giovedì 24 aprile 2014

L'ossessione economica e la fine della cultura

Gian Lorenzo Bernini
Confesso che sta diventando per me una sorta di tortura psicologica notare come sui media, sulla blogosfera, sul web, impazzano dottrine economiche, teorie monetariste, ideologi dell'economia. Non sono pochi i blog e i siti che hanno come tema la finanza e le sue storture. O sono ispirati a varie scuole di pensiero economica (Von Mises, von Hayek, Keynes, Neokeynesiani americani ed europei ecc.). Da quando c'è stato il tramonto e successivamente il crollo delle ideologie (che sono forme di religione secolarizzata) lungi dall'esserci liberati dai dogmi, assistiamo sbigottiti al dogma  di 

Caravaggio
"L'economie d'abord" ovvero il Primato dell'Economia.  E non ci metto solo i pro euro, e cioè coloro i quali vogliono farci digerire questa bevanda letale con tutto quello che ne consegue (restrizione delle libertà democratiche, debito divenuto inesigibile, manovre economiche che si susseguono l'un l'altra basate su espropri, su tassazioni gonfiate a dismisura, su angherie e controlli burocratici d'ogni tipo). Ma anche gli anti-euro.  Insomma a quelli che sbandierano il loro "morire per l'Euro", fanno da contraltare quelli del "morire contro l'Euro". Essere contro la moneta unica, battuta senza stato dovrebbe unire. Ed  invece si scopre con stupore che... il mio no euro è migliore del tuo. Ci sono almeno due o tre scuole di pensiero che vorrebbero uscire dall'euro, ma che si sbugiardano l'un l'altra e non trovano uno straccio di unità  né di coesione tra di loro. In ogni caso si tratta di quegli ottimisti che pensano che una volta usciti dall'euro, le ondate di immigrati che inondano il nostro paese in questi giorni, se ne andranno a casa miracolosamente e spontaneamente.  Questo, solo per fare un esempio.
Mi viene in mente a tale scopo un titolo emblematico del libro di Gioacchino Volpe dal titolo"Il non primato dell'Economia", recensito da Piero Vassallo per Riscossa Cristiana
 
L’incontrollato desiderio di ricchezza e di beni futili ha generato e potenziato gli invincibile motori della crisi: il vampirismo e l’avventurismo dei banchieri, la stupida e scandalosa avidità dei politicanti, l’asservimento dell’industria alla logica dello scialo consumistico, il culto dell’oggetto di prestigio e dello status symbol, il disprezzo salottiero della temperanza e della parsimonia e la parodia della solidarietà messa in scena dal palazzo.

E ancora Massimo Introvigne in questo articolo sul falso primato dell'Economia, in questo importante passaggio: 

Ma il primato dell’economia garantisce il migliore dei mondi possibili? Kant lo pensava. Oggi sappiamo che non è così. Forse la crisi economica che stiamo vivendo – per molti, ormai, la più grave nella storia dell’Occidente – è la campana che suona per mettere in dubbio il primato dell’economia, che è il motore di quella che Benedetto XVI chiama nella Caritas in veritate «tecnocrazia». Ci affanniamo a cercare soluzioni economiche della crisi economica, e certamente questo è in una certa misura necessario. Ma ultimamente la voce di Benedetto XVI sembra l’unica ragionevole, quando afferma che non usciremo dalla crisi se non rimetteremo in discussione il primato dell’economia. Se non torneremo ad affermare che spetta all’etica – secondo la ragione e secondo la fede, in dialogo fra loro – indicare i fini della società. E spetta alla politica, quella vera, indicare i mezzi per realizzare tali fini.  La politica funziona se accetta di avere un limite nell’etica.

L’economia funziona
se accetta di essere guidata dall’etica e dalla politica. Non funziona se pretende di sostituirle, o se si crede onnipotente. Non si tratta di tornare al Medioevo, ma di tornare ai principi di una civiltà naturale e cristiana che sono veri a prescindere da come e quanto le epoche storiche li abbiano affermati o negati. La strada è lunga. Ma non ce ne sono altre.
 

Frattanto, io penso che non possiamo rassegnarci a essere considerati dei bancomat ambulanti, un codice barre, un PIN, un marchio della Bestia sul Braccio o un unico numero multifunzionale per poter accedere a tutti i cosiddetti "servizi", come ha promesso l'attuale primo ministro non eletto di un governo messo in piedi dai banchieri stessi, in nome della "semplificazione burocratica". Così oltre alla moneta Unica, al  pensiero Unico, al mondo Unico,  a breve avremo anche un Numero Unico per essere più  facilmente tracciati e identificati di quanto non siamo già, nel nome dell'Uguaglianza Universale. Mentre ogni nostro gesto, ogni nostra azione sarà quantificabile e monetizzabile, e i nostri gusti, i nostri orientamenti, azioni e acquisti saranno tracciati da un codice barre (già lo sono, ma solo ancora in parte). Inoltre l'alta tecnologia sarà la fedele alleata dell'economicismo imperante.
La prossima grande ribellione non potrà pertanto essere solo politica ma anche morale. Non solo la polis ma anche l'ethos, in vista di una Nuova Estetica per il nostro Paese.  Quando avevamo moneta sovrana, per paradosso non ci occupavamo di economia: ci limitavamo ad essere un paese di santi, di poeti, di navigatori e di artisti stampati sui nostri soldi (vedere vecchie banconote della Lira).

Raffaello Sanzio
Ora  invece siamo diventati improvvisamente un paese di aridi economisti e di avidi finanzieri senza più cultura, senza più vera Bellezza, senza più arte, né letteratura né linguaggio, senza più  tradizioni né anima.  Un po' come l'euro che è moneta iconoclasta (solo ponti, viadotti, stelline e carte geografiche che emergono in filigrana).  Tanti piccoli Shylock  senza volto crescono ed esigono nuove libbre di carne e sangue dal nostro cuore. Non ci resta che gettarli giù, dal ponte di Rialto come ai tempi della vecchia repubblica Serenissima.

Usurai d'Italia
 
"Circonderemo il nostro governo con un vero esercito di economisti"


 
Hesperia

lunedì 7 aprile 2014

I batacchi degli antichi portoni


 
Alzi la mano chi da bambino non si è mai divertito a picchiare i batacchi dei portoni: un tocco per il primo piano; due tocchi per il secondo secondo: tre terzo. Abitavo anch'io quando ero piccola in un antico portone con batacchi fatti da grossi anelli che chiamavo "i salvagenti di ferro".
Perfino Collodi in "Le avventure di Pinocchio" racconta che il burattino cercò di tornare dalla Fata dai Capelli Turchini, dopo aver combinato monellerie di tutti i colori. Batté e ribatté al portone  della sua casa con una pesante biscia di ferro. Ma la fatina non apri, la biscia gli rimase in mano e poi se ne sgusciò via. Poesia, fiaba e fantasie infantili intorno ai cari vecchi batacchi, ad alcuni dei quali ci si avvicinava con un po' di timore  reverenziale, poiché avevano teste mostruose in funzione apotropaica.
 Personalmente ero incuriosita da quelli che avevano una mano con la palla di ferro, ma prendere in mano questa "mano mozzata" con palla mi metteva un po' di soggezione. I cellulari non esistevano ancora e al telefono si stava poco (e non tutti lo avevano), ma gli amici li si poteva facilmente reperire picchiando al batacchio per poi correre a giocare insieme. La vita sembrava più semplice e ingenua.
Ce ne sono ancora di tutti i tipi: leoni con l'anello in bocca, meduse o facce da polena. La Biscia o altre serpi come quella citata dal Collodi, anelli pesanti in lucido ottone o altra lega, la citata mano che stringe una palla di ferro tra le dita. Oggi non è pratico limitarsi ai batacchi ed esistono campanelli e citofoni, ma vale la pena di ricordare che i batacchi hanno attraversato i secoli  e che
conferiscono a un portone il suo tocco (o meglio  il suo ciocco) di classe, di sapore di antico.
 
