici è infatti spesso presente, talvolta con connotazione negativa, specchio della cesura storica inglese.
L'ascesa di Enrico VIII e la rottura con l'autorità religiosa di Roma ebbero il suo peso, la scissione del reale sembra generare il ripiegamento dello stile, e un'inversione dei significati. E' curioso infatti come l'architettura gotica medievale fosse più che sacra, religiosa e osservante, nel suo slancio verticale, mentre la cosiddetta letteratura (neo)gotica del revival 700-800 veda il nero e la minaccia proprio insito in un'idea terribile e orrorosa del sacro.
Ma nel periodo, scrittori non cattolici e cattolici sono spesso caduti in disgrazia e la vita pubblica inglese fu messa a durissima prova, con numerosi martiri e sangue.
Il 1533 è l'anno di rottura con la Chiesa Cattolica, che porta allo scisma anglicano. Segue una dolorosa interpretazione filocattolica e anglocattolica e anche anticattolica nella cultura inglese. Alla restaurazione di Maria I d'Inghilterra la Sanguinaria ha fatto seguito la contro-restaurazione di Elisabetta I, la Regina Vergine, fino al riconoscimento dei principi calvinisti e alla sottomissione alla Corona.
Nei due secoli della letteratura gotica, numerosi artisti e scrittori inglesi di fede cattolica così come di fede anglicana sono stati protagonisti della loro epoca spesso fino alla perdita della libertà o della vita.
Tommaso Moro, cattolico, fu decapitato dopo avere opposto un rifiuto al giuramento di Supremazia che indicava il sovrano come capo della nascente Chiesa anglicana (1534).
John Skelton, precettore di Enrico VIII, si rifugiò nell'abbazia di Westminster dove rimase fino alla morte a scrivere satire. John Milton, a causa degli scritti polemici sul divorzio, cadrà in disgrazia e si ritirerà a vita privata. Francesco Bacone fu condannato al carcere per peculato.
Di famiglia cattolica, Alexander Pope era discriminato per il battesimo tradizionale ricevuto.
Daniel Defoe, autore del "Robinson Crusoe" sosteneva la libertà religiosa tra anglicani e cattolici in UK, ma fu accusato di diffamazione verso la chiesa d'Inghilterra per il suo testo "La via più breve per i dissenzienti".
Jonathan Swift scrisse "I viaggi di Gulliver", ma la critica ufficiale lo ridusse a narratore per bambini.
Questa è solo una minima parte del campo di tensioni ideali e sangue vero che la storia ha generato e che si specchia nella letteratura inglese dopo la rottura col Cattolicesimo.
I simboli della letteratura del revival gotico si diffondono presto nel Romanticismo inglese, poi europeo per tutto l'800. Addirittura nei "Promessi Sposi" ci sono stralci e situazioni simili a quelle del gotico, come la vicenda della Monaca di Monza costretta dal genitore dispotico alla clausura, o rapimenti e oppressioni della vergine innocente, con l'episodio di Lucia, segregata nel castello dell'Innominato. Ancora tracce ritornano nelle atmosfere cupe di "Notre-Dame de Paris" (1831) di Victor Hugo, ambientato nel tardo Medioevo, con personaggi come il mostruoso Quasimodo o la fanciulla Esmeralda, vittima innocente di un crudele sopruso.
Il potere assoluto, il feudalesimo e il dispotismo contribuiscono ad alimentare lo sfondo del gotico sublime. Saranno temi poi ripresi nell'Ottocento anche dagli scrittori americani, che hanno vissuto la violenza sottile e sotterranea dei rapporti o plateale e spietata di regimi puritani e fondamentalisti.
"Frankenstein o il Prometeo moderno" di Mary Shelley, oltre alla fama, ha il merito di superare schemi del primo romanzo gotico del culto dell'irrazionale, per articolare una visione di scienza e tecnica maligne, uscite dal lecito e naturale quanto dal sacro, e volgerla in chiave fantascientifica e morale.
Il romanzo introduce tematiche attuali e di risonanza in un'epoca in cui la ricerca stava accelerando le sue scoperte: il rapporto fra l'uomo e la scienza, i limiti della scienza oltre i quali non è lecito spingersi, la figura della creatura artificiale che si ribella al suo creatore, e di più "il Prometeo moderno".
Il tema vero era il Dott. Victor Frankenstein e la creazione del mostro, per adorazione di scientismo e biotecnologia manipolatrice che arriva prometeicamente alla ribellione contro i canoni naturali e sacri dell'esistenza.
