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sabato 10 marzo 2012

Nina, l'esile giunco mormorante


Che cos'è il giunco mormorante? E' lieve e appena percettibile come un fruscio nel vento, ma può non piegarsi. Oppure sì, si piega ma non si spezza. Il giunco mormorante è l'elemento dissonante che c'è in ciascuno di noi. Molti non sanno nemmeno di averlo.
Nina Berberova, scrittrice russa, esule e transfuga dalle persecuzioni della rivoluzione sovietica, invece sì.
L'occasione per recensire questo piccolo gioiello dalla copertina rosa antico di malapena 80 pagine che è "Il giunco mormorante"  di Nina Berberova (Adelphi), mi è  stata offerta dall'articolo di venerdi 9 marzo comparso sul Corriere a firma Pietro Citati:
"Malgrado l'opinione di Roberto Calasso, credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta-quarant'anni. Non c'è da meravigliarsi. La generazione letteraria del 1910-1924, che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970, è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli nella letteratura italiana. I lettori ereditavano le qualità degli scrittori. Erano lettori avventurosi e impavidi, che non temevano difficoltà di contenuto e di stile, fantasie, enigmi, allusioni, culture complicate e remote. (...) Oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell'immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho. Intanto, continua la scomparsa dei classici"... (...)
Come dargli torto? Oggi viene avanti l'istantaneo libro "prodotto" (e non più "testo"), da acquistare al supermercato e da tenere lì in vista, come una scatola di pasta o di detersivo. E allora meglio non solo non leggerlo, ma non comprarlo.

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Se si vuol parlare di buoni libri, purtroppo, occorre andare indietro nel tempo. Magari nel secolo scorso. Questo "Giunco" del 1958 è fatto di atmosfere rarefatte in una Parigi trasognata fatta di esuli russi. E' il racconto di un amore sospeso,vissuto, rincorso, perduto, ritrovato;  soprattutto, immaginato.  Di un amore custodito e difeso nella no man’s land, in quella  zona libera e segreta, silenziosa e inaccessibile, indispensabile che alberga in ciascuno di noi.
Attratta dal piccolo formato del libro rosa in una libreria della mia città, aprii le pagine a caso e mi cadde l'occhio su questa preciso passaggio :
 Ognuno di noi ha la propria ‘no man’s land’ in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla .
Ecco le parole che stavo cercando in quel preciso istante della mia vita. E trovandole, mi pareva di difendere meglio quell'impercettibile stato d'animo ancora incapace di farsi verbo, che andavo condividendo con la scrittrice. Forse è di questo che intendeva parlare Citati, a proposito di lettori "avventurosi" e "impavidi".
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Il mio inconto con Ejnar aveva avuto luogo nella no man’s land. Poi era successo quello che talvolta succede: la seconda vita era cresciuta e aveva cominciato a mettere in ombra la prima. Allora eravamo a quello stadio dell’amore in cui non si riesce a pensare a nient’altro. Ed entrambi sapevamo cosa sono il segreto assoluto e la libertà assoluta”. (p.38).

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Poi la vita riprese a scorrere rapida. E soltanto la mia no man’s land restò come era: pensavo sempre a Ejnar, pensavo al passato lontano e a quello assai prossimo, a Emma, a Stoccolma, al mio futuro, che senza Ejnar mi sembrava impossibile, e con lui irrealizzabile” (p. 60)

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Già, tutti noi sognamo un brandello di "terra di nessuno" per ritirarci dove non è possibile essere importunati.

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“Voglio dirvi ancora una cosa: se permettiamo a qualcuno di organizzare la nostra no man’s land, alla fine , secondo logica, arriveranno a rinchiuderti in un lussuosa camera di un lussuoso albergo, e bruceranno i tuoi libri, e allontanerano da te quelli che ami. Basta cedere un volta -e non ci saranno limiti, e tutto ti verrà tolto: dov’è il confine, Ejnar? Dove saranno allora mistero e libertà? Le due guardie (…) l’inquirente e il giudice -tutti si installeranno sul tuo pezzetto di terra” (p.77).

