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martedì 3 dicembre 2013

Dal pasticciaccio di Gadda all'imbroglio di Germi

Mi è capitato di avere in dono il DVD del film  "Un maledetto imbroglio" di Pietro Germi, primo importante esempio di poliziesco italiano. Mediaset per il tramite di  Fedele Confalonieri, che è persona assai colta, ha avuto la funzione meritoria di provvedere al restauro dei nostri capolavori cinematografici dal dopoguerra a oggi in DVD nella collana cinema forever. Avevo in mente di fare un post su Germi cineasta sui generis in quanto anche interprete e attore dei film che dirige, ma la visione di "Un maledetto imbroglio" mi ha suggerito lo spunto per un altro tema: non poter venire mai a capo di una scomoda verità. Sì, insomma, l'intrigo investigativo che non si dipana e che non fa piena luce sui delitti. Vorrei partire innanzitutto dal capolavoro di Gadda "Quer pasticciaccio brutto della via Merulana": impensabile tradurlo nello schermo, in quanto l'autore persegue nella sua intricata narrazione, dei fini linguistici. Poi dirò, nello specifico,  delle utili modifiche apportate da Germi, al soggetto gaddiano.
 

La prima parte del romanzo è incentrata sulla scoperta dei delitti e sulle indagini tra gli esponenti della borghesia romana, mentre la seconda sulle indagini all'interno del proletariato della periferia della città.

Il romanzo è privo di un vero e proprio protagonista, o di un punto di vista che rifletta quello dell'autore, se non a tratti il personaggio di Ingravallo, che cerca di porre ordine in una situazione caotica.

La mescolanza tra le situazioni, i personaggi, e il loro linguaggio, dà luogo a un plurilinguismo e a un intreccio tra spaccato popolare e borghese.
Rappresenta probabilmente, con La cognizione del dolore, la migliore opera dello scrittore; nel romanzo, infatti, il virtuosismo linguistico e sintattico, il "barocchismo" e l'uso di più livelli di scrittura (dal dialetto popolare alla descrizione con echi manzoniani, dai termini arcaici fino alla pura invenzione di vocaboli) rappresentano la complessità della realtà ed insieme la sua essenza fatta di "percezioni": l'affascinante "buccia delle cose". Detto "pasticciaccio", secondo l'occhio disilluso di Gadda, riflette inoltre l'agglomerato di linguaggi e comportamenti, orrori e stupidità, della società italiana. Un narrato apparentemente comico (si pensi alla scena della defecazione della gallina), quindi, non deve trarre in inganno il lettore. Questo espediente vuole mettere in luce il garbuglio di un mondo che più che comico è grottesco, e svela così una condizione drammatica cui non si può porre rimedio. Secondo  Gadda la realtà è troppo complessa e caleidoscopica per essere spiegata e ricondotta ad una logica razionalità. Per lui la vita è un caos disordinato, un "pasticciaccio" di cose, persone e linguaggi da cui non si riesce mai a trovare il bandolo dell'intricata matassa.
Pietro Germi e Carlo Emilio Gadda


Durante i primi anni del fascismo a Roma, il commissario della Squadra Mobile di Polizia Francesco Ingravallo, rude e orgoglioso molisano, è incaricato di indagare su un furto di gioielli ai danni di un'anziana donna di origini venete, la vedova Menegazzi. In seguito viene uccisa, nello stesso palazzo che era stato teatro della rapina, la moglie di un uomo piuttosto ricco, la signora Liliana Balducci. Il luogo del furto e dell'omicidio è un tetro palazzo di via Merulana 219, noto come "Palazzo degli Ori", situato poco distante dal Colosseo.

La narrazione parte con la descrizione dell'ambiente attorno alla signora Balducci e si allarga ai Castelli Romani da dove provengono le domestiche della signora e le "nipoti", ragazze che accoglieva come figlie per compensare solitudine e mancata maternità. Intorno una folla di comparse: la svenevole e avvizzita contessa Menegazzi, vittima del furto, il commendator Angeloni "prosciuttofilo", i brigadieri della questura, i carabinieri di Marino a caccia di indizi nella campagna, le figure sfocate delle domestiche e nipoti.

Il giallo non ha soluzione, non c'è un colpevole assicurato alla giustizia  come di prammatica, e non si chiude con la  scontata scoperta dell'assassino per le ragioni che ho già enunciato poc'anzi: il pessimismo di Gadda nei confronti della realtà per lui indecifrabile e  inintelligibile.
 