 
L'ultima frontiera dell'attuale  crisi  che tutto depreda e di tutto fa razzia,  è il loro furto.  Non bastano gli ori  trafugati alle famiglie nelle case, il rame delle grondaie, lo zinco dei tombini.... Ora si attaccano anche all'ottone di targhe, al ferro battuto dei batacchi e dei pomelli.
Leggete qui, roba da non crederci: http://www.greenreport.it/news/comunicazione/crisi-dintorni-non-solo-furti-dande-dellottone-rubano-maniglie-targhe-professionali-pomelli-e-citofoni/

Eh sì che abbiamo attraversato secoli detti anche più bui di quello attuale. "Furti di poco conto", li definiscono; sì, ma pur sempre "sottrazioni illecite" che denotano un animo vile e accattone.

 
 
Dove si trovano oggi gli antichi batacchi? Presso fonderie di metalli, piccole botteghe artigiane di ferro battuto e naturalmente nei mercatini di antiquariato. Ovviamente vengono venduti anche  su ebay. Già, ma che cos'è che non può vendersi su ebay? Qui su questo post una rassegna di quelli più significativi.
 
 
 
 
Qui un articolo sul tema dal titolo "Un colpo, due colpi, un sussulto".
 
Hesperia
 

mercoledì 19 marzo 2014

La fine della sovranità secondo Alain de Benoist

Sovranità vo' cercando... Abbiamo una sovranità monetaria? No, perché l'Euro è moneta battuta senza stato a cambio fisso. Con tutte le storture e le conseguenze del caso.  I parametri di Maastricht sono i requisiti economici e finanziari ai quali gli stati membri dell'Ue  devono sottostare, non importa come.   
Abbiamo un'indipendenza giuridica? Siamo ancora uno stato di diritto? No, perché la Magistratura si è sempre più internazionalizzata ed ha finito col diventare il braccio armato del NWO (Mani pulite - Clean Hands docet, grazie al quale furono smantellati i migliori assetti industriali su ordine americano).
Abbiamo un'indipendenza geografica e demografica? No, perché ci sono i trattati Ue che hanno sancito la libera circolazione degli uomini, delle merci e dei capitalii. Perché abbiamo avuto nel '94 il Trattato commerciale di Marrakech eppoi Schengen messo a punto nel dicembre del 2007. Perché le politiche migratorie vengono decise a Bruxelles.
 
Abbiamo un'indipendenza produttiva e industriale? No, non esiste più made in Italy Italian style; c'è la deindustrializzazione, c'è stata e c'è la delocalizzazione degli impianti industriali. Il mercato globale è senza regole e pertanto ci vietano di applicare dazi o altra forma di protezione.
Abbiamo un'indipendenza culturale? No. Perfino in Alto Adige (che è casa nostra) si decide di far sparire i cartelli in lingua italiana  a favore del tedesco, col consenso del  fu governo Letta.
Abbiamo un'indipendenza militare? meno che mai. E' stato smantellato da anni  il servizio obbligatorio di leva. La Marina Militare si limita a fare la badante per i clandestini, andandoli a prelevare financo nelle coste dei paesi di provenienza.  Le nostre missioni militari dette peacekeeping e peacenforcing  ci costano un occhio della testa per guerre non nostre a cui dobbiamo partecipare per amore o per forza.
Alain de Benoist nel suo libro "La fine della sovranità"  (Arianna editrice) analizza lucidamente le conseguenze del "cesarismo finanziario" che depreda i popoli della loro storia e del  loro futuro.

La fine del mondo c'è stata, eccome! Non è avvenuta in un giorno preciso, ma si è spalmata su più decenni. Il mondo che è scomparso era un mondo in cui la maggior parte dei bambini sapevano leggere e scrivere. In cui si ammiravano gli eroi invece delle vittime. In cui gli apparati politici non si erano ancora trasformati in macchine per stritolare le anime. In cui si avevano a disposizione più modelli che diritti. Era un mondo nel quale si poteva capire che cosa intendeva dire Pascal quando sosteneva che il divertimento ci distrae dall'essere veramente uomini. Era un mondo nel quale le frontiere garantivano a coloro che vivevano al loro un interno un modo di essere e di vivere che era di loro specifica pertinenza. Era un mondo che aveva anche i suoi difetti e che talvolta è stato addirittura orribile, ma dove la vita quotidiana del maggior numero di persone era quantomeno garantita da dispositivi di senso capaci di dispensare punti di riferimento. Attraverso i ricordi, quel mondo rimane familiare a molti. Taluni lo rimpiangono. Ma non tornerà.
Il nuovo mondo è liquido. Al suo interno, lo spazio e il tempo sono aboliti. Liberata dalle sue tradizionali mediazioni, la società è diventata sempre più fluida e sempre più segmentata, il che ne facilita la mercantilizzazione. Vi si vive secondo il modo dello zapping. Con la scomparsa di fatto dei grandi progetti collettivi, in altre epoche portatori di visioni del mondo differenti, la religione dell'io — un io fondato sul desiderio narcisistico di libertà incondizionata, un io produttore di sé a partire dal niente — è sfociata in una "detradizionalizzazione" generalizzata, che va di pari passo con la liquidazione dei punti di riferimento e dei punti fissi, rendendo l'individuo più malleabile e più condizionabile, più precario e più nomade. Da un mezzo secolo, l'«osmosi finanziaria della destra finanziaria e della sinistra multiculturale», come ha scritto Mathieu Bock-Coté, si è sforzata, con il pretesto della "modernizzazione" emancipatrice, di far confluire liberalismo economico e liberalismo societario, sistema di mercato e cultura marginale, grazie soprattutto alla strumentalizzazione mercantile dell'ideologia del desiderio, capitalizzando così sulla decomposizione delle forme sociali tradizionali.

L'obiettivo generale è eliminare le comunità di senso che non funzionano secondo la logica del mercato. Parallelamente, sono all'opera vere e proprie trasformazioni antropologiche. Toccano il rapporto con se stessi, il rapporto con l'altro, il rapporto con il corpo, il rapporto con la tecniche. E domani giungeranno sino alla fusione programmatica fra l'elettronico e il vivente. Quando il desiderio di profitto si impone come unica motivazione a detrimento di tutte le altre, il suo effetto performativo è di generalizzare lo spirito mercantile, che decompone la popolazione in semplici clientele. In questo contesto, il "politicamente corretto" non è una semplice moda un po' ridicola, ma un mezzo forte per trasformare il pensiero, per restringere ulteriormente uno spazio comune generatore di obbligazioni reciproche, per rendere impossibile la riabilitazione di un universo di senso oggi scomparso.
Stiamo infine assistendo all'istituirsi della governance, una sorta di cesarismo finanziario che consiste nel governare i popoli tenendoli in disparte. Lo Stato terapeutico e gestionale, dispensatore di ingegneria sociale e Grande Sorvegliante, si impegna, dal canto suo, a sopprimere la barriera esistente tra l'ordine e il caos. Esso basa il proprio potere sulla costituzione assolutamente volontaria di una situazione subcaotica, sullo sfondo di una fuga in avanti e di una illimitatezza generalizzate, creando in tal modo una situazione di guerra civile fredda. Lo stesso concetto di classe sociale viene congedato da una sociologia vittimistica che al suo posto colloca la denuncia dell'"esclusione" e la "lotta contro le discriminazioni", e da una "scienza" economica che guarda al concetto di popolo come ad una categoria residuale, nel momento stesso in cui la lotta di classe è più che mai in auge.

