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giovedì 28 gennaio 2010

L'Accademia dei Pugni


Il quadro, della collezione Sormani Andreani, è opera del pittore Antonio Perego. Nella scena sono rappresentati i soci dell' Accademia dei Pugni durante una delle solite sedute di lavoro e svago, che si tenevano ogni sera all'interno di una stanza, la stanza dalla stufa bianca, della lussuosa dimora cittadina dei conti Verri, nobile famiglia milanese. Gabriele Verri , giureconsulto, è il padre di due dei personaggi raffigurati; è anche presunto nonno naturale di Alessandro Manzoni. Siamo in contrada del Monte di Santa Teresa (ora via Monte Napoleone ), nell'anno 1762; Milano, all'epoca, contava 120.000 abitanti. I personaggi del quadro, abbigliati e con parrucca secondo la moda del tempo, sono tutti immersi in qualche attività: c'è chi legge, chi scrive o discorre mentre gioca seduto al tavolino. Alle loro spalle c'è la famosa stufa bianca, citata negli scritti dei Verri. Una scena simile potrebbe essere avvenuta il 6 aprile 1762. Quella sera Pietro Verri annotava: "si va formando da me una scelta compagnia di giovani di talento...". L'anno prima, il 14 gennaio, costoro avevano fondato l'Accademia dei Pugni , all'interno della quale, annota ancora Pietro Verri, vi è Cesare Beccaria "...profondo algebrista, buon poeta, testa fatta per tentare strade nuove se l'inerzia e l'avvilimento non lo soffocano". I personaggi del quadro sono: Alfonso Longo , l'abate per forza, in piedi e di spalle perchè il pittore Antonio Perego non l'aveva mai conosciuto (Longo era entrato nell'Accademia l'anno dopo, il 1763, quando Giambattista Biffi ne era già uscito da tempo); seduti al tavolino di sinistra vediamo Alessandro Verri , intento a scrivere, e Cesare Beccaria mentre sta leggendo; alle spalle dei due, in piedi, è il cremonese Giambattista Biffi (uscito dal gruppo ai primi del 1763) ; i due personaggi al tavolino di destra, intenti a giocare a tric-trac, sono Luigi Lambertenghi e Pietro Verri ; alle loro spalle, Giuseppe Visconti di Saliceto sta camminando avanti e indietro mentre legge. Se si esclude Pietro Verri, che nel '62 ha già 34 anni, il gruppo degli altri ha un'età media di 25 anni. Ai sette si aggiunse in seguito il prete barnabita Paolo Frisi , matematico e illustre scienziato idraulico. Le sue intuizioni e invenzioni resero possibile di completare la costruzione del Naviglio Pavese (lavori compiuti sotto Napoleone). I lavori erano stati interrotti da oltre un secolo perchè non si trovava una soluzione soddisfacente per rendere navigabile il progettato Naviglio Pavese. L'invenzione della conca con le chiuse mobili risolse il problema, e il Naviglio Pavese, costruito per essere navigabile da natanti mercantili, fu poi adibito a tale funzione per parecchi decenni: il naviglio Pavese era navigabile in tutto il suo percorso, dalla Darsena di Milano allo sbocco nel Ticino, dopo aver superato l'ostacolo frapposto in località Conca Fallata.

