
Ierisera ho visto in tv "La Grande Bellezza" di Paolo Sorrentino, appena reduce da Oscar, un titolo accattivante buono per essere tradotto in tutte le lingue (The Great Beauty, La grande Beauté, Die Grosser Schoenheit ecc). Volendo essere pignoli, la bellezza quando c'è per davvero non ha bisogno di aggettivi, ma tra le tante ipotesi che si fanno sul titolo del film, è evidente che il riferimento principale è alla
Diva Roma. La
trama-racconto è volutamente disarticolata e procede per epifanie visive a sprazzi e a sbalzi. Uno dei difetti principali che rimprovero al regista è quello di un auto compiacimento estetizzante che indugia sulle cose: lunghe carrellate su monumenti, chiese, cupole, colonnati, palazzi signorili, fontane e fontanili, giardini patrizi, quasi fosse una sorta di campionario entro il quale si agitano vite sospese senza nessun apparente scopo che non sia quello di oziare e di divertirsi, da una terrazza romana all'altra.
Recensioni su questo film, già in circolazione dal 2013, ce ne sono a iosa: sia
PRO che
CONTRO. Perciò mi limito qui a fornire alcune note critiche sulla ricaduta di questo film nella società italiana in questo tragico periodo.
Storia di un 65enne, Jep Gambardella che abita in una lussuosa casa con vista sul Colosseo e che sembra rispondere perfettamente all'aforisma di Pavese: si è giovani una volta solo, si è immaturi sempre. Sì, perché alle feste nelle case ci siamo andati tutti quanti qualche volta nella vita, ma lo si fa soprattutto quando si è giovani. Poi col tempo e la maturità, diventa un divertimento vacuo, noioso e finisce col non divertire nemmeno più. Se un personaggio dell'età di Gambardella (una specie di cronista un po' stranito alla Lino Jannuzzi , giornalista di L'Espresso che fu noto donnaiolo anni '60, ) lo trapianti a Bergamo e lo metti nelle case a ballare "i trenini" ("quelli che non vanno da nessuna parte"), con musica che rimbomba a tutto volume, ecco che chiamano subito l'ambulanza per il ricovero. Ma a Roma, dove nacque il motto latino panem et circenses è, a quanto pare, uno stile di vita non solo consentito ma addirittura incoraggiato. Quel che narra Gambardella della sua vita, lo sintetizza egli stesso nella frase: "Volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire". Insomma, un deus ex machina della mondanità.

E ancora "Roma ti fa perdere un mucchio di tempo", motivo questo, per cui dopo un primo fortunato romanzo, non scrive più un rigo, se non istantanei articoli di cronaca mondana sui giornali - mestiere questo che gli procura moltissime conoscenze ed inviti.
Ma Roma è diversa: non è Bergamo, Mantova, né Milano né altra città del Nord o del centro Italia. "Roma Godona", come dice dagospia, corrompe anche gli spiriti più austeri e calvinisti. Figurarsi un Gambardella che proviene da Napoli! Peraltro si muove con disincanto e flemma partenopeo, quello che gli permette di sopravvivere in mezzo a questo magma in ebollizione di dive con Botox, di intellettuali che no, il Botox mai, ma poi si convertono al "ritocchino", di strani vescovi con poca fede ma con l'hobby della cucina, di marchese, di contesse, di aspiranti star in cerca di ingaggi, di spogliarelliste fallite, di nane, di cocainomani, di froci, di marchettari e chi più ne ha, più ne metta.
Una Roma bella e fatua, con una romanità trash e monumenti che creano l'effetto Piranesi, il maestro incisore del '700 che dedicò tutta la vita a ricreare col "bulino" la magnificenza della grande architettura romana di ogni periodo storico, con una precisione quasi maniacale e certosina. Ma ciò che sta accanto a ciascun monumento è il Nulla. Campi e terra incolta, pozzanghere accanto a Palazzi patrizi, erbacce e sterpaglie accanto a pietre antiche appena attraversate da un cane.
Eppure la Bellezza della città un po' santa e un po' meretrice, crea una sindrome di Stendhal fino ad uccidere, come si vede nella scena iniziale del giapponese stramazzato a terra, dopo averla fotografata: vedi Roma e poi muori. Come Piranesi, anche Sorrentino ci mostra un mondo di rovine, di tetti, di colonnati di templi, di cupoloni, in mezzo ai quali però si agitano esseri umani, non più nel silenzio dell'artista veneto, ma nel chiasso della movida romana, dei gruppi di turisti in stile "Playtime" di J. Tati, di pseudoartisti che si sentono eternamente in scena anche quando non lo sono, di gente cinica e bara che mente per professione, mente per convenienza, ma mente soprattutto a sé stessa. Di scenografie da funerali preparate con la cura di un melodramma, di pranzi e cene, di buffet su terrazze spalancate sulla "Bellezza" della città eterna.
Si è parlato molto di Fellini e il riferimento al maestro ispiratore l'ha fatta Sorrentino stesso durante il gala di premiazione all'Oscar. Ma il Fellini ripreso da Sorrentino, diventa un "Fellini Hag" decaffeinato dall' onirismo, che poi è la vera cifra felliniana. Inoltre il gran maestro di Rimini, non faceva mai abuso di carrellate a vuoto sulle beltà, e pur rinunciando alla trama vera e propria, sapeva trovare l'immagine-chiave, la folgorazione "irripetibile" in grado di attraversare il tempo. Un esempio per tutte, la scena della fontana con la dea vichinga Ekberg insieme all'ammaliato Marcello in La dolce vita.
