venerdì 24 aprile 2009

La Primavera, il sorriso e le rose

Infiniti sono i componimenti dedicati alla Primavera, che l'hanno come protagonista, o presenza indispensabile sullo sfondo. Stavolta la scelta cade su due brani, insoliti e non famosissimi, ma che a mio avviso vale la pena ricordare. Insolitamente hanno in comune, oltre ad un accenno alla primavera, un inno alla giovinezza, e un uso condiviso di alcuni elementi: il sorriso, il prato, le rose (e come sempre una riflessione sulla vita e sull'amore). Il primo è di Gabriello Chiabrera (1552-1638) dedicato al sorriso di una donna. Nato a Savona, dopo la frequentazione del Collegio dei Gesuiti a Roma, fu a servizio del Card. Cornaro, e di varie corti. (dipinto Giuseppe Maria Crespi - Convito degli dei, Bologna, palazzo Pepoli, 1691-1706, affresco)


Ebbe notorietà per il "Poema eroico delle Guerre dei Goti" (1582), e compose moltissimo in versi: dal dramma per musica (Il rapimento di Cefalo, 1600), alla tragedia (Erminia, Angelica in Ebuda, etc.), alla satira (Sermoni, 1623-1632), anche se oggi è ricordato specie per le Canzoni e Canzonette (Genova 1586 e 1591). La caratteristica della sua poesia è una certa nota di classicismo, a cavallo tra Rinascimento e Arcadia, con qualche suggestione barocca. In realtà la cifra dell'autore è lo sperimentalismo metrico e linguistico: seppur ancora legato all’equilibrio e armonia cinquecenteschi, ripercorre forme e metri della lirica greca, la classicità di Pindaro, Saffo e Anacreonte, ma a un certo punto non può esimersi dal contaminare la sua classicità con il barocco: compaiono così nei suoi versi arditezze seicentesche, metafore, concettismi, giochi ad effetto di maestria ed eleganza.


Belle rose porporine, (1)
che tra spine

su l'aurora non aprite; (2)
ma ministre de gli Amori,


bei tesori di bei denti custodite.
Dite rose preziose,
amorose dite,

ond'è che s'io m'affiso (3)
nel bel guardo vivo ardente,
voi repente disciogliete un bel soriso?
E' ciò forse per aita di mia vita,
che non regge a le vostr'ire?
O pur è, perché voi siete tutte liete

me mirando in sul morire?
Belle rose, o feritate, (4)
o pietate del sì far la cagion sia,
io vo' dire in novi modi vostre lodi;
ma ridete tuttavia.
Se bel rio, se bella auretta
tra l'erbetta sul mattin
mormorando erra,
se di fiori un praticellosi fa bello,
noi diciam: ride la terra
Quando avvien, che un zefiretto
per diletto,


bagni il pie' ne l'onde chiare,
sì che l'acqua su l'arena

scherzi a pena,
noi diciam, che ride il mare.
Se giamai tra fior vermigli,
se tra gigli veste l'alba un aureo velo;
e su rote di zaffiro move in giro,
noi diciam, che ride il cielo.
Ben è ver, quando è giocondo
ride il mondo,ride il ciel quando è gioioso;
ben è ver, ma non san poi come voi/fare un riso grazioso.
Note: (1) Allusione alle labbra di una donna (2) come dire "non sorridete al far del giorno"(3) "ond'è ch'io" qual è il motivo per cui/ "m'affiso" mi fisso(4) feritate, crudeltà (dalle "Rime" di Gabriello Chiabrera, edizione di riferimento "Maniere, Scherzi e Canzonette morali" a cura di Giulia Raboni, Fondazione Pietro Bembo-Ugo Guanda, Milano-Parma 1998) Se ne ha una versione musicata da Giulio Caccini (1546-1618) "Aria Nona-Belle Rose Porporine" pubblicata nel 1601, n.22 ne "Le Nuove Musiche" Giuseppe Maria Crespi


Il secondo componimento è di molto successivo, e di tutt'altra impronta, scritto da Vittoria Aganoor. Nacque a Padova nel 1855, morì a Roma nel 1910. Compì i suoi studi con i maestri Giacomo Zanella ed Enrico Nencioni. Tradusse De Musset e Baudelaire. In Italia ebbe rapporti con Aleardi, D'Annunzio, Di Giacomo.