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Sono piccole schegge, dalle quali è possibile percepire e godere di una scrittura intimista e poetica dal grande fascino stilistico. La Berberova seduce per il garbo e la delicatezza con cui si muove nella sfera dei sentimenti, sullo sfondo di un’Europa (Parigi prima, Stoccolma e infine Venezia) dilaniata e lacerata dall’accadere di una tragedia collettiva: la seconda guerra mondiale. Il tutto scandito dall’incertezza del presente e del futuro con atmosfere sospese tra incanto e disincanto. Il finale non lo rivelo, ma Venezia, città incantata, appartiene alla fase del disincanto. Qui l'esile giunco mormorante emette un tenue fruscio. Ma non  si adatta all'ambiente e alle circostanze imposte, rimanendo ...dissonante per sempre.


E a proposito di "aria del tempo" ecco un altro suo prezioso libro tra biografie di poeti e artisti incontrati e autobiografia della stessa Berberova: "Il Corsivo è mio", un titolo che è già entrato nell'uso comune del linguaggio.
La Russia di prima, durante e dopo la rivoluzione, il mondo degli esiliati russi fra le due guerre, fra Berlino, Praga, Parigi, infine l’America, dove la Berberova è a lungo vissuta, ne sono la scena mutevole. E continuamente la vediamo attraversata da figure vivissime e disparate, fra cui riconosciamo Blok o Pasternak, la Cvetaeva o Belyj, Chodasevic o Remizov, Jakobson o Nabokov, tutti disegnati con la nettezza spavalda della narratrice. Difficile pensare ad un altro libro che restituisca con altrettanta precisione quell’aria del tempo, fosca e vibrante, che avvolse la vita di tanti grandi russi del nostro tempo.
"A mano a mano che procediamo nella selva degli anni, il tempo sembra apparirci palpabilmente come quell’«ordito che non si può comperare, né scambiare, né rubare, né contraffare, né impetrare», nel quale la Berberova intesse sapientemente la sua vita, devota sin all’inizio, secondo la formula di Herzen, della «crudelissima immanenza». Qui la postfazione intera del testo nel risvolto di copertina,  pubblicato anche questo, per i tipi dell'Adelphi.




