Visualizzazione post con etichetta personaggi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta personaggi. Mostra tutti i post

domenica 17 novembre 2013

Madame Hardy: un libro, un disco...





L'immagine che noi Italiani abbiamo congelato di Françoise Hardy è quella della graziosa ragazza alta, longilinea, dallo sguardo malinconico e dai lunghi capelli, nello stile anni '60.
Per i cinquant' anni della sua carriera la sua casa editrice musicale, tanto per lasciare il segno, le ha chiesto un libro e un disco. Così nasce il libro "L'amour fou", un manoscritto che aveva nel cassetto trent'anni prima,  ed il disco omonimo. Ma col tempo, piove argento sui suoi capelli, e  tuttavia, con quel caschetto bianco alla Andy Warhol si mantiene magrissima quasi immateriale come non mai, e creativa come non mai. In Francia non è un mistero che  Bob Dylan fosse stato innamorato di lei (tempi orsono, le dedicò una poesia), che Mick Jagger la considerasse "il suo ideale" di ragazza e che David Bowie fosse affascinato da lei e rimase piccato che di passaggio a Parigi per i suoi concerti, lei non venisse mai a trovarlo. Françoise sgrana gli occhioni quando glielo ricordano e sembra chiedersi incredula "Perché proprio io?".
Quale ragazza si sarebbe fatta scappare simili occasioni? Lei che sposò l'attore-cantante Jacques Dutronc (foto sottostante), parigino come lei e attraente quanto lei (lo si è visto in "Grazie per il cioccolato" di Claude Chabrol) rimanendogli praticamente legata per la vita, con un figlio nato da questo legame di nome Thomas, buon musicista e arrangiatore.

Tanti, i successi discografici, molti dei quali tradotti anche nella nostra lingua (fino al '74). Su questo blog ho già inserito "L'amitié" , un brano topico che spesso duetta con altri artisti. "Des ronds dans l'eau" (Cerchi nell'acqua) fu inserito da Lelouch in "Vivere per vivere" e ripreso da Gabriele Muccino in "Ricordati di me". "Message personnel" è stato inserito da François Ozon in "Otto donne e un mistero" e fatto reinterpretare da Isabelle Huppert, al pianoforte. Di  "Voilà" (stupendo pezzo, tradotto in Italiano col titolo "Gli altri" da Herbert Pagani) ne è stato ripreso l'incipit da Robbie Williams in "You know me" (quello in cui saltella su un prato vestito da coniglio) . Incide oltre a pezzi suoi anche alcuni di Gainsbourg (tutti ricorderanno "Il pretesto", versione italiana di "Comment te dire adieu"). 
Nel frattempo la vita l'ha colpita da una malattia leucemica dalla quale fortunatamente ha saputo guarire. Ci sono ancora tante belle cose da vedere e da scoprire al mondo. Pertanto,  dopo questa dolorosa esperienza, nasce  un disco che è una vera perla: "Tant de belles choses".
La sua leggendaria giovinezza di ragazza perbene,  timida, introversa, catapultata quaasi per caso nello showbiz, è ormai alle spalle. Come pure quello charme discreto (da non confondere con il chiassoso glamour all'americana)  che molti illustri couturiers hanno esaltato facendone una sorta di loro ninfa Egeria. Paco Rabanne la vestì con miniabiti di scaglie metalliche argento e oro, André Courrèges costruì sul suo fisico asciutto e androgino le sue geometrie optical, St. Laurent e Cardin confezionarono per lei, eleganti smoking con giacca e pantaloni in  nero. Poi giubbotti (chiodo) e gonne in pelle nera, giacconi-pile casual a quadri. Musa anche per Dalì che amava  alla follia le donne-stelo di quegli anni, come lei (foto piccola in basso a sinistra). Il fotografo Jean-Marie Périer (suo ex fidanzato) ha promosso di recente al Beaubourg di Parigi una mostra fotografica dove è l'indiscussa protagonista dei suoi scatti per le più importanti copertine di magazines che se la contendevano (Vogue, Elle, Paris Match ecc.). E racconta come fosse sempre prodigiosamente fotogenica.

I francesi l'amano ancora moltissimo perché è rimasta tra le poche étoiles veramente Made in France, insieme allo champagne Dom Pérignon. Pertanto non hanno gradito il remake (invero patetico, data la sua non più verde età) che Carla Bruni ha fatto del suo primo successo "Tous les garçons et le filles". Carlà si mette una chioma hardyneggiante davanti agli occhi e intona la canzone con voce in falsetto cercando di atteggiarsi a ragazzina adolescente. "Elle est malade?!?" "Catastrophique!" "Affreux!" sono solo alcuni dei commenti allibiti dei francesi. Provate a leggere gli insulti che le fioccano addosso, sia dai francesi che dagli italiani che per non essere da meno,  replicano: "Tenetevela pure! Noi qui non la vogliamo", nei commenti su You tube. Povera Carlà!

Le posizioni politiche di Mme Hardy a favore di Marine Le Pen, vengono confutate dalla gauche au caviar, ma piacciono ad una buona parte di francesi. Fu lei a parlare per la prima volta di "razzismo antibianco", infrangendo un tabù mediatico. Il cinema in passato se l'è accaparrata ne "Il castello in Svezia" di Vadim, in "Grand Prix"  di John Frankenheimer e poi la si vede in una particina finale della commedia esilarante "Ciao Pussicat!" di Clive Donner,  con Peter O'Toole e Peter Sellers, nel ruolo della ragazza della réception d'albergo che fa ingelosire Romy Schneider. Ma come lei stessa ammetterà, il cinema l'annoia, tant'è vero che  non vi si è mai applicata con troppo zelo e impegno. La musica invece no e va avanti, e ora anche la scrittura.