La Shelley infatti scelse il riferimento a Prometeo per indicare l'Hybris degli scienziati di poter fare tecnicamente qualsiasi cosa, anche ricreare la vita a modo proprio. La Shelley unisce 2 tradizioni della vicenda di Prometeo: sia quella del titano ribelle contro Dio padre/Zeus, sia la versione delle Metamorfosi di Ovidio
in cui Prometeo plasma gli esseri umani dalla creta (questa lettura si avvicina al Demiurgo gnostico-massonico).
Altri testi del filone evolvono dal gusto iniziale e affrontano tematiche differenti. Edgar Allan Poe supera l'ambientazione di antichi castelli, rovine medievali, e i temi come fantasmi, e creature mostruose, e si avvicina all'uomo comune: le paure irrompono nel quotidiano, l'io viene scandagliato nelle sue opere, sono raffigurate paure individuali e collettive dell'uomo moderno anticipando la psicanalisi. Derivano dal gotico ancora autori del tardo Ottocento, come Robert Louis Stevenson con "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde", con il tema del doppio bene e male nella stessa persona, e Arthur Conan Doyle, con i misteri di Sherlock Holmes, ma di più dei suoi racconti fantastici e del terrore. Si potrebbe continuare fino a Bram Stoker e H.P. Lovecraft e oltre. Nel 900, l'eredità di questi autori sfocia in nuovi generi narrativi differenti: giallo, il noir, la fantascienza, l'orrore, e il cinema ne sarà un veicolo notevole, a partire già dal muto.
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L'antologia curata da Enrico Badellino, edita da Skira "Arte e Mistero: Dieci Inquietanti Racconti" si appoggia a un'accezione del gotico intesa in senso lato come Unheimlich, per cui comprende elementi fantastici, passaggi di stato tra animato e inanimato e simili.
Statue assassine, disegni, dipinti e incisioni che prefigurano delitti, ritratti di persone defunte che si animano intrecciando inquietanti liaison con i viventi: scrittori
come Hawthorne, Mérimée, Dickens, Poe, Erckmann, Nesbit, e anche Pirandello e Capuana - accanto a maestri della ghost story come Le Fanu e M.R. James - hanno
affrontato il rapporto tra l'opera d'arte e il mondo degli spiriti, aprendo prospettive narrative sulla contaminazione tra l'aldiqua e
l'aldilà della tela, tra questo e l'altro mondo.
La novella di Pirandello è "Effetti di un sogno interrotto". Un uomo che vive in una casa cupa e barocca osserva dal letto un quadro che ritrae una donna sdraiata in una grotta. Volto splendido, capelli sciolti e seni scoperti. Un vedovo suo ospite un giorno riconosce nel dipinto l'immagine della moglie scomparsa e vuole il quadro, perchè non tollera che un estraneo ne contempli la nudità. Il proprietario del quadro una notte è convinto di aver incrociato lo sguardo vivo e in movimento della donna del ritratto, e chiama così il vedovo per donargli il dipinto.
Plutarco già aveva utilizzato il tema di statue che ...facevano movimenti creando un effetto di spiazzamento e straniamento sullo spettatore. Spiega Badellino che quella della statuaria classica quindi politeista è un'antica tradizione, che però dopo il Cristianesimo muta di segno. Gli dei greci immaginari e allegorici divengono come demoni.
La rappresentazione muta di scopo, si fa o sacra o profana, Vera Immagine o pagana, sia nella considerazione cristiana tradizionale, sia nella già citata lotta tra Cattolici e iconoclastia protestante.
Il fantastico moderno, sorto tra XVIII e XIX secolo, sarà come un contrappasso rispetto al piatto razionalismo dei lumi, e l'evento soprannaturale o preternaturale assume la valenza di un'intromissione inquietante nell'ordine razionale e apparentemente conosciuto delle cose.
Chiudo con Léon Boëllmann e la sua Suite Gothique, op. 25
"Ah Signora mia, che brutta ruota la morte!", mi ha detto un fioraio di Le Grazie, piccola borgata marinara del levante ligure, nota per aver dato i natali al poeta Giovanni Giudici e per avere una villa romana dove era eretto un tempio dedicato alle tre Grazie. Nel mentre, mi confezionava i due vasi di ciclamini rosa che avevo acquistato per mettere sulle tombe dei miei genitori. Ho guardato l'anziano fioraio con spesse borse sotto gli occhi e senza bisogno di fargli domande mi disse che era appena morto suo fratello, ma che non aveva una tomba su cui piangere e portargli un fiore. Gli chiesi se il fratello fosse andato disperso e mi rispose di no, che aveva preferito la cremazione.
Già, la cremazione, che viene spinta e reclamizzata dai comuni d'Italia e a cui anche la chiesa si è adattata. Un giorno mi soffermai a leggere un manifesto pubblicitario pro-cremazione messo da holdings e franchising di detto servizio, dove appariva a caratteri cubitali lo slogan "La purezza del ricordo".