Hesperia

mercoledì 28 dicembre 2011

L'algido fascino della Regina delle Nevi

Il periodo delle festività natalizie è propizio alle fiabe di magia, spesso ridotte in cartoni animati per  lungometraggi, destinati a un pubblico infantile.  Ce ne fanno fare un'overdose in tv, di fiabe classiche in versione Disney e, non di rado,  ne viene snaturato il contenuto pedagogico e formativo, tutto a vantaggio degli effetti speciali e degli incassi di botteghino. Una fiaba invernale e nordica che molti di noi adulti ricorderanno  con piacere è "La Regina delle Nevi" del favoloso Andersen. Leggerla ai bambini suscita sempre un grande incantamento. Ma si tratta in realtà di una fiaba dagli 8 agli 80 anni e oltre....
L’interesse appassionato per questa fiaba nasce dal riconoscimento della sua ricchezza simbolica: la scheggia di ghiaccio che gela i cuori rappresenta la metafora dell’esistenza umana sempre più votata alla razionalità. Il bacio di ghiaccio della Regina delle nevi sottrae  lo stupore dell’infanzia e allora la razionalità domina l’esistenza. La fiaba ci mette davanti alla sofferenza degli uomini che, nel cercare di proteggersi, rinunciano ai sentimenti abbandonandosi ad una forma diversa di sofferenza, sterile ed inutile: l'indifferenza e la freddezza. Kay e Gerda  sono i due piccoli protagonisti che dovranno vivere un viaggio iniziatico non esente da sofferenze. Perdendosi per poi ritrovarsi.  
Le immagini che la lettura di questa fiaba ci lascia impresse nelle memoria sono fatte di sortilegio, meraviglia, voglia di scoprire paesaggi incantati come la Norvegia, la Lapponia, la Finlandia .  Tutti ricorderanno l'incontro fatto di fascinazione tra il piccolo Kay  e la Regina delle Nevi, bella e altera sulla sua slitta, avvolta nella sua pelliccia e  manicotto,  coi suoi occhi azzurini come il riflesso della neve sotto le luci del Nord. Una sorta di Bella Dama delle pianure innevate il cui bacio glaciale è fatale al piccolo che viene rapito e separato dai suoi affetti familiari.  Bellezza, fascino e algore, non si oppongono tra loro, e rappresentano alcuni degli archetipi letterari, già a partire dalla letteratura fantastica destinata all'infanzia.
Il viaggio nella slitta al castello dei ghiacci della bella dama è accompagnato da un turbinio di fiocchi di neve, simili a "sciami di mosche bianche impazzite".
Gerda che parte alla ricerca dell'amico Kay, ci condurrà  con sé in un’atmosfera suggestiva.
Cammin facendo, incontreremo personaggi eterei e fantastici che ci faranno vivere momenti di intensa poesia attraverso uno straordinario viaggio sentimentale. Le lacrime brucianti della piccola Gerda alla vista dell'amico, scioglieranno la scheggia nell'occhio di Kay;  ma anche il suo cuore indurito e reso gelido dall'essere ostaggio della bella Regina senza pietà,  che lo separa  dai suoi affetti.
Poi il ritorno:  le ghirlande di rose che si intrecciano dai loro terrazzi, quelle rose profumate che Kay non ha mai dimenticato, nemmeno quand'era prigioniero nello splendido Palazzo dei Ghiacci, nonché la mitezza della primavera ritrovata, segnano il ritorno alla vita, ai giochi dell'infanzia,  e al sentimento dell'amicizia.
Come in tutte le fiabe e i racconti di magia, il lieto fine è assicurato e il piccolo Eroe può tornare a casa, non prima, però,  di  aver affrontato un viaggio di iniziazione alla vita, nel quale dovrà assumersi i suoi rischi.
La Regina delle Nevi fa parte, insieme a Scarpette Rosse (altra grande fiaba da cui hanno tratto un celebre film di Powell e Pressburger), l'Usignolo dell' Imperatore e  la Sirenetta, della quadrilogia di fiabe indimenticabili. Sì, ma non venitemi a parlare delle versioni Disney in cui la Sirenetta in fondo al mare si mette a fare un bel  balletto tra i pesci, in stile musical hollywoodiano. Per carità: il magico H.C. Andersen è altra cosa e le sue storie sono pervase da tutt'altra aura che perdura intatta nel tempo.

Qui il riassunto della Regina delle Nevi, fiaba composta in 7 episodi che sono altrettante tappe di un viaggio nel meraviglioso. Ci sono infinite versioni di cartoni animati (giapponesi, inglesi, finlandesi, dell'Est), balletti classici ispirati a questa  storia, ma nessuna di queste versioni, a parer mio, riesce ad  eguagliare l'originale letterario. Per mera curiosità, propongo questo multimediale dove la perfezione gelida di un cristallo di neve, dà vita al bel volto della Regina.
L'occasione mi è gradita per porgere agli Esperidi, ai lettori  del Giardino e agli  internauti, un Felice Anno Nuovo!



Hesperia

martedì 8 novembre 2011

Dall'Inizio alla Fine

Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili ed irosi...