La bella bimba dai capelli neri
è là sul prato e parla e gioca al sole.
Io so quei giochi e so quelle parole;
rido quel riso e penso quei pensieri.
Son io la bimba dai capelli neri.
Ed anche io vedo una fanciulla bruna,
gli occhi sognanti al ciel notturno fisi.
Quante chimere e quanti paradisi
negli occhi suoi! Te li rammenti, o Luna,
gli occhi febei della fanciulla bruna?
Ora è stanca; la penna ecco depose.
E la man preme su le ciglia nere.
Di quanti sogni e quante primavere
vide sfiorir le immacolate rose?
Ora è stanca; la penna ecco depose.


Poesie complete qui


Dipinti : Gaetano Previati, la Danza delle Rose, 1908, Gardone, Vittoriale
Giuseppe Pellizza da Volpedo - Girotondo 2° (foto piccola) versione 1903 olio su tela 100cm. diametro Milano - Galleria d'arte moderna.
Autore: Josh

venerdì 17 aprile 2009

Concerti di musica sacra a Nova Milanese

Sembra quasi l'abbiano fatto per Il Giardino delle Esperidi, quasi per esaudire una nostra velata richiesta. Chissà se verrà replicato? Chiedevamo loro, indirettamente, a conclusione del mio post sui canti popolari sacri. E così il 5 aprile, la domenica delle Palme, quel concerto di brani sacri popolari è stato riproposto.


Nova Milanese ha cinque chiese, delle quali due, che sono abbastanza recenti, sono totalmente prive di barriere architettoniche. Poichè per quella domenicale reti Rai avevano organizzato una campagna di sensibilizzazione contro le barriere architettoniche, gli organizzatori del concerto sacro, per andare incontro a portatori di handicap, hanno rinunciato a ripetere il concerto tra gli splendori della chiesa parrocchiale di Sant'Antonino, scegliendo invece la pur bella chiesa di San Giuseppe. Da tale scelta, attenti osservatori hanno potuto constatare quanto siano altresì sensibili i dirigenti del Gruppo di Canto Popolare.
L'acustica è risultata a tratti migliore, tanto che, durante il recitativo, si è potuto lasciar suonare l'arpa elettronica di sottofondo,cui, invece, si era dovuto rinunciare nella volta precedente, per problemi di riverbero, dato che il suono dell'arpa sovrastava la voce recitante.
Ho potuto anche riascoltare un assolo di violino, un brano celestiale che mi è sembrato di Mozart, il quale ha fatto risaltare le doti virtuosistiche di una giovane eccellente violinista, sconosciuta, però, al grande pubblico.
Al di là del concerto, l'occasione m'è stata propizia per assecondare una curiosità circa l'aspetto predominante di questa Città: le Antiche Corti.





Occorre ricordare che a Nova Milanese sono sopravissute 31 cascine storiche, diventate poi corti di abitazione al termine dell'epoca contadina. Esse sono tuttora pulsanti di vita e molte di loro sono state salvate da demolizione certa, giungendo quasi intatte fino a noi, grazie soprattutto all'interessamento del Centro Culturale "Il Cortile", associazione volontaristica nata nel 1975 da una geniale idea di Mariuccia Elli. E' un gruppo assiduo di persone che si occupano del recupero, salvaguardia e sopravvivenza di luoghi, opere, tradizioni, manufatti antichi, ecc., degni di nota e degni quindi di essere tramandati intatti alle generazioni future. Di tale più ampia associazione fa parte il Gruppo di Canto Popolare, citato in questo e nel mio precedente post per l'eccellente spettacolo di drammaturgia sacra cui hanno dato vita.
Dal sopralluogo fatto in una di tali corti, la Corte degli Scuratti, situata nel centro della città, a ridosso di Piazza Marconi, è poi scaturita una curiosità ancor maggiore. Nel suo cortile vi si trova un'Antica Pira, segnalata all'ingresso della corte da un decoroso cartello segnaletico bilingue (dialetto e italiano) che dice: Corte degli Scuratti: Antica Pira. Accompagnata poi da una sintetica storia della Pira e dalle indicazioni per raggiungerla.
Il nome Pira m'ha subito evocato i Celti dell'epoca pre-Romana, che hanno abitato queste zone, a partire dall'inizio del quarto secolo a. c. I Celti, sappiamo, compivano sacrifici umani e incenerivano i loro morti, adagiandoli su massi o pire. Venendo ad epoche più recenti, nel Medio Evo, le pire venivano usate anche per eseguire determinate condanne a morte,bruciando a vivo i condannati (gli esempi più noti sono quelli di Giovanna D'Arco, Giordano Bruno, il Savonarola; e come, poi, non ricordare La Pira del Trovatore di Verdi).
Ma l'Antica Pira di Nova Milanese, per ora, può essere datata solo dal 1181. A quell'anno, infatti, risale il primo documento storico che comprova l'esistenza di Nova (Milanese è stato aggiunto nel 1928, con R.D. del 28 giugno, quando, con l'acquisizione dei territori di Trento e Trieste, tale precisazione diventa necessaria per distinguere il comune di Nova Milanese, da quelli di Nova Levante e Nova Ponente, appartenenti alla provincia di Bolzano).
Ma questo fatto, di per sè, fa pensare alla mancanza di qualche tassello nell'enorme mosaico che contraddistingue quest'area del Nord Milanese. Dei paesi intorno a Nova si sono trovati reperti che riportano le loro origini certe all'epoca celtica, romana, o immediatamente successiva. E' così infatti per Desio (Desium Burgus), Serenium Burgus (Seregno), Blasonum Burgus (Biassono), Cinixellum (Cinisello), Balsemum (Balsamo), Cuxanum (Cusano),Inciranum (Incirano), Palatiolum (Palazzolo), Varedeum (Varedo), Boisium (Bovisio), Vedanum (Vedano), Dugnanum (Dugnano), ma non è così per Nova Milanese.
E il "giallo" s'infittisce ancor di più se pensiamo che lo storico Daverio in un documento di proprietà dello storico novese, Angelo Baldo, afferma che "nel 1843 in Piazza Dugnani (l'attuale Via Madonnina) sono stati effettuati scavi archeologici per portare alla luce una tomba ritenuta appartenente al periodo pre-romano, ma senza alcun risultato; l'oggetto in questione si trattava, forse, di un antico pozzo" (da Storia di Nova, di Massimo Banfi e Angelo Baldo).