"Un maledetto imbroglio", apporta modifiche che sono state fatte oggetto di studi specifici nientemeno che dall'Edinburgh Journal of Gadda Studies detti  studi intersemiotici tra il testo gaddiano e lo script cinematografico di Germi coadiuvato dal bravo Alfredo Giannetti e da Ennio De Concini:
 
 
La Trama filmica - In  un appartamento di una vecchia casa signorile, nel centro di Roma, viene perpetrato un furto. Il commissario Ingravallo della squadra mobile (Germi stesso, indimenticabile con cappello a larga falda, occhiali scuri e sigaro tra i denti), ha appena iniziato le indagini per scoprirne l'autore, quando nello stesso edificio, nell'appartamento contiguo, viene commesso un assassinio. "Due bombe non cadono mai nello stesso posto?".
L'uccisa è Liliana Banducci (con la n invece che con la l del romanzo), una donna ancora giovane, piacente, timida e riservata, con un portamento signorile (interpretata da Eleonora Rossi Drago). Il nuovo delitto costringe il commissario ad estendere le indagini, che da principio procedono a stento, poiché gli indizi sono slegati e frammentari. Ingravallo si interessa soprattutto alle persone più vicine alla vittima: un cugino (Franco Fabrizi), sedicente medico, che l'uccisa riforniva periodicamente di denaro; il marito (Claudio Gora), uomo taciturno e schivo, ma dal comportamento ambiguo; una servetta imbarazzata e sconcertante (Claudia Cardinale) e il suo fidanzato mariuolo e poco di buono (Nino Castelnuovo). I sospetti del commissario si accentrano sui due primi personaggi e le sue indagini lo portano a scoprire che entrambi mantengono dei rapporti sessuali con Virginia (Cristina Gajoni), una ragazza alquanto squilibrata che, a suo tempo, prestò servizio in casa della signora Liliana. Attraverso pazienti indagini, alternate con astuti tranelli, il commissario s'avvicina a poco a poco alla verità, che appare in piena luce quando il ritrovamento di alcuni gioielli rubati permette di collegare il furto e l'assassinio. Il ladro  e l'assassino sono in realtà la stessa persona...
 
Come si può constatare,  il testo gaddiano resta volutamente irrisolto mentre Germi dopo i barocchismi di un'investigazione tormentata mette un finale chiuso al suo film,  come nella tradizione classica del poliziesco anglo-americano. Inoltre non rinuncia all'economia del racconto e ad un  buon ritmo  secco e sostenuto .
 
E tuttavia nonostante la sua mirabile premessa sul cinema... :
 
In generale, mi sembrerebbe un sintomo di decadenza, per il cinema, ridursi a cercare le sue storie nei romanzi. Per quanto mi riguarda, mi sentirei diminuito se risultasse che nel mio lavoro mi aggancio alla letteratura. Io credo nell’assoluta autonomia del cinema; non solo, ma credo che sia molto difficile che un film veramente importante nasca da un libro.
Pietro Germi, 1964 .
 
....mi pare che alla fin fine,  lo spirito gaddiano venga creativamente trasferito in un'amara concezione sull'umanità che si riverbera anche nel suo cinema: i personaggi su cui investiga Ingravallo,  hanno tutti quanti scheletri nell'armadio da nascondere, scheletri sui quali nulla può il bravo commissario, in quanto non direttamente legati al caso in oggetto. Pertanto, nessuno degli indagati  è personaggio veramente innocente e specchiato. "Meriteresti la galera" è infatti la frase preferita, quasi un leit motiv di Ingravallo al cospetto di questa genìa.
Possiamo dire che Ingravallo è un moralista? Certamente, anche se poi mantiene per sé le sue idee e concezioni etiche, ma si limita  con distacco e cinismo a perseguire dettaglio su dettaglio le sue investigazioni, assicurando l'omicida alla giustizia. Ce lo dimostra con l'efficace similitudine della sua inchiesta  da lui paragonata ai  sassi di un parco che appena li si sposta vi si trovano vermi e verminai al di sotto -  una concezione dell'umanità davvero pessimistica.
Non si può fare a meno di constatare che la storia di questo nostro sventurato Paese sui cui delitti di stato non si giunge mai a far definitivamente luce (Caso Mattei, caso Moro, caso Ustica ecc.), ricorda non poco il "pasticciaccio" citato. O se vogliamo, anche l'imbroglio maledetto.  Quello dal quale non se ne viene mai a capo.
 