Sembra che le riunioni finissero quasi sempre a suon di pugni, tanto che un loro vicino di casa, il pettegolo maestro di musica Carlo Monzino, mise in giro la voce che "quando discutono di filosofia, quei ragazzi si accendono al punto da venire alle mani". Gli otto erano il drappello d'avanguardia degli Illuministi lombardi. Dopo tre anni di riunioni, nel 1764 decisero di dar vita ad una rivista: Il Caffè . Composta di quattro fogli, veniva fatta stampare a Brescia - allora nel territorio della Repubblica di Venezia - per aggirare la censura austriaca. Il I°giugno 1764 esce il I° numero. Nella presentazione, scritta col tocco burlesco e ironico che aveva contraddistinto la rivista, vi si narra di Demetrio, un greco nativo dell'isola di Citera, il quale, stanco dell'oppressione degli ottomani, nuovi padroni dell'isola, fugge e s'imbarca per il Levante. La nave fa scalo a Moka, in Arabia Saudita, dove acquista un carico di caffè, da cui si ricava una nuova bevanda che sta prendendo largo piede in Inghilterra. Ad essa sono attribuite grandi virtù salutari e la capacità di scuotere le menti addormentate e intorpidite. Intrapreso il lungo viaggio di ritorno, medita di impiantare un'attività legata alla somministrazione della nuova bevanda. Pensa a Milano, che decide di raggiungere col suo carico di caffè, dopo essere sbarcato a Livorno. Apre quindi una bottega di primordine dove "si beve un caffè che merita veramente il nome di caffè" e "chiunque lo prova, quand'anche fosse l'uomo più grave, l'uomo più plombeo della terra bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz'ora diventi uomo ragionevole". Scopo della rivista è quindi chiaro: svegliare i milanesi dall'imbalsamazione e intorpidimento cui si sono rassegnati fin da quando han chiamato gli spagnoli a dirimere le loro beghe interne.

I soci dell'Accademia dei Pugni passano le sere nella stessa "stanza dalla stufa bianca", tutti travagliando. Alessandro Verri lavora alla stesura della Storia d'Italia, Pietro Verri è intento alla stesura dei trattati di economia e politica, altri leggono. Annota Pietro Verri: "Beccaria si annoiava e annoiava gli altri. Per disperazione mi chiese un tema, io gli suggerii questo conoscendo che per un uomo eloquente e di immagini vivacissime era adatto appunto". "Questo" è il Dei delitti e delle pene , opera di tema umanitario senza dubbio la più importante uscita da quelle mura. Scritto tra il marzo 1763 e il gennaio 1764, non ebbe però vita facile. Appena pubblicato, il Sant'Uffizio lo aveva incluso nell'indice dei libri proibiti. Il mondo non era preparato ai cambiamenti traumatici suggeriti nel libro, in merito a crudeltà e inutilità di torture e pena capitale per certi effimeri reati (la pena di morte, ai tempi dell'Accademia, veniva comminata a Milano per una trentina di reati, incluso il furto e l' "azione venerea con un'ebrea"). Il conte Pietro Verri, a cui il libro viene dedicato, si vanta di aver dato lui l'argomento al "Marchese Beccaria" e "la maggior parte dei pensieri è il risultato delle conversazioni che giornalmente si tenevano fra Beccaria, Alessandro, Lambertenghi e me", come annota lo stesso Verri. Esaltato a Parigi dagli Illuministi francesi, lo stesso autore del Dei delitti e delle pene non ebbe vita facile in Milano, tanto che strascichi ostracistici nei suoi confronti si ebbero ancora nel 1818, a 54 anni dalla sua pubblicazione. Scrive infatti il De Breme nel 1818: "mostratosi in un Circolo di Milano, il Beccaria, quel vindice della straziata e conculcata umanità, tosto i nobili, uomini e donne, i benemeriti del governo, i devoti, s'alzarono, e, senza neppur salutarlo, pigliavano congedo dai padroni di casa".

Nel maggio del 1766 il gruppo si sfalda, e con esso la rivista cessa le pubblicazioni. Nei soli due anni di vita la rivista uscì 74 volte (una ogni 10 giorni) con 118 articoli firmati, ben 53 dei quali a firma di Pietro Verri e 31 di Alessandro Verri. Allo scioglimento ogni componente prese la sua strada. Milano non era ancora pronta a sostenere i giovani geni. Per il risveglio totale dal lungo letargo, in cui Milano era sprofondata, bisognerà attendere l'avvento dei nipoti di quei geni o lumi, al vertice dei quali ritroviamo Alessandro Manzoni , nipote di Cesare Beccaria.

Aggiornamento
Nel penultimo capoverso De Breme riferisce di un atto increscioso accaduto a Cesare Beccaria tanti anni prima, e non nel 1818. Beccaria quell'anno non era più in vita, essendo morto nel 1794 all'età di 56 anni.