"Mia cognata", continuò il fioraio, "mi dice di andare su al promontorio del Pezzino a lanciare un mazzo di fiori in mare dove sono disperse le sue ceneri, ma io queste scemenze non le faccio. Avrei preferito una tomba su cui piangere. Io voglio essere interrato qua, nella mia terra, dove i miei mi possono vedere e mettere un cero o un fiore".
Il fioraio mi aveva dato una lezione di vita: la purezza del ricordo esiste se c'è qualcosa di tangibile da ricordare. Tant'è vero che i congiunti degli estinti cremati tengono una loro fotografia accanto all'urna. E cioè un ricordo concreto. I fiori che fluttuano nell'acqua marina o le ceneri in un'urna, non possono essere una consolazione per chi resta e creano uno sostanziale spartiacque fra il nomade senza fissa dimora che si rassegna alla corrente della vita e lo stanziale che organizza il suo mondo consolidando le sue certezze, nella vita come nella morte che ne è il suo naturale epilogo.
Non ci sono più spazi nei nostri cimiteri (sia di piccoli centri che di grandi città) ed è questa la vera ragione che sospinge ad adottare la cremazione, pratica già in uso in alcune civiltà pagane prevalentemente nomadi. Curiosamente, però i cimiteri delle coste in cui sbarcano gli stranieri clandestini, sono pieni di tombe vere, magari senza nome o con nomi fittizi. In questi giorni il ministro dell'Interno, a proposito dei morti di Lampedusa ha parlato di "degna sepoltura". Perché non di "degna cremazione"? E perché i forni crematori sono invece consigliati agli autoctoni? Sarebbe interessante saperlo...
La storia della nostra civiltà trae origini dall'arte funeraria. Il culto dei morti si perde nella notte dei tempi e posso solo fare riferimenti episodici di una materia che richiederebbe molto più tempo e spazio di questo post. In Egitto oltre all'architettura funebre regale, si diffonde anche un'architettura funebre privata con la realizzazione di tombe, da semplici mastabe a riproduzioni in miniatura delle piramide reali, per i nobili, i dignitari, i funzionari di corte, gli artigiani più agiati e le loro famiglie. La vita oltre la morte, inizialmente prerogativa della sola famiglia reale, viene assicurata a chiunque abbia abbastanza denaro per erigersi una tomba, per poterla decorare con dipinti e rilievi indicanti le istruzioni per raggiungere il mondo dei morti e per poter imbalsamare il proprio corpo.
Le dimensioni di questi grandiosi monumenti funerari, costruiti per conservare per l'eternità i corpi dei faraoni morti, ci continuano a trasmettere un senso di eternità e immutabilità.
Anchel'arte etrusca è un'arte prevalentemente funeraria. Gli ambienti sepolcrali tutt'oggi visitabili a Tarquinia e a Cerveteri non erano gli unici luoghi affrescati in Etruria, ma sono quelli meglio conservati. Dalle prime esperienze del VII secolo a.C. ci fu l'uso di dipingere le pareti delle tombe con scene legate agli ideali della vita aristocratica, ai cicli dell'agricoltura, ai riti funerari e alla vita ultraterrena.
Dalle attestazioni epigrafiche rinvenute sul territorio di Roma, di notevole importanza e valore ai fini della ricerca, è certa l'esistenza dell'istituto sociale della sepoltura presente nel diritto romano. Mantenendosi alquanto inalterato lungo i periodi della storia romana, esso aveva sancito le due possibilita': inumazione e cremazione. Su questo punto non mancano esplicite dichiarazioni provenienti da diverse fonti e dall'ambiente in cui il rito dell'inumazione o della cremazione trovava applicazione, si colgono profonde differenziazioni religiose ed ideologiche. Non si puo' separare la concezione romana dell'al di la' da quella greca, che esprimeva nelle diverse consuetudini e riti il culto dei morti, destinato ad onorare la memoria di coloro che ci hanno preceduti sulla terra....
I Greci riservarono al dialogo con i defunti il memorabile canto XI dell'Odissea di Omero. Dopo essersi fermato un anno da Circe, Ulisse - su indicazione della stessa maga - si accinge a una nuova prova, la catabasi, cioè la discesa di una persona viva nell’Ade, regno dei morti, un grande motivo topico della letteratura.