Una bella canzone si riconosce dall'attacco, un eccellente libro dal suo incipit. Lo avrete riconosciuto in molti, questo sublime racconto di Dostoevskij "Le notti bianche". Lo stile è alto, rarefatto, come le notti sulla Neva. E la storia è suddivisa in quattro notti, dove il protagonista è un giovane Sognatore senza nome. Un sognatore che dopo aver immaginato mirabolanti avventure lette sui romanzi di Walter Scott, vive una storia d'amore con una fanciulla di nome Naste'nka. La quale però è innamorata di un altro che l'ha lasciata. I due diventano grandi amici. Lui il nostro Sognatore l'aiuta a scrivere una lettera all'amato lontano. Ma poi...
Ma continuamo con ordine...
Si vedrà da queste pagine se sarò io o un altro l’eroe della mia vita.
Per principiarla dal principio, debbo ricordare che nacqui (come mi fu detto e credo) di venerdì, a mezzanotte in punto. Fu rilevato che nell’istante che l’orologio cominciava a battere le ore io cominciai a vagire.
Dalla infermiera di mia madre e da alcune rispettabili vicine, alle quali stetti vivamente a cuore parecchi mesi prima che fosse possibile la nostra conoscenza personale, fu dichiarato, in considerazione del giorno e dell’ora della mia nascita, primo: che sarei stato sfortunato; secondo: che avrei goduto il privilegio di vedere spiriti e fantasmi; giacché questi due doni toccavano inevitabilmente, com’esse credevano, a quegli sciagurati infanti dell’uno o dell’altro sesso, che avevano la malaugurata idea di nascere verso le ore piccole di una notte di venerdì...
E questo indovinate che cos'è? Lo lessi alla biblioteca scolastica in tenera età alle scuole elementari e mi rimase impresso nella memoria. Si tratta di David Copperfield di Dickens.
D'estate, mia madre e mia zia mi inviavano durante certi pomeriggi caldi, dalle suorine a imparare a ricamare. Nel ricamo ero una vera schiappa, in compenso la suora allietava quei meriggi solatii leggendo a voce alta i romanzi della gioventù, come li si chiamava allora. E mi ricordai del piccolo Lord Fauntleroy che appoggiava la sua testina  bionda sul cuscino di seta gialla. Di un vecchio nonno burbero che non voleva riconoscerlo come nipotino, ma che poi gli si affezionò. Il mio lavoro col cucito non cresceva, in compenso sapevo riassumere perfettamente il libro letto. E capii fin da allora che cresceva con me un'irrimediabile dipendenza da racconti che mi ha accompagnato per tutta la vita.
 
Chi amo? Su, rifletti, forza. A me è proibito il sogno di un amore con questo naso al piede, che almen di un quarto d'ora ovunque mi precede. Allora per chi amo? Ma questo va da sé. Amo, ma è inevitabile, la più bella che c'è."

Ah, che meraviglia, il personaggio di Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, così forte, così coraggioso, armato  di cappa e spada, ma anche così fragile nei sentimenti, così raffinato e sensibile nello scrivere ineffabili  lettere d'amore! Eppoi quel suo amore sfortunato per la cugina Rossana, mi commuoveva fino alle lacrime. Ovviamente, nella mia ingenuità pensavo con la fantasia d' intervenire nella trama modificando il destino dei personaggi:  Rossana, ma perché non ti sei mai accorta dell'amore del povero sventurato Cyrano?  Cyrano, perché ti sei messo al servizio "epistolare" di Cristiano e non ti sei dichiarato direttamente alla tua bella cugina?
E c'era spazio anche per le avventure marine in "Ventimila leghe sotto i mari" o nella giungla indiana con gli strangolatori Tugs dei libri di Salgari. Ma ad atterrirmi era quel forsennato del capitano Achab, un vero ossesso irascibile. Perché era così insistente nel voler cacciare Moby Dick,  la povera balena bianca?

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa - non importa esattamente quanti - avendo in tasca poco denaro, o forse non avendone affatto, e non avendo nulla di particolare che mi trattenesse a terra, pensai di andarmene un poco per mare, a vedere la parte del mondo coperta dalle acque. E' il sistema che uso per scacciare la tristezza...