Sotto l'effetto delle politiche di "austerità", l'Europa sta scivolando nella recessione, quando non nella depressione. La disoccupazione di massa continua ad estendersi, lo smantellamento dei servizi pubblici comporta la riduzione dei beni sociali e il potere d'acquisto crolla. Un quarto della popolazione europea (120 milioni di persone) è sotto la minaccia della povertà. In passato, si sono fatte rivoluzioni per meno di questo. Oggi, non accade niente di simile. Delocalizzazioni, licenziamenti e piani sociali provocano, certo, proteste — ma non assistiamo a nessuno sciopero di solidarietà, e meno che mai a scioperi generali: la lotta per il mantenimento del posto di lavoro non ha prospettive al di là di se stessa. Perché la crisi viene subita così passivamente? Perché i popoli sono sfiniti, sbalorditi, sgomenti? Perché hanno interiorizzato l'idea che non esistano alternative? I popoli vivono sotto l'orizzonte della fatalità. Attendono che questo accada. Ma non accadrà, perché il capitalismo si scontra oggettivamente con limiti storici assoluti.
Viviamo una crisi di un'ampiezza assolutamente inedita, che tocca il sistema capitalista ad un livello di accumulazione e di produttività ancora mai raggiunto. Le crisi del XIX secolo avevano potuto essere superate perché la Forma-Capitale non si era ancora impadronita di tutta la riproduzione sociale. Quella del 1929 lo è stata grazie al fordismo, alla regolazione keynesiana e alla guerra. La crisi attuale, che interviene sullo sfondo della terza rivoluzione industriale, è una crisi strutturale, contrassegnata dalla completa emancipazione della finanza di mercato rispetto all'economia reale e dall'indebitamento generalizzato. Uno dei suoi effetti diretti è consistito nell'affidare il potere politico ai rappresentanti di Goldman Sachs e di Lehman Brothers. Ma nessuno di loro risolverà il problema, perché non esiste un meccanismo che consenta di aver ragione della crisi. Le bolle finanziarie, il credito di Stato e la macchina che stampa banconote, vale a dire la creazione di capitale-denaro fittizio, non possono più risolvere il problema della desostanzializzazione generalizzata del Capitale.
Sia che ci si diriga verso un'inflazione incontrollabile in assenza di qualsiasi reale valorizzazione — trattando l'attuale crisi di solvibilità come una crisi di liquidità — sia che si vada verso un generalizzato default nei pagamenti, tutto ciò non può che finire con un terremoto.
In un'epoca come la nostra, ci sono solo quattro tipi di uomini. Ci sono coloro che, del tutto consapevolmente, vogliono che ci si infili sempre più lontano nel caos e nella notte. Ci sono quelli che, volontariamente o no, sono sempre pronti a subire. Ci sono i diplodochi reazionari, che vivono la situazione attuale sul registro della deplorazione. Fra geremiadi e commemorazioni, credono di poter far tornare il vecchio ordine, ragion per cui non fanno altro che registrare sconfitte. Infine, ci sono coloro che vogliono un nuovo inizio. Quelli che vivono nella notte ma non sono della notte, poiché vogliono ritrovare la luce. Quelli che sanno che al di sopra del reale c'è il possibile. A loro piace citare George Orwell: «In un'epoca di universale disonestà, dire la verità è un atto rivoluzionario».

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=45665

Hesperia

mercoledì 5 marzo 2014

Sorrentino, una Bellezza senza Verità


Ierisera ho visto in tv "La Grande Bellezza" di Paolo Sorrentino, appena reduce da  Oscar, un titolo accattivante buono per essere tradotto in tutte le lingue (The Great Beauty, La grande Beauté, Die Grosser Schoenheit ecc). Volendo essere pignoli, la bellezza quando c'è  per davvero non ha bisogno di aggettivi, ma tra le tante ipotesi che si fanno sul titolo del film, è evidente che il riferimento  principale è alla Diva Roma. La trama-racconto è volutamente disarticolata e procede per epifanie visive a sprazzi e a sbalzi. Uno dei difetti principali che rimprovero al regista è  quello di un auto compiacimento estetizzante che indugia sulle cose: lunghe carrellate su monumenti, chiese, cupole, colonnati, palazzi signorili, fontane e fontanili, giardini patrizi, quasi fosse una sorta di campionario entro il quale si agitano vite sospese senza  nessun apparente scopo che non sia quello di oziare e di divertirsi, da una terrazza romana all'altra. 
Recensioni su questo film, già in circolazione dal 2013, ce ne sono a iosa: sia PRO che CONTRO. Perciò mi limito qui a fornire alcune note critiche sulla ricaduta di questo film  nella società italiana in questo tragico periodo.
Storia di un 65enne, Jep Gambardella che abita in una lussuosa casa con vista sul Colosseo e che sembra rispondere perfettamente all'aforisma di Pavese: si è giovani una volta solo, si è immaturi sempre. Sì, perché alle feste nelle case ci siamo andati tutti quanti qualche volta nella vita, ma lo si fa soprattutto quando si è giovani. Poi  col tempo e  la maturità, diventa un divertimento vacuo, noioso e finisce col non divertire nemmeno più. Se un personaggio dell'età di Gambardella (una specie di cronista un po' stranito alla Lino Jannuzzi , giornalista di L'Espresso che fu noto donnaiolo anni '60,  )  lo trapianti a Bergamo e lo metti nelle case a ballare "i trenini" ("quelli che non vanno da nessuna parte"), con musica  che rimbomba a tutto volume, ecco che chiamano subito l'ambulanza per il ricovero.  Ma a Roma, dove nacque il  motto latino panem et circenses è, a quanto pare,  uno stile di vita non solo consentito ma addirittura incoraggiato. Quel che narra Gambardella  della sua vita, lo  sintetizza egli stesso nella frase: "Volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire". Insomma, un deus ex machina della mondanità.

E ancora "Roma ti fa perdere un mucchio di tempo", motivo questo, per cui dopo un primo fortunato romanzo, non scrive più un rigo, se non istantanei articoli di cronaca mondana sui giornali - mestiere questo che gli procura moltissime  conoscenze ed inviti.

Ma Roma è diversa: non è Bergamo, Mantova, né Milano né altra città del Nord o del centro Italia. "Roma Godona", come dice dagospia, corrompe anche gli spiriti più  austeri e calvinisti. Figurarsi un Gambardella che proviene da Napoli! Peraltro si muove con disincanto e flemma partenopeo, quello che gli permette di sopravvivere in mezzo a questo magma in ebollizione di dive con Botox, di intellettuali che no, il Botox mai, ma poi si convertono al "ritocchino", di strani vescovi con poca fede ma  con l'hobby della cucina, di marchese, di contesse, di aspiranti star in cerca di ingaggi, di spogliarelliste fallite,  di nane, di cocainomani, di froci, di marchettari e chi più ne ha, più ne metta.
Una Roma bella e fatua, con una romanità trash e  monumenti che creano l'effetto Piranesi, il maestro incisore del '700 che dedicò tutta la vita a ricreare col "bulino" la magnificenza della grande architettura romana di ogni periodo storico, con una precisione  quasi maniacale e certosina. Ma ciò che sta accanto a ciascun monumento è il Nulla. Campi e terra incolta, pozzanghere accanto a Palazzi patrizi, erbacce e sterpaglie accanto a pietre antiche appena attraversate da un cane.
Eppure la Bellezza della città un po' santa e un po' meretrice, crea una sindrome di Stendhal fino ad uccidere, come si vede nella scena iniziale del giapponese stramazzato a terra, dopo averla fotografata: vedi Roma e poi muori.  Come Piranesi, anche Sorrentino ci mostra un mondo di rovine, di tetti, di colonnati di templi, di cupoloni, in mezzo ai quali però si agitano esseri umani, non più nel silenzio dell'artista veneto, ma nel chiasso della movida romana, dei gruppi di turisti in stile "Playtime" di J. Tati, di pseudoartisti che si sentono eternamente in scena anche quando non lo sono, di gente cinica e bara che mente per professione, mente per convenienza, ma mente soprattutto a sé stessa. Di scenografie da funerali preparate con la cura di un melodramma, di pranzi e cene, di buffet su terrazze spalancate sulla "Bellezza" della città eterna.
 Si è parlato molto di Fellini e il riferimento al maestro ispiratore l'ha fatta Sorrentino stesso durante il gala di premiazione all'Oscar. Ma il Fellini ripreso da Sorrentino,  diventa un "Fellini Hag" decaffeinato dall' onirismo, che poi è la vera cifra felliniana. Inoltre il gran maestro di Rimini, non faceva mai abuso di carrellate a vuoto sulle beltà, e pur rinunciando alla trama vera e propria, sapeva trovare l'immagine-chiave, la folgorazione "irripetibile" in grado di attraversare il tempo. Un esempio per tutte, la scena della fontana con la dea vichinga Ekberg insieme all'ammaliato  Marcello in La dolce vita.
O l'ultima scena con la virginale immagine di Valeria Ciangottini  sulla spiaggia che sembra spalancare la prospettiva di una nuova vita a un Marcello sempre più disilluso. Per trovare l'immagine davvero Bella, bisogna non eccedere in  immagini estetizzanti come fossero un catalogo, ma al contrario, economizzare.