Il suo libro "L'amore folle", presentato l'estate scorsa alla Fiera del Libro di Torino, l'ho preso in mano non senza una certa iniziale reticenza nei confronti della gente dello spettacolo che scrive. Invece poi leggendolo ho trovato eleganza, raffinatezza, stile, l'influsso di buone letture (ama Henry James e Edith Warthon) e perfino cura nell'espressione. E' un lungo monologo interiore sui sentimenti per un uomo che sembra sempre lo stesso, ma in realtà a comporre il racconto (récit lo chiama lei) sono alcune sue importanti relazioni amorose incastrate ad hoc, sempre e solo con la stessa tipologia di uomo. Una tipologia ricorrente che crea dinamiche altrettanto ricorrenti in una sorta di dolorosa coazione a ripetere, in uno scambio di ruoli psicologicamente sado-maso .
Nota dell'editore: Un romanzo-confessione, una storia d'amore intensa, sofferta, fra passioni e gelosie, erotismo e assenze. "Nel suo L'amore folle Françoise Hardy racconta senza difese la generosità in amore. Ci è sembrato un buon motivo per scegliere di pubblicare il suo dolce, straziante romanzo. Perché fare come lei, abbassare lo scudo per offrire la faccia al vento, è il solo modo di capirlo fino in fondo, questo mondo", dice Tommaso Gurrieri, direttore editoriale delle Edizioni Clichy, che nella collana Gare du Nord porta dal 22 maggio il romanzo in libreria in Italia (176 pag., 15 euro).

 
Già ebbi modo di leggere sul web il suo primo libro autobiografico "Le desespoir des singes et autres bagatelles" e ci trovai stoffa di autentica memorialista. Eppoi, che bel titolo! La disperazione delle scimmie è il nome che i francesi danno all'araucaria, quella pianta andina con i rami spinosissimi che non rende  certo agevole l'arrampicata. Nessuna compiacenza narcisistica da parte di Françoise, distacco verso il culto del "sé", capacità di essere ad un tempo lucida, chiara, trasparente e analitica, ma anche pudicamente elusiva. E' un buon inizio.



L'avrà scritto davvero lei? - mi sono  chiesta incredula. In effetti sì, e a dimostrarlo, è il secondo libro sull'amour fou,  tema sempre caro alla letteratura francese.



 Ma L'Amour fou è anche il titolo del suo ultimo CD, che in Italia (a differenza del libro) non è ancora arrivato. In Francia si vendono simultaneamente libro e disco. Nella compilation discografica segnalo "Pourquoi vous?", una melodia dolcissima, un classico che si avvale solo di piano e di archi cantato con la sua fragile voce, brano che ho messo alla fine del post. E anche la suggestiva "Normandia", un omaggio alla sua regione di nascita. In epoca di volgarità, lei scommette ancora nella forza dei sentimenti.
Ora  che Françoise è  una signora agée, è diventata ancora più brava e continua la tradizione dei cantautori francesi  permettendosi anche qualche sua versione personale  di mostri sacri che hanno lasciato il segno nella storia della chanson (di Brassens interpreta "Il n'y a pas d'amours heureux", di Prévert il famoso "Les feuilles mortes",  mentre riprende "La mer" di Trenet).
Sempre operosa, silenziosa, ascetica e  riservata, madame Hardy ha saputo dimostrare che anche nella società dello spettacolo ci sono individui per i quali  l'Essere ha una valenza superiore all'Avere.

 


Recensione del libro "L'amore folle" : http://www.sololibri.net/L-amore-folle-Francoise-Hardy.html

Hesperia

martedì 14 maggio 2013

Casa Missoni

Questo blog ha iniziato la sua attività proprio con un post sulla moda: "Aforismi per una demoiselle" dedicato all'indimenticabile Coco Chanel. Parlai anche di Valentino. Perché la moda? Perché è il lascia-passare di una nazione, il suo marchio di fabbrica, il suo stile, il suo indossare.  Non so se sarà colpa  del Terzo Millenio che spazza via inesorabilmente e fatalmente quanto di bello e buono ha lasciato il Novecento, ma mi sembra ultimamente di dovermi occupare più di morti che di vivi. Come tutti sapranno il 9 maggio scorso è morto Ottavio Missoni e le sue esequie si sono tenute ieri a Gallarate. Caso vuole che insegnassi a Sumirago (Va) proprio negli anni '80 quando la moda italiana e l'Italian Style erano all'apice del successo internazionale. Non conobbi personalmente Ottavio e Rosita Missoni, una







Ottavio ai tempi della sua vittoria olimpionica nel 1948 







coppia di ferro davvero salda, operosa e  fattiva. Incontrai in una sola occasione uno dei  figli, Luca,

ad un centro di cultura, persona mite, alla mano e sempre sorridente come i suoi genitori.Mamolte madri dei miei alunni lavoravano alla Missoni spa, azienda di famiglia sita nella località citata, ed era quella, una realtà produttiva feconda e in espansione secondo il tipico stile italiano della casa e dell'atelier-capannone lì  attiguo. Gli alunni a scuola avevano le copertine dei quaderni disegnate coi suoi colori, come pure gli astucci. Quelle trame che Missoni attinse dalla natura, osservando gli intarsi, le scanalature e zigrinature, gli arabeschi dei  tronchi d'albero nei boschi di Sumirago, i licheni, i muschi e altri elementi naturalistici che poi traduceva in cromatismi per i suoi filati. Nacquero così arazzi coloratissimi, patchwork, righe e fiammati arcobaleno nonché il famoso 'put together', espressione con cui Ottavio spiegò agli americani che si trattava di 'mettere insieme' fantasie, punti e colori che mai nessuno avrebbe osato accostare.
"Una vita sul filo di lana"  (RCS)  è infatti  la sua autobiografia di novantenne ex atleta olimpionico, esule dalla Dalmazia della quale si porta dietro i colori dei tramonti in ocra, giallo, rosso e viola, sul blu cobalto del mare e gli azzurri dalle più svariate sfumature,  quando intraprende negli anni '50 la professione di imprenditore tessile insieme alla moglie Rosita  in quel di Gallarate, e successivamente di stilista a Sumirago. 