autore: Mario (Marsh)

giovedì 16 aprile 2009

Concerti di musica sacra a Nova Milanese: allegato


E' l'antica pira cosiddetta celtica descritta nel post precedente, che si trova all'interno della Corte degli Scuratti a Nova Milanese, via Mariani n. 6.
La pira della foto veniva usata anticamente per macinare le granaglie.

La foto è tratta dal sito ufficiale del Comune di Nova Milanese, nella relazione del PGT (Piano Generale del Territorio), allegato 2, pag.141, scheda 33/N. Sistema insediativo. Le corti nei nuclei di antica formazione.
Il documento comunale è stato divulgato, mediante immissione in rete, in data 10 marzo 2010, successiva, quindi, alla pubblicazione del post originario.
La presente aggiunta è stata effettuata in data 6 novembre 2010

domenica 5 aprile 2009

La domenica delle Palme e la S.Pasqua

Ci fu un tempo che oggi mi appare remoto dove la mia vita subiva la scansione del calendario gregoriano. Si onoravano tutte le festività: i santi, i beati, i patroni del villaggio e di quelli adiacenti con relative processioni e le fiere. E di tutte le festività, la mia preferita era la Pasqua, ancor più del Natale. Allora c'erano dei perchè non dissimili da quelli d'oggi: i giorni che si allungano fino a tarda ora, il risveglio di una natura festante, il tripudio di fiori... E le galline di mia nonna che facevano le uova e i pulcini di nuova covata. Mia zia mi portava dalla sua sarta perché mi confezionasse un nuovo elegante vestitino primaverile. Mia madre mi comprava le scarpe bianche un po' decolleté da bambola (col cinghino alla caviglia allacciato da un bottoncino) e dovevo preservarle immacolate per la giornata pasquale. Eppoi c'era l'uovo di Paqua di cioccolato fondente (il mio preferito) con le incrostazioni in zucchero. Oggi amo la Pasqua perché non si è costretti a passarla tra parenti come il Natale. Non ci sono fatui regali da fare e da ricevere né corse ai negozi affollati. I pranzi sono leggeri e a base di verdure di stagione. Gli alberi gemmano e fioriscono in veli rosa e bianchi, e il tintinnio giubilante delle campane m'infonde allegria
La domenica delle Palme si andava al mattino presto dal fiorista a comprare le palme dalle lunghe foglie lanceolate nuove di un bel verde-giallo tenero, intrecciate manualmente fino a farne delle piccole sculture vegetali. A Sanremo li chiamano parmureli e sono diffusi per tutta la Riviera Ligure. Costavano care e mia madre me ne comprava una non molto grande. Mentre io l'avrei voluto gigantesca come quella che portava il parroco quando officiava la Messa. Poi c'era il momento solenne della benedizione nel quale alzavo la mia palmetta circondata da una "asparagina" (così la chiamavo) di rametti d'ulivo verde-argenteo più scuro e aspettavo che un po' di quell''incenso profumato si aspergesse su di me e sulla palma che riportavo a casa come se dovesse propiziare chissà quali benefici sulla mia vita. Quindi mia madre e mia zia, durante la settimana di Passione mi mandavano in chiesa per la Via Cruicis, dove le donne invocavano iterazioni ossessive sulle piaghe del Signore. Queste donne coi loro cantici monotoni mi impressionavano alquanto. Nel mentre, il sacerdote con i chierici percorrevano le stazioni del Gòlgota di un Cristo sofferente. Era un' età dove si aderisce ai riti e alle cerimonie senza spiegarseli. Lo si fa con la curiosità e l'entusiasmo dei bambini. Perfino il sepolcro mi pareva una festa di luci, di profumi di ceri accesi, di azalee e tuberose, e non qualcosa di mesto. Una strana pianta dai pallidi e lunghi germogli era lì in bella vista su una ciotola di rame brunito accanto all'urna del Signore.
Erano i lupini. Ovvero i germogli di luppolo. Mia madre mi aveva raccontato la sua leggenda. Quando il Signore venne braccato dai soldati lui si nascose in mezzo ad un campo di lupini , ma questi si misero a fremere e a sibilare palesando la sua presenza. I soldati lo videro e lo catturarono. Non so quanto ci sia di vero in questa leggenda agiografica tramandata per via orale e che non ho mai visto riscritta. So che nell'Italia del Sud mettono nei sepolcri germogli di fagioli, di ceci, lenticchie e anche di lupini quasi a indicare che pur nella morte, la vita germoglia, segue il suo corso, continua. E forse per propiziare questa continuità.
Poi ci sono i dolci pasquali o le torte salate di verdura, come la torta pasqualina fatta per la ricorrenza.
Il numero delle sfoglie sta a ricordare gli anni di Gesù e queste 33 sfoglie erano chiamate dalle nostre nonne le 33 bellezze. Se proprio non ve la sentite di assoggettarvi a tanta fatica, potrete ridurre il numero delle sfoglie e potrete stenderle con la macchinetta con la gradazione più sottile tirandole poi ancora un pochino con le mani.
Questa torta salata deve il suo nome alla tradizione che la vuole obbligatoriamente nel menù del pranzo pasquale. La sua preparazione è lunga e laboriosa ma il risultato merita tanta fatica. Ecco il link della ricetta.
Mia sorella in occasione di un suo viaggio a S.Pietroburgo in Russia mi ha raccontato che nella tradizione pasquale cristiano-ortodossa si usa ancora portare le uova in chiesa e i dolci fatti con queste, per farli benedire. Peccato che una simile usanza non si compia anche nelle nostre chiese. Trovo che sarebbe molto bello. In fondo ha a che fare col "dacci oggi il nostro pane quotidiano". E l'uovo è principio di vita. Una vita che si rinnova col rinnovarsi della nuova stagione. Buona Pasqua agli Esperidi e a tutti i navigatori e visitatori!
Hesperia

venerdì 27 marzo 2009

E' Primavera svegliatevi bambine...

Ogni anno davanti ai nostri occhi indifferenti si ripete il miracolo della vita che torna a sbocciare dopo il lungo e tedioso inverno.
Le giornate si allungano, un sole tiepido scalda il viso e il cuore di chi ancora è capace di apprezzare il lento susseguirsi delle stagioni.
Via i cappotti e le sciarpe, le finestre si spalancano, il freddo finalmente se n’è andato.
E’ primavera, svegliatevi bambine… canterebbe Rabagliati.