Intendiamoci, il film di Sorrentino,  tutto sommato non è spiacevole e ha anche delle trovate sceniche riuscite (la  sagace redattrice nana di nome Dadina che sembra contrapporsi al modello americano della patinata Meryl Streep di "Il diavolo veste Prada"; gli artisti veri che si mescolano ai finti e che a differenza dei finti mostrano sobrietà e voglia di dileguarsi; gli interpreti tutti bravi, in primis Toni Servillo  che è una maschera di straordinaria teatralità). Ma non è nemmeno quel capolavoro mozzafiato che i media ci strombazzano in questi giorni.  Certo l'Oscar a un film italiano inorgoglisce, anche quando  si sa da sempre che questo premio, è un compromesso tra lobby, majors cinematografiche, occasioni di marketing prossime venture, nuovi mercati ecc. Ricevere l'imprimatur di un Academy Award, è importante per la carriera di un regista, ma non di per sé garanzia, (nemmeno per i prodotti cinematografici made in Usa) d' eccezionalità di un film. Sono comunque contenta per l'Italia, nonostante ci sia  un ma...

E' di questi giorni la notizia che l'Aspen Institute ha fatto un convegno dal titolo provocatorio "Italia Museo o occasione per investire? ". L'immagine che Sorrentino ha propagato col suo film è quello dell'Italia un po' museo, un po' Disneyland nel quale si balla freneticamente al ritmo di "A far l'amore comincia tu" di Raffaella Carrà sul Titanic  malfermo della crisi. Ovviamente quando a breve schiatterà  (il comune di Roma sta per andare in fallimento, tant'è  vero che hanno dovuto fare un decreto "salva Roma"  pro sindaco Marino),  gli ambienti d'Oltreatlantico, diranno che ben gli sta all'Italia che vive nel lusso e nello spreco, "al di sopra delle sue possibilità". Così ci terranno definitivamente ostaggi dello spread e dei cosiddetti "mercati finanziari".
Ma il punto è che  la faccia vera dell'Italia non si limita a  questo, caro Sorrentino. L'Italia di questi tempi è quella dei poveracci stremati da una crisi atroce che li ha costretti ai numerosi suicidi, a case pignorate, a fabbriche dismesse e in via di dismissione, a negozi che chiudono.  Nemmeno la stessa Roma fa eccezione a questa triste regola, visto che  la maggioranza dei romani non vive nel lusso né in mezzo alla nobiltà  papalina dei Colonna,  degli Orsini o dei Borghese.
Tanto per essere sospettosi, l'indugiare della videocamera sulle bellezze, potrebbe dar luogo ad una beauty list  già pronta per l'uso a beneficio  degli "investitori stranieri", in modo tale che "Vendesi Fontana di Trevi" alla fin fine non rimanga solo una gag di Totò. 
Intanto però gli stereotipi contro di noi si allargano. C'era una volta lo stereotipo "Italia, spaghetti, pizza, mandolino e mafia". Ora dopo l'era Sorrentino a cui la Fiat ha subito affidato uno spot pubblicitario sulla nuova Cinquecento chiamandola "la piccola grande bellezza" (la grande Marchetta, ironizzano i siti satirici), avremo altri stereotipi aggiornati per l'uso: Bellezza, long drinks, ozio, e feste orgiastiche Cafonal, alla faccia della crisi che ci attanaglia, vista  quasi come un castigo meritato ex aequo con Grecia a Spagna. Sodoma  delenda est. E' un copione già scritto che viaggia per il mondo.
Curioso che quando eravamo in fase di ricostruzione e  di sviluppo economico, i registi del cinema neorealista facessero film particolarmente mesti sulle condizioni miserabili di vita degli ultimi (Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, ecc. ), tanto che l'allora ministro dello spettacolo Andreotti sconsigliò  cineasti e produttori dal continuare a deprimere il morale delle gente con film da lui giudicati "disfattisti".  Mentre oggi invece che viviamo una crisi più feroce del '29, ci sia chi ha voglia di darci il narcotico dell'effimero e dell'evasione, come se intorno nulla fosse davvero accaduto. Vale la pena di soffermarsi su questo strano fenomeno e sui diversi ruoli della cosiddetta "opposizione" di allora come di oggi. Allora c'era il PCI che influenzava prepotentemente gli intellettuali dell'era "neorealista" con Cinecittà, in pratica una sua roccaforte. Ma l'opposizione di una volta è oggi  al potere, pertanto non ha più  interesse a "svegliare" la gente attraverso uno strumento efficace e di grande impatto  propagandistico nel mondo qual è il cinema.
 Per ciò che mi riguarda, resto in attesa di un John Ford italiano che ci racconti il suo legittimo "Furore" per questa sfida brutale da cui non sappiamo nemmeno  quando e come ne usciremo vivi. Mai come oggi è necessario che  il Bello sappia coniugarsi al Vero.
Bellezza e Verità non sono pertanto due concetti antitetici.

Hesperia

martedì 18 febbraio 2014

C'era una volta un Principe e una Principessa




Prima di commentare questo articolo del Corriere, lo pubblico testualmente. Giudicate un po' voi a cosa siamo ridotti, alla modifica e alla revisione  e perfino all'estinzione della letteratura per l'infanzia. Alla fine di Perrault,  dei fratelli Grimm, di Afanasjev, della grande fiaba di magia, siamo ridotti a dover rinunciare alla  fiaba popolare e di folclore su cui fece ampia ricerca anche il nostro Italo Calvino nella sua famosa raccolta di fiabe popolari italiane. Alla  derisione della grande fiaba romantica  d'autore di Hans Cristian Andersen. In nome di cosa? Della paura che i bambini possano essere avviati a diventare normalmente eterosessuali e ad agire e comportarsi secondo natura una volta diventati adulti.



Tre opuscoli pubblicati dal dipartimento per le Pari opportunità e destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori sconsigliano di leggere le fiabe ai bambini: tendono a promuovere un solo modello, quello della famiglia tradizionale, e impediscono identificazioni diverse. La collana ha lo scopo di combattere il bullismo e la discriminazione, e al suo interno si trovano anche capitoli contro l’omofobia.

Per secoli le fiabe hanno fatto il loro onorato servizio per divertire, appassionare, distrarre, a volte anche consolare i bambini: ma ora è finita, Grimm e Andersen se ne devono andare in pensione, come anche le molto amate riscritture cinematografiche delle loro belle fiabe, firmate Walt Disney. Al bando Biancaneve, la Bella addormentata, il Principe rospo e tutte quelle storie che parlano di principi azzurri e principesse in cerca di un eroe che ammazzi il drago, colpevoli di indurre le bambine a cercare poi - invano - per tutta la vita un uomo che assomigli a quel perfetto prototipo e i bambini a convincersi di dover usare spada e coltello per far colpo sulle fidanzate.

Fin qui, nulla da dire sul contenuto dei tre volumetti ideati dal Dipartimento delle Pari opportunità e destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori. Peccato per la rottamazione delle fiabe, che hanno incantato tante generazioni, piccole catarsi - secondo gli studiosi - per le grandi paure dei bambini; tuttavia, se l'eliminazione dalle favole di principi e principesse può servire a far crescere ragazzi e ragazze senza vani sogni capaci di rovinare loro la vita, ben venga la ghigliottina letteraria su questi personaggi nocivi, certamente nutriti a zuccherose brioche invece che a umile pane nero.
Scorrendo i consigli delle Pari opportunità, accanto a indicazioni intelligenti e benvenute per combattere il bullismo e insegnare il massimo rispetto per chi in qualche modo è diverso, si scopre però che principi e principesse hanno ben più gravi responsabilità di quella di istillare sogni balordi: insegnano, cioè, che per formare una famiglia, gli uomini si sposano con le donne e mai viene loro in mente di accennare alla possibilità che un uomo sposi un uomo oppure una donna un'altra donna. Queste ammuffite storie d'altri tempi raccontano, infatti, sempre e soltanto di cavalieri che dopo la partita di caccia tornano a casa dalla dolce sposina che culla il bambino cantando una ninna nanna.
Per le Pari opportunità è, dunque, davvero ora di finirla con la bigotta famiglia tradizionale. Aria nuova ci vuole, specialmente per i bambini. Avanti allora con esempi più moderni, di coppie omosessuali, con genitori uno e due. E basta anche con giochi e passatempi tradizionalmente maschili o femminili: bisogna decidersi a mescolare le carte insegnando il calcio alle bambine e lasciando le bambole in mano ai loro amichetti. Le macchinine meglio regalarle alle femminucce e i servizietti da cucina, invece, ai maschi (il che, al tempo di Masterchef e della recente mania per il food avrebbe anche un senso).
Ironia a parte, le raccomandazioni per gli insegnanti hanno l'aria di essere una corsa in avanti un po' troppo precipitosa. Con uno scopo che sembra, chissà, abbastanza preciso: preparare, cioè, il terreno (tra bambini e ragazzi e, quindi, nelle famiglie) al matrimonio omosessuale. Il che può essere una scelta, da farsi, però, piuttosto, per così dire, a viso aperto, non nel modo un po' strisciante, all'insegna della correttezza politica per bimbi, cui fanno pensare le istruzioni dei tre libretti.