Consulenza grafica (la foto del quadro) e di contenuto: www storia di Milano - Repertorio (Verri)
Bibligrafia: Milano l'avventura di una città - Marta Boneschi - Edizione Oscar Mondadori

Allegati (link): da Wikipedia
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Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene: testo integrale. 

giovedì 18 giugno 2009

La città e l'Acropoli di Cassino


Cassino, Brianza del Sud (*). E non solo metaforicamente, se pensiamo che nel 584 era stata invasa, e distrutta, unitamente al monastero di San Benedetto, da una branca dell'esercito Longobardo. Questo, che si era spinto fin lì, creando poi la Longobardia Minor, con centri a Benevento e Spoleto, riuscì a proseguire la sua secolare esistenza in quella terra, fin dopo l'arrivo dei Franchi di Carlo Magno. E soccombette solo ai Normanni.







Cassino, Brianza del Sud, intesa come sinonimo di operosità, se si pensa che la famosa Regola di San Benedetto, Prega e Lavora (Ora et Labora) è stata coniata sulle cime del suo monte: Monte Cassino (**). E lo ha dimostrato con le opere, di meritare questo appellativo. In dieci anni, dopo che i bombardamenti del 1944 avevano completamente rase al suolo città e monastero, nel 1957 Cassino e Montecassino (**) erano già state completamente ricostruite. E ciò appare incredibile, confrontando foto del 1957, dove si vede una grande città completamente ricostruita, con le documentazioni fotografiche del maggio 1944, dove appaiono solo spianate di ceneri e macerie. Le foto di cui parlo, sono visibili nel libro "Cassino e Montecassino 1943-2004", non pubblicabili, per via del copyright; ma molte di esse sono reperibili su Google Immagini. Un'idea della portata di quel disastro, è però possibile farsela, riportandoci ad un brano di quel libro: "alla fine del 1942 (la popolazione) ammontava a 21.275 residenti, ed era la seconda città della provincia di Frosinone per numero di abitanti. Nell'estate del '44 la distruzione al 100% di tutto il patrimonio abitativo urbano e rurale e del 90% di quello zootecnico, lo sfollamento in massa, la perdita di ogni bene avevano determinato lo spopolamento totale del territorio. Appare dunque incredibile che nel censimento del 4 novembre 1951 la città facesse già registrare 19.256 abitanti". Solo da una visita sul posto, si potranno avere l'esatta percezione dell'operosità congenita di quella popolazione, la quale, non a caso, fino al 1927 era inserita in una regione storico-geografica, posta tra il nord della Campania e il Basso Lazio, dall'emblematico nome di Provincia di Terra di Lavoro .












Appare così evidente la motivazione con la quale le abbiamo coniato l'appellativo di Brianza del Sud. Dalla fine dell'Impero Romano, Cassino e Montecassino sono state distrutte, e poi prontamente ricostruite, ben quattro volte: quattro volte in 1500 anni. A causa della sua ultima distruzione totale, Cassino è stata definita Città Martire. E a ricordo di quest'ultima distruzione e a monito circa la stupidità delle guerre, all'ingresso dell'abbazia di Monte Cassino troneggia la parola PAX, a caratteri cubitali, ad accogliere i visitatori. A tali fatti e avvenimenti del passato si è fatto cenno durante la presentazione del viaggio di Papa Benedetto XVI, del 24 maggio scorso a Cassino e Montecassino. E a futura memoria del memorabile incontro nel grande spiazzo principale di Cassino, la sua popolazione ha voluto dedicare a Papa Benedetto XVI l'intitolazione di quella piazza.La prima distruzione, come s'è detto, avvenne nel 584 ad opera dei Longobardi; erano trascorsi appena 55 anni, da che era stata inaugurata da San Benedetto. La seconda, perpetrata da parte dei saraceni nell'883, dopo che generazioni di monaci avevano atteso per anni alla sua ricostruzione. La terza distruzione avvenne 1349 ad opera di un violento terremoto che aveva scosso tutto il centro-sud Italia.