Una nota di elogio alla colonna sonora del bravo maestro Carlo Rustichelli che con Germi seppe creare un binomio inscindibile visivo-musicale. Come Fellini con Rota, come Leone con Morricone.
La canzone "Sinnò me moro" è cantata da Alida Chelli, figlia del maestro, la quale,  come nome d'arte, ha scelto di perdere metà del suo vero cognome.

Hesperia

sabato 29 novembre 2008

La Dark Lady nel cinema della prima metà del '900

Nel 1900 ritroviamo alcune incarnazioni privilegiate della Dark Lady, note anche alla più leggera cultura popolare. Molto è dovuto al nuovo divismo dello spettacolo, inaugurato dal cinema, e alla nuova cultura di massa delle immagini. Il modello mitico-simbolico e letterario si incarna in alcune figure del cinema, per pellicole esemplari come 'oggetto film', ma che talora triturano testi alti, eredità pittorica, schemi letterari più articolati trasformandoli in sceneggiature, fornendone una vulgata affascinante ancorché semplificata. Il modello di dark lady del muto vira spesso verso il tema donna fatale, è contaminato dal melodramma, ha ancora molti debiti con il Decadentismo, vista anche la vicinanza cronologica con il movimento artistico e la sensibilità dell'epoca, nonché il susseguirsi di Secessione, Liberty, Art Nouveau: la partecipazione spesso degli stessi autori letterari (e pittori-scenografi) ad alcune sceneggiature, didascalie o produzioni, ne aumenta l'influenza. Il caso più eclatante fu D'Annunzio e il film Cabiria, del 1914, diretto da Giovanni Pastrone su un soggetto tratto in parte da Emilio Salgari 'Cartagine in fiamme', e dal crudele e prezioso 'Salammbô' di Gustave Flaubert. Si può dire che per metà il nostro cinema muto è dannunziano, mentre l'altra metà è di matrice naturalistico-verista. Di conseguenza le divine e fatali bellezze italiane incarnano questa tipologia, al di là dei numerosi generi. Il divismo italiano del cinema delle origini ha parecchie personalità di talento, le maggiori delle quali, Lyda Borelli (foto piccola a sinistra) e Francesca Bertini . Il muto italiano è ancora abbastanza indipendente dal modello americano (che avrà una sua idea di dark lady legata ai polizieschi anni '40). Anzi, sarà proprio David W. Griffith ad affermare di avere imparato molte idee e tecniche dalle maestranze italiane (Cabiria di Pastrone ispira "Intolerance" e Il Giglio infranto' di Griffith. Quest'ultimo, sarà un melodramma cupo, laddove la donna (Lilian Gish) gioca il ruolo dell' angelo-vittima. Lyda Borelli rivoluziona la recitazione e il rapporto del gesto con lo spazio scenico esasperando l'espressività (il proverbiale aggrapparsi alle tende con gli occhi pieni di bistro in primo piano): nel suo 'essere fatale' agisce un sistema simbolico fittissimo, di forme facili di Simbolismo e Decadentismo, di pose preraffaelite, in relazione con l'immaginario creato da Alphonse Mucha e Marcello Dudovich, con forme e le pose tipiche della plasticità dei gioielli e delle figure di René Lalique di cui si è già occupata Aretusa. Le torsioni floreali di una natura in costante metamorfosi come quella raffigurata nei lavori di Louis Confort Tiffany o la sinuosità delle statue dell'Art Nouveau in generale.
Tra i titoli dei film fatali della Borelli: 'Fior di male' del 1915, e 'Malombra' 1916 di Carmine Gallone, 'Rapsodia Satanica' nel 1915 di Nino Oxilia, in cui gli elementi ricorrenti sono dannazione, vicende torbide, che in un clima pop dannunziano paiono spaziare in un maledettismo della letteratura che stava ormai diventando di genere.