Solo più tardi, avanti nel tempo, intravidi in quell'inspiegabile fanatismo del capitano Achab verso il cetaceo bianco come la morte, una sorta di proiezione della mentalità americana, in corsa verso il suo Armageddon. Non importa rimetterci la propria vita, importa uccidere il mostro. E Achab per una strana  fatalità rimase arpionato con il suo Leviatano in un abbraccio simbiotico e simbolico. Ma le buone letture sono come frutti che non cessano di  nutrirci per tutta la vita.
Per lo scrittore, per il romanziere, la  narrazione è la costruzione di un sogno vivido e ininterrotto. Dall'inizio alla fine. E la sua più grande aspirazione è trascinare e sedurre  il lettore in questa poetica della reverie coinvolgendolo nella trama, nel climax, creandogli l'identificazione con questo o quel personaggio. O anche ostilità verso altri personaggi negativi e malvagi. In molti casi, la lettura è una vera e propria vita parallela. Un infinito intrattenimento di gran lunga superiore a quelli impostici dall'attuale società. Il sogno può essere  impossibile come quello del grande tycoon Gatsby, per Daisy, ragazza frivola della gioventù dorata americana, che gli sfuggì sposando un uomo ricco. Eppure Gatsby, realizza  l'American Dream,  quello di poter arricchire in fretta, troppo in fretta, lasciando morti sul campo con la sua automobile simbolo del suo status raggiunto, pur di conquistarsi una rispettabilità. Così dopo la rapida ascesa, arriva fatale,  la caduta. L'ultima meditazione sulla sua brillante meteora fu affidata a Nick, il vicino di casa:

E mentre meditavo sull'antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all'estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C'é sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia ... e una bella mattina...Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato (Francis Scott Fitzgerald) 


Uno dei più bei finali della storia della letteratura "Il Grande Gatsby", non c'è che dire.
Ma torniamo al giovane Sognatore iniziale di Dostoevskij. Non riuscirà a conquistare la fanciulla Nasten'ka. La lettera che scriverà per la ragazza, farà tornare l'amato. Un giorno sulla Neva, mentre Nasten'ka e il Sognatore passeggiavano lungo il ponte, lei  rivede il suo amore e si stacca dal giovane per tornare da lui. Così il Sognatore viene risospinto  crudelmente proprio in quel sogno da cui voleva evadere per vivere (come tutti)  la realtà di un amore vero. Ma non se ne risentirà e trarrà da questa ferita un'occasione per impreziosire la sua vita, una lezione di una moralità leggendaria :
Non pensare, Nasten'ka, che io ricordi la mia umiliazione, né che voglia oscurare la tua serena e calma felicità con una nube scura.Non pensare che voglia rattristare il tuo cuore con amari rimproveri, che voglia addolorarlo con un rimorso segreto, che voglia renderlo melanconico nel momento della beatitudine, che voglia strappare uno solo di quei teneri fiori che tu hai intrecciato tra i tuoi riccioli neri quando, insieme a lui, sei andata all'altare... Oh! mai, mai! Che il tuo cielo sia sereno, che il tuo sorriso sia luminoso e calmo! Sii benedetta per quell'attimo di beatitudine e di felicità che hai donato a un altro cuore, solo, riconoscente! Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! E' forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?.

Come potremmo definire questo finale di una così struggente tenerezza? Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire  e che ci avvince dall'inizio alla fine.



Hesperia









lunedì 25 ottobre 2010

Lo specchio oscuro


Che cos'è lo "Specchio oscuro"? E' l'immagine della nostra cattiva coscienza? della coscienza resa infelice? delle pulsioni umane inconfessabili? Capita che tra gli Esperidi ci siano anche dei narratori. E allora, perchè non parlarne?

Dionisio Di Francescantonio è firma che molti lettori hanno già incontrato su Il Culturista, giornale on line. Ma non solo: è autore di volumi fotografici e di due romanzi come "L'identità del fuoriuscito" e "Eldorado". Nato a S.Vito Chietino in provincia di Chieti, è genovese di adozione. Sospeso tra pittura e scrittura, arti che esercita in parallelo, si ripresenta con una raccolta di racconti il cui fil rouge che li annoda è il controverso tema dell'identità. Il titolo del volume "Specchio oscuro" è preso dalla prima epistola di S. Paolo ai Corinzi, XII - 2, pubblicato per le edizioni "Libri del peralto"- Genova 2010.

