Incontrare Valentina Cortese è un po' come sentirsi cospargere di una sorta di scintillio contagioso e benefico, oltre che di umana simpatia. E non è stata solo un'impressione della sottoscritta, ma osservavo nella sala teatrale, l'atteggiamento dei più giovani: incuriositi, intrigati, divertiti quando non addirittura incantati e ammutoliti dalla sua dirompente personalità. L'occasione mi è stata data l'11 ottobre scorso, nel quadro delle manifestazioni del Premio Piero Chiara, e la Cortese aveva con sé la sua autobiografia al Teatro Santuccio di Varese.
"Uffa! ", pensai tra di me, "Ecco la solita diva sul viale del tramonto che racconta vita, amori, avventure e miracoli vari del buon tempo che fu". Non avevo fatto i conti con la sua teatralità coinvolgente, ma anche con il suo ineffabile sense of humour. In realtà Valentina aveva con sé non un libro, ma il suo ennesimo copione teatrale: una sorta di teatro-vita in un teatro vero, gremito di pubblico venuto ad ascoltarla; ed ecco la sua messa in scena. Alla fine, il vero, il finto, il recitato, il vissuto, il letto e il raccontato erano un tutt'uno inscindibile.
"Quanti sono i domani passati" (è questo il titolo del suo libro edito per Mondadori) in realtà avrebbe dovuto avere un punto di domanda, dato che la Cortese, è sempre "in situazione".
"Quanti sono i domani passati" (è questo il titolo del suo libro edito per Mondadori) in realtà avrebbe dovuto avere un punto di domanda, dato che la Cortese, è sempre "in situazione".
Ma intanto eccola là sul palco, la Valentina novantenne con il suo immancabile foulard en pendant annodato dietro alla nuca che lei chiama " el riòtt, il fazzoletto delle contadine lombarde" e che si cala quasi fino alla fronte come un Pierrot Lunaire. Una sorta di copertina di Linus che, come lei stessa ammette, le dà riparo e sicurezza. Tutta in bianco panna, i suoi cristalli (o forse addirittura diamanti) in doppia e tripla fila, il suo manto e la sua eleganza. Quasi un'icona liberty. Come raccontare quasi un secolo di vita senza annoiare? Come la Tosca, la Cortese visse d'arte (teatro, cinema e teatro) e visse d'amore.
Fu consegnata ai nonni che la diedero a una balia di campagna e di sua madre non parla quasi mai, dato che fu come si diceva ai tempi "figlia del peccato". Ci sono due giornalisti che la intervistano, tra cui un attore teatrale del Piccolo Teatro, nonché doppiatore Antonio Zanoletti, l'altro, Mario Chiodetti, ma intanto è inutile dato che lei è un'affabulatrice e alla fine si sgancia dalle domande..
" Raggomitolata in un fiocco di neve sono nata a Milano, il primo gennaio, all'ora del tramonto" . Correva l'anno 1923...
Cominciamo subito dai grandi amori della sua vita: Victor de Sabata, prestigioso direttore d'orchestra, della quale la Cortese si innamorò mentre stava eseguendo i compiti di scuola, ascoltando la Radio. Galeotto fu il suo Tristano e Isotta. E quando parla di Victor ,della guerra, di Stresa, luogo a cui è ancora legatissima, ecco che racconta di questo suo amour fou col quale avrebbe voluto morire insieme sotto le bombe. Ma il destino decise diversamente e allora fu lei a porre fine a quel legame così importante per la sua vita dopo che vide il figlioletto di lui guardarli insieme con occhi assai tristi. "Non volli fare la rovinafamiglie, sebbene sapessi che Victor era già separato da parecchio tempo". E se ne andò.
Dopo un debutto cinematografico prestigioso, accanto a Ermete Zacconi, Laura Adani, Renzo Ricci, Cesco Baseggio, Memo Benassi e Irma Grammatica (L'orizzonte dipinto, Guido Salvini, 1941) diventa presto una delle attrici più popolari del periodo dei telefoni bianchi. Per la sua aria sognante e romantica viene scelta da Alessandro Blasetti per La cena delle beffe (1941) e sempre con Blasetti recita a teatro durante gli anni della guerra.
Nel 1946 ottiene la parte di protagonista nel film di Luigi Zampa Un americano in vacanza, una commedia post-telefoni bianchi nella quale già dimostra doti di interprete originale e sensibile, un fascino vago e luminoso che si discosta dall'appeal più esplicito o lezioso di molte attrici italiane sue coetanee.