Ed infatti è come svegliarsi dopo un lungo sonno e per incanto vedere la natura che si appresta a rigenerarsi opulenta, gli alberi coperti di gemme color smeraldo, che presto saranno foglie, i boccioli preludio di un' esplosione di profumi e colori e in campagna peschi e ciliegi si ricoprono di fiori rosa e bianchi, così delicati e belli che, come in certe liriche giapponesi, vien da pensare “Spezzarti, per portarti via, sarebbe troppo doloroso, o fior di ciliegio: piuttosto sotto i tuoi petali rosa starò ad ammirarti fino al tuo appassire”. Niente di più bello potendolo fare!
Non sono solo gli occhi a godere di tanta armonia rinata, ma anche le orecchie: la primavera è anche una stagione piena di “voci” per chi sa ascoltare, la tortora che lancia il suo richiamo sempre uguale, gli uccelli che cinguettano sui rami con rinnovata energia e gli insetti che ronzano e trillano nei prati nella loro industriosa ricerca di polline e cibo.
E’ il ciclo della vita che si ripete, un miracolo così potente e coinvolgente che da sempre ha ispirato poeti e pittori, musicisti e scultori.
Parlando di Primavera è d’obbligo menzionare il celeberrimo quadro di Sandro Botticelli, uno dei più illustri maestri del Rinascimento.
L’opera fu commissionata da Lorenzo Di PierFrancesco De’ Medici, cugino del più noto Lorenzo il Magnifico. La natura allegorica del dipinto è stata oggetto d’infinite e controverse congetture anche se le figure sono facilmente identificabili: a destra Zefiro insegue la Ninfa Cloris, che produce fiori dalla bocca, accanto Flora che unica del gruppo guarda direttamente l'osservatore e sembra intenta a spargere i suoi fiori all'esterno della scena a sinistra le Tre Grazie danzano allacciate mentre Mercurio disperde le nubi con il suo bastone alato, al centro Venere e Cupido osservano attenti. Una più attenta analisi di questo capolavoro la potete leggere qui.
Dopo Botticelli un altro immortale artista italiano rese omaggio alla Primavera: Antonio Vivaldi con tre movimenti del concerto in Mi maggiore per violino, archi e clavicembalo intitolato appunto La Primavera e descritto in un sonetto che lo stesso Vivaldi compose:
Giunt' è la Primavera e festosetti
La Salutan gl' Augei con lieto canto,
E i fonti allo Spirar de' Zeffiretti
Con dolce mormorio Scorrono intanto:
Vengon' coprendo l'aer di nero amanto
E Lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl' Augelletti;
Tornan' di nuovo al lor canoro incanto:
E quindi sul fiorito ameno prato
Al caro mormorio di fronde e piante
Dorme 'l Caprar col fido can' à lato.


Di pastoral Zampogna al suon festante
Danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato
Di primavera all' apparir brillante.
Ciascuna parte del Sonetto corrisponde a uno dei tre movimenti del concerto e quindi momenti della stagione: il canto degli uccelli (allegro), il riposo del pastore con il suo cane (largo) e la danza finale (allegro). "Il violino solista rappresenta un pastore addormentato, le viole il latrato del suo fido cane mentre i restanti violini le foglie fruscianti".
I poeti furono molto prolifici nel cantare la Primavera, non credo ne esista uno che non si sia cimentato nel canto di questa meravigliosa stagione.
Io amo in particolar modo Emily Dickinson perchè tutta la sua opera é un inno alla natura. Recentemente é stato pubblicato in Italia il suo "Herbarium", ossia un album dalla copertina rigida, di colore verde, composto da sessantasei pagine, in cui la poetessa con mano esperta ha disposto 424 esemplari essiccati di fiori e piante da giardino, da prato o da interno, appartenenti a specie autoctone o naturalizzate nelle vicinanze di Amherst, Massachusetts. La disposizione dei fiori, le combinazioni di foglie e gambi e corolle, le etichette con i nomi propri, per lo più in latino, sono incantevoli. La Dickinson incominciò a raccogliere foglie, petali, steli quando aveva quattordici anni, incollandoli su grandi fogli accompagnandoli con una didascalia, e gettando così, i "semi" per la sua futura opera poetica.


Un sepalo ed un petalo e una spina
in un comune mattino d’estate,
un fiasco di rugiada, un’ape o due,
una brezza,
un frullo in mezzo agli alberi
ed io sono una rosa!









Fiorire - è il fine - chi passa un fiore
con uno sguardo distratto
stenterà a sospettar
le minime circostanze
coinvolte in quel luminoso
fenomeno
costruito in modo così intricato
poi offerto come una farfalla
al mezzogiorno
Colmare il bocciolo
combattere il verme
ottenere quanta rugiada gli spetta
regolare il calore - eludere il vento
sfuggire all’ape ladruncola
non deludere la natura grande
che l’attende proprio quel giorno
essere un fiore, è profonda
responsabilità.
Aretusa