Molti "coccodrilli" sono stati scritti in questi giorni in morte del patriarca novantaduenne Ottavio chiamato familiarmente e alla veneta Tai. Certo ha fatto la sua bella e lunga vita avventurosa di sportivo-atleta e di couturier-tessitore. Ha saputo coniugare con estro e intelligenza laboriosità, creatività secondo quell'imprenditorìa familiare che è la nostra grande  vera ricchezza. Una bella e numerosa famiglia di tre generazioni tra figli e nipoti, di quelle sane e robuste che oggi non esistono più, ma che tutti invidiano, quella dei Missoni. Un'armonia  invidiabile, purtroppo interrotta dalla sventura del primogenito Vittorio scomparso nella rotta di Los Roques in Venezuela, durante una vacanza. Perdere un figlio ed essere ancora robusto, sano e  longevo come una quercia è  quasi contro natura. Questo deve aver pensato il vecchio Tai nella notte tra l'8 e il 9 maggio quando si è addormentato dolcemente per non svegliarsi mai più. Tra le tante cose lette, mi ha colpito  il bell'articolo comparso sulla Stampa del suo conterraneo Enzo Bettiza, sensibile scrittore e giornalista a cui dedicai questo post, un dalmata nato nella sua stessa città: Ragusa Adriatica oggi Dubrovnik che riporto testualmente.

Non immaginavo di dover inviare, proprio di giovedì, quest'ultimo tristissimo saluto a Tai, come usavamo chiamare Ottavio Missoni. Al conviviale e, nonostante gli anni, ancora vigoroso Tai, che non rivedrò più al solito tavolo d'angolo del ristorante «Boeucc» di Milano.
Quando non era in giro per il mondo, oppure in barca a vela nella nativa Dalmazia, Tai, era solito riunire il giovedì sera nel vecchio ritrovo milanese sotto la sua divertita ala patriarcale un ristretto gruppo di amici.
Scendeva a Milano dalla villa-fattoria di Sumirago in una macchina grande e modesta insieme, che continuò a guidare di persona anche in notti burrascose fin quasi al limite delle forze vitali; mollò il volante solo alla soglia dei novanta, cedendolo a un cognato più giovane, col dispiacere ironico e un po' amaro dell'olimpionico assuefatto a tendere i muscoli e lo spirito contro l'usura del tempo.
Ma non usava compiangersi; usava anzi rimproverarsi: «Noi dalmati siamo tutti un po' matti. Ci ostiniamo a confutare la realtà della morte, cantando e bevendo come se i malanni e i guasti degli anni non ci riguardassero».

A prescindere dal cantare alto e dal bere forte, che lo accompagnarono e sostennero di successo in successo in una vita piena, ardita, una vita artistica, più da pittore che da tessitore, egli si compiaceva dello sfondo biografico e dinastico da cui proveniva. Le sue barche erano barche vere, illiriche, uscocche, non ferri da stiro miliardari, ma strumenti basati sulla vela e la manualità del timone: atti a misurarsi con la forza della natura, con i brutti scherzi del mare, degni insomma del figlio d'un capitano dalmata di lungo corso che s'era fatto le ossa nella marina austroungarica.
sandali Missoni con zeppe colorate

La moda, le sfilate, i guadagni che gli procuravano? Non ne parlava mai, assolutamente mai, come se la cosa concernesse i talenti e le inclinazioni naturali delle donne di famiglia. Lui, che era un falso naif, preferiva passare le sue ore a leggere libri, anche astrusi, piuttosto che sperperarle in clangori mondani.
Figlio autentico della propria terra, nel fisico atletico, nei lineamenti bellissimi e marcati, nel bilinguismo in cui il veneto coloniale si univa a nostalgiche e temerarie battute in croato: amava sottolineare il cognome della madre, una Vidovich, nobildonna di Sebenico, che lo esortava a non dimenticare la lingua slava che egli infatti parlava correntemente. Usava non a caso definirsi così: «Sono un mediterraneo multiforme, nel quale si rimescolano le acque dell'Adriatico e del Danubio».
Ancora bello, sempre generoso, sempre sorridente, sempre pronto alla battuta scettica e inattesa, il colpo di grazia che doveva portare lui, novantenne intrepido, a una fine per così dire precoce fu la scomparsa misteriosa del primogenito Vittorio nei marosi del Venezuela.
L'enigmatico e tragico abisso che aveva inghiottito Vittorio doveva inghiottire, ripeto precocemente, anche il «grande Tai», come lo chiamavamo, la cui sana allegria era diventata alla fine quella che Ungaretti chiamava «l'allegria del naufrago». Si direbbe quasi che il mare non perdoni nulla proprio a chi l'ha vissuto e amato troppo. Hvala za sve, dragi Taj.




Ottavio Missoni testimonial della sua maglieria

Ecco... ho cercato la traduzione dal croato di questa frase finale di Bettiza, ma non l'ho trovata. Che cosa vorrà dire? Forse ha voluto lasciare l'ultimo commiato al suo amico,  avvolto nel mistero.
Un mio personale augurio affinché casa Missoni vada avanti. Con tanti imprenditori in difficoltà in questi tempi bui (penso ai numerosi suicidi nel Nord Italia) c'è davvero bisogno di credere che la leggenda dei  Missoni possa continuare, anche dopo la morte del loro grande indimenticabile Patriarca.


Un defilé della Missoni spa
Qui un'importante Foto Gallery sulla sua rivoluzione nello stile di maglieria