Nel 1948 firma un contratto con la 20th Century Fox e si traferisce ad Hollywood dove gira I corsari della strada, un noir diretto da Jules Dassin, il regista con cui ebbe una storia d'amore. Subito dopo sposa l'attore Richard Baseheart dal quale avrà un figlio, Jackie, futuro attore di cinema. Hollywood però è una breve parentesi. Ritorna in Italia (e ci spiegherà come mai fuggì da Hollywood in questo incontro) e nel 1955 è una delle protagonisite de Le amiche (Michelangelo Antonioni), che le valse un Nastro d'Argento come migliore attrice non protagonista, film al quale è rimasta particolarmente legata. Ma è l'incontro con il teatro, soprattutto con l'avventura del Piccolo Teatro in Via Rovello di Paolo Grassi, Giorgio Strehler e Nina Vinchi, a segnare una svolta decisiva per la sua carriera. Proprio per le sue qualità di attrice drammatica, dopo essere stata la madre di Francesco d'Assisi in Fratello Sole, Sorella Luna (Franco Zeffirelli, 1971), Francois Truffaut la volle per Effetto notte (1973). La parte è quella di un'attrice alcolista che dimentica le battute e deve ripeterle un'infinità di volte fino allo stremo, arrivando a suggerire al regista di adottare il metodo usato da Fellini. "Perchè non giriamo con i numeri? Con Federico lo facevo sempre", parte di non protagonista che le fruttò una nomination all'Oscar. Poi "Giulietta degli spiriti" con Fellini a proposito del quale, la Cortese ricorda la sua passione per i piccioni farciti cucinati dalla sua cuoca. Il Federico nazionale era capace di interrompere il suo lavoro, e scampanellare a casa sua anche di notte, in cerca di questo manicaretto, dato che ne era golosissimo. Quanto alla Masina, lei "non era quella santarellina devota che pretendeva essere", ma alla domanda di Zanoletti nel merito, non volle aggiungere altro.
Invece, il suo libro parla di una liaison fra la Masina e suo marito Richard Basehart.
Invece, il suo libro parla di una liaison fra la Masina e suo marito Richard Basehart.
Tra i suoi molteplici ruoli da comprimaria, ricordiamo "La contessa scalza" di Mankiewicz, fino ad arrivare oggi ai frivoli Vanzina con un cameo in "Via Montenapoleone". Impossibile citare tutta la sua copiosa filmografia tra il periodo dei telefoni bianchi, quello hollywoodiano e il cinema italiano del dopoguerra che troverete in questa scheda.
Ed ecco come la Cortese rivolgendosi al pubblico in sala narrò come fu che dovette rinunciare ad una prodigiosa carriera hollywoodiana, dopo aver incontrato artisti del calibro della Garbo e della Dietrich, dopo essere stata amica di Ingrid Bergman. Darryl Zanuck, il grande produttore statunitense diede un party e le si avvicinò con intenzioni lubriche e malevole (In quel preciso istante Valentina mima la sua dentatura all'infuori da coniglio, facendogli il verso e suscitando l'ilarità generale). L'approccio erotico non riuscì perché lei gli buttò in faccia il bicchiere pieno di whisky. Lo sconcerto fu grande e, com'era prevedibile, il suo contratto con la Fox venne stracciato. L'indomani lei si ritrovò libera e felice di volare alla volta dell'Italia in cerca di ingaggi col nostro cinema che a quel tempo, per sua fortuna, godeva di ottima salute.
Poi la grande avventura del Piccolo di Milano, e la sua convivenza-sodalizio con Strehler. Un momento di grande climax è stato in sala la lettura delle lettere di lui. Rampogne, schermaglie amorose: "Cretinaccia! Sei viziata come una gatta adottata da una vedova gattara" . Poi le suppliche affinché lei tornasse perché "il Giorgio" ammette sconsolato che senza lei, si sente solo come "un gatto soriano senza baffi" (e cioè privo di equilibrio). Durante la lettura di queste lettere, Valentina si commuove e la voce le si incrina, perché "il Giorgio è morto la notte di Natale", lui che il Natale lo amava tanto e sapeva allestire meravigliosi alberi con arance fasciate di stagnola d'oro... .
Non potevano mancare le scaramucce tra Strehler e Grassi (due galli in un pollaio) quando ricorda quella volta che Giorgio pensò di ammazzare Paolo. Al che, allarmatissima, corse da Nina Vinchi, per avvertirla dell'imminente tragedia.
"Stai tranquilla, non andrà molto lontano. Non ha una lira in tasca" assicurò laconica la Vinchi.
E forse era vero: non c'erano soldi a quel tempo, ma sicuramente c'erano tante idee e tanta voglia di fare, di sperimentare...Mentre oggi non ci sono né gli uni né le altre. Erano anni segnati dall'ansia della sperimentazione, dal bisogno di aggiornamento
nei confronti della drammaturgia e del teatro degli altri paesi.
E' stato un tempo segnato da un creativo eclettismo che la Cortese ricorda come fosse ieri, dato che le ore non si contavano nemmeno e da giorno si faceva notte, e da notte si tirava l'alba, ma si era sempre lì a progettare qualcosa. Con questo suo strano inafferabile oggetto che è una vita della quale lei non rinnegherebbe un solo giorno. E' raro e davvero invidiabile vivere una parabola di così coerente costruttività.
Inutile chiederle chi butterebbe giù dalla torre tra i suoi due grandi amori: Victor de Sabata o Giorgio Strehler, perché lei risponde che ci si butterebbe lei giù dalla torre. Ma con tutti e due. Risate e applausi a scena aperta e un omaggio floreale da parte del sindaco della città.
Materiali video: in alto una scena da Il Giardino dei ciliegi di Cecov per la regia di G. Strehler
In basso: Effetto notte di F. Truffaut.
Hesperia
































