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lunedì 21 febbraio 2011

L’ORIGINE DEL CARNEVALE


Carnevale, festa dell’eccesso, è considerato tradizionalmente il momento privilegiato dell’anno in cui vengono abolite le regole consuetudinarie e ogni smodatezza permessa; tutti i ruoli sono capovolti e qualunque inversione accettata; è consentita ogni beffa e ogni bizzarria e ammessa qualsivoglia forma di baldoria: come dire l’avvento della sfrenatezza assoluta, durante il quale l’uomo può dare sfogo a tutti gli istinti repressi e mortificati nel resto dell’anno dalle convenzioni sociali.


Questi caratteri inducono a ritenere che il carnevale rappresenti una festa di liberazione delle inibizioni, una sorta di disordine permesso dalle istituzioni affinché gli umori anti istituzionali e sovvertitori possano catarticamente consumarsi in modo da consentire, dopo, la riaffermazione e il ristabilimento dell’ordine costituito. Ma tale funzione, attribuita oggi al carnevale e impostasi dopo un lungo processo dovuto all’azione censoria e moralizzatrice della Chiesa da una parte, a quella desacralizzante del sociologismo scientista dei nostri tempi dall’altra, appare riduttiva e fuorviante rispetto al significato originale della festività, al suo valore antropologico e alla ricchissima simbologia mitologica che essa esprime. Osteggiata in passato dalla Chiesa, che la considerava un’occasione di deplorevoli comportamenti sregolati e orgiastici da cui il popolo di Dio doveva guardarsi, il carnevale è in realtà una celebrazione che trova la propria origine e la propria funzione in quella religiosità cosmica o archetipica che induce l’uomo a rinnovare ciclicamente il senso del suo essere nel mondo, riaffermando l’ordine superiore del cosmo e il suo diritto di farne parte, in quanto artefice di quello stesso ordine per mezzo dei propri antenati capostipiti, quei primi uomini, ormai avvolti nell’aura del mito o della divinità, che introdussero l’ordine e la misura nel mondo in sostituzione del caos primigenio e crearono le condizioni per l’esistenza stessa degli uomini e delle loro comunità. Forse c’è un influsso della Chiesa nel nome stesso del carnevale, se è vero che esso deriva dall’abbreviazione di carnes levare, dalla lettura di una sequenza, ad levanda carnes (“a sospendere l’uso alimentare della carne”) che si pronunciava nella messa della domenica precedente la Quaresima. A conferma di questa interpretazione ci sarebbero i termini equivalenti usati in Sicilia (Carnilivari) e nell’antico toscano (Carnasciale, da “carne lasciare”). Più rispondente al significato originario sembrerebbe invece il termine Fasnacht, usato nei paesi sassoni per indicare la notte fra il martedì grasso e le Ceneri, che meglio attesta il tripudio orgiastico carnevalesco poiché deriva da un verbo, faseln, che significa vaneggiare, delirare o impazzire.
Un’altra possibile origine del nome possiamo trovarla nella lontana civiltà babilonese, dove risiede uno dei modelli di riferimento più antico del carnevale. A Babilonia la festa celebrava il passaggio dal vecchio al nuovo anno, il cui avvento corrispondeva all’equinozio di primavera. Il momento culminante di quella celebrazione era rappresentato dall’attraversamento della città da parte di una nave munita di ruote, il car naval (da cui, dunque, carnevale) su cui troneggiavano i simulacri del sole e della luna. Scortato dal popolo festante, il battello montato su ruote approdava al santuario del dio Marduk, colui che, dopo essere sceso agli inferi, risorgeva vincendo il caos e riportava l’ordine nell’universo. Il percorso del car naval raffigurava simbolicamente il viaggio degli astri dal vecchio al nuovo anno e alludeva al passaggio dall’oscurità e dalla confusione prodotte nel cosmo dal declinare del tempo trascorso alla ri-creazione e alla luminosità del tempo rinnovato. Durante il viaggio l’anno morente – e con esso l’ordine del cosmo – si dissolveva nel nulla, causando la regressione al caos primordiale in cui si determinavano l’inversione naturale, per cui l’uomo si tramutava in animale, in donna o in fanciullo e viceversa; l’inversione sociale, che consentiva ai servi di diventare padroni; e l’inversione temporale, dove i defunti, evocati dai viventi indossando una maschera, potevano tornare in vita per “sfrenarsi” come al tempo della loro esistenza e della loro giovinezza. Incontriamo riuniti qui, in sostanza, gli elementi fondamentali del carnevale, gli stessi che ritroviamo, in forme più o meno simili, nei Saturnalia romani, durante i quali gli schiavi diventavano padroni e ogni licenza era permessa, ma soprattutto (quale probabile conferma dell’origine del nome della festa) nei riti celebrati in Grecia in onore di Dioniso e in Egitto in onore di Iside, contrassegnati da cortei di carri a forma di nave, quegli stessi carri, d’altronde, che si sono tramandati nel corso dei secoli fino ai giorni nostri, come testimoniano la presenza di carri mascherati in molti carnevali del nostro paese, da Ivrea a Cento a Viareggio.