giovedì 19 marzo 2009

Emile Bernard e la scuola di Pont-Aven

C'è un momento suggestivo della storia dell'arte, inestricabilmente legato alla magia di un luogo, per cui è d'obbligo la visita a questo breve sito per farsi un'idea almeno della splendida regione francese della Bretagna. In questa terra, sospinta dal fascino originario locale, ebbe origine una rivoluzione pittorica, il Sintetismo (o Cloisonnisme) della Scuola di Pont-Aven: ci si distacca dall'Impressionismo e da una forma più antiquata di Naturalismo, accentuando l'astrazione della forma pittorica, rinunciando alla rappresentazione prospettica (aboliti la piramide rovesciata, il senso di profondità, gli effetti ombreggiati) per forme piatte, realizzate con colore puro e non mescolato; si accentua la rappresentazione non del reale, ma dell'eco interiore del dato osservato, compaiono elementi culturali non solo contemporanei ma arcaici e originari, quando non tratti primitivi. Il Sintetismo costituirà così uno dei rivoli del Simbolismo, che si rivela non solo decadenza, non solo consunzione lussureggiante e spirali di eros-lusso-morte. Emile Bernard (1868-1941) è la figura di svolta, l'inventore della nuova concezione delle forme appena ventenne, nel 1888, anche se la comunità di pittori si andava formando in paese fin dagli anni '60.Nel 1888 i maestri dell'arte moderna sono all'opera, ma non da loro stanno arrivando le ultime novità: Paul Cezanne (1839-1906) e' nel sud della Francia, Vincent Van Gogh (1853-1890) è ad Arles dove lo raggiungera' Paul Gauguin (1848-1903), proveniente da Pont-Aven. Nel villaggio di pescatori c'è il giovane Emile Bernard che mostra a Gauguin l'opera rivoluzionaria.

Bernard aveva dipinto "Donne bretoni su prato verde"(1888) (olio su tela, Germain-en-Laye, coll.privata), con parziale assenza di prospettiva, tinte essenziali e contorno nero marcato intorno alle figure: modelli ideali le vetrate delle chiese, le xilografie popolari, gli smalti (il cloisonné). Era la svolta che Gauguin cercava, una modalità astratta per allontanarsi dal Naturalismo e dall'Impressionismo. Gauguin adotta il nuovo stile mostrato dal giovane Bernard, addentrandosi in seguito nel primitivismo magico che lo rendera' famoso, soprattutto per le visioni tahitiane. Il ventenne Bernard reclamerà inutilmente il merito della scoperta, mentre, secondo Pissarro, Gauguin "ha rubacchiato tutto ai giapponesi". Saranno comunque sia Paul Gauguin sia Emile Bernard a mettere a punto il nuovo stile, e da Gauguin ne verranno gli sviluppi maggiori. Frequentano il gruppo anche Paul Serusier, futuro capostipite dei Nabis, ma anche Emile Schuffenecker, Jacob Meyer De Haan, Charles Laval, ne subiscono influenza anche le trasfigurazioni mistiche e misteriosofiche successive del poetico Maurice Denis.

Il termine 'Sintetismo' è impiegato per la prima volta nel 1889, in occasione della mostra organizzata al Café Volpini di Parigi dagli artisti raccolti attorno a Gauguin e Bernard. Il termine 'sintetismo' pensato da Bernard vuole indicare la semplificazione del disegno, la riduzione della complessità cromatica del reale a pochi colori-base, il ritorno alla plasticità, e l'idea di figurazione di sintesi.

"La visione dopo il Sermone", 1888 (olio su tela, Edimburgo, National Gallery of Scotland)è il primo dipinto sintetista di Gauguin, che riprende le cuffie delle donne bretoni di Bernard del dipinto precedente. Le donne, il mondo reale a sinistra vengono separate dall'albero trasversale; nella metà a destra vediamo raffigurata la Lotta di Giacobbe con l'Angelo (appunto, il soggetto della predica, cfr. Genesi 32:22-32): reale e immaginario si confondono nel quadro...in perfetto stile sintetista. Il Sintetismo di Gauguin condensa in un'unica immagine dati reali e elementi visionari, con forti valenze simboliche. C'è anche un dipinto di Van Gogh della stessa epoca che rientra in questo 'ciclo bretone': "donne bretoni", 1888 (tempera e acquerello su carta, Milano Civica galleria d'Arte Moderna), è una copia del dipinto di Bernard che Van Gogh eseguì per intendere al meglio la nuova pittura (Van Gogh e Bernard erano in rapporto epistolare).

I quadri sintetisti, pur risentendo chiaramente di un paesaggio, sono realizzati in studio in base all'immagine impressa nell'interiorità, e non dal vero. Tra i contorni fortemente marcati delle figure, la scomparsa di microdettagli, la pittura sintetista dà il primato a una visione interiorizzata del mondo, con la ricorrenza di alcuni simboli. Tra le influenze vanno citate le stampe giapponesi e il loro metodo di uso del colore, spunti primitivisti (in seguito si possono rinvenire nei Nabis, o nella carriera successiva di Gauguin, per es. nel "Cristo verde"), un impiego di tecniche di raffigurazioni mutuate dalle vetrate delle cattedrali medioevali.