Corriere della Sera 15 febbraio 2014


Il Commento

Il progetto di queste élites è a dir poco immondo perché vorrebbero esercitare violenza non solo con la loro contro-pedagogia e diseducazione servendosi della scuola e delle pubbliche istituzioni prese in ostaggio da circolari "europee", ma pretendono cancellare le radici storiche dei racconti di magia (fairy tales), dei racconti della tradizione popolare (folk tales), così radicati nell'immaginario collettivo dei popoli fin dagli albori della civiltà. Di quella tradizione orale popolare che poi si va facendo via via scrittura.
La letteratura per l'infanzia, contrariamente a quel che si crede, è destinata agli esseri umani tout court a partire  dalla loro nascita  accompagnandoli  nel corso della vita. Pertanto,  non è  necessariamente ed esclusivamente  destinata ai bambini, anche se  poi questi ne sono i principali lettori e ascoltatori.   Madri e padri trasmettono miti, fiabe, favole di animali, racconti ai loro figli creando quell' empatia e  quell'affettività, necessari all'apprendimento e alla formazione psicologica  e culturale dei più piccoli, preparandone il terreno come farebbe  ogni buon agricoltore . Bene lo ha descritto Bruno Bettelheim nel suo saggio "Il mondo incantato" di  cui riporto questo brano:

Per imparare a destreggiarsi nella vita e superare quelle che per lui sono realtà sconcertanti, il bambino ha bisogno di conoscere se stesso e il complesso mondo in cui vive. Gli occorrono un'educazione morale e idee sul modo di dare ordine e coerenza alla dimensione interiore. Cosa può giovargli più che una fiaba, che ne cattura l'attenzione, lo diverte, suscita il suo interesse e stimola la sua attenzione? Sia essa Cappuccetto rosso, Cenerentola o Barbablù, la fiaba popolare, anche se anacronistica, trasmette messaggi sempre attuali e conserva un significato profondo per conscio, subconscio e inconscio. Si adegua perfettamente alla mentalità infantile, al suo tumultuoso contenuto di aspirazioni, angosce, frustrazioni, e parla lo stesso linguaggio non realistico dei bambini. Tratta di problemi umani universali, offrendo esempi di soluzione alle difficoltà. E' atemporale e i personaggi dei suoi scenari fantastici sono figure archetipiche che incarnano le contraddittorie tendenze del bambino e i diversi aspetti del mondo. Le situazioni fiabesche, rispettando la visione magica infantile delle cose, esorcizzando incubi inconsci, placando inquietudini, aiutando a superare insicurezze e crisi esistenziali, insegnando ad accettare le responsabilità e ad affrontare la vita. 

 
Le più celebri fiabe di Perrault sono universalmente note e parte indelebile della nostra cultura e del patrimonio tradizionale e popolare; i riferimenti a esse in altre opere d'arte e in altri contesti sono semplicemente incalcolabili, così come sono numerosissime le trasposizioni in opere liriche, teatrali, cinematografiche, musicali,  cartoni animati e così via. Si possono ricordare in particolare oltre alla nota Cenerentola, Pollicino, La Bella Addormentata, Il gatto con gli stivali, e la stupenda Pelle d'Asino con i suoi tre  indimenticabili abiti di sole, di luna e di stelle. 
Con un'ambientazione  più oscura e tenebrosa, fatta di fitte foreste popolate da streghe, goblin, troll e lupi in cui accadono anche  cruenti fatti di sangue, così come voleva la tradizione popolare tipica tedesca, sono invece le fiabe dei Fratelli Grimm. Una delle motivazioni che spinsero i Grimm a trascrivere le fiabe, retaggio culturale comune dei popoli di lingua tedesca, fu il desiderio di favorire la nascita di un' identità germanica.

E comunque Biancaneve, I 4 musicanti di Brema, Il Pifferaio di Hamelin, il Principe Ranocchio, Raperonzolo (Rapunzel), Hansel e Gretel e la loro indimenticabile casetta di marzapane col tetto in cioccolato, restano impresse per sempre nell'immaginario popolare trascendendo i confini germanici per diventare patrimonio di tutti.  All'inizio del XIX secolo la Germania era frammentata in centinaia di principati e piccole nazioni, unificate solo dalla lingua tedesca.  
I signori di Bruxelles che stanno imponendo certi scempi pedagogici dovrebbero sapere che fiabe popolari e racconti di magia servono  a costruire la lingua. L'articolo riportato dal Corriere mostra pertanto ignoranza sesquipedale in materia di fiabe.
E che dire del "favoloso" Andersen e della sua Sirenetta che è diventata il simbolo della Danimarca stessa? "I vestiti nuovi dell'Imperatore" è una fiaba allegorica e morale ("Il re è nudo" visto con gli occhi della verità che solo  un bambino può avere,  mentre i  ciambellani e i cortigiani si ostinavano ad adularne gli abiti), Scarpette rosse" (fiaba certamente un po' crudele) coniuga il macabro col sublime  e ne fecero un film indimenticabile a firma Powell e Pressburger, "L'usignolo" (fiaba tanto amata da Oscar Wilde) è una reprimenda contro il meccanicismo e il progresso che uccide la vera poesia e  la vera musica.
 
Il fascino delle Scarpette Rosse
La Regina delle Nevi fiaba alla quale dedicai già un apposito post,  ci lascia impresse nelle memoria, atmosfere rarefatte di sortilegio, di meraviglia, con tanta voglia di scoprire paesaggi incantevoli come la Norvegia, la Lapponia, la Finlandia. Tutti ricorderanno l'incontro fatto di fascinazione tra il piccolo Kay e la Regina delle Nevi, bella e altera sulla sua slitta, avvolta nella suo candido manto di pelliccia e manicotto, coi suoi occhi azzurini come il riflesso della neve sotto le luci del Nord. Una sorta di Bella Dama delle pianure innevate (già presente anche nella grande tradizione popolare russa), il cui bacio glaciale è fatale al piccolo che viene rapito e separato dai suoi affetti familiari. Bellezza, fascino e algore, non si oppongono tra loro e rappresentano stilemi letterari resi già abilmente fruibili ad un pubblico giovanissimo.
La principessa Vassilissa di Afanasjev

C'era una volta un Re e una Regina, c'era una volta un Principe e una Principessa... In un castello vivevano... Cammina, cammina...  strada facendo, e vissero felici e contenti, sono tutte le formule magiche che servono a spalancare al bambino quel mondo incantato di cui ha bisogno per diventare a sua volta creativo.   Il mondo della fiaba e della favola dev'essere un mondo sospeso e atemporale... Inutile volerlo attualizzare alla luce di  surrettizie problematiche "di genere" e di "ruoli sessuali", che non interessano minimamente al bambino. Pertanto, non permettiamone la sua distruzione prima ancora che si affacci alla vita e impari a scoprirla.

Hesperia








martedì 4 febbraio 2014

CC, che carriera!