Hesperia

mercoledì 3 aprile 2013

Jannacci il grande Provinciale





Non chiamiamolo cantautore: sarebbe una limitazione. Cantautore sarà Vecchioni, cantautore sarà Battiato e
la sua spocchia, cantautore è De Gregori o De André che si atteggiava  a maudit,  e tanto altro cantautoreameitaliano. Lui, Enzo  Jannacci, non ha la pretesa di fare il divo né di interpretare il mondo in versi e note musicali.  Curiosa la sua carriera sempre sospesa tra due professioni impegnative: la cardiochirurgia e la musica jazz.  Non era, tuttavia,  un dilettante della musica Jannacci, sebbene per molto tempo abbiano voluto presentarcelo come un medico che cantava a tempo perso. Amava Chet Baker e Gerry Mulligan con cui ebbe il privilegio di suonare in una fumosa Santa Tecla, locale che diede i natali a tanti rinomati nomi della musica e dello spettacolo.
Posso testimoniare con le mie orecchie quando andai a vederlo in un concerto nel 1989, che  grande pianista e tastierista, capace di reintepretare con personalità e maestria anche pezzi non suoi, personalizzandoli con estro, era Jannacci.  Mi piacque immensamente ascoltarlo in "Sotto le stelle del jazz" di Paolo Conte. E il suo "Bartali"  dai toni picareschi è anche meglio di quello del suo collega piemontese. Per non dire la capacità di improvvisazione e di coinvolgimento del pubblico verso il quale ha sempre avuto rispetto.  Si presentava sempre ben vestito in giacca e cravatta come un professionista. In comune con Paolo Conte ha oltre la passione per il jazz, anche l'aver fatto della musica una professione "non ufficiale", ma ufficiosa. Avvocato, Paolo Conte e medico cardiochirurgo, Jannacci.  Professione "ufficiosa":  la musica. Ufficiosa ma non per questo meno sentita, meno esercitata con passione e fervore, dell'altra sua professione di medico che gli ha sempre dato quel  forte contatto con la realtà e quell'umanità e simpatia che poi è la sua cifra.  

Si diploma infatti al conservatorio di Milano in armonia, composizione e direzione, e l'anno dopo si laurea in Medicina.  La sua singolare carriera sempre sul crinale del cabaret, del teatro, del teatro-canzone come Gaber l'amico fraterno di sempre con cui duettava (i due Corsari),  del cinema (Lizzani, Ferreri, Monicelli), della tv, del compositore di colonne sonore cinematografiche (Romanzo Popolare con Vincenzina e la fabbrica, Pasqualino Settebellezze, Saxophone, Sturmtruppen di Salvatore Samperi ) ne fanno alla fin fine quello che lui stesso ama autodefinirsi e avrebbe voluto vedere iscritto sulla lapide : un fantasista. Senza contare il teatro (con il grande Tino Carraro e Milly), il cabaret, i testi per la tv ai tempi della sua scoperta dei due figliocci Cochi e Renato, che tenne egli stesso a battesimo cabarettistico.

Il mio incontro con Jannacci in tv, risale a  quando poco più che bambina,  esplose in un duetto  esilarante con Gaber (che nel filmato, non riusciva a trattenersi dalle risate) nell'Armando. Mia madre guardò questo mattocco stralunato che faceva la sua strampalata deposizione contradditoria a un commissario  di polizia: "Mi è caduto giù l'Armando" eppoi esplodeva con i suoi iattatititta titta titta. iattatittatitta tà. Mi guarda esterefatta e mi dice: "Ma adesso anche i pazzi vanno in tv a cantare?". E dato che i bambini hanno sempre un grande feeling per i matti  del villaggio, risposi che invece mi piaceva e che mi stava simpatico.
In questi giorni di "coccodrilli" per il povero Jannacci, morto il venerdi di Pasqua,  la retorica la fa da padrona. Ora poi  che siamo in piena crisi, è  quasi d'obbligo, la retorica pauperista: "il cantore degli ultimi, dei dimenticati, degli esclusi ecc. ecc. ". Che uno dei suoi più grandi successi (El purtava i scarp da tennis) fosse dedicata a un clochard  (il famoso  barbùn dell'Idroscalo) è un fatto. Ma se è per questo Jannacci canta di sbirri, di mariuoli, di magnaccia, di donnine allegre, di ubriaconi, "pali" di qualche banda del buco ecc.

Tuttavia la figura che ha sempre attratto la sua fantasia è quella del minus habens, dell'inetto a vivere. O se vogliamo usare un termine milanese del "povero Pirla".  E anche il suo sforzo poetico e musicale è quello di filtrare il mondo con gli occhi del "povero Pirla", obbedendo in questo al motto shakespeariano "il mondo è un lungo monologo visto con gli occhi di un idiota fatto di urlo e furore il cui significato è nulla". 
Dalla figura del "Pistola" vorrebbe (ma non può)  uscire nemmeno il cinico personaggio del protettore (il rucheté) nella canzone "T'ho comprà i calzètt de seda" che racconta quanto  sia furbo da parte sua, scialare i quattrini della sua bella  che batte il marciapiede.  Ma poi sul finir della canzone gli prende qualche dubbio contro chi lo guarda male,  e  allora strilla jannaccianamente "saria mi el pistola?!?....


Tuti i volt che semm insema ghe sempre un qualchedun
aca in un cantun 
che el me varda e me dis: 
"va quel li', el gh'ha la dona che la rola, el dev ess on poo on pistola". 
Ah? Saria mi el pistola? El pistola te se ti. 
Te ghe la miè de mantegni 
Te lavoret tutti el di'...
Ah? Saria mi el pistola? Sariia mi el pistola? El pistola te se ti.


Tutte le volte che siamo assieme c'è sempre qualcheduno
in qualche cantone
che mi guarda e che dice:
"Guarda quello lì, ha la donna che batte, deve essere un po' pistola"
Ah, sarei io il pistola? Pistola sarai tu.
Tu hai la moglie da mantenere 
Tu lavori tutti i giorni ...
Ah, sarei io il pistola? Sarei io il pistola? Pistola sarai tu...