Attrice d'impostazione più teatrale, Francesca Bertini (foto piccola a destra) accentua una recitazione più personale nell' 'Histoire d'un Pierrot' (1913) di Baldassarre Negroni, è passionale e veristica in 'Assunta Spina' (1915) di Gustavo Serena, melodramma con accenti neri e catarsi-redenzione finale. Girerà anche "La Signora delle Camelie" (1915) e una serie di film in capitoli ispirati ai 'Sette peccati capitali' di Eugène Sue, in cui...i peccati vengono sondati uno ad uno.Vanno segnalate, ad accentuare simili temi, tra le altre meno note, Pina Menichelli, interprete dannunziana nel famoso film 'Fuoco' di Giovanni Pastrone del 1916,ma anche 'Tigre Reale' (da Verga), 'Più forte dell'odio e dell'amore', 'Il giardino delle voluttà', 'La colpa', 'Malafemmina'; si aggiungono Hesperia in 'La Signora delle Camelie' del 1915.
E' ricorrente l'alone di maledettismo ed erotismo di queste figure femminili (donne tentatrici di fronte a uomi imbelli in preda a debolezze causate da rovelli esistenziali) collocate in scenografie sovraccariche di simboli e riferimenti, che richiedevano un lavoro e uno studio complesso, spesso artigianale, tra didascalie accurate e altisonanti, e fotogrammi in origine anche a colori imbibiti a mano.Un mondo immaginario e prezioso che verrà letteralmente spazzato via dalla Ia Guerra Mondiale.
Un protogotico italiano sonoro sarà "Malombra", 1942, di Mario Soldati, film suggestivamente calligrafico tratto dall'omonimo romanzo di Fogazzaro, con Isa Miranda. Così come nel versante in parte neorealista, sonoro, va citata la brava Clara Calamai in Ossessione di Luchino Visconti (1943) , tratto dal romanzo di James M. Cain ('The Postman always rings twice')dopo la sua prova-choc a seno nudo nella "Cena delle beffe" di Alessandro Blasetti (1941). Negli USA, per il cinema muto Theda Bara (anagramma della parola Arab Death) una delle prime vamp del nascente cinema americano.
In Germania anche il cinema muto delle origini si muove all'interno di alcune tendenze apparentate con altri settori della cultura del tempo: il Kammerspiel (teatro da camera), la Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività) e l'Espressionismo, che di tematiche 'nere' erano assai fecondi (Wiene e Fritz Lang). C'è W.G.Pabst (che lanciò Greta Garbo nella Via senza gioia del 1925), che firma due grandi film: "Il Vaso di Pandora" (1928) e "Diario di una ragazza perduta" entrambi con la femme fatale Louise Brooks (foto a sinistra) che incarna alla perfezione l'innocente-perversa Lulù di Frank Wedekind. La pettinatura dal celebre caschetto nero e i due tirabaci sulle guance della Brooks, ispirò Guido Crepax per il suo celebre fumetto erotico Valentina.