L'elemento ricorrente del paesaggio bretone è inteso come oasi di autenticità, con le affascinanti figure di donne in costume tradizionale bianco e nero, dalle caratteristiche cuffie: il costume tipico richiama a un'ideale arcaico in cui la Tradizione si mescola ad un Cristianesimo incontaminato delle origini, in una terra spettacolare densa di arte e storia, ma anche di vita semplice contrapposta alla sofisticazione della vita cittadina e delle malattie fin de siècle.La vicenda di questo momento dell'arte ci dice di più: già allora i costumi culturali e tipici erano conservati in un piccolo incantato paese, che, come fuori del tempo, manteneva intatte tracce ancestrali e lontanissime di storia e stili di vita. In seguito, la scomparsa dell'originario e delle antiche identità è stata velocizzata non tanto dal 'progresso' ma dalla Rivoluzione Industriale, con le sue peculiari mire, e dalle Rivoluzioni Tecnologica e Informatica. La scomparsa dei costumi popolari tipici, depositari di una parte emotiva della memoria, (come la scomparsa di lingue minoritarie, dialetti, prodotti artigianali) e la scomparsa forzata oggi del 'tipico, del 'locale', sono un passo ulteriore verso il suicidio culturale dell'Europa.




In alto a sinistra: "La moisson" di Emile Bernard, '1888

La visione del sermone di Emile Bernard (terza a sinistra)

Donne bretoni di Van Gogh (quarta a sinistra)

"Donne bretoni su prato verde"(1888) di Emile Bernard (quinta a destra)
"Bretone sul campo di grano verde" di Paul Serusier

Autore: Josh

venerdì 13 marzo 2009

I canti religiosi tra folclore e devozione

Alcuni elementi mi hanno indotto a pensare che il Sud Italia possa vantare senz'altro un primato nei confronti del Nord: esso possiede un più vasto repertorio di canti popolari sacri.

