Nella storia della letteratura s'incontrano spesso figurazioni dell'aldilà, oltretomba, o dell'Inferno (concetti tra loro distinti), adoperate come pretesto narrativo. L'idea che se ne ricava non è unitaria, presenta svariate connotazioni e stratificazioni culturali.
Nella letteratura occidentale si trova un aldilà cristiano, un aldilà pagano d'origine tradizionale-mediterranea, uno greco-romano, ma molto spesso una fusione tra più concezioni, altre volte contaminazione con altre idee, dallo Sheol ebraico all'Ade, da un'idea di Inferno non come luogo di pena ma semplicemente come dimora dei morti, a un'idea di Inferno di pene astratto o fisico.
Differenze ci sono anche nella stessa mistica cristiana in diverse epoche.
"Inferno" è dal lat. "infernus", "posto in basso", "inferiore", sinonimo di "inferus". Col termine "inferno" ci si riferisce di solito solo alle 3 rel. monoteiste, invece "inferi" si riferisce a tutte le altre culture pagane antiche e moderne. Nel mondo greco-romano non compare l"Inferno", ma "Inferi"a indicare il sotterraneo "regno dei morti", il cui re era il dio Ade/Plutone o Dite/Proserpina, da cui il nome Ade, intesa come regno degli inferi, con il nome del dio esteso anche al luogo. Il regno dei morti greco-latino era un luogo fisico, raggiungibile seppur vago e immaginifico, dove soggiornavano ombre, senza divisioni morali di meriti. Sarà Virgilio nell'Eneide che inventerà una topografia infernale complessa, dividendo gli Inferi tra Tartaro e Campi Elisi, in cui è presente una divisione morale tra le ombre; Virgilio inventa anche la 'Città di Dite', presa a prestito da Dante per la Commedia.
(William Blake, tavola per l'Inferno di Dante)Nell'Ebraismo originario l'Inferno rispetto ad altre culture assume nuove connotazioni. Il principio del male, Satana, angelo caduto, non è un dio (come invece in altre culture), ma in quanto angelo una figura inferiore a Dio e da Lui emanata che tradisce, più potente dell'uomo, e viene nominato anche con gli appellativi di culture vicine, quasi per sottolinearne l'alterità e la pericolosità: Belzebù (figura fenicia), e Hinnom (la Gehenna) diviene il nome dell'Inferno al posto di Sheol (il luogo dei morti sottoterra). Hinnom era in origine il luogo d'adorazione pagana di Moloch, raffigurato in bronzo, sotto cui s'apriva una fornace dove venivano mandati ad ardere giovani per sacrifici umani.
Nel NT il testo greco originale distingue tra Ades (intesa come tomba) e Gehenna (come fuoco, come valle di Hinnom), ma non sempre nelle traduzioni è rispettata la differenza lessicale-concettuale. Numerosi comunque i passi nei Vangeli in cui Gesù in persona parla di Inferno, direttamente o servendosi di metafore in fondo molto chiare ('dove sarà pianto e stridore di denti', 'nel fuoco eterno') anche se la parola precisa, in sè, non compare nella Bibbia.
Per la teologia e la mistica cristiana, dopo un primo periodo in cui l'esegesi non era distaccata in toto da culture eterogenee, anche la teologia cattolica (come in seguito quella ortodossa e in parte protestante) interpreta l'Inferno come un luogo-non luogo più metafisico che fisico, comunque molto reale, di lontananza da Dio e pena, fiamma eterna (tranne l'eresia modernista trasversale che ha messo in dubbio tutti gli articoli di fede storici) dal momento che il testo sacro chiarisce molto bene cosa intende, ma non ne dà una descrizione precisa.
Per il viaggio infernale in letteratura, non si potrà prescindere da Dante, che ha informato di sè gran parte dell'immaginario collettivo non solo italiano, e già qui i temi non sono adatti ad un breve post, si tratterà quindi solo di osservazioni fugaci. L'Inferno di Dante è cristiano? Dipende che valore diamo alle parole. In un certo senso, no affatto.
Per Dante il mondo fisico era diviso in 2 emisferi, uno formato da terre emerse, l'altro coperto dalle acque. Dante mutua queste idee dalle conoscenze incomplete del suo tempo, ma non dalla Bibbia, in cui non si fa cenno a nulla del genere: il testo biblico non dà indicazioni cosmologiche se non sulla non misurabilità dell'Universo, ma non dice affatto che la terra fosse al centro del sistema solare -questa era invece idea tolemaica abbracciata da Dante-, nè che fosse piatta, o immersa in acque esterne, ma l'unica cosa biblica affermata a riguardo è risultata anche scientificamente esatta:
in Isaia 40:22 si afferma "Egli(Dio) è Colui che è assiso sul globo della Terra" col termine chug (globo, sfera)...e ci sono altri passi biblici in cui veniva messa in evidenza la sfericità del pianeta.