L'ultima distruzione, certamente la più micidiale e dolorosa, è avvenuta nel febbraio-marzo 1944, a causa dei massicci e tristemente famosi bombardamenti. Mentre le prime tre ricostruzioni andarono a rilento (la prima volta fu portata a compimento solo nel 717, la seconda nel 949 ), per la terza ricostruzione, quella che ci ha tramandato il monastero, ampliato e maestoso per come lo vediamo ora, si impiegarono soltanto 17 anni. Molto più celere, solo 10 anni, fu la ricostruzione conseguente al bombardamento aereo del 1944.Nel XXII canto del Paradiso, Dante fa l'apoteosi di San Benedetto, e della sua Regola, con terzine memorabili:















Quel monte, a cui Cassino è ne la costa,fu frequentato già in su la cimada la gente ingannata e mal disposta;e quel son io che su vi portai primalo nome di colui che 'n terra addussela verità che tanto ci sublima;





Sapendo dell'incursione barbarica del 584, il lettore frettoloso potrebbe essere indotto a pensare che quei versi (la "gente ingannata e mal disposta") si riferiscano ai longobardi che frequentarono l'acropoli cassinese ("già in su la cima"), distruggendola. Gli eccellenti commentatori danteschi, ci illuminano, invece, sul fatto che quella "gente ingannata e mal disposta" era la popolazione romana del Cassinate, che credeva nelle divinità pagane e che saliva alla sommità dell'acropoli per andarle ad adorare. Sulla sommità di quel monte, dove ora c'è l'abbazia di Montecassino, c'era, dunque, in epoca romana, un santuario dedicato al dio Apollo. Dev'essere stato sontuoso e di enormi dimensioni, se storia e Dante ci dicono che sopra le sue rovine San Benedetto vi costruì il primo e più grande monastero cristiano al mondo. Ma poco o nulla ci è dato di sapere di quel sito. Ci possiamo aiutare molto con l'immaginazione, facendo accostamenti e similitudini col tempio a Giove-Axun di Terracina, in provincia di Latina, e col santuario di Palestrina, in provincia di Roma, del quale parla Aretusa nel suo ultimo post. La fototeca allegata al post è di grande aiuto per comprendere la grandezza e l'importanza dei santuari romani, ed, in particolare, del santuario dell'acropoli di Monte Cassino. Casualmente, i due siti archeologici si trovano entrambe a circa 100 km di marcia dal monastero di Montecassino.Il santuario romano-pagano di Terracina, la cui sommità è visibile anche ad occhio nudo dalla sua bella spiaggia, è quello che, più di ogni altro, può dare un'idea di come potrebbe essere stato il tempio di Apollo, sulle cui rovine San Benedetto ha edificato il suo primo monastero. Anche se Cassino non è propriamente annoverata tra le città d'arte, e anche se delle vestigia romane è rimasto ben poco, perchè andato perso nel corso delle quattro devastazioni subite, essa deve comunque aver avuto un ruolo molto importante in epoca romana. Trent'anni fa, in occasione di una mia visita, importanti opere risalenti all'epoca romana, sembravano ancora in stato di completo abbandono. Ciò era dovuto a carenza di forze, diversamente impegnate nella ricostruzione post-bellica. Oggi, alcune di tali opere sono state restaurate e restituite alla fruibilità di cittadini e visitatori. Tra queste vi è sicuramente la Rocca Janula (vedi foto a destra) una possente opera difensiva, risalente alla fine del primo millennio. Altre opere restaurate sono: il Teatro Romano, l'Anfiteatro romano e la Strada latina romana lastricata, delle quali sono visibili le foto. Per i 22 km di acquedotto romano, per le Terme di Varrone, per il Ninfeo bisognerà forse attendere ulteriori opere di restauro. A completamento della ricostruzione mancherebbe forse un ultimo tassello: il ripristino e la ricostruzione della funivia a campata unica, che col suo salto mozzafiato di oltre 400 m, quasi in verticale diretta, portava pellegrini e turisti direttamente all'Abbazia in soli 7 minuti. Era stata inaugurata il 21 maggio 1930; distrutta durante la guerra, non è più stata ricostruita. Una curiosità storica. Nell'Anfiteatro romano di Cassino avvenne la tappa di un drammatico fatto d'armi, con epilogo a Benevento. Nel 1266 vi si asserragliarono gli uomini di Manfredi, nel tentativo di resistere all'invasore angioino. La vicenda terrena di Manfredi, e quella vicenda conclusasi a Benevento con la sua morte, sono mirabilmente ricordate nel più bel Canto del Purgatorio: il III Canto: "biondo era e bello e di gentile aspetto", e qui un altro stralcio .