Da qui i suoi nonsense, e la sua comicità surreale, ma in filigrana, anche una certa sua vena malinconica che emerge in "Sun s-ciopà" "Sono un ragazzo padre", "Mario", "Giovanni telegrafista dal cuore urgente". Il tema ricorrente dell'inettitudine a vivere si colloca a buona ragione nella poetica novecentesca. 
Jannacci nasce a Milano nel 1935 e  la sua Milano la si ritrova dappertutto nelle sue canzoni: nel dialetto, nel suo accento meneghino che sa tanto di nebbia, di Navigli e di cortili di ringhiera con quelle "e" larghe come "michètta", ma pèrchèee, pèerchèee no, anche quando parla in Italiano, nei quadretti di provincia. Il capoluogo  ambrosiano che canta lui non è la metropoli spersonalizzante odierna,  ma un aggregato di quartieri e rioni che pullulano di personaggi pittoreschi, talora chiamati per nome (la sciura del Rino, Nino il Barbiere, l'Armando , la Lina, ecc.) . O strade, rioni e piazze citate  di proposito (Rogoredo, la Bovisa, Piazza Beccaria, il citato Idroscalo ecc. ) .
La gente l'ha capito, per questo pur rimanendo Jannacci un cantante e musicista di nicchia amatissimo nella sua città, la sua popolarità ha travalicato i confini regionali per venire amato in tutta Italia. Lontanissimo dalle mode è davvero impensabile imitarlo, anche se non sono pochi comici e cabarattisti che a lui si sono ispirati. Egli stesse fu il Pigmalione di Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto per cui scrisse memorabile successi come "La Gallina" "La canzone intelligente", "La vita l'è bela" . Ma poi nella combriccola dei cabarettisti usciti dal leggendario Derby come Boldi, Beruschi, i Gufi di Nanni Svampa e Lino Patrun, Lino Toffolo, dei Gatti del Vicolo dei Miracoli  (da cui uscì Teocoli) , beh... lì ci furono i suoi amici e compagni di "cazzeggio" di sempre. E a vederli insieme vien fatto di chiedere se "ci sono" o se "ci fanno"... Perchè è  difficile pensare che sia solo finzione comica la loro, e non un vero e proprio stile di vita della Milano che più che da bere era della voglia di farsi quattro risate insieme.
Lo racconta perfino Domenico Gattullo, il fornaio pasticcere di Milano  la cui forneria-pasticceria era il ritrovo di tutti costoro e narra di quella volta che un suo garzone che lavorava in nero, si tagliò una mano e l'Enzo, lo fece entrare di sfroso sul retro del pronto soccorso per operarlo.Come pure il noto aneddoto di un tizio che arrivò al pronto soccorso privo di sensi e nello svegliarsi vede la faccia di Jannacci e dice: "Uhé mi avete portato in ospedale o in televisione?". E ne ha di cose da raccontare il Gattullo su tutti questi personaggi strampalati...

La RAI ci manda in onda i soliti filmati in bianco e nero con "Mexico e Nuvole", "Vengo anch'io no, tu no", "Ho visto un re" ma mi chiedo perché ad esempio, non ha mandato in onda il film "L'udienza" di Marco Ferreri con Jannacci e la Cardinale? Sarebbe stato un bell'omaggio adatto a mettere in

evidenza la poliedricità di questo artista in questo film tenero e atroce di un giovanotto del Nord impacciato che vuole incontrare il Papa ma si scontra con la burocrazia della Curia.  Vorrei terminare con una sua canzone che mai come adesso che imperversano immondizie musicali e talent show,  è diventata attuale: "Ci vuole orècchio" (con la solita e larga). Riascoltiamola perché è su come è conciata l'attuale musica che parla. 




Con Jannacci quel che resta del buon Novecento se ne va. Se ne va questo grande milanese, milanista  (fu grande amico del cronista sportivo Beppe Viola),  dall'incallita milanesità, che è anche una filosofia di vita: laboriosità, operosità, creatività e onestà.
La Milano attuale ora può venire impestata dall'Expo, dalle rotonde, dagli outlet, dalle migrazioni senza scrupoli, dalle enclaves multikulti. Soprattutto non più provinciale ma anonima  e  "internazionalizzata", senza più osterie né trattorie con lì appesa,  una chitarra da suonare. Ci vuole un pessimo orecchio per fare tutto questo.
Ciapa i stèss, direbbe l'Enzo.  
Un'ultima non trascurabile cosa. Il dott. Enzo Jannacci ha saputo essere anche un ottimo genitore. Il  bravo figlio Paolo, musicista virtuoso che fa il direttore d'orchestra, lo ha diretto a Sanremo in "La fotografia" accanto a Ute Lemper. Non è facile nell'ambiente dello spettacolo,  così uso a trascurare i figli, fino a farne dei disadattati. Come si dice, una persona perbene. Uno così può anche dormire sonni tranquilli. Noi che tirèm innanz, un po' meno. 

giovedì 24 gennaio 2013

Faithfull



Cognome: Faithfull. Nome: Marianne. Così bella così dolce, ma così dannata. Solitamente non presto attenzione a quei maledetti del rock morti di musica e di eroina, perché considero che se la vadano a cercare, la loro triste fine. Inoltre lo show biz ci marcia  sopra, perché cerca di accreditare presso le giovani generazioni, l'idea dell'angelo caduto e della vittima che deve pagare il suo tributo di popolarità e di talento con la morte in giovane età. Una morte quella dell'idolo-meteora,  da sacrificare al pubblico. Ma nel caso di Marianne Faithfull (che per fortuna non è morta) mi sono sempre chiesta come facesse una baronessina così bennata, avvolta in abitini neoromantici ad essere sprofondata nell'inferno della droga. Mi pareva che tutto ciò contrastasse perfino con la sua fisionomia d' ineffabile angelo preraffaellita. Sì perché il fascino della Faithfull è nel suo sembrare una creatura immateriale come Cristina Rossetti, la poetessa sorella di Dante Gabriel, autrice de "Il mercato dei folletti" nonché musa ispiratrice del fratello pittore. Marianne nasce bene figlia di ufficiale britannico e della baronessa viennese Eva  Erisso della casata dei von Sacher Masoch, e forse questo suo "masochismo" fa parte, a sua insaputa,  del suo destino "genetico". Buon sangue, si direbbe, non mente. Può essere  questa una prima spiegazione.

Così possiedi diamanti e abiti graziosi/ e un autista ti conduce in auto/ tutti lo sanno/ Ma non giocare con me/ perché giocheresti col fuoco/ ....


