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martedì 14 maggio 2013

Casa Missoni

Questo blog ha iniziato la sua attività proprio con un post sulla moda: "Aforismi per una demoiselle" dedicato all'indimenticabile Coco Chanel. Parlai anche di Valentino. Perché la moda? Perché è il lascia-passare di una nazione, il suo marchio di fabbrica, il suo stile, il suo indossare.  Non so se sarà colpa  del Terzo Millenio che spazza via inesorabilmente e fatalmente quanto di bello e buono ha lasciato il Novecento, ma mi sembra ultimamente di dovermi occupare più di morti che di vivi. Come tutti sapranno il 9 maggio scorso è morto Ottavio Missoni e le sue esequie si sono tenute ieri a Gallarate. Caso vuole che insegnassi a Sumirago (Va) proprio negli anni '80 quando la moda italiana e l'Italian Style erano all'apice del successo internazionale. Non conobbi personalmente Ottavio e Rosita Missoni, una







Ottavio ai tempi della sua vittoria olimpionica nel 1948 







coppia di ferro davvero salda, operosa e  fattiva. Incontrai in una sola occasione uno dei  figli, Luca,

ad un centro di cultura, persona mite, alla mano e sempre sorridente come i suoi genitori.Mamolte madri dei miei alunni lavoravano alla Missoni spa, azienda di famiglia sita nella località citata, ed era quella, una realtà produttiva feconda e in espansione secondo il tipico stile italiano della casa e dell'atelier-capannone lì  attiguo. Gli alunni a scuola avevano le copertine dei quaderni disegnate coi suoi colori, come pure gli astucci. Quelle trame che Missoni attinse dalla natura, osservando gli intarsi, le scanalature e zigrinature, gli arabeschi dei  tronchi d'albero nei boschi di Sumirago, i licheni, i muschi e altri elementi naturalistici che poi traduceva in cromatismi per i suoi filati. Nacquero così arazzi coloratissimi, patchwork, righe e fiammati arcobaleno nonché il famoso 'put together', espressione con cui Ottavio spiegò agli americani che si trattava di 'mettere insieme' fantasie, punti e colori che mai nessuno avrebbe osato accostare.
"Una vita sul filo di lana"  (RCS)  è infatti  la sua autobiografia di novantenne ex atleta olimpionico, esule dalla Dalmazia della quale si porta dietro i colori dei tramonti in ocra, giallo, rosso e viola, sul blu cobalto del mare e gli azzurri dalle più svariate sfumature,  quando intraprende negli anni '50 la professione di imprenditore tessile insieme alla moglie Rosita  in quel di Gallarate, e successivamente di stilista a Sumirago. 



Molti "coccodrilli" sono stati scritti in questi giorni in morte del patriarca novantaduenne Ottavio chiamato familiarmente e alla veneta Tai. Certo ha fatto la sua bella e lunga vita avventurosa di sportivo-atleta e di couturier-tessitore. Ha saputo coniugare con estro e intelligenza laboriosità, creatività secondo quell'imprenditorìa familiare che è la nostra grande  vera ricchezza. Una bella e numerosa famiglia di tre generazioni tra figli e nipoti, di quelle sane e robuste che oggi non esistono più, ma che tutti invidiano, quella dei Missoni. Un'armonia  invidiabile, purtroppo interrotta dalla sventura del primogenito Vittorio scomparso nella rotta di Los Roques in Venezuela, durante una vacanza. Perdere un figlio ed essere ancora robusto, sano e  longevo come una quercia è  quasi contro natura. Questo deve aver pensato il vecchio Tai nella notte tra l'8 e il 9 maggio quando si è addormentato dolcemente per non svegliarsi mai più. Tra le tante cose lette, mi ha colpito  il bell'articolo comparso sulla Stampa del suo conterraneo Enzo Bettiza, sensibile scrittore e giornalista a cui dedicai questo post, un dalmata nato nella sua stessa città: Ragusa Adriatica oggi Dubrovnik che riporto testualmente.