(*) Nel 1971 con l'inaugurazione dello stabilimento FIAT di Cassino, si è posto fine al processo migratorio delle genti di quella terra. Anzi, da allora si innescato un processo inverso di ritorno. Ancora oggi, giovani della terza generazione di immigrati da quella terra, hanno avuto la forza e il coraggio di intraprendere il viaggio contrario di quello che aveva fatto immigrare i loro nonni. (**) Non a caso ho voluto scrivere Montecassino nelle due versioni alternate: Montecassino e Monte Cassino. Ciò a seguito della falsariga tracciata da Wikipedia ed anche perchè Giuseppe Bottai, ministro dell'Educazione Nazionale dal '36 al '43, in un suo saggio su "L'ideale romano e cristiano del lavoro in San Benedetto", la cita sempre col nome sdoppiato: Monte Cassino.


autore: Mario (Marsh)

sabato 10 gennaio 2009

La memoria storica dei Navigli a Milano e dintorni

Per chi abita fuori o lontano da Milano, i Navigli possono dire assai poco della loro carica attrattiva: per loro è come se non esistessero. E lo confesso: in parte, era stato così anche per me. Lo era stato quando scendevo a Milano e la percorrevo in lungo e in largo per adempiere alle mie funzioni di agente di commercio. Anzi, era capitato che a volte li avessi considerati come un ostacolo; come quando andavo dal cliente di via Meda, o dai clienti di Ripa Ticinese, o a quello del Buccinasco. E allora non avevo neanche granché tempo per fermarmi a rimirare le tante cose belle che ci sono a Milano. Le sto scoprendo e riscoprendo ora, man mano, da giornali, libri, guide; e ogni giorno scopro qualcosa di inedito. Così è forse anche più piacevole, per me, per la mia condizione; perchè così non devo battermi col traffico automobilistico e pedonale del centro città. Se Milano avesse mantenuto intatta almeno una parte dei Navigli interni e avesse mantenuto intatte le Mura Spagnole, oggi sarebbe una delle dieci più belle città del mondo (ma vorrei osare con tale affermazione che sarebbe la più bella città al mondo).
Sfortuna vuole che i Canali erano corsi d'acqua artificiali, e le Mura erano state edificate a difesa di una città che, nell' immaginario collettivo non esisteva quasi più. Oggi, invece, entrambe le strutture le sarebbero state molto utili! Ma purtroppo, gli uni e le altre, davano "fastidio" al nascente traffico automobilistico. Allora si pensò bene (anzi male) di smantellarli entrambe. Monza, almeno in un punto è stata più fortunata di Milano: il suo centro è attraversato da un fiume, e non dai Navigli come è stato per Milano. E a nessuno, a meno che non sia fuor di senno, verrebbe in mente di interrare un fiume, come invece hanno fatto gli amministratori di Milano, con troppa fretta, interrando la storica cerchia all'interno dei Navigli. Cominciavano a dare qualche problema e creavano intralcio al nascente processo di cementificazione. E così dal 1857, iniziarono lo smantellamento sistematico di ciò che sarebbe potuto diventare il monumento più bello e più significativo della memoria storica di Milano. L'ultimo atto di quella demolizione risale al 1981 quando fu interrrato il tratto di Martesana che passa sotto il Ponte di Leonardo, cui è legato un episodio, tra i più struggenti, dei Promessi Sposi. I monzesi, nonostante che il loro Lambro sia ridotto a un ruscello, ricordano le piene che hanno provocato gli straripamenti del 1976 e 2002. Il più disastroso fu quello del '76 quando, sotto una pioggia incessante, durata molti giorni, le acque del Lambro esondarono, creando una sorta di laghetto in quella fascia di territorio compreso fra Lambro e Lambretto. Si allagarono case e scantinati. Soltanto dopo circa un mese le acque si ritirarono completamente negli alvei del fiume. La Tipografica Sociale, che stampa e distribuisce Il Cittadino di Monza e che all'epoca aveva lo stabilimento in quel lembo di terra del centro storico, nel libro del suo centenario racconta molto dettagliatamente di quell'alluvione e dei gravi danni che lei stessa subì. La certezza e la casualità delle periodiche esondazioni pongono un sicuro freno a quanti potrebbero avere mire di manomissione sul Lambro cittadino. L'unico massiccio intervento sul percorso del Lambro, all'interno del centro storico, è stata fatto nel XIII secolo da Azzone Visconti mediante la nota biforcazione ad est del Duomo, per ragioni difensive. E' chiaro quindi che a nessun monzese di testa sana verrà mai in mente di intervenire sul corso del fiume Lambro anche se, come detto, esso ha una portata d'acqua molto bassa, soprattutto nei mesi estivi e invernali. Ciò nonostante, riesce ugualmente ad attrarre mète di turisti lungo il suo corso cittadino. E se volete farvi una pur grossolana idea di come potrebbe tornare ad essere Via Senato a Milano, qualora si ripristinassero i Navigli interni, non dovete fare altro che programmare una gita domenicale in quel di Monza, magari nella bella stagione, tra aprile e ottobre, e fare una passeggiata lungo Lambro, che dista appena cento metri dal Duomo. Mettendosi sul Ponte dei Leoni, con la faccia rivolta all'Arengario, il Lambro vi offrirà due aspetti diversi: a sinistra, ancora allo stato brado; a destra, incanalato in un manufatto cementizio. Procedendo a sinistra s'imbocca la stretta Passerella esclusivamente pedonale dei Mercanti che costeggia il fiume per circa duecento metri, potendo ammirare da vicino il fondale e le sponde. Arrivati al ponte di via Colombo, lo si scavalca passando alla riva sinistra del fiume. Percorsa via Spalto Piodo si raggiunge Via Azzone Visconti da dove si vedrà come emergere dall'acqua la Torre Viscontea, e il fiume che le scorre sotto. A destra del Ponte dei Leoni, ci si incammina per via Gerardo dei Tintori fino a raggiungere un antico e grazioso ponte settecentesco, il Ponte di San Gerardo; nei suoi pressi, il complesso immobiliare che un tempo era stato il più antico ospedale della città, l'Ospedale San Gerardino.