Joseph Von Sternberg emigrò presto in USA, fu artefice di memorabili film che diedero vita alla sua creatura Marlene Dietrich. Von Sternberg fece esordire Marlene ne l''Angelo Azzurro" del 1930, unico film diretto in Germania (dal romanzo di Heinrich Mann) che narra la tragica storia del professor Rath, insegnante di un ginnasio di provincia, che si innamora di una spietata cantante di varietà dai facili costumi, fino alla perdita totale della sua umana dignità. Marlene Dietrich (a destra) di solito si presenta nei film sternberghiani come donna indipendente, sensuale, androgina. Venere Bionda, 1932, L'imperatrice Caterina, 1934, e Capriccio spagnolo, 1935 completano l'opera. La sua eccentricità, un filo di acidità e sadismo nei confronti degli uomini lasciano una singolare traccia nello star system hollywoodiano. Un'altra "topica" delle femmes fatales è la spia Mata Hari, di cui ci diede una famosa versione Greta Garbo, in un tema già sfruttato a lungo nel cinema muto; ma la Garbo non amava concentrarsi più di tanto nei ruoli 'fatali' troppo sadici o demoniaci come spesso tentò di far capire. Sebbene ne "La carne e il diavolo" (film muto) di Clarence Brown accanto a John Gilbert fosse stata utilizzata anche in questa veste. Negli anni '40 del cinema americano assistiamo a una sorta di 'borghesizzazione' della figura della dark lady. Non più castelli o dimore decadenti in un passato indefinito medievale o ottocentesco, ma la grande città contemporanea. Esemplificativo potrebbe essere in parte il dipinto "Nighthawks" (1942) di Edward Hopper.In questa fase sono infatti protagonisti il film e il romanzo nero legati alla contemporaneità. Il film noir anche se ha ancora debiti con il gotico, con una parte della cultura francese, inglese, americana, in realtà nasce per la maggior parte dal romanzo poliziesco di W.R. Burnett, James M. Cain, Raymond Chandler, James Hadley Chase, James Ellroy, David Goodis, Dashiell Hammett, Patricia Highsmith, Mickey Spillane, Cornell Woolrich alias William Irish. Il noir è un aspetto più sottilmente inquietante del giallo: stravagante, irrazionale, non simmetrico e spesso senza consolatorio happy ending né svelamento del mistero o enigma. C'è poi la variante hard boiled, con la sua violenza cieca, un buon numero di morti, in uno sfondo di corruzione e di disastro sociale, di malattia della vita e cultura urbana, spesso critica feroce alla degenerazione del potere e con tratti iperrealistici. La città rappresentata, fotografata nei film noir si fa a sua volta personaggio: i toni forti in cui è rappresentata sono debitori delle numerose maestranze tedesche post-espressioniste rifugiatesi negli USA. Lo spazio è spesso claustrofobico, le linee sono verticali, asimmetriche, la narrazione usa spesso il flashback, trasformazione del tempo filmico in tempo irrimediabilmente perduto (cfr: Giorni perduti film di Billy Wilder). La città nel noir, nella cultura a base biblica americana, è quasi sempre il Regno di Caino (cfr. Gen 4:17), un mondo di condannati quindi. Nel nero in cui si muovono le dark ladies americane, s' incontrano melodrammi a tinte fosche fatti di avidità di denaro, di psicologismo freudiano, segnato dall'ambivalenza, dall'insicurezza, dall'impossbilità di recuperare l'ordine razionale. Il mistero del nero di questo periodo del cinema è tanto all'esterno quanto all'interno dell'anima di ciascuno. Il noir dell'epoca è suddivisibile in 3 fasi:


1) dal 1941 al 1945 circa, dell'investigatore privato di Chandler, Hammett e Greene, con attori come Humphrey Bogart, attrici come Laureen Bacall dalla voce roca e dalla sguardo felino soprannominata " The Look" (lo sguardo) o Veronica Lake, di registi raffinati come Michael Curtiz, con predominanza della parola sull'azione.

2) ha maggiore realismo, coincide col dopoguerra 1945-1949, predomina la rappresentazione della delinquenza per le strade, il potere della polizia, la corruzione politica, c'è predominanza dell'azione sulle parole. Ci sono personaggi sempre meno romantici, e un maggior realismo nella scena.

3) va dal 1949 al 1953 circa: psicosi, impulsi suicidi, follia non più spiegabili o giustificabili che paiono segnalare l'assurdo della vita moderna, la purificazione impossibile. C'è una progressiva incisività estetica.

In questo senso vanno segnalati alcuni film e rispettive dark ladies."Ombre Malesi" (1940) di William Wyler, con Bette Davis, attrice di straordinaria intensità ed espressività, utilizzata spesso nel ruolo di canonica "perfida" o allumeuse capricciosa.
"Il mistero del falco" 1941 di John Huston, con Mary Astor e Humphrey Bogart, dal romanzo di Dashiell Hammett. Film leggendario in cui un intero mondo va in cerca della statuetta del falcone d'oro (falso).
"Il grande sonno" 1946, di Howard Hawks, è un noir dalla trama pressoché ingarbugliata ma dalle suggestive atmosfere, tratto da Raymond Chandler, col detective Philip Marlowe (il mitico Bogey) e Lauren Bacall (qui a sinistra) nel ruolo di una ragazza "per male" dell'ambiente statunintense "bene". Nel casting compare anche Dorothy Malone.


La fiamma del peccato" (Double Indemnity) 1944, di Billy Wilder, sceneggiato da Raymond Chandler, tratto da una novella di James M. Cain, pellicola noir del genere "dramma assicurativo", con Barbara Stanwyck nel ruolo della perfida Phyllis Dietrichson, un'avventuriera senza scrupoli, arrivista delittuosa che afferma rivolgendosi a Fred Mc Murray, l'assicuratore suo amante che istigherà all'assassinio del proprio marito: "No, io non ti ho mai amato, non ho mai amato nessuno. Sono guasta dentro".
Gene Tierney (foto in alto al centro del post) in "Femmina folle" (1945) di John M. Stahl, è bella, iperpossessiva, psicotica e arriva ad uccidere per catalizzare su di sé tutte le attenzioni del marito. Quindi si butta dalle scale per abortire nel timore che il bambino di cui è in attesa le sottragga parte dell'affetto del consorte. In "Vertigine" (Laura nell'originale - 1944), di Otto Preminger con Gene Tierney, c'è un clima onirico e sospeso.