O l'ultima scena con la virginale immagine di Valeria Ciangottini sulla spiaggia che sembra spalancare la prospettiva di una nuova vita a un Marcello sempre più disilluso. Per trovare l'immagine davvero Bella, bisogna non eccedere in immagini estetizzanti come fossero un catalogo, ma al contrario, economizzare.
Intendiamoci, il film di Sorrentino, tutto sommato non è spiacevole e ha anche delle trovate sceniche riuscite (la sagace redattrice nana di nome Dadina che sembra contrapporsi al modello americano della patinata Meryl Streep di "Il diavolo veste Prada"; gli artisti veri che si mescolano ai finti e che a differenza dei finti mostrano sobrietà e voglia di dileguarsi; gli interpreti tutti bravi, in primis Toni Servillo che è una maschera di straordinaria teatralità). Ma non è nemmeno quel capolavoro mozzafiato che i media ci strombazzano in questi giorni. Certo l'Oscar a un film italiano inorgoglisce, anche quando si sa da sempre che questo premio, è un compromesso tra lobby, majors cinematografiche, occasioni di marketing prossime venture, nuovi mercati ecc. Ricevere l'imprimatur di un Academy Award, è importante per la carriera di un regista, ma non di per sé garanzia, (nemmeno per i prodotti cinematografici made in Usa) d' eccezionalità di un film. Sono comunque contenta per l'Italia, nonostante ci sia un ma...
E' di questi giorni la notizia che l'Aspen Institute ha fatto un convegno dal titolo provocatorio "Italia Museo o occasione per investire? ". L'immagine che Sorrentino ha propagato col suo film è quello dell'Italia un po' museo, un po' Disneyland nel quale si balla freneticamente al ritmo di "A far l'amore comincia tu" di Raffaella Carrà sul Titanic malfermo della crisi. Ovviamente quando a breve schiatterà (il comune di Roma sta per andare in fallimento, tant'è vero che hanno dovuto fare un decreto "salva Roma" pro sindaco Marino), gli ambienti d'Oltreatlantico, diranno che ben gli sta all'Italia che vive nel lusso e nello spreco, "al di sopra delle sue possibilità". Così ci terranno definitivamente ostaggi dello spread e dei cosiddetti "mercati finanziari".
Ma il punto è che la faccia vera dell'Italia non si limita a questo, caro Sorrentino. L'Italia di questi tempi è quella dei poveracci stremati da una crisi atroce che li ha costretti ai numerosi suicidi, a case pignorate, a fabbriche dismesse e in via di dismissione, a negozi che chiudono. Nemmeno la stessa Roma fa eccezione a questa triste regola, visto che la maggioranza dei romani non vive nel lusso né in mezzo alla nobiltà papalina dei Colonna, degli Orsini o dei Borghese.
Tanto per essere sospettosi, l'indugiare della videocamera sulle bellezze, potrebbe dar luogo ad una beauty list già pronta per l'uso a beneficio degli "investitori stranieri", in modo tale che "Vendesi Fontana di Trevi" alla fin fine non rimanga solo una gag di Totò.
Intanto però gli stereotipi contro di noi si allargano. C'era una volta lo stereotipo "Italia, spaghetti, pizza, mandolino e mafia". Ora dopo l'era Sorrentino a cui la Fiat ha subito affidato uno spot pubblicitario sulla nuova Cinquecento chiamandola "la piccola grande bellezza" (
la grande Marchetta, ironizzano i siti satirici), avremo altri stereotipi aggiornati per l'uso:
Bellezza, long drinks, ozio, e feste orgiastiche Cafonal, alla faccia della crisi che ci attanaglia, vista quasi come un castigo meritato ex aequo con Grecia a Spagna.
Sodoma delenda est. E' un copione già scritto che viaggia per il mondo.

Curioso che quando eravamo in fase di ricostruzione e di sviluppo economico, i registi del cinema neorealista facessero film particolarmente mesti sulle condizioni miserabili di vita degli ultimi (Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, ecc. ), tanto che l'allora ministro dello spettacolo Andreotti sconsigliò cineasti e produttori dal continuare a deprimere il morale delle gente con film da lui giudicati "disfattisti". Mentre oggi invece che viviamo una crisi più feroce del '29, ci sia chi ha voglia di darci il narcotico dell'effimero e dell'evasione, come se intorno nulla fosse davvero accaduto. Vale la pena di soffermarsi su questo strano fenomeno e sui diversi ruoli della cosiddetta "opposizione" di allora come di oggi. Allora c'era il PCI che influenzava prepotentemente gli intellettuali dell'era "neorealista" con Cinecittà, in pratica una sua roccaforte. Ma l'opposizione di una volta è oggi al potere, pertanto non ha più interesse a "svegliare" la gente attraverso uno strumento efficace e di grande impatto propagandistico nel mondo qual è il cinema.
Per ciò che mi riguarda, resto in attesa di un John Ford italiano che ci racconti il suo legittimo "
Furore" per questa sfida brutale da cui non sappiamo nemmeno quando e come ne usciremo vivi. Mai come oggi è necessario che il Bello sappia coniugarsi al Vero.
Bellezza e Verità non sono pertanto due concetti antitetici.
Hesperia