Là riesce a entrare in contatto con le figure dei compagni perduti durante la guerra di Troia, con la madre e con l'indovino Tiresia, che gli presagirà un ritorno luttuoso e difficile, invitandolo a guardarsi dal toccare le vacche del Sole iperionide. Tra i miti greci riservati al mondo degli Inferi spicca quello di Orfeo ed Euridice, laddove la musica della lira di Orfeo riesce a placare l'ira di Cerbero (il cane a tre teste) e delle fiere e a varcare il Regno dei Morti da vivo. Detto mito, fu ripreso poi da Ovidio. Non si può fare a meno di citare ancheil mito di Sisifo che appena deceduto, riesce a ingannare gli dèi con mille astuzie e a ritornare sulla Terra, poiché troppo innamorato della Vita, per rassegnarsi al regno delle Ombre. Gli dei infuriati per tanta sfrontatezza, lo condannarono a sospingere un pesante masso che rotolava giù per il Tartaro e che poi a fine fatica gli ritornava per essere ancora sospinto. Questa inutile fatica venne poi chiamata "la fatica di Sisifo".
All'Oltretomba l'amico Josh ha già dedicato un post esaustivo dal titolo Aldilà Nekyia Inferno.
Nekyia, dal greco νέκυια, (da νέκυς, arc. di νεκρός «morto») era presso i Greci antichi il rito (necromatico appunto) con cui si evocavano i morti a scopo divinatorio.
Non starò a sintetizzare la concezione dantesca dell'aldilà, già analiticamente enucleata in detto post a proposito della Divina Commedia, nella cantica dell'Inferno nella quale Dante raccoglie in parte l'eredità di Virgilio nel libro VI dell'Eneide e dello stesso Omero in "Odissea", alla luce della cristianità medievale. Saltando parecchi secoli dopo, arriviamo aiSepolcridi Ugo Foscolo, un carme che trasse ispirazione dall'estensione all'Italia, avvenuta il 5 settembre del 1806, dell'editto napoleonico di Saint-Cloud (1804). Napoleone aveva imposto di seppellire i morti al di fuori delle mura cittadine per motivi di igiene, e aveva inoltre regolamentato, per ragioni democratiche, che le lapidi dovessero essere tutte della stessa grandezza e le iscrizioni controllate da una commissione apposita. L'editto napoleonico offre al poeta l'occasione per svolgere una densa meditazione filosofica sulla morte e sul significato dell'agire umano. I Sepolcrisi richiamano alla letteratura sepolcrale inglese in auge in quel periodo e in quello successivo, tra cui si ricordano le Notti di Edward Young, le Meditazioni sulle tombe di James Hervey e la celebre Elegia scritta in un cimitero campestre di Thomas Gray.
Foscolo, benché figlio dei Lumi e seguace di Napoleone, si sofferma sul significato e la funzione che la tomba viene ad assumere per i vivi impostando il carme come una celebrazione di quei valori e di quegli ideali che possono dare un significato alla vita umana, stabilendo tra i vivi e i morti, una sorta di trascendente corrispondenza.
L'argomento come anticipato è vastissimo e ogni Paese ha la sua letteratura e arte sepolcrale. Si pensi alla più moderna e fortunata "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters. Si tratta di una raccolta di poesie che questo poeta americano pubblicò tra il 1914 e il 1915 sul Mirror di St. Louis. Ogni poesia racconta, in forma di epitaffio, la vita di una delle persone sepolte nel cimitero di un piccolo paesino immaginario della provincia americana. Ecco un esempio:
FRANCIS TURNER (Un malato di cuore)
Non potevo correre o giocare da ragazzo. Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa, non bere - perchè la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato. Ora giaccio qui confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce: c'è un giardino di acacie, di catalpe, e di pergole dolci di viti - là quel pomeriggio di giugno al fianco di Mary - baciandola con l'anima sulle labbra all'improvviso questa prese il volo
Il pittoresco cimitero di Sète (nella foto) , in Languedoc, ha ispirato al poeta simbolista Paul Valéry la sua lunga ode dal titolo"Il cimitero marino". (Quel tetto quieto, corso da colombe/In mezzo ai pini palpita, alle tombe/Mezzodì il giusto in fuochi vi ricrea/II mare, il mare, sempre rinnovato!)
In Liguria e in Provenza è consuetudine inumare i morti in cimiteri fuori borgo su spianate o colline prospicienti il mare. Qui i defunti sprofondati nel regno delle Ombre, godono per paradosso, la luce del sole che nasce e che muore al crepuscolo, incendiando l'orizzonte. Sono esposti ai venti e al fragore delle onde. Un'antica leggenda marinara narra che le ossa dei defunti lambite dai flutti, si trasformano poi in conchiglie e stelle marine che il mare accoglie nel suo grembo e incessantemente rigenera. E questo ciclo rassicurante delle metamorfosi mi fa optare senz'altro per l'inumazione. Anche perché la cremazione è figlia di quell'iconoclastia furiosa dei nostri catastrofici tempi. Termino con questa poesia di Cardarelli che è posta come epigrafe davanti al piccolo cimitero di Manarola, una delle 5 Terre, che consiglio vivamente di visitare. Da lassù, si spalanca un panorama mozzafiato. Ma non è l'unico. Anche a Porto Venere (foto in alto al centro del post), Lord Byron rimase sedotto dal suo singolare cimitero a picco sulla rupe della Grotta chiamata in seguito, Grotta Byron, poiché da qui il Poeta partì a nuoto per la sua memorabile traversata del Golfo, fino a Lerici , situato sulla riviera opposta :
O chiese di Liguria, come navi disposte a esser varate! O aperti ai venti
e all'onde liguri cimiteri! Una rosea tristezza vi colora quando di
sera, simile ad un fiore che marcisce, la grande luce si va sfacendo e
muore
Vincenzo Cardarelli
« [...]