Claudia Cardinale è stata per anni il volto-simbolo del buon cinema italiano. Ripercorrere la sua strabiliante carriera è pertanto, ripercorrere la storia del nostro cinema quando era vero cinema, apprezzato e guardato con rispetto e interesse nel mondo intero. Ma anche la nostra storia e i nostri costumi. Oggi è un'anziana signora, con tanto di nipoti, che ha avuto la fortuna di girare film bellissimi con grandi registi e che può ritagliarsi ruoli teatrali di prestigio in Francia dove risiede stabilmente. Ma anche ricordare con piacere la grande mole di lavoro fatto, ricevendo numerosi premi alla carriera, mostre retrospettive, tributi ecc.  Più della Loren e della Lollo, la quali, è vero che hanno pure loro, spiccato il volo per l'estero, ma sono pur sempre rimaste prigioniere di cliché e di ruoli un po' caserecci. Claudia è attrice ad un tempo nazionale ed internazionale, grazie al fatto di essere nata bilingue. Nasce a Tunisi nel 1938 da genitori di origine italiana (siciliani per l'esattezza), ma parla il dialetto siciliano, l'arabo e naturalmente il francese, lingua di studio e di cultura in uso nelle scuole tunisine. Non padroneggia invece molto bene l'Italiano che migliorerà man mano che procede la sua carriera in Italia. I suoi genitori, Yolanda e Francesco, erano nati in Tunisia, figli di emigranti siciliani: i nonni paterni erano commercianti di Gela, trasferitisi là, quando era ancora un protettorato francese; i nonni materni, avevano una piccola impresa di costruzione marittima a Trapani ma poi si stabilirono a La Goletta, dove esisteva una numerosa comunità italiana. A La Goletta Claudia (il cui vero nome è Claude) insieme alla sorella Blanche trascorre meravigliose vacanze al mare dai nonni, mentre il padre costruisce per le ragazzine una barca in legno. Pur essendo entrambi i  suoi genitori educati in scuole francesi, il radicamento nella terra d'origine era tale che il padre, ingegnere delle ferrovie, scelse di mantenere la nazionalità italiana invece di prendere quella francese, cosa che la Cardinale ha rifatto in omaggio a lui: residente a Parigi, potendo scegliere mantiene la nazionalità italiana.
La sua carriera prende l'avvio con piccole frequenti parti, in ottimi film d'autore e fu questa la strategia del produttore Franco Cristaldi che poi diventerà suo compagno di vita e darà il suo cognome al bambino che lei ebbe, quale frutto di una tormentata violenza sessuale. La Cardinale decise stoicamente di tenere il bambino e di crescerlo con amore,  ma il contratto con la Lux Vides (la più grande casa di produzione cinematografica con a capo Cristaldi) la obbligherà a non rivelare la maternità,  ad andare a partorire in segretezza a Londra, e di far passare il proprio figlio per fratello minore: una grande sofferenza per lei, come confesserà molti anni dopo in una famosa intervista rilasciata a Enzo Biagi .


La sua carriera inizia per caso con un concorso la più bella italiana a Tunisi nel 1957 che le dà l'opportunità




da Il bell'Antonio (Bolognini)


di compiere un viaggio a Venezia. Qui viene assediata di paparazzi dai quali cerca di difendersi con la sorella Blanche.
 Il suo primo film è  "I soliti ignoti" di Monicelli, nel piccolo ruolo di Carmelina, la sorella di un Tiberio Murgia, fratello possessivo che non vuole farla fidanzare con Renato Salvatori.
 Il suo carattere introverso e ritroso la porterà, per paradosso, a dover subire l'insistenza di registi che intendono scritturarla per i loro film,  proprio quando lei non vuole credere alla possibilità di diventare attrice. E' il caso di Mauro Bolognini che la scrittura per "Il Bell'Antonio" ottimo film tratto dall'omonimo romanzo di Vitaliano Brancati e storia "siciliana" di un uomo bello, gentile ed elegante, e assai ambito dalle ragazze, ma in realtà, con problemi di virilità. Con Bolognini, autore a lei carissimo, gira del resto un bellissimo film
da Senilità (Bolognini)
insieme a Belmondo "La viaccia" , intriso di preziosismo crepuscolare, oltre a "Senilità"  tratto dall'omonimo romanzo di Svevo, nel ruolo di Angiolina, femme fatale che condurrà alla rovina il protagonista. Più tardi sempre per Bolognini, un film rimasto poco valutato come "Libera, amore mio" nel ruolo della figlia di un famoso anarchico.
Anche Valerio Zurlini, di cui mi sono già occupata in specifico pezzo,  la vuole protagonista in "La ragazza con la valigia", nel ruolo di  Aida, una ragazza madre di provincia, costretta a nascondere la maternità, una  parte perfetta per lei, dalla quale - come dichiarerà - farà poi fatica a staccarsi giacché fin troppo speculare alla sua dolorosa esperienza. Di questo si accorge il sensibile Zurlini che la seguirà con affetto sul set.
La ragazza con la valigia (Zurlini)

Con Visconti esordisce in un ruolo marginale di Ginetta in "Rocco e i suoi fratelli", ma poi lui la valorizza quale indimenticabile protagonista in Il gattopardo nel ruolo di Angelica, la bella promessa sposa al nipote del principe di Salina, Tancredi (Alain Delon). Nel film la Cardinale ricopre due parti: quello della citata Angelica e quello più "selvaggio"  e ritroso della madre, donna bellissima ma tenuta sotto chiave dal marito che la conduce personalmente a Messa al mattino presto, velandola di nero, poiché geloso della sua bellezza. Due parti distinte della sua personalità: quella solare e quella lunare, come Visconti ha voluto acutamente mettere in evidenza. Il Gattopardo conquista trionfalmente la Palma d'oro a Cannes. La Cardinale presenzia brevemente sulla Croisette, giusto il tempo sufficiente per la storica fotografia sulla spiaggia in compagnia dei "tre gattopardi", Luchino Visconti, Burt Lancaster, Alain Delon e un ghepardo vero tenuto al guinzaglio sulla spiaggia.  Di recente nel 2011 lei e Delon hanno presenziato a Cannes per una versione restaurata e rimasterizzata de Il Gattopardo, felicemente acclamati dal pubblico, ma anche con una punta di malinconia da parte di entrambi,  nel constatare che  tutti i loro compagni di lavoro erano morti e che loro due (legati da lunga e fraterna amicizia dai tempi di "Rocco e i suoi fratelli") erano gli unici superstiti rimasti in scena.
Alain Delon e Claudia Cardinale a Cannes per la versione rimasterizzata de Il Gattopardo
 
 Ancora una parte di protagonista  in "Vaghe stelle dell'Orsa" accanto a Jean Sorel, in una storia scabrosa di incesto tra sorella e fratello che non ottenne molto successo di pubblico. Ma contemporaneamente a Visconti, la vuole anche Fellini, innamorato del suo volto dopo averla notata con Germi in "Un maledetto imbroglio".



Il primo film importante della sua carriera è infatti Un maledetto imbroglio (1959) di Pietro Germi, regista che per lei è una vera rivelazione. Fino a quel momento ha lavorato senza essere conquistata dal cinema, ma grazie alla sapiente direzione del burbero e laconico regista-attore (ci siamo già occupati di lui in questo post), con il quale nasce un'immediata affinità tra due caratteri simili, comincia ad imparare cosa sia il mestiere della recitazione e a sentirsi a proprio agio davanti alla macchina da presa.

Si tratta della sua prima vera prova di attrice, per la quale riceve una lusinghiera recensione da parte di Federico Fellini («una Cardinale che io mi ricorderò per un pezzo. Quegli occhi che guardano con gli angoli accanto al naso, quei capelli bruni lunghi e spettinati (...) quel viso di cerva, di gatta, e così passionalmente perduta nella tragedia»). Fu così che in 8 e mezzo, le affida il ruolo della Musa ispiratrice e per la prima volta non vuole farla doppiare ma le lascia la sua voce roca così singolare.
Inoltre fa esprimere al proprio alter ego Mastroianni una reverente dichiarazione d'amore all'attrice («Quanto sei bella, mi metti in soggezione, mi fai battere il cuore come un collegiale. Che rispetto vero, profondo, comunichi.») e la trasforma in una sorta di eterno femminino salvifico.
 Passare da Visconti a Fellini, per lei sarà quasi uno choc e, come dichiarò in alcune interviste, mentre con Luchino tutto era perfettamente pianificato nel dettaglio, con Federico si trovavano sul set senza sapere come muoversi perché tutto era creatività, genialità e improvvisazione da parte del maestro. Per Citto Maselli invece interpreta "I delfini" e  "Gli Indifferenti" tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia, il quale scrive  anche un libro  su di  lei.
da I delfini di Maselli