Ma accennando al ritorno in vita dei defunti abbiamo introdotto uno degli elementi principali del carnevale, quello che gli conferisce il suo carattere più appariscente e che testimonia una volta di più l’arcaica sacralità delle sue origini. Si tratta dell’usanza di indossare la maschera, un’usanza che tutti gli studiosi di antropologia culturale hanno indicato come il mezzo adottato dalle popolazioni primitive per comunicare con l’Aldilà. Nelle società arcaiche la maschera rappresenta invariabilmente un antenato che è, al tempo stesso, un essere mitico, un fondatore della dinastia degli uomini che ha contribuito assieme agli dei a stabilire le regole dell’esistenza. E saranno per l’appunto questi antenati, riportati in superficie grazie alle maschere proprio nel momento in cui l’umanità è regredita al caos primigenio a causa del tempo morente, a prestare ai vivi l’energia vitale sovrumana che ha già permesso loro di costituire l’ordine naturale e sociale nei tempi mitici, per rifondare e ricostituire il tempo nuovo e rigenerare la vitalità stessa degli uomini, a sua volta logorata e deteriorata dal tempo trascorso. Naturalmente per i viventi c’è un pericolo nell’evocare i defunti, la cui presenza sulla terra deve durare quel tanto che basti a riportare alla luce la forza del mondo di sotto, quella forza che, tra l’altro – ricordiamolo – permette alle piante di spuntare dal seme e ai primi germogli di schiudersi, segnando quindi l’avvio di un nuovo ciclo vitale della natura. Già l’invenzione della maschera, se serve a materializzare simbolicamente quell’altro dal quale l’uomo deve attingere l’energia per rinnovarsi, consentendogli di identificarsi con lui e di ridurlo alla propria portata,vale anche a tenerlo a bada, a mantenerlo separato da sé. Sovrapponendo l’effigie dell’altro al proprio volto si possiede la sua forza, ma al tempo stesso se ne resterà posseduti, correndo il rischio di non riuscire più a controllarla. Per questo occorre una cesura definitiva tra il caos momentaneo carnascialesco e il ritorno all’ordine abituale dell’esistenza, un’interruzione drammatica e propiziatoria che si configura nell’offerta di un essere vivente, col quale le anime dei trapassati, placate, facciano ritorno docilmente al mondo di sotto. La gioia sfrenata e orgiastica del carnevale trova così la sua stridente conclusione nella messa a morte di un capro espiatorio, quella messa a morte che oggi viene rappresentata simbolicamente (ma originariamente il sacrificato era senza dubbio un uomo in carne ed ossa) col bruciamento, o con la lacerazione e l’annegamento, di un fantoccio battezzato Martedì Grasso o Re del Carnevale.

Nell'ordine: "La Sartiglia" di Oristano; carnevale a Venezia; carnevale "Bagoss" a Bagolino; "femminielli" della Zeza a Avellino; carro mascherato a Cento; "mamuthones" di Mamoiada; carnevale del Diavolo a Tufara.