ho scoperto che tutta l'infelicità degli uomini proviene da una cosa
sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. [...] Ho voluto
scoprirne la ragione, ho scoperto che ce n'è una effettiva, che consiste
nella infelicità naturale della nostra condizione, debole, mortale e
così miserabile che nulla ci può consolare quando la consideriamo
seriamente. »
(Blaise Pascal, Pensieri, 139)
Concordo,
con un'aggiunta ("nulla ci può consolare,"....tranne la fede, come capirà poi Pascal stesso). Frattanto, si fa strada nella mente questa immagine carica di valenze della camera, quindi della "stanza".
(San Girolamo nell'eremo, visitato dagli Angeli, di Bartolomeo Cavarozzi, inizi XVII)
Un'idea della stanza come luogo...in cui possono accadere molte cose, anche salvifiche, è antica, la proponeva Gesù Cristo stesso nei Vangeli, cfr. S. Matteo 6, 6 "Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera
e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che
vede nel segreto, ti ricompenserà."
Spesso il mistico (nella cella, per es. nel caso del monachesimo), e diversamente anche il poeta, non ha alcun timore di incontrare l'Assoluto, o anche solamente se stesso nella stanza.
In alcuni casi gli artisti in genere, ed i poeti in special modo, avevano una parte di sè assolutamente connaturata alla stanza, che implica studio, meditazione, ma anche vivere appartati, a volte anche separati dal mondo,
ma vivi e creatori, se pure all'interno di una stanza, che è un mondo chiuso solo in apparenza.
Allo stesso tempo i codici espressivi si accavallano,
e "stanza" in poesia oltre al luogo che tutti conosciamo, è anche una forma del comporre che si intende nella sua accezione metrica, come strofa (in tempi recenti), mentre in passato s'intendeva un'ampia parte di un poema; così come il termine s'incontra ancora per designare sezioni di musica sacra e inni.
(Camera di S.Paolo o Camera della Badessa, per Giovanna Piacenza, affreschi di Correggio, Monastero di S. Paolo, 1519, Parma)
Con Dante si comincia a intendere, per "stanza", anche una strofa di otto versi che rappresenta l'unità ritmica della rima finale. Anche i sonetti, pur unitari, possono essere suddivisi in stanze.
In metrica, si definisce "stanza" sia la strofa di una canzone (cioè
una struttura di più versi cui è associato un determinato schema di
rime), sia un testo poetico di una sola strofa.
Dante nella "Vita Nuova" (cap. XIII) presenta un esempio:
"Misimi ne la mia camera, là ov'io
potea lamentarmi sanza essere udito;" "e anzi ch'io uscisse di questa
camera propuosi di fare una ballata"; "mi ritornai nella
camera delle lagrime" "E in questo pianto stando, propuosi di dire
parole, ne le quali, parlando di lei, significasse la cagione del mio
trasfiguramento".
La stanza per il poeta è un luogo in cui raccogliersi, riflettere, e reperire i vocaboli per le poesie. E' un topos outopos, spazio-non spazio, dove il poeta si isola per trovare una
condizione in grado di farlo interagire con il mondo delle idee.
Luogo di solitudine, ma anche luogo di creazione, di elaborazione.
Per Giorgio Agamben la stanza in questi casi contiene tre
dimensioni: l'ambiente in cui il poeta si ritira per creare, lo
spazio della dinamica interiore da cui la parola poetica scaturisce, e la
forma che essa assume traducendosi in scrittura.
Quindi nella 'stanza' si possono cogliere l'unità di un'esperienza che si presenta come esistenziale, visionaria e verbale, come reciproca implicazione e reversibilità di realtà, fantasma e
parola nell'atto creativo.
(Wunderkammer siciliana, XVII sec.)
Diversamente, la stanza ha anche la valenza di specola del mondo, o diversamente di Wunderkammero Cabinet of curiosities.