L'impressione mi era scaturita già quando ebbi modo di assistere ad un evento religioso che si perpetua da secoli nella zona del Basso Lazio, riguardante i pellegrinaggi che si svolgono alla Madonna di Canneto. Un'altra ragione mi è stata fornita da un libro "Sulla musica e le storie di un'Italia perduta". E la conferma definitiva l'ho avuta assistendo ad un concerto dedicato agli antichi canti popolari sacri. Canneto, località amena situata all'interno del Parco Nazionale d'Abruzzo, è tradizionale meta, il 21 agosto di ogni anno, di una processione solenne e immensa che si svolge attorno alla chiesa del Santuario. Vi prendono parte pellegrini provenienti dai paesi del circondario, posti entro un raggio di 60 km. Durante la lunga processione, e la veglia notturna che vi fa seguito, è un continuo intonare canti invocativi alla Madonna. E ciò si ripete incessantemente anche durante le marce di andata e ritorno, o dei tragitti in comitiva con i pullman. Sono antichi canti mantenuti vivi e perpetuati oralmente da una generazione all'altra. Fino all'immediato dopoguerra, venivano trasmessi quasi solo oralmente, a causa dell'analfabetismo ancora abbastanza diffuso tra la popolazione più anziana. Un aiuto concreto veniva dalla discografia vinilica, ora divenuta incetta di collezionisti, che però era limitata ai brani più belli e più in voga (Madonna di Canneto - un popolo lieto...). Agli anziani, non necessariamente i più vecchi, era demandato il compito di trasmettere la tradizione canora ai giovani. I partecipanti, di qualsiasi provenienza, avevano l'onere di doverseli imparare a memoria, per non fare la figura di non saperli. Durante le prove, e poi durante i pellegrinaggi, era frequente assistere a colorite discussioni che avevano per argomento i testi e la musica dei canti. E non di rado, si sentivano rimbrotti pittoreschi a coloro che sbagliavano una parola o una tonalità. Vi era, poi, una sottile e velata gara tra coloro che ambivano ad eseguire la migliore interpretazione. A dimostrazione di quanto la tradizione fosse sentita da tutti, ogni paese partecipava col proprio gonfalone comunale. L'intuizione venutami dalla lettura del libro, la devo a Giovanna Marini, cantante folk del periodo della Contestazione, che dal 1975 ha insegnato estetica del canto popolare alla Scuola di Musica di Testaccio (Roma). Nei periodi di Quaresima, dal 1991 Giovanna Marini organizza viaggi sistematici di ricerca di brani "in via d'estinzione". Ricordi di quei viaggi sono racchiusi nel suo libro Una mattina mi son svegliata (Rizzoli, prima edizione 2005). Dei dodici viaggi descritti nel libro, ben dieci sono avvenuti in Italia meridionale; solo due in Toscana e Liguria. Vi si narra anche, in modo professionale, del modo come vengono intonati i brani tipici, che hanno resa famosa quella data località, per quella data peculiarità. Fatti in gruppo, da comitive di studenti italo-francesi, i dieci viaggi verso l'Italia meridionale sono avvenuti a: Giulianello e Sessa Aurunca; Giulianello; Castelsardo e Orgosolo; Fiuggi, Blera, Verbicaro e Nocera Tirinese; Palermo, con tappa programmata da Mimmo Cuticchio ultimo valido cuntista (cantastorie) siciliano, e poi a Montedoro e Milena; Calamonaci, Agrigento, Barcellona-Pozzo di Gotto; in Salento; San Costantino Briatico, colonia albanese del Monte Pollino; e, anche se non c'entra niente con i canti sacri, nel '99 è stata anche al Cantamaggio, in Toscana, arricchendo così il libro di storie e aneddoti. Nel 2000 a Orosei, ultimo dei viaggi misti italo-frencesi. E poi, con comitive solo italiane, a Cuglieri (Sardegna); a Piana degli Albanesi (Palermo). Nel 2003 a Sessa Aurunca (Caserta) per ascoltare il Miserere di Sessa, che è per vocalità maschile, ma, di recente, è stata una donna a cantarlo, e ciò ha suscitato vivo interesse nei ricercatori, che hanno voluto andare a cercarla. Pasqua del 2004, eccezionalmente al nord, a Ceriana (Savona) per ascoltare la Lauda de la Madona de la Vila. "E' un canto polifonico costituito da un lunghissimo melisma: dura più o meno dieci minuti, con una nota di bordone bassa comune ai due accordi di tonica e dominante, quindi una quinta, su cui si articola tutto il canto: sembra veramente un alleluiatico. L'insieme è molto emozionante, perchè ci sono solo due solisti, a distanza di terze parallele, un primo con una voce dolcissima, e un secondo con voce di altro timbro, ma egualmente interessante, sui quali entrrano di spinta tutti i componenti della compagnia, tutti sulla quinta, tutti insieme, e fanno sempre la stessa nota per tutto il pezzo, ma non trovanomla cosa nè noiosa nè facile. Infatti, non lo è. Cantano appoggiati uno all'altro, spesso con la mano sull'orecchio per intonare bene la loro unica nota che va rinnovata e sostenuta, perchè se calassero - cosa probabilissima - trascinerebbero i due solisti su tonalità sbagliate." Non essendo un esperto musicologo, ho trascritto un brano integrale della Marini, per cercare di trasmettere un po' delle emozioni che ho provato io, assistendo al concerto vocale strumentale del Gruppo di Canto Popolare di Nova Milanese, di sabato 7 marzo. Anche le Sorelle Elli, direttrici del Gruppo, hanno dovuto, o voluto, attingere al repertorio meridionale, per poter allestire un programma, risultato poi di ottima fattura.Il concerto, dedicato alla Festa della Donna, e concomitante con l'inizio del periodo di quaresima, è stato quasi tutto incentrato su canti popolari sacri, tratti dal più vasto repertorio religioso meridionale. Ad ospitare l'evento è stato il Parroco di Nova Milanese, che ha concesso l'uso della Chiesa di Sant 'Antonino Martire, per fare svolgere l'evento. Festa della donna e Quaresima, non potevano che far suggerire un'esibizione di canti sacri incentrati sul dolore della Madonna, per la passione, Calvario e morte di Gesù Cristo: Mater Dolorosa. E' stato per me oltremodo curioso osservare come se la sarebbero cavata, col dialetto antico meridionale, donne del Nord abituate quindi ai dialetti di qua. La prova è stata egregiamente superata. E, in un brano da solista, su Passione e Crocefissione, Mariuccia Elli, la veterana del Gruppo, si è cimentata in un pezzo di alto virtuosismo, dimostrando così una bravura superlativa. E' stata chiesta una replica del concerto: chissà se verrà accolta...

autore : Mario (Marsh)