Non immaginavo di dover inviare, proprio di giovedì, quest'ultimo tristissimo saluto a Tai, come usavamo chiamare Ottavio Missoni. Al conviviale e, nonostante gli anni, ancora vigoroso Tai, che non rivedrò più al solito tavolo d'angolo del ristorante «Boeucc» di Milano.
Quando non era in giro per il mondo, oppure in barca a vela nella nativa Dalmazia, Tai, era solito riunire il giovedì sera nel vecchio ritrovo milanese sotto la sua divertita ala patriarcale un ristretto gruppo di amici.
Scendeva a Milano dalla villa-fattoria di Sumirago in una macchina grande e modesta insieme, che continuò a guidare di persona anche in notti burrascose fin quasi al limite delle forze vitali; mollò il volante solo alla soglia dei novanta, cedendolo a un cognato più giovane, col dispiacere ironico e un po' amaro dell'olimpionico assuefatto a tendere i muscoli e lo spirito contro l'usura del tempo.
Ma non usava compiangersi; usava anzi rimproverarsi: «Noi dalmati siamo tutti un po' matti. Ci ostiniamo a confutare la realtà della morte, cantando e bevendo come se i malanni e i guasti degli anni non ci riguardassero».

A prescindere dal cantare alto e dal bere forte, che lo accompagnarono e sostennero di successo in successo in una vita piena, ardita, una vita artistica, più da pittore che da tessitore, egli si compiaceva dello sfondo biografico e dinastico da cui proveniva. Le sue barche erano barche vere, illiriche, uscocche, non ferri da stiro miliardari, ma strumenti basati sulla vela e la manualità del timone: atti a misurarsi con la forza della natura, con i brutti scherzi del mare, degni insomma del figlio d'un capitano dalmata di lungo corso che s'era fatto le ossa nella marina austroungarica.
sandali Missoni con zeppe colorate

La moda, le sfilate, i guadagni che gli procuravano? Non ne parlava mai, assolutamente mai, come se la cosa concernesse i talenti e le inclinazioni naturali delle donne di famiglia. Lui, che era un falso naif, preferiva passare le sue ore a leggere libri, anche astrusi, piuttosto che sperperarle in clangori mondani.
Figlio autentico della propria terra, nel fisico atletico, nei lineamenti bellissimi e marcati, nel bilinguismo in cui il veneto coloniale si univa a nostalgiche e temerarie battute in croato: amava sottolineare il cognome della madre, una Vidovich, nobildonna di Sebenico, che lo esortava a non dimenticare la lingua slava che egli infatti parlava correntemente. Usava non a caso definirsi così: «Sono un mediterraneo multiforme, nel quale si rimescolano le acque dell'Adriatico e del Danubio».
Ancora bello, sempre generoso, sempre sorridente, sempre pronto alla battuta scettica e inattesa, il colpo di grazia che doveva portare lui, novantenne intrepido, a una fine per così dire precoce fu la scomparsa misteriosa del primogenito Vittorio nei marosi del Venezuela.
L'enigmatico e tragico abisso che aveva inghiottito Vittorio doveva inghiottire, ripeto precocemente, anche il «grande Tai», come lo chiamavamo, la cui sana allegria era diventata alla fine quella che Ungaretti chiamava «l'allegria del naufrago». Si direbbe quasi che il mare non perdoni nulla proprio a chi l'ha vissuto e amato troppo. Hvala za sve, dragi Taj.




Ottavio Missoni testimonial della sua maglieria

Ecco... ho cercato la traduzione dal croato di questa frase finale di Bettiza, ma non l'ho trovata. Che cosa vorrà dire? Forse ha voluto lasciare l'ultimo commiato al suo amico,  avvolto nel mistero.
Un mio personale augurio affinché casa Missoni vada avanti. Con tanti imprenditori in difficoltà in questi tempi bui (penso ai numerosi suicidi nel Nord Italia) c'è davvero bisogno di credere che la leggenda dei  Missoni possa continuare, anche dopo la morte del loro grande indimenticabile Patriarca.


Un defilé della Missoni spa
Qui un'importante Foto Gallery sulla sua rivoluzione nello stile di maglieria

Hesperia