Marianne e Mick

Così cantava Mick Jagger dei Rolling Stone nella canzone "Play with fire" a lungo legato a lei, ma lady Marianne non volle ascoltare e a quel fuoco si bruciò, distruggendo più di metà della sua vita. Eppure Mick e Marianne divennero la coppia più acclamata della Swingin' London per quasi quattro anni durante i quali furono osannati e consacrati simboli di una gioventù fatta del solito cocktail di "sesso, droga e rock 'n roll". Lei già sposata al gallerista inglese John Dunbar e già con un figlio piccolo, lasciò la famiglia per mettersi con Mick. Da qui, la sua discesa agli Inferi. Bell'affare, si dirà.
Andrew Loog Oldman, manager della famosa rock band, la definì un "angelo", allorché la vide nel 1964 ragazza bionda diciottenne, dal sorriso ammaliatore (She smiled sweetly, scrisse Jagger dedicandola a lei), due languidi occhi di rondine smarrita, lunghe gambe nervose su di un corpicino così esile e ambiguamente androgino, da ricondurre all'ovile perfino il più incallito dei gay. E sebbene allora cantasse con un sussurro di voce, fu subito scritturata per interpretare "As tears go bye" (Con le mie lacrime) il grande successo degli Stones a firma Jagger-Richard.
Venne anche in Italia e le fecero interpretare la versione italiana di "Morning sun" dal titolo "Quando ballai con lui". Presentata  in tv dall'attore Sergio Fantoni,  si esibì vestita di un delizioso abitino in tulle e pizzo antico, da new romantic quale in fondo, suo malgrado,  è sempre stata. L'indomani il pubblico incuriosito, volle saperne di più su chi fosse quella fanciulla dall'aspetto angelicato con quel fil di voce.
Alain Delon e Marianne Faithfull

Nel '68 girò un film con Alain Delon dal titolo "Nuda sotto la pelle" (The girl on motorcycle) ove comparve a cavalcioni su una moto, bionda chioma al vento, interamente fasciata da una tuta di pelle nera, chiusa da una lampo. Lei, uno schianto certamente, ma chi se lo ricorda più questo film, con tutto quello che accadde in Francia e in Europa in quell'anno fatidico!

Faithfull e Jagger

Scrivevo poco sopra che la Faithfull proviene da una buona famiglia, figlia di una baronessa austriaca e  del maggiore inglese Glynn Faithfull, riceve una cultura, una buona educazione ed istruzione.  Fortunato l'incontro con Oldham e gioia e dolori il suo sodalizio con i Rolling Stones, anche dal punto di vista delle royalties. Alcune canzoni del reperterio Rolling Stones, di cui lei fu co-autrice  recano semplicemente la firma Jagger-Richard, e solo dopo alcune battaglie legali "Sister Morphine" è stata considerata sua.  E' la storia  di una povera ragazza reduce da un incidente automobilistico alla quale in ospedale, hanno somministrato della morfina per non sentire dolore, ma non ci vuole un orecchio esperto per capire che quello fu in vero e proprio pezzo dedicato alla sua dipendenza dalla droga e ai tempi,  ne venne fortemente osteggiata la distribuzione.  Nella versione originale (cliccare il titolo),  Marianne canta con vocina flebile,  quasi  fosse già uno spettro. Poi ne fece delle riprese in versione live più "espressioniste" con la sua nuova voce arrocchita, come nel recente concerto del 2011 in Italia e Sister Morphine è un pezzo sempre fortemente richiesto. Una certa stampa gossip angloamericana, ha più volte attribuito a Mick Jagger in permanente odore di zolfo (Simpathy for Devil eppoi l'episodio violento di sangue del ragazzo di colore Meredith Hunter ucciso dal servizio d'ordine degli Hell's Angels durante un loro concerto ad Altamont nel 1969), ha attribuito  la responsabilità morale e materiale della caduta di Marianne e di Brian Jones,  stroncato da un'overdose di eroina e trovato annegato nella piscina della sua villa.  Il biondo musicista di talento scomparso prematuramente era talmente somigliante a Marianne da sembrare quasi suo fratello,  e come lei,  si ridusse a  uno spettro di un pallore  iridescente. Ma per quanto i "cattivi maestri" possano esercitare un'influenza nefasta, è indubitabile che in fondo  siamo tutti arbitri di noi stessi. Fu proprio a partire da quel periodo che la vita della Faithfull, fu una miscela esplosiva  di musica, eroina, alcol e promiscuità sessuale, un vero inferno perdurato nel tempo. Strappata diverse volte alla morte, entra ed esce dalle cliniche per disintossicazione dissipando salute e bellezza. Erra sola e vagabonda per il quartiere di Soho, prostituendosi per pochi spiccioli per poi correre a bucarsi non si sa quante volte al giorno, sostenuta dalla lettura di "Il pasto nudo" di William Bourroghs, manco fosse chissà quale bibbia di salvezza. Era allo sbando completo nonché sprofondata nel buio di una forte depressione,  perché le fu tolto il figlioletto Nicholas, affidato al padre.
Patty Smith le dedica una poesia beat.  Nei primi  '80 si rifà la pelle con "Broken English" (1979) , un album punk dove la sua voce comincia ad arrocchirsi per l'eccesso di stupefacenti.  Con Strange Weather (1987) Tom Waits cerca di rilanciarla nel mercato. Ci riuscirà e con successo.
 Ne "The Ballad of Lucy Jordan", viene inserita nella colonna sonora del film di Ridley Scott "Thelma e Louise".

La cantante e modella Nico
Ma il suo vero capolavoro  è forse da considerarsi  "Song for Nico" dedicata alla sfortunata amica e collega Nico dei Velvet Underground. Le due sono, oltretutto assai somiglianti (tedesca Nico, e di madre austriaca lei)  e Marianne ha spesso ricordato Nico come una sorta di sorella più sventurata di lei.