La specola altro non era/è che un osservatorio astronomico: famosa quella Vaticana
ma anche quelle di Brera o di Capodimonte. L'idea di stanza come specola del mondo (in senso lato, osservatorio non solo astronomico) è sottile, perchè implica un luogo circoscritto e chiuso (la stanza) ma anche strategicamente aperto, che rende possibile la contemplazione da un punto di vista privilegiato.
Per quanto riguarda la Wunderkammer, invece, va intesa come camera delle meraviglie, (anche Kunstkammer, camera dell’arte) un'idea d'ambiente ove i collezionisti, specie tra il XVI e il XVIII secolo, conservavano oggetti ritenuti straordinari.
Il fenomeno caratterizza il 1500, ma manifesta radici precedenti: l'idea della raccolta, degli exempla, della prima catalogazione delle stranezze o meraviglie, della collezione e dell'enciclopedismo in cui tentare di razionalizzare il mondo, nasce in evo ancora medievale.
Nel Seicento vi si aggiunge la grandeur barocca e un altro tipo d'amore per il bizzarro, nel Settecento si declina secondo criteri più razionali e scientifici.
La Wunderkammer diviene come la prima idea di museo privato, pur senza la metodologia di raccolta e selezione del vero museo. (Tra i primi iniziatori del museo/musaeum come lo intendiamo oggi, invece vedere anche qui)
L’origine di questa stanza corrisponde anche allo studiolo di origine italiana ed umanistica,
utilizzato dal signore come luogo di studio e meditazione. Gli esempi
più antichi di questi spazi sono lo studiolo del duca Federico da
Montefeltro a Urbino, tra il 1473 e il 1476, quello di
Isabella d’Este al Palazzo Ducale di Mantova (1497-1523) e pochi
altri.
(Antonello da Messina, San Girolamo nello Studio, olio su tavola di tiglio 1474-1475)
L’intellettuale, sprofondato nella solitudine del suo
studiolo, circondato da oggetti simbolici e intento a risolvere l'enigma
del mondo, studia la realtà e quasi preferisce alla
vita reale la sua rappresentazione cartacea.
Lo studioso è quindi visto come Homo Melancholicus
(alcuni addentellati a questa condizione sono nel post: "Iperico, Male Oscuro e Spleen") che contempla gli oggetti terreni comprendendone la loro vanità.
La sua collezione è destinata al fallimento perché non potrà
racchiudere in una camera la varietà delle specie del
mondo, o peggio l'infinito nel finito. La wunderkammer è quindi anche espressione del senso del limite, un memento mori
poiché ogni oggetto ricorda la finitudine.
(Albrecht Dürer, San Girolamo, 1521)
Gli oggetti presenti in queste stanze erano divisi in naturalia (animali rari o sconosciuti, ortaggi o frutti insoliti) e artificialia (creati dall'uomo) particolari per tecniche
complicate o segrete.
Tutti questi
reperti erano considerati mirabilia.
Gli oggetti erano disposti sulle pareti in scansie lignee: barattoli
di vetro con parti del corpo umano immerse in un liquido che avrebbe
dovuto favorirne la conservazione, animali deformi, rocce o pietre
rare, coralli, piante rare essiccate.
Agli scaffali si alternavano armadi e stipi, con cassetti di ogni misura, in cui erano raccolti
gli oggetti più piccoli come perle, semi di frutti.
La wunderkammer si sviluppa in seguito in particolare in area nordica, da cui il termine tedesco. Il re o il signore attraverso la collezione di
oggetti rari e preziosi, allestiti e ordinati secondo criteri variabili, esibiva sapere, ricchezza e potere.
La camera delle meraviglie come collezione
di ogni tipo di oggetto assumeva lo scopo della rappresentazione totale del Theatrum Mundi attraverso suoi frammenti, quasi suoi reperti.
La
wunderkammer è quindi anche il tentativo di ricreare in piccolo un microcosmo
un’immagine del mondo/macrocosmo, cercando di enuclearne la sua varietà.
Il Granduca di Toscana Francesco I de' Medici, appassionato di conoscenze, studioso della pietra
filosofale, voleva trasformare lo studiolo in una
wunderkammer.
Nella foto sottostante è il famoso studiolo, a Palazzo Poggi: in origine era frutto dell'interazione tra vari artisti manieristi come Vincenzo Borghini sotto la direzione di Giorgio Vasari.
Francesco I amava ritirarvisi in solitudine coltivando i propri interessi scientifici e
magico-alchemici. Lo studiolo doveva essere un luogo dove catalogare i materiali collezionati da Francesco,
ma gli esperimenti si svolgevano nel laboratorio del Casino di San Marco. Lo stato comunque splendido in cui lo vediamo oggi è frutto di una risistemazione successiva.