Comencini la ingaggia in "La ragazza di Bube" tratto dal romanzo di Cassola. Più tardi nella maturità la collaborazione con Comencini in "La storia" tratto dal famoso romanzo di Elsa Morante, trasmesso in puntate per la tv. Antonio Pietrangeli ne "il magnifico cornuto" accanto a Tognazzi, fu un'esperienza che lei non ricorda con piacere a causa della corte troppo insistente di Tognazzi. Ottimi ricordi invece per Marco Ferreri in L'Udienza accanto a uno stralunato Enzo Jannacci che si smarrisce nei sotterranei burocratici del Vaticano. Claudia ricorda il disincanto del regista che sempre sapeva sdrammatizzare le situazioni e ricordarle che dopotutto è solo finzione..

ll suo carattere umile, ma nel contempo ostinato, tenace e laborioso la porterà a non sentirsi mai "arrivata" e a buttarsi con costante impegno in ogni esperienza lavorativa: dai film di impegno a commedie leggere come la buffa commedia all'italiana di Luigi Zampa "Bello, onesto immigrato Australia sposerebbe compaesana illibata" con Alberto Sordi. In Australia per la presentazione del film, Claudia racconta che gli immigrati di origine italiana volevano toccare lei e Sordi, perché rappresentavano un pezzo d'Italia.  Anche una della serie di "La pantera rosa" di Blake Edwards accanto a David Niven, segue il filone comico-brillante.
Con la Francia ha sempre coltivato una doppia e parallela carriera all'Italia. Molti dei film girati Oltralpe, non arrivano nemmeno qui. Ma tutti la ricorderanno ne "Il clan dei marsigliesi", una gangster story alla francese che ebbe successo anche da noi, con accanto il ritrovato amico J.P. Belmondo con cui aveva già girato "La viaccia".
E pure accanto a Brigitte Bardot ne "Le due pistolere", una commedia ambientata nel west, dove lanciarono lo slogan CC contro BB e volarono tra le due finti sganassoni. In realtà, sono sempre state molto amiche e Claudia ammette di aver avuto il poster della Bardot appeso in camera in Tunisia quando ancora non pensava di certo a fare del cinema. Nel frattempo nel 1975 si incrina il sodalizio decennale con Cristaldi, il suo pigmalione-padrone. Come lei ammette nelle interviste, la Vides divenne padrona di ogni dettaglio della sua vita, in un contratto "all'americana". A posteriori, sostiene di non essersi mai sentita davvero la compagna di vita di Cristaldi, perché non si è trattato di un rapporto paritetico: è sempre stata in una posizione svantaggiata, subordinata rispetto al produttore, «Cenerentola gratificata dalla sua generosità», da un lato per il grande debito di riconoscenza nei suoi confronti per averla aiutata nel momento critico della gravidanza segreta.  Tant'è vero che non riuscirà mai a chiamarlo per nome, ma lo chiamerà "Cristaldi". 
Si innamora così del regista napoletano Pasquale Squitieri e vuole andare a vivere con lui. Cristaldi avrà una reazione inattesa facendo scattare rappresaglie meschine, boicottando sia la sua carriera che quella del suo nuovo compagno, arrivando a fare il vuoto a entrambi.  E quando Visconti programma quello che poi si rivelerà essere il suo ultimo film "L'innocente" tratto dal romanzo di D'Annunzio, la parte non sarà per Claudia, bensì per Laura Antonelli. Ma intanto la Cardinale si riprende quella vita vera che il contratto con la Vides non gli permetteva di vivere e compie un viaggio sentimentale da una costa all'altra degli Usa con Squitieri, dal quale poi avrà una figlia: Claudia jr. Fu finalmente per lei, una maternità vissuta in grande serenità.


Grandi problemi invece con "Fitzcarraldo" di  Werner Herzog girato nella calura della foresta amazzonica accanto al caratteriale e turbolento Klaus Kinski. "Benedico il cielo per aver ingaggiato Claudia Cardinale nel cast del film" ricorda Herzog "dato che era l'unica persona che stava nelle grazie di Kinski e riusciva a  farlo ragionare". Quel Kinski che faceva bizzarrie e pazzie assurde rifiutandosi di girare, trovò in lei un'amica di cui fidarsi, rientrare in sé   e  riprendere il lavoro. Partners di ottimo livello come John Wayne, Burt Lancaster, Jack Palance, Rock Hudson, la affiancano in numerosi film di produzione statunitense. In Usa gira anche un buon western dal titolo "I professionisti"  di Richard Brooks, col ritrovato Burt Lancaster.
 
C'era una volta il west


Ma il vero grande western che le conferisce piena popolarità internazionale è il nostro epico  spaghetti-western di Sergio Leone "C'era una volta il West" con la famosa colonna sonora di Ennio Morricone. Primo nome della Cardinale  su tutti i  cartelloni del mondo seguito dai nomi di veri colossi del cinema come Henry Fonda, Charles Bronson e Jason Robards. Il ruolo interpretato è quello di Jill Mc Bain, vedova volitiva che cerca di rifarsi una vita su un terreno dove sarebbe dovuta passare la ferrovia. Una grande soddisfazione professionale!
Ancora un ruolo di donna con la valigia che cerca di farsi uno spazio per sopravvivere in un clima di violenza, polvere e  sangue. Ancora il treno da cui scende  con un cappellino di paglia in testa. Ma soprattutto  ancora lei, più matura e consapevole, che sorride, fiduciosa, alla vita, con quella sua strana dose di ingenuità che in fondo non ha mai perso. Un ruolo singolare di matriarca che si fa largo in un genere cinematografico quasi esclusivamente maschile.  Ed è con questo trailer dalla splendida musica  di Ennio Morricone che voglio chiudere. 



C'era una volta il cinema,  i suoi artefici e i suoi protagonisti, prima che serialità, banalità, volgarità, violenza gratuita, cattivo gusto, rutilanti effetti speciali fine a se stessi,  lo sciupassero.

Hesperia

lunedì 20 gennaio 2014

Il ciclo arturiano e la nascita di una nazione



Il ciclo brettone e arturiano è comune a due storie della letteratura: a quella francese e a  quella inglese. In Francia Chrétien de Troyes, autore medievale della letteratura cortese,  in Gran Bretagna Geoffrey di Monmouth, Robert Wace and Layamon che chiamavano la spada Caliburn; una spada magica venuta da Avalon, secondo la tradizione celtica. E più tardi, sir Thomas Mallory (cognome che proviene dal francese malheureux), del quale si hanno poche certe notizie biografiche.
La parola Excalibur, nome della prodigiosa spada che rendeva invincibili a chi era degno di portarla, ha origini molto controverse, la cui nascita si può far risalire a due ceppi linguistici ben differenti: quello latino-indoeuropeo e quello sassone. Dal latino abbiamo diversi significati, ma quello più plausibile deriva da un'antica popolazione di fabbri chiamati "Calibs", Excalibur si può quindi scindere in due parole ex (con ablativo): dai e Calibs: Calibi, quindi tradotto letteralmente il significato diventerebbe "forgiata dai Calibi". Altre sfumature latine riportano alla capacità della spada e al suo aspetto come, per esempio, ex "calibro" che tradotto significa in perfetto equilibrio. Dal ramo celtico il significato cambia completamente, infatti, l'odierno nome deriverebbe da Caliburn, arcaico nome della leggendaria spada, che in antichità significava "acciaio lucente" o "acciaio indistruttibile". Qui, sul sito Camelot, varie notizie sul mito e sulle sue estensioni celtiche, latine ecc.