In teatro con Amleto
Scrive una biografia dal titolo FAITHFULL, titolo semplice e  quasi ironico. E pare che da questa, siano anche in procinto di farne un soggetto cinematografico e un film. Ce ne sono cose da raccontare e non solo la sua vicenda con Jagger o con Dylan, Keith Richard, le amicizie con David Bowie o Brian Jones o Anita Pallenberg. Parla delle sue interpretazioni teatrali in "Tre sorelle" di Cecov, accanto alla grande Glenda Jackson, eppoi l'"Amleto" per la regia di Tony Richardson nel ruolo a lei così confacente di Ofelia, folle, pallida e sventurata che galleggia inerte nelle acque tra gigli e ninfee come il famoso quadro di Millais. Per non dire del teatro di Bertold Brecht, delle canzoni della Repubblica di Weimar e del repertorio firmato Brecht-Weill, fin troppo adatto alla sua voce divenuta sempre più aspra. Potete ascoltarla in questa sua personalissima versione di Jenny dei Pirati.


Il cinema  con il quale si era già cimentata (Godard, Gus Van Sant)  la rivuole con "Irina Palm" di Sam Garbarski che le valse una nomination al Festival di Berlino,  poi interpretò la padre di Maria Antonietta per Sophia Coppola  (Marie Antoinette) e  "Intimacy" , nel mentre vanno avanti collaborazioni musicali di prestigio con Tom Waits,  i Metallica, Leonard Cohen e Elton John.
Alla fine Marianne riesce ad essere un'artista completa, sempre in bilico tra musica, teatro, performance varie, pièces e readings di poesie di grandi autori classici, e naturalmente, il cinema. Ma ciò le conferisce personalità e la distacca dai soliti  triti cliché del rock system.  Ora Lady Marianna è una signora ultrasessantenne  rientrata nei ranghi di una vita borghese, attorniata da nipoti, con un viso segnato dal tempo, con una cicatrice sul volto che si è procurata durante una  brutta caduta dove si ferì gravemente spaccandosi la mascella - caduta dovuta al suo stato di trance di quando si drogava; tante altre cicatrici nell'animo lasciatele da quella vita che ha così perigliosamente vissuto.  Eppure ha sempre classe, charme e carisma.  E la sua vita, a lungo  messa gravemente in pericolo, ora va avanti  di pari passo con la sua carriera. In fondo la sua , è  la storia di una rinascita in età matura, che ha quasi del miracoloso.

 
Hesperia 

lunedì 22 ottobre 2012

Valentina Cortese ultima diva





 
 
Incontrare Valentina Cortese è un po' come sentirsi cospargere di una sorta di scintillio contagioso e benefico, oltre che di umana simpatia. E non è stata solo un'impressione della sottoscritta, ma osservavo nella sala teatrale, l'atteggiamento dei più giovani: incuriositi, intrigati, divertiti quando non addirittura incantati e ammutoliti dalla sua dirompente personalità. L'occasione mi è stata data l'11 ottobre scorso,  nel quadro delle manifestazioni del Premio Piero Chiara, e la Cortese aveva con sé la sua autobiografia al Teatro Santuccio di Varese.
"Uffa! ", pensai tra di me, "Ecco la solita diva sul viale del tramonto che racconta vita, amori, avventure e miracoli vari del buon tempo che fu". Non avevo fatto i conti con la sua teatralità coinvolgente, ma anche con il suo ineffabile sense of humour. In realtà Valentina aveva con sé non un libro, ma  il suo ennesimo copione teatrale: una sorta di teatro-vita  in un teatro vero,  gremito  di pubblico venuto ad ascoltarla; ed ecco la sua messa in scena. Alla fine, il vero, il finto, il recitato, il vissuto, il letto e il raccontato erano un tutt'uno inscindibile.
"Quanti sono i domani passati" (è questo il titolo del suo libro edito per Mondadori) in realtà avrebbe dovuto avere un punto di domanda, dato che la Cortese, è sempre "in situazione".
 Ma intanto eccola là sul palco,  la Valentina novantenne con il suo immancabile foulard en pendant annodato dietro alla nuca che lei chiama " el riòtt, il fazzoletto delle contadine lombarde" e che si cala quasi fino alla fronte come un Pierrot Lunaire. Una sorta di copertina di Linus che, come lei stessa ammette, le dà riparo e sicurezza.  Tutta in bianco panna, i suoi cristalli (o forse addirittura diamanti) in doppia e tripla fila, il suo manto e la sua eleganza. Quasi un'icona liberty. Come raccontare quasi un secolo di vita senza annoiare? Come la Tosca, la Cortese visse d'arte (teatro, cinema e teatro) e visse d'amore.
Fu consegnata ai nonni che la diedero a una balia di campagna e  di sua madre non parla quasi mai, dato che fu come si diceva ai tempi "figlia del peccato". Ci sono due giornalisti che la intervistano,  tra cui un attore teatrale del Piccolo Teatro, nonché doppiatore Antonio Zanoletti, l'altro, Mario Chiodetti, ma intanto è inutile dato che lei è un'affabulatrice e alla fine si sgancia dalle domande..
Raggomitolata in un fiocco di neve sono nata a Milano, il primo gennaio, all'ora del tramonto" . Correva l'anno 1923...


Cominciamo subito dai grandi amori della sua vita: Victor de Sabata, prestigioso direttore d'orchestra, della quale la Cortese si innamorò mentre stava eseguendo i compiti di scuola, ascoltando la Radio. Galeotto fu il suo Tristano e Isotta.  E quando parla di Victor ,della guerra, di Stresa, luogo a cui è ancora legatissima, ecco che racconta di questo suo amour fou col quale avrebbe voluto morire insieme sotto le bombe. Ma il destino decise diversamente e allora fu lei a porre fine a quel legame così importante per la sua  vita dopo che vide il figlioletto di lui guardarli insieme con occhi assai tristi. "Non volli fare la rovinafamiglie, sebbene sapessi che Victor era già separato da parecchio tempo". E se ne andò.