Nella Bibbia gli unici punti solo in parte in comune con la visione dantesca sono in Apocalisse, la figura del Dragone incatenato per i 1000 anni dall'Arcangelo Michele, e la caduta degli angeli ribelli in Ezechiele, molto differenti comunque dalla Commedia.
Sempre nella Commedia, innumerevoli invece sono i demoni o i mostri indicati da Dante: alcuni di sua invenzione, altri da fonti mitologiche per lo più greco-romane. Minosse, il Minotauro, Caronte tristo nocchiero, i Centauri, le Arpie, le Furie, Cerbero...in questo Dante si rivela poeta prettamente medievale. Indubbiamente parte dell'esegetica fino alla Scolastica di San Bonaventura, San Tommaso d'Aquino, Alberto Magno e molti padri precedenti hanno rielaborato alcune figurazioni classiche in chiave simbolica. Altre fonti dantesche però sono anche i racconti trobadorici, la Chanson de Geste.
In questa ottica la Commedia va situata come il culmine della tradizione medioevale, come l'esito letterario più alto dell'epoca, ma anche come la sua fine. Ma quando Dante compone la Commedia ha alle spalle una lunga tradizione di Viaggi agli Inferi, con la comune origine del pretesto narrativo della Nekyia, già in Omero e Virgilio. Sarebbe il caso di cominciare a considerare la Commedia come un incontro di codici molto differenti, e non solo come 'poema cristiano' come talvolta viene fatto, perchè in senso strettamente teologico non lo è, o per lo meno non solo, quanto invece aspira ad essere una Summa enciclopedica, questo sì anelito medievale al centone d'arte, riassuntivo di tutta la cultura del tempo.
(Gustave Dorè, incisione)Nekyia, dal greco νέκυια, (da νέκυς, arc. di νεκρός «morto») era presso i Greci antichi il rito (necromatico appunto) con cui si evocavano i morti a scopo divinatorio. Nel XI canto dell'Odissea, Ulisse racconta di aver raggiunto l'Ade per interrogare l'indovino Tiresia e conoscere la propria sorte: i morti sono presentati come ombre mute che per parlare, quindi per riacquistare una parvenza di vita, devono abbeverarsi con il sangue. Ulisse allora compie un sacrificio rituale, raccoglie il sangue delle vittime, e mentre le ombre assetate gli si fanno intorno come vampiri, si difende con la spada; terrà gli spiriti lontani durante l'incontro con un compagno morto, poi quando interrogherà l'ombra di Tiresia, infine quando parlerà con la propria madre; solo a questo punto concederà agli altri morti di bere il sangue e dunque di raccontare la loro storia.
Nel Trecento, quando il brevissimo versetto del "quasi per ignem" paolino di 1 Cor. 3:15 ha già generato nell'immaginazione occidentale la tripartizione geografica dell'aldilà, Dante, sulla scorta della tradizione ma anche della patristica non può che sancire la nascita del Purgatorio, luogo intermedio tra dannazione e beatitudine, più che non renderlo come ipotetico luogo intermedio metaforico e 'a tempo'.
Dell'aldilà classico greco-romano ancora in Dante rimangono atmosfera e mostri, di quello medievale rimangono la suddivisione delle pene in base ai peccati, dei premi in base alle virtù, con le contaminazioni pagane più varie.
Ebbe enorme risonanza in tutto il medioevo. Il contenuto è organizzato come racconto di Scipione Emiliano cui appare in sogno il nonno Scipione Africano, predicendo il futuro, testimoniando una visione di sfere celesti, immortalità dell'anima.
Non c'è nessuna figurazione composta 'a gironi' dell'aldilà cristiano.
Inoltre la tripartizione dell'Inferno dantesco risale da una parte all'Etica Nicomachea di Aristotele, dall'altra al "De Officiis" di Cicerone, mediato secondo la concezione del diritto e del dovere attraverso il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano:
la struttura dell'Inferno dantesco dunque non deriva come comunemente inteso dal dettato ebraico o cristiano, ma in gran parte è suggerito dalla filosofia greca, dal diritto romano, da teorie medievali 'ecumeniche'.
Continui infatti sono gli echi dei viaggi nell'oltretomba pagano, quello dell'Odissea, conosciuta da Dante indirettamente solo attraverso vulgata latina, e dell'Eneide, di gran lunga tra i testi più presenti in filigrana nella Commedia; vanno aggiunti gli influssi da Apuleio, dalle Argonautiche di Apollonio Rodio con il tema del viaggio, del viaggio iniziatico, della trasformazione di sè e dell'anima, da Plotino e di culti pagani misterici quanto di percorsi gnostici veri e propri.
così l'Europa medievale viene apparentemente osservata da una prospettiva eterna, sottratta al tempo della storia perchè già sottoposta all'immaginario giudizio di Dio/filtrato da Dante/narratore.
Josh