Va ricordata ancora la wunderkammer
nel castello di Ambras ad Innsbruck di Ferdinando II d’Asburgo e
quella dell’imperatore Rodolfo II d'Asburgo, tra i maggiori collezionisti europei.
A Bologna si può ricordare lo studio (più che mera stanza o wunderkammer) del medico e naturalista Ulisse Aldrovandi (1522-1605) fondatore della moderna Storia Naturale (la cui collezione è visibile al Museo di Palazzo Poggi)
o quella del fisico gesuita Athanasius Kircher (1602 -1680) a Roma.
Gli studiosi che realizzarono queste raccolte avevano obiettivi
scientifici, tentavano una classificazione, un ordine, frutto
di una mentalità sistematica.
Lasciate le camere delle meraviglie e le collezioni,
tornando alla "stanza del poeta",
in età recente, per la sua importanza, non si può non segnalare la stanza di Giovanni Pascoli con le 3 scrivanie (sopra): una per il greco, una per il latino e una per l'italiano, nella sua dimora a Castelvecchio,
segno delle nostre radici simboliche e culturali, nonchè linguistiche.
Corsi e ricorsi. Si torna a leggere (o a rileggere) Fitzgerald, perchè? Perché ora come allora la macchina della storia si è inceppata e i sogni che tanto avevano animato il nostro Paese e la nostra Europa, "sono già alle spalle" (cito un'espressione dello scrittore). Francis Scott Fitzgerald che per comodità abbrevierò con FSF, fu il cantore dell'età del jazz. Letteratura del presente, la sua. Un presente che è già consapevolezza del suo farsi storico. Ma soprattutto, letteratura dell'azione. FSF fu attento testimone e protagonista dei Folli anni '20, dei suoi costumi rilassati, dell'alcol che scorreva a fiumi, delle corse in automobili lussuose in funzione di comode alcove a quattro ruote, del Dixieland, delle feste in giardino di splendide ville sull'Oceano, delle grandi orchestre, delle maschiette (le flappers) dalle gonne corte e con le gambe bene in vista che si agitavano in scatenatissimi charleston e shimmy, dei loro copricapi eccentrici fatti a cuffiette con frange e lustrini, di lunghe collane di perle, di abiti frangiati, di sigarette allungate da eleganti bocchini, di sigari per uomini e di cappelli a falda larga. Tuttavia sarebbe errato vederlo come un superficiale esponente di quella Gioventù dorata di cui celebrò tanto i fasti. Scott vide prima d'ogni altro il denaro come veleno senza possibilità di antidoti, come strumento di pressione e di manipolazione esercitata soprattutto su quelli che non lo posseggono, spesso causandone la rovina psichica e la disintegrazione morale.
Daisy, la ragazza "dorata"e sognata da Gatsby (Mia Farrow)
Tant'è vero che leggere le sue storie ( i racconti dell'Età del Jazz e i romanzi) sono storie di declino inesorabile dei personaggi che da situazioni di rispettabilità e integrità vengono via via condotti alla disintegrazione e al disastro. In questo senso FSF si rivela attento cantore del "sogno infranto"; il tutto con una prosa poetica che rende la sua narrazione difficilmente traducibile sul piano cinematografico.
Di origine irlandese e instancabile pendolare di lusso fra l'Antico e il Nuovo Continente (lui e la moglie Zelda furono assidui frequentatori della Costa Azzurra) seppe vedere con profetica preveggenza il grande Male che affliggeva l'America: il materialismo e l'avidità. FSF fu uno scrittore la cui vita oltretutto, venne stritolata e travolta dai debiti e dall'inesorabile legge della domanda-offerta. Di qua dal paradiso, Belli e dannati,Tenera è la notte...titoli di romanzi che sono già entrati nella leggenda e nelle espressioni idiomatiche. Poi "Il Grande Gatsby", vita, sogni, successi, splendore e caduta di un'indimenticabile tycoon (magnate). Così indimenticabile che Hollywood (per la cui industria cinematografica FSF lavorò come sceneggiatore) ne fece parecchie versioni: una muta, una parlata in bianco e nero con Alan Ladd, nel 1973 quella prodotta da Coppola per la regia di Jack Clayton con Robert Redford (Gatsby) e Mia Farrow (Daisy), film calligrafico con splendidi costumi, ma un po' rallentato nei ritmi. Ora è attesa la versione spettacolare di Baz Luhrmann con Leonardo Di Caprio in programmazione nelle sale per Natale. Insomma Jay Gatsby intriga e seduce ancora forse perché è la personificazione dell'America stessa, sempre sospesa tra romanticismo (l'American Dream), e materialismo (il Denaro che spalaca tutte le porte), tra veloci ascese e brutali cadute.