 
 Dopo un debutto cinematografico prestigioso, accanto a Ermete Zacconi, Laura Adani, Renzo Ricci, Cesco Baseggio, Memo Benassi e Irma Grammatica (L'orizzonte dipinto, Guido Salvini, 1941) diventa presto una delle attrici più popolari del periodo dei telefoni bianchi. Per la sua aria sognante e romantica viene scelta da Alessandro Blasetti per La cena delle beffe (1941) e sempre con Blasetti recita a teatro durante gli anni della guerra.
Nel 1946 ottiene la parte di protagonista nel film di Luigi Zampa Un americano in vacanza, una commedia post-telefoni bianchi nella quale già dimostra doti di interprete originale e sensibile, un fascino vago e luminoso che si discosta dall'appeal più esplicito o lezioso di molte attrici italiane sue coetanee.
Nel 1948 firma un contratto con la 20th Century Fox e si traferisce ad Hollywood dove gira I corsari della strada,  un noir diretto da Jules Dassin, il regista con cui ebbe una storia d'amore. Subito dopo sposa l'attore Richard Baseheart dal quale avrà un figlio, Jackie, futuro attore di cinema. Hollywood però è una breve parentesi. Ritorna in Italia (e ci spiegherà come mai fuggì da Hollywood in questo incontro) e nel 1955 è una delle protagonisite de Le amiche (Michelangelo Antonioni), che le valse un Nastro d'Argento come migliore attrice non protagonista, film al quale è rimasta particolarmente legata. Ma è l'incontro con il teatro, soprattutto con l'avventura del Piccolo Teatro in Via Rovello di Paolo Grassi, Giorgio Strehler e Nina Vinchi, a segnare una svolta decisiva per la sua carriera. Proprio per le sue qualità di attrice drammatica, dopo essere stata la madre di Francesco d'Assisi in Fratello Sole, Sorella Luna (Franco Zeffirelli, 1971), Francois Truffaut la volle per Effetto notte (1973). La parte è quella di un'attrice alcolista che dimentica le battute e deve ripeterle un'infinità di volte fino allo stremo, arrivando a suggerire al regista di adottare il metodo usato da Fellini. "Perchè non giriamo con i numeri? Con Federico lo facevo sempre", parte di non protagonista che le fruttò una nomination all'Oscar. Poi "Giulietta degli spiriti" con Fellini a proposito del quale, la  Cortese ricorda la sua passione per i piccioni farciti cucinati dalla  sua cuoca. Il Federico nazionale era capace di interrompere il suo lavoro, e scampanellare a casa sua anche di notte, in cerca di questo manicaretto, dato che ne era golosissimo.  Quanto alla Masina, lei "non era quella santarellina devota che pretendeva essere",  ma alla domanda di Zanoletti nel merito, non volle aggiungere altro.
Invece, il suo libro parla di una liaison fra la Masina e suo marito Richard Basehart.
Tra i suoi molteplici ruoli da comprimaria, ricordiamo "La contessa scalza" di Mankiewicz,  fino ad arrivare oggi ai frivoli Vanzina con un cameo in "Via Montenapoleone". Impossibile citare tutta la sua copiosa filmografia tra il periodo dei telefoni bianchi, quello hollywoodiano e il cinema italiano del dopoguerra che troverete in questa scheda.
Ed ecco come la Cortese rivolgendosi al pubblico in sala narrò come fu che dovette rinunciare ad una prodigiosa carriera hollywoodiana, dopo aver incontrato  artisti del calibro della Garbo e della Dietrich, dopo essere stata amica di Ingrid Bergman. Darryl Zanuck, il grande produttore statunitense diede un party e le si avvicinò con intenzioni lubriche e malevole (In quel preciso istante Valentina mima la sua dentatura all'infuori da coniglio, facendogli il verso e suscitando l'ilarità generale). L'approccio erotico non riuscì perché lei gli buttò in faccia il bicchiere  pieno di whisky. Lo sconcerto fu grande e, com'era prevedibile,  il suo contratto con la Fox venne stracciato. L'indomani lei si ritrovò libera e felice di volare  alla volta dell'Italia in cerca di ingaggi col nostro cinema  che a quel tempo, per sua fortuna, godeva di ottima salute.
Poi la grande avventura del Piccolo di Milano, e la sua convivenza-sodalizio con Strehler. Un momento di grande climax è stato in sala la lettura delle lettere di lui. Rampogne, schermaglie amorose: "Cretinaccia! Sei viziata come una gatta adottata da una vedova gattara" . Poi le suppliche affinché lei tornasse perché "il Giorgio" ammette sconsolato che senza lei,  si sente  solo come "un gatto soriano senza baffi" (e cioè privo di  equilibrio). Durante la lettura di queste lettere, Valentina si commuove e la voce le si incrina, perché  "il Giorgio è morto la notte di Natale", lui che il Natale lo amava tanto e sapeva allestire meravigliosi alberi con arance fasciate di stagnola d'oro... .
 
Non potevano mancare le scaramucce tra Strehler e Grassi (due galli in un pollaio) quando ricorda quella volta che Giorgio pensò di ammazzare Paolo. Al che, allarmatissima, corse da Nina Vinchi, per avvertirla dell'imminente tragedia.
"Stai tranquilla, non andrà molto lontano. Non ha una lira in tasca" assicurò laconica  la Vinchi.

E forse era vero:  non c'erano soldi a quel tempo, ma sicuramente c'erano tante idee e tanta voglia di fare, di sperimentare...Mentre oggi non ci sono né gli uni né le altre. Erano anni segnati dall'ansia della sperimentazione, dal bisogno di aggiornamento nei confronti della drammaturgia e del teatro degli altri paesi. E' stato un tempo  segnato da un creativo eclettismo che la Cortese ricorda come fosse ieri, dato che le ore non si contavano nemmeno e da giorno si faceva notte, e da notte si tirava l'alba, ma si era sempre lì a progettare qualcosa. Con questo suo strano inafferabile oggetto che è una vita della quale lei non rinnegherebbe un solo giorno. E' raro e davvero invidiabile vivere una parabola di  così  coerente costruttività.

Inutile chiederle chi butterebbe giù dalla torre tra i suoi due grandi amori: Victor de Sabata  o Giorgio Strehler, perché lei risponde che ci si butterebbe lei giù dalla torre. Ma con tutti e due. Risate e applausi a scena aperta e un omaggio floreale da parte del sindaco della città.


Materiali video: in alto una scena da Il Giardino dei ciliegi di Cecov per la regia di G. Strehler
In basso: Effetto notte di F. Truffaut.





Hesperia