Nell'ultimo secolo aveva subito alterne vicende (abitazioni, caseificio, magazzini ecc.). Finchè venne restaurato ad opera del Comune, tra il 1996 e 2004, e riportato all'antico splendore di chiesa ultrasecolare con il vecchio edificio ospedaliero, ora trasformato in oratorio. Nei suoi paraggi si potrà ammirare una vera chicca, monumento di archeologia industriale, unico nel suo genere, raro e invidiato da molti: l'Antico Mulino Colombo divenuto frantoio nel 1871 e passato a proprietà comunale dal 1987. Restaurato dalla Città di Monza, è solo grazie all'estro e alla vitalità di Antonietta Colombo se è giunto integro fino a noi, tramandandoci la memoria di tre secoli di storia dell'arte molitoria. In prossimità del Ponte di San Gerardo, il Lambro mostra angoli d'inconsueta bellezza: broletti, verandine, balconcini creati sopra, a ridosso, a sbalzo o di fianco al letto del fiume. Ma essi vanno assaporati camminando con lentezza, senza fretta.Pensate quale attrazione turistica avrebbero i tre mulini del Tombone di San Marco, a Milano; oppure l'antico Forno delle Grucce, forno storico milanese ricordato già nei Promessi Sposi. E se per così poco riuscite ancora ad emozionarvi, provate ad immaginare cosa sarebbe Milano se fosse ancora circondata dalle sue possenti Mura Spagnole. Saremmo all'apoteosi della memoria storica; e Milano non avrebbe rivali al mondo, quanto a bellezza. Ma questa è un'altra storia...
Pensate invece a come è stata mal-trattata la Basilica di Sant'Eustorgio,almeno fino all'Epifania dell'anno scorso, quando Riccardo, un blogger gallaratese innamorato dell'Australia, m'aveva fatto una segnalazione che mi aveva sconcertato. In questa storica basilica sono conservate le reliquie dei Re Magi. Una piccola parte di quelle reliquie che erano state trafugate dai Germanici. Dopo secoli di insistenti trattative, ci sono state finalmente restituite, in esigue parti, dai tedeschi di Colonia (bontà loro!). Esse sono interamente conservate nella loro Cattedrale cittadina, da quando Federico Barbarossa le aveva trasferite, dopo il trafugamento da Sant'Eustorgio, prima che ordinasse di radere al suolo Milano. Era il 1162. Si disse che lo fece per salvarle da distruzione certa e sicura perdita. Essendo lui profondamente cristiano, ci teneva a salvare le reliquie di coloro che avevano assistito a quel grande evento che, 2009 anni fa, ha dato il via al lento rinnovamento del genere umano: la nascita di Gesù Cristo. La segnalazione che mi fece Riccardo, riguarda il fatto che, per arrivare al sarcofago contenente le Le relique dei Magi, ci sono, o c'erano fino alla scorsa Epifania, approssimative indicazioni scritte a penna, su foglietti di recupero pure ingialliti. Bel culto della memoria storica!In altri luoghi d'Europa si farebbero in dieci, cento, mille per segnalare e promuovere un sito di questa importanza. Mi auguro che, nel frattempo, la situazione sia migliorata.