Un Ulisse dolente, disincantato, già antieroe rispetto a quello omerico, ma anche rispetto a quello joyciano in fondo assai più picaresco,  è quello che emerge dal primo racconto "Per maligne inestricabili trame" (titolo tratto da un verso dell'Odissea). La sua, in chiave moderna, è la condizione dell'uomo itinerante costretto a peregrinare non già per scoprire con orgoglio avventure ed esperienze inconsuete legate a nuove frontiere, ma per "seguire un'occulta linea fatale, un percorso che potevo solo subire", come egli stesso confesserà alla fanciulla Nausicaa che lo ritrova.


E' ancora la voce delle radici, degli istinti più profondamente ancestrali che arma la mano di Austina, "La Rapita", quando dopo il sequestro di un malvivente che la sottrae al suo focolare domestico e dopo il ritrovamento da parte del suo consorte nella caverna dove è stata nascosta, spara. Ma non già al suo rapitore come sarebbe ovvio, bensì al marito che vuole trarla in salvo. Perché? Forse perché troppo grande sarebbe stata per lei l'onta di tornare a casa da "svergognata"? In questo caso, l'identità è la voce oscura degli antenati e di tradizioni ataviche, cui la donna resta intimamente soggiogata.

"La travestita",  è, al contrario della precedente, una donna cosiddetta emancipata dei primi del Novecento dall'identità labile  che copia l'ambiente in cui si muove, attraversa deserti che sono dei labirinti senza fine,  si veste da uomo, fuma, beve, pratica la promiscuità sessuale fino all'autodistruzione.

Narrato in prima persona, tenero e commovente è "Il brutto anatroccolo" dove l'autore compie un'operazione narrativa inversa (ma anche analoga) a quella della Morante nell'"Isola di Arturo": identificarsi nell'adolescente Viviana, così come la Morante si incorporò nel ragazzo Arturo. Solo penetrando con grande sensibilità nella mente e nel corpo di questa ragazza anoressica che si nega allo specchio per non vedersi "brutta", è possibile descriverne le paure, le angosce, le insicurezze dei riti di passaggio, lasciandosi per sempre alle spalle l'infanzia, in una metamorfosi che non può essere indolore. Il brutto anatroccolo alla fine, diventa, sì, un bel cigno, ma il finale non sarà così fiabescamente consolatorio, poiché altre dure battaglie attendono l'adolescente che si trasforma in donna. Dopotutto, la vita è eterna iniziazione: è un po' questa la morale del racconto.

Da ultimo, "Specchio oscuro", il racconto che dà il titolo all'intera raccolta. Storia di due "inseparabili" gemelli violinisti, i quali perseguono il mito della loro forza e invincibilità, scambiandosi i ruoli nello studio, nel lavoro, nelle donne che condividono. Qui il tema ottocentesco e perturbante del "doppio" (doppelgaenger) è ribaltato in chiave moderna non già solo nel dualismo es/ego, io e altro, ma come identità parziali e dimezzate riunite in una meccanica simbiosi, attraverso la quale cercano una revanche sociale, psicologica e sentimentale. L'epilogo sarà tragico e devastante per entrambi, poiché, autori di un efferato delitto, sono costretti a sottostare a questo sodalizio simbiotico sempre più simile a una camicia di forza. Non a caso il termine "individuo" (dal latino "individuum", cioè indivisibile, unico, non replicabile) ci indica che nemmeno due gocce d'acqua alla fine, risultano identiche tra loro. La nostra vita è personale, unica e preziosa e a nessuno è dato di riviverla "per procura". Nemmeno a due gemelli monozigoti.
(sopra: la locandina del film di David Cronenberg "Inseparabili" che affronta il tema del gemellaggio).

Hesperia