 
Comunque siano andate le cose l'immagine del re fanciullo che con mani pure estrae la spada dalla dura roccia (simile in  questo, al mito cristiano del Bambino Salvatore) laddove altri valenti cavalieri avevano fallito,  e che pone fine con questo gesto, a guerre intestine, a caos e a carestie,  è rivendicato da due grandi nazioni d'Europa: l'una continentale e più vicina a noi (la Francia) e l'altra circondata dal mare (la Gran Bretagna). Come cristiani erano i cavalieri del Santo Graal, (dal latino medievale  gradalis, calice) la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. Lo sviluppo della saga del Graal è stato tracciato in dettaglio dagli storici culturali:sarebbe una leggenda orale gotica, derivata forse da alcuni racconti folcloristici precristiani e trascritta in forma di romanzo tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII secolo. Gli antichi racconti sul Graal sarebbero stati incentrati sulla figura di Perceval e si sarebbero poi intrecciati con il ciclo arturiano.
Se vogliamo dirla tutta, nascono anche leggende che rivendicano la "latinità" di   king Arthur o Artù, Arturo  in Artorius. Per non dire della Germania e della germanizzazione del nome Perceval  (o Percival) che si fa Parsifal, ripresa  poi dal musicista Wagner. Andare a ritroso e ricercare le radici etniche e antropologiche di questo racconto di magia a cavallo tra la tradizione celtico-pagana e quella cristiana è lavoro  paziente di etnografi e mitografi, impossibile da riportare in questo post.
La saga arturiana e la "cerca" (la quête) del Santo Graal, hanno popolato la fantasia di poeti, di pittori (i preraffaelliti inglesi tra i quali Rossetti e Burne-Jones), di disegnatori (Aubrey Beardlsey nell'immagine in alto), di musicisti (il citato Wagner e le sue saghe), di fumetti d'autore,  di registi cinematografici che non cessano di riproporci anche ai nostri giorni la leggenda del re ragazzo e dei suoi  leali cavalieri della Tavola Rotonda (ma uno di loro tradirà, come per l'ultima cena del Cristo); con  Merlino l'Incantatore e precettore di Artù, con Morgana sua sorellastra  specialista in malefici. Degli amori di Lancillotto e Ginevra, della Fratellanza d'arme e dell'amicizia. Poi il reame di Camelot per anni governato con saggezza e capace di dare prosperità ai suoi sudditi,  sprofonderà nuovamente nel caos e nella carestia.
 
Tra le numerose pellicole cinematografiche sul tema, indimenticabile è per me  quella del visionario John Boorman dal titolo "Excalibur", con le sue spade lucenti, con le sue armature ancor più scintillanti, con gli elmi finemente cesellati, con quei verdi paesaggi che più verdi non si può. Con quegli specchi d'acqua di magica limpidezza, dove la meravigliosa fata bionda (la Dama del Lago) restituisce lucenti spade agli eroi. Con attori bravissimi presi dal teatro inglese, i quali recitano in uno stile aulico e ispirato. Con la colonna sonora di Wagner (Morte di Sigfrido, Parsifal) e  con pezzi riportati alla ribalta come i Carmina burana di Orff (Fortuna Imperatrix Mundi) e improvvisazioni celtiche a cura di Trevor Jones.  Il film in oggetto, ricorre al linguaggio della poesia ed evita qualsiasi pretesa di verosimiglianza o improbabili corrispondenze storiche. Ciò che conta è la forza evocativa di una leggenda immortale.
Coerentemente con questa impostazione, Boorman si guardò bene dal tentare di storicizzare l'ambiente o di modernizzare i caratteri, perché nulla di tutto ciò avrebbe mai potuto conciliare con vicende che parlano di misteri, incantesimi, manufatti magici, sacre cerche e codici cavallereschi spinti all'estremo.

Il sogno di Lancillotto di Edward Burne-Jones
 
La saga di re Artù mantiene il suo fascino  intatto anche perché, pur attraverso la finzione, riesce a parlarci di un mondo lontano, che non esiste più, nel quale il politeismo e la superstizione spesso condizionavano la vita quotidiana, così come fece in seguito la fede nel Cristianesimo.
La prima parte del film è  un racconto scorrevole e tradizionale, almeno fino alla scoperta del tradimento di Ginevra. La seconda, narra invece della decadenza del regno e della ricerca del Graal. Qui Boorman si distacca dagli stereotipi del cinema di genere e calca la mano su toni visionari. Affronta temi complessi, come il rapporto tra le responsabilità del governare e le aspirazioni individuali, il prezzo della conoscenza e l'uso ragionevole del sapere.
L'inesorabile declino del sire Artù e della sua terra sono descritti con immagini drammatiche, mai banali. Si esamina la sacralità del ruolo del sovrano, una funzione che dona grande potere ma esige obblighi gravosi.
L'avventura si fa esperienza mistica: prima che vagare in cerca di nemici e prodigiosi tesori, è un viaggio dell'uomo nella sua interiorità. Per questo occorre calarsi nello sguardo estatico dei Cavalieri (in particolare Parsifal) e dimenticare quanto di solito viene esibito in  pellicole d'avventura. Visioni sovrannaturali e battaglie si alternano, fino al finale, solenne e malinconico, crepuscolare come e più di quanto non voglia la tradizione.


Anche la spada Excalibur, che sorge dall'acqua sorretta dalla mano della Dama del Lago e nel lago stesso torna al tramontare dell'età degli Eroi, non è solo un'arma straordinaria ma il simbolo dell'unione tra l'umano e il sovrannaturale, tra la Forza fisica e la Fede spirituale. Del resto richiama la croce. I miti fanno parte   dell'eterno ritorno, in quanto non finiscono mai di suggerirci qualcosa nel corso delle epoche. In un periodo buio e  apocalittico come quello che stiamo vivendo, è  fin troppo facile augurarsi nel  profondo  del nostro cuore che un cavaliere senza macchia e senza paura, possa compiere il miracolo di toglierci dalle ambasce che tutti noi stiamo vivendo, compiendo gesta mirabolanti e prodigiose. Quello del re, dei suoi cavalieri, della Fratellanza d'armi, è legato ad un periodo in cui il potere era fortemente sacralizzato, ma anche meritevole di essere tale. Se il monarca si macchiava di indegnità come re Uther (il padre di Artù), che ricorre ad un inganno per espugnare il castello del Duca di Cornovaglia e possederne la di lui moglie Igrayne, ecco che immediatamente decadeva dalla possibilità di preservarlo e veniva a sua volta sopraffatto dai nemici. Artù, viene sottratto a  Uther dal mago Merlino per i servigi che gli rese; fu allevato nella foresta (il mito del bosco come purificazione e costruzione della tempra) come semplice scudiero,  fino a quel momento ignaro della propria discendenza reale. Fino al giorno della famosa sfida ad estrarre la spada dalla roccia con altri nobili cavalieri.
Riconosciuto come legittimo sovrano e guidato dai consigli del saggio quanto scaltro Merlino, Artù riesce nell'impresa di unificare la Britannia (antico nome e luogo ideale che somma sia la Bretagna che la Gran Bretagna); fa di Camelot la capitale del proprio regno, sposa Ginevra e riunisce attorno a sé i più coraggiosi e impavidi  cavalieri, tra cui Lancillotto.

Il reame prospera fino al giorno in cui Ginevra viene accusata di infedeltà.  Le sequenze da me scelte sono quattro: la citata impresa della spada nella roccia dove  il padre putativo, riconosce in Artù "la reale trascendenza" insieme al fratellastro Kay  e si inginocchia umilmente.
 
L'investitura di Artù che batte Uryens uno dei nobili cavalieri durante l'assalto al Castello del padre di Ginevra. Ma  egli è ancora scudiero, e perciò non viene riconosciuto come vero vincitore. Allora il cavaliere Uryens, su richiesta di Artù, lo  battezza, nel nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio, e gli dà diritto di portare arme e amministrare giustizia.  Una scena di grande solennità.
 
 
La scena  (in Italiano) di Parsifal che sebbene addolorato dai lutti che lo circondano, non abbandona la "cerca", trova il Graal e lo riporta al suo re.  I fratelli d'arme si ricostituiscono per la riconquista di Camelot usurpata Morgana e suo figlio Mordred. Una splendida sequenza in cui  i cavalieri vanno al galoppo nella prateria con i meli in fiore,  accompagnati dalla musica di  Carl Orff. La speranza ritorna:


Infine Parsifal riceve il testimone da un re Artù agonizzante dopo l'ultima sanguinosa battaglia, il quale gli intima di prendere la spada Excalibur gettarla in uno specchio d'acqua calma. Un nuovo re, che ne sarà degno la troverà. Quindi la morte di Artù prelevato dalle fate, adagiato su una nave veleggiante che ne trasporta le spoglie nell'isola di Avalon, con Parsifal, il più giovane dei cavalieri che gli  porge l'estremo saluto dalla riva del lago. Non so voi, ma a me questa scena non smette di commuovermi. Ci sono veri re che furono degli eroi, e ci sono monarchi usurpatori come quello che abbiamo la sventura di avere nell'attuale Presidente.

 

...e la spada risorgerà ancora (...and the sword will rise again).

Hesperia
 


Recensione integrale sul film di Boorman: http://www.terrediconfine.eu/excalibur.html