E sempre a proposito di tycoons occorre citare la figura di Monroe Stahr nell'ultimo romanzo incompiuto "Gli ultimi fuochi", ispirato al produttore Irving Talberg capo della MGM, per il quale FSF lavorò. Elia Kazan ne fece un'elegante versione cinematografica , dalle atmosfere sospese con Robert De Niro nel ruolo di Monroe Stahr (alter ego di Talberg) . Il film fu sceneggiato dallo scrittore Harold Pinter.
Ma non vorrei soffermarmi troppo sugli elementi biografici di FSF e di sua moglieZelda, del loro tempestoso matrimonio fatto di fughe, tradimenti e gelosie, e della drammatica morte di lei, avvenuta in un ospedale psichiatrico durante un devastante incendio (che potrete sempre leggere nei links), quanto invece, voler dare voce in "presa diretta", attraverso i suoi spezzoni di romanzi intercalati da vari pezzi di jazz, allo scopo di ricreare le atmosfere e l'aria di quel tempo.
Da "Belli e dannati"
Più tardi andarono da un bagarino e ottenero per un certo prezzo, due posti per una nuova commedia musicale intitolata High Jinks. Nel vestibolo del teatro si fermarono un momenti a guardare l'arrivo del pubblico alla prima. Vi erano mantelli da sera ornati da ogni genere di pellicce; vi erano gioielli che gocciolavano da braccia e gole e orecchie di bambole rosa: vi erano innumerevoli frange lucenti tra innumerevoli cappellli di seta; vi erano scarpe d'oro e di bronzo e rosse e di un nero lucente; vi erano le acconciature alte, serrate di molte donne, e i capelli lucidi e bagnati, di uomini ben ravviati; soprattutto c'era l'impressione dell'alzarsi, fluire, chioccolare, ridacchiare, spumeggiare, di un'ondata lenta di questo mare giocondo di gente che riversava quella sera il suo torrente scintillante nel lago artificiale del riso....
Musica consigliata: questa versione di Rhapsody in blue del 1924
Da Tenera è la notte:
L'albergo e quel luminoso pezzetto di stuoia che era la spiaggia, erano una cosa sola. La mattina presto l'immagine lontana di Cannes, il rosa e il crema delle vecchie fortificazioni, le Alpi purpuree che cingevano l'Italia, venivano gettate nell'acqua e giacevano tremolanti nei gorghi e negli anelli spinti alla superficie delle piante marine attraverso la limpida acqua bassa. Prima delle otto un uomo scendeva sulla spiaggia in un accapatoio azzurro, e dopo molte applicazioni di acqua fredda sul corpo, e molti brotolii e molti sospiri, si agitava in un minuto in mare. Quando se ne era andato, spiaggia e baia restavano in pace per un'ora.
Beh, godetevi questa splendida descrizione di Cap d' Antibes al ritmo nostalgico di Georgia on Mind nella versione di Bix Beiderbecke.
Erano tempi di feste, garden party con grandi orchestre, "giardini azzurri dove uomini e donne andavano e venivano come falene tra bisbigli, champagne e stelle". Così osservava Nick Carraway, il vicino di casa di Gatsby, che è come un terz'occhio narrante conradiano alla Marlow. Figura di apparente basso profilo, in realtà è totalmente utile alla trama del romanzo, tenuto conto che la vita scintillante di Gatsby è raccontata da lui.
Alle sette è arrivata l'orchestra, non una cosetta di cinque elementi ma un intero mucchio di oboe e tromboni e sassofoni e viole e cornette e flauti e tamburi e grandi e piccoli. Gli ultimi bagnanti sono ritornati dalla spiaggia e stanno vestendosi disopra: le macchine arrivate da New York sono disposte su cinque file lungo il viale: già le sale, i saloni, le verande sono sgargianti e di pettinature nuove e strane e scialli che superano i sogni di un castigliano. Il bar è in piena attività, e le ronde fluttuanti di cocktails permeano il giardino, finché l'aria risuona di cicaleggi e risa e frasi di convenienza...
Eppure Gatsby, alla fine realizza il suo Sogno americano, quello di poter arricchire in fretta, troppo in fretta, lasciando morti sul campo con la sua automobile color crema con lucide cromature, simbolo del suo status raggiunto, pur di conquistarsi una rispettabilità. Così dopo la rapida ascesa, arriva fatale, la caduta. Uno sparo, un ultimo tuffo nella sua piscina che è già un tonfo mortale. L'ultima meditazione sulla sua brillante meteora fu affidata a Nick, il vicino di casa:
E mentre meditavo sull'antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all'estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C'é sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia ... e una bella mattina...
Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.
Francis Scott Fitzgerald
Affidiamo all'Orchestra di Fletcher Henderson la chiusura del pezzo su FSF in questo Shanghai Shuffle.