"La donna del ritratto" 1945, di Fritz Lang, con Joan Bennett, (e poco dopo anche "Scarlett street") in cui l'elemento dell'attrazione per la femme fatale vista in un quadro e poi incontrata dal vero causerà al tranquillo protagonista una serie di guai. Il noir progrediva anche con film geniali quali , e "I gangsters" di Robert Siodmak con Burt Lancaster e Ava Gardner nel ruolo della bella quanto malvagia Kitty, e dello stesso regista "Lo specchio scuro" 1946 con Olivia de Havilland in una parte psicotica.
Rita Hayworth, cantante vamp nel noir di Charles Vidor (1946) che ha come sfondo un casinò di Buenos Aires frequentato da spie d'ogni nazionalità è "Gilda" per sempre. Ma nel capolavoro "La Signora di Shangai", un noir del '47 girato insolitamente in esterni sullo yacht dell'attore Erroll Flynn, dal regista-attore Orson Welles, già marito della Hayworth, provvederà a tagliarle la lunga chioma fulva, per trasformarla in una gelida dark lady dai capelli corti e biondi: Elsa Bannister. Una sorta di donna-ragno indecifrabile come gli ideogrammi di quella lingua cinese che conosce, e come la ragnatela mortale che tesse nel labiritnto finale e nella sala degli specchi. "Il postino suona sempre due volte" di Tay Garnett dal romanzo di James Cain - 1946, con Lana Turner, nell'indimenticabile scena del rossetto, la quale diventerà poi una specialista in ruoli ambigui e passionali, è la versione americana di Ossessione di Visconti. Detto "Postino" verrà ripreso in seguito molti anni dopo con gli intepreti Jack Nicholson-Jessica Lange, in coppia diabolica.
"Il grande caldo" del 1953, di Fritz Lang con una riflessione sul lato oscuro e sulla doppia natura in ognuno di noi, personificata da Gloria Grahame, che appare con metà viso bellissimo e l'altra metà, sfregiato. Poi c'è Veronica Lake (a destra) la bionda dalla celebre capigliatura ondulata, lunga, con una ciocca morbida che le scende voluttuosamente sull'occhio malandrino (ripresa molti anni dopo poi da Kim Basinger in L.A. Confidential) che interpreta
"La chiave di vetro" di Stuart H, in coppia "fuorilegge" con Alan Ladd.
"Il Caso Paradine" di Alfred Hitchcock,1947 con la nostra Alida Valli, femme fatale dai grandi occhi chiari, già apprezzata nella spy story nera "Il terzo uomo" di Carol Reed, qui nel ruolo di un'avvelenatrice.
"Un bacio e una pistola" (Kiss me deadly- 1955), è un altro affascinante noir di Robert Aldrich, dal racconto di Michael Spillane, che, per atipicità, fa il paio insieme a "L'infernale Quinlan" di O.Welles. Il detective Hammer fa salire nella sua auto un'autostoppista, Cloris Leachman. La donna sembra alla ricerca sempre di chissà che cosa, ma...Malviventi li speronano e li fanno uscire di strada. Quando Hammer si sveglia sente che la donna viene torturata. Hammer segue il caso, ma scoprirà che il motivo della contesa è in una valigetta che contiene ....materiale radioattivo pericolosissimo. Qui, la dark lady finirà per distruggere il mondo, nella sua esasperata volontà di dominio.