Autore: Marshall

domenica 4 maggio 2008

Il castello del cigno di pietra (Neuschwanstein)

Nelle leggende celtiche i cigni (che appaiono anche in questo blog sia nel template che nel mio avatar) sono il simbolo di saggezza, amore sincero, fedeltà, innocenza, purezza, forza e coraggio. Il cigno dona la capacità di interpretare i sogni e rappresenta l'evoluzione spirituale. E' legato all'acqua (dove nuota), all'aria (dove vola) ed alla terra (dove si posa), ma rappresenta soprattutto il fuoco del sole da cui trae l'energia per padroneggiare gli altri tre elementi. Rappresenta la comunicazione fra gli elementi, è considerato un messaggero degli dèi, benefico e sacro possessore di poteri magici legati alla musica e al canto.Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria sorgente. Nel Medioevo era l'emblema della cavalleria mistica e rappresentava il cavaliere che partiva alla ricerca del Graal, la Sacra Coppa dove fu raccolto il sangue di Cristo durante l'ultima cena. Lohengrin, il personaggio dell'Opera wagneriana legata all'antica saga, è il Cavaliere del Cigno, e ha un cigno nell'elmo. Visitare il Neuschwanstein Schloss in Baviera, è per l'appunto un'ascensione spirituale al castello del Montsalvat, il leggendario castello dei cavalieri del Graal . Esso troneggia candido su uno sperone di montagne proprio come un superbo cigno (schwan) di pietra (stein). Ma non possiamo prescindere dal re di Baviera Ludovico II (Ludwig II) che ne fu l'ideatore. Un giovane principe infelice divenuto precocemente re a 18 anni che fu incapace di amministrare saggiamente il regno, per inseguire i suoi "castelli in aria". E tuttavia, che castelli! Il sovrano alto 1, 91 e assai bello visse con grande tormento la sua omosessualità, in conflitto col suo spirito ferventemente religioso.
Ludwig II von Wittelbach nacque nel Castello di Nymphenburg non lontano da Monaco e potrete trovare la sua biografia qui. E anche nel lungo film di Luchino Visconti inerente alla sua vita. A Nymphenburg, c'è ancora la sua cameretta verde arredata che la sottoscritta ha potuto fotografare eludendo la sorveglianza di una fraulein che pareva una Kappler in gonnella.
Per lui vivere voleva dire costruire, edificare. Infatti spese quantità di denaro ineguagliabile per assecondare la sua smania di edificare castelli, così lussuosi e sfarzosi da far andare in fallimento le casse dello stato.
Fece costruire il Castello di Herrenchiemsee sul lago omonimo di Chiemsee su modello di Versailles, Il castello di Linderhof; poi una bellissima quanto bizzarra Casa Reale sullo Schachen a quasi 1866 metri simile a uno chalet svizzero dove il contrasto tra l'esterno ligneo (rustico) e l'interno (sfarzoso e aureo) richiama proprio il calice del Graal: modesto come la coppa fatta da un falegname eppure prezioso. Ma il castello che meglio caratterizza l'eccentrico re delle fiabe medievali è proprio il Neuschwanstein, ad un tempo reggia e rocca fortificata in stile romanico con elementi gotici, che incastonato tra monti, boschi e laghetti alpini, si erge scintillante come una pietra preziosa, e sorge sulla località di Fuessen non lontano dal Hoheschwangau, castello dei suoi genitori nel quale egli trascorse l'adolescenza. All'inizio Neuschwanstein doveva nascere come una sorta di tempio dedicato a Wagner e immortalare saghe e leggende delle sue opere. Poi attinse ispirazione direttamente dalle saghe originali. Grande fu l'ammirazione di Ludwig per il musicista che amava autodefinirsi Tondichter (poeta del suono), di cui fu munifico mecenate. Con i suoi fondi privati gli finanziò l'affitto di una casa a Monaco, una villa sul Lago di Starnberg, un appannaggio annuo e aveva già pianificato la costruzione di un teatro a Monaco dedicato ai festival wagneriani. Un anno dopo per intercessione dei suoi ministri, Wagner fu fatto allontanare. Descrivere questo castello in questo spazio è pressoché impossibile: molte sono le chiavi di lettura relative all'edificazione, alla planimetria delle stanze, ai mobili e alle suppellettili, alle innumerevoli simbologie mistico-religiose-mitologiche che lo pervadono, ai dipinti murali. Mi limiterò a descrivere gli interni privi di quadri, ma con esclusive pitture murali commissionate da Ludwig sulla base delle saghe epiche. Visitare le stanze del maniero è un po' ripercorrere le pagine di un libro illustrato a tema.
La sala di soggiorno è ispirata a Lohengrin e su un mobile vi campeggia un candido cigno in maiolica di dimensioni naturali. Sulle pareti, le pitture murali ispirate alle sequenze più importanti di questa saga.
La camera da letto potremmo anche chiamarla sala Tristano e Isotta,poiché è questa saga che dà ispirazione alla stanza e ai dipinti murali. Tuttavia anche qui c'è un lavabo d'argento con un grosso cigno dal cui becco esce acqua. E i cigni si ritrovano anche sui tendaggi delle finestre del maniero. Il letto è sovrastato da intagli di legno di rovere simili a guglie e a pinnacoli in stile gotico (occorsero più di quattro anni perché gli intalgiatori portassero a termine l'opera)-
Lo studio è legato al Tannhauser.