Miriam

venerdì 6 marzo 2009

RV come Rosso Valentino



Quando inaugurai questo blog lo feci con un argomento apparentemente frivolo come la moda nel post "Aforismi per una demoiselle" dedicato a Coco Chanel.

Oggi questo blog compie un anno. Per l'esattezza lo ha compiuto il 29 gennaio scorso, ma non mi andava di festeggiarne il compleanno nel bel mezzo di un gelido inverno, un inverno interminabile. Ora con l'aiuto di cari e bravi amici Esperidi che apprezzo e stimo il Giardino è arrivato alle soglie della sua seconda primavera. E cosa c'è di meglio che ricordare la stagione entrante (che peraltro tarda a farsi avanti) ancora con la moda?
Da mademoiselle Coco a L'Ultimo Imperatore. Ovvero Valentino Garavani in arte solo Valentino e con il logo di V in profumi, occhiali, cinture, borsette e altri accessori. Naturalmente non mi soffermo sulla biografia e sulla sua identità di gay di cui non mi importa un bel nulla.
Ma sulla genialità della sua cifra stilistica di inimitabile couturier, termine quest'ultimo, che preferisco al generico "stilista" odierno. Da coudre = cucire. Uguale= alta sartoria. Ovvero artigianalità ideata e fatta in Italia, e successivamente esportata e apprezzata nel mondo intero. Oggi la moda italiana si è conquistata sul campo la sua "legion d'onore" (Valentino ne è stato insignito in Francia) e non ha più nulla da invidiare ai cugini d'Oltralpe, i quali sono stati i padri

fondatori della haute couture in Europa e nel mondo, ma permangono a tutt'oggi forse un po' élitari. Armani, Laura Biagiotti, Ferré, Versace, Gattinoni, Romeo Gigli e molti altri nomi di Maison d'alta moda, vengono apprezzati (e imitati) in tutto il mondo. Ma trovo che Valentino abbia quel pizzico di eccentricità in più rispetto a tutti gli altri che ben si coniuga all'eleganza delle sue linee, laddove Bellezza e Bizzarria convivono egregiamente. Eppoi aggiungiamo pure che quel suo rosso Valentino è diventato un marchio di fabbrica made in Italy un po' come la Ferrari. Un rosso dai toni accesi che vanno dal cadmio, al carminio, al vermiglio, alle tonalità del cremisi dei nostri dipinti rinascimentali (in particolare Tiziano).
Valentino osa credere ancora nel divismo e nel glamour della donna che veste. E guarda caso, veste Sharon Stone, forse l'ultima delle dive dello star system hollywoodiano, creando oggi, lo stesso binomio che legò Audrey Hepburn a Hubert de Givenchy. O Jacqueline Kennedy e Oleg Cassini. Il rosso è in fondo il colore più semplice e ad un tempo più difficile da indossare. Perchè troppo "coprente" e chiassoso. Alla fine si guarda il colore e non più l'abito. Insomma rappresenta un'audacia vestire di rosso una donna. Non così per i suoi modelli che fanno del femminile un qualcosa legato a quell' 'eterno femminino della pittura e dell'arte italiana. Eppoi lui è davvero capace di osare: piume di struzzo, strass, drappeggi e chiffon. Il tutto per creare fascino e senso del mistero in un'epoca che non ha più niente di misterioso. Di fronte al Rosso Valentino è un po' come davanti al disco rosso di un semaforo: si è obbligati a fermarsi. E tanto peggio se c'è la crisi. Nulla mi è più necessario del superfluo, è una battuta di Re Lear, ripresa e copiata di sana pianta dai pubblicitari, che di tutto si impossessano e triturano, nei loro slogans. La moda, che rappresenta per antonomasia la cultura e l'industria del superfluo, andò avanti anche sotto le bombe della II guerra mondiale coi suoi preziosi défilé. Un motivo ci sarà pure...

Hesperia