Autore: Josh

sabato 16 febbraio 2008

Cinema e letteratura: un legame indissolubile

Cinema, letteratura: teatro d’ombre, simulacri di fronte ai quali l’uomo di cultura non può nulla… Se non conoscerne il funzionamento. Gilles Thérien, “Revue des sciences humaines”

Così questa scrittura reca un senso sottilee dona agli occhi più concentrazione. Ibn At-TubiNon si tratta unicamente di fotogrammi e parole, di voce ed immagine, di racconto scritto e mostrato, si tratta di due linguaggi diversi, ma complementari, che al
lettore o allo spettatore, sembrano "semplici macchine” per raccontare storie,
Cinema e letteratura.
Ne parlo perché sta per uscire un film tratto da uno dei libri che più mi hanno emozionato e commosso ultimamente, “Il cacciatore di Aquiloni” di Khaled Hosseini.
Il libro racconta la storia di due bambini afgani Hassan e Amir di etnia ed estrazione sociale diverse, il primo hazara, il secondo pashtun e di come si snoderanno le loro vite, dopo che una terribile violenza li vede protagonisti: lo stupro di Hassan, a cui Amir assiste senza intervenire. Questa è la chiave di tutto il romanzo, che diventa metafora per narrare le tragedie di quella terra straziata, da guerre fratricide, invasioni e regimi dusumani.
Lo stesso Hosseini considera il suo libro una potente metafora: “Hassan lo stuprato rappresenta l’Afghanistan; Amir che guarda e non interviene, la comunità internazionale, che è sempre rimasta alla finestra mentre il mio paese veniva brutalizzato da un regime dopo l’altro”.
Un libro, quindi pieno di pathos e significati profondi , che coinvolge in modo straordinario il lettore.

Cinema e letteratura, pur essendo due arti distinte, hanno un rapporto di osmosi, di compenetrazione e a volte di contrapposizione, non fosse altro, perché la maggior parte dell’opera cinematografica s’ispira o è tratta dall’opera letteraria. Le connessioni e le contaminazioni e gli esempi sono innumerevoli nella storia del cinema e si potrebbe andare avanti all’infinto a parlarne.
Il legame fra le due arti è così stretto che spesso non si può fare a meno di fare confronti.

A chiunque è capitato di vedere film brutti tratti da romanzi bellissimi e viceversa, scoprire bellissimi libri attraverso capolavori cinematografici.

Recentemente mi è successo con “La ragazza con l’orecchino di perla” film mediocre sulla “genesi” dell’omonima opera di Jan Veermer, che mi ha fatto scoprire il libro, un piccolo “gioiello” di Maurice Chevalier.

Altre volte l’immagine rende più della parola scritta, perché oltre a riprodurne perfettamente lo spirito, si veste del “contatto visivo”, regalandoci quei capolavori che hanno fatto la storia del cinema.
Dal film più amato “Via col vento” tratto dall’omonimo romanzo di M. Mitchell, sontuoso melodramma in costume e capodopera del grande cinema hollywoodiano, ormai scomparso, a “Il grande sonno” di Howard Hawks, tratto anche questo dall’omonimo romanzo di Raimond Chandler, dove, al di là della trasposizione cinematografica un po’ smorzata dalla censura di quegli anni, Humphrey Bogart ci regala un Philippe Marlow che è meglio di quello uscito dalla penna di Chandler.

Da “Ombre Rosse” (dal racconto Stage to Lordsburg di Ernest Haycox) capostipite del western classico, diretto da John Ford a “La donna che visse due volte” (Vertigo) di Alfred Hitchcock (dal romanzo “Entre les morts” di Pierre Boileau) ossessione di un grande regista che già dagli splendidi titoli di testa trasporta lo spettatore in una parabola noir di straordinario impatto visivo.
I grandi capolavori nati dal “matrimonio” fra cinema e letteratura sono talmente numerosi che lascio a voi il piacere di ricordarne ancora ( altrimenti fareste notte a leggere questo post…)

Io mi limito a segnalare alcuni dei mie libri/film preferiti in ordine sparso, come mi vengono in mente: “Eva contro Eva” (Mankievich/The Wisdom of Eve-Mary Orr) per le battute perfide e l’humor sarcastico e lo scontro immortale di Bette Davis e Anne Baxter.
“Gli uomini preferiscono le bionde”(Howard Hawks/Anita Loos) ironica e travolgente commedia e secondo me un’irresistibile Marylin.
“ Shining ( Stanley Kubrick/Sthephen King), prima impietosa metafora sulla crisi della famiglia contemporanea in chiave horror. Magistrale.
Blade Runner (Ridley Scott/Philip K.Dick) la fantascienza sposa il poliziesco e ci regala una delle più angoscianti e realistiche visioni di un possibile futuro oltre ad una delle più famose frasi del cinema. “ Io ne o visto cose…).
E qui mi fermo…
Are