Gli atri del castello (inferiore e superiore) all'Anello dei Nibelunghi (Sigfrido).
L'ambiente di maggior suggestività è senz'altro la sala del trono con colonnati in vernice laccata mescolata a polvere di lapislazzulo dello stesso intenso celeste. E celeste è il colore che ritorna in tutti i drappi e i tendaggi del castello. Come celeste e bianco sono i colori della bandiera della Baviera. Vi sono raffigurati i sette Re santi e giusti con il grande affresco di San Giorgio che uccide il drago e la pittura sulla cacciata di Lucifero da parte del'arcangelo Michele. I dipinti murali illustrano le vite dei Re santificati.
Infine si accede alla salone delle feste (sala dei Cantori) dove riabbiamo scene dal Parsifal e un affresco su tema dell'incantato giardino di Klingsor dove vi domina il verde smeraldino.
Una nota speciale meritano i lampadari in ottone indorato tempestati di cristalli di Boemia colorati a mo' di rubini, smeraldi e zaffiri. Sembrano corone ferree degli antichi re franco-germanici. E' interessante sapere che in tutti i lampadari del Castello il numero delle candele è divisibili per 12, in riferimento all'Apocalisse di San Giovanni ove si dice che la Gerusalemme celeste ha 12 porte.
Oggi questo castello è mèta di visitatori provenienti da tutto il mondo, ma queste maree di turisti, armati di macchine fotografiche e videocamere, non sarebbero certamente gradite al "re delle fiabe", che già disprezzava la sua epoca definendola rumorosa e volgare. Quindi, figuriamoci oggi! I castelli sono una testimonianza della sua profonda ribellione verso il suo tempo. Paradossalmente, però, quest'opera che mandò in bancarotta le casse dell'allora regno di Baviera, oggi costituisce la sua principale fonte di introito.
Hesperia