lunedì 22 ottobre 2012

Valentina Cortese ultima diva





 
 
Incontrare Valentina Cortese è un po' come sentirsi cospargere di una sorta di scintillio contagioso e benefico, oltre che di umana simpatia. E non è stata solo un'impressione della sottoscritta, ma osservavo nella sala teatrale, l'atteggiamento dei più giovani: incuriositi, intrigati, divertiti quando non addirittura incantati e ammutoliti dalla sua dirompente personalità. L'occasione mi è stata data l'11 ottobre scorso,  nel quadro delle manifestazioni del Premio Piero Chiara, e la Cortese aveva con sé la sua autobiografia al Teatro Santuccio di Varese.
"Uffa! ", pensai tra di me, "Ecco la solita diva sul viale del tramonto che racconta vita, amori, avventure e miracoli vari del buon tempo che fu". Non avevo fatto i conti con la sua teatralità coinvolgente, ma anche con il suo ineffabile sense of humour. In realtà Valentina aveva con sé non un libro, ma  il suo ennesimo copione teatrale: una sorta di teatro-vita  in un teatro vero,  gremito  di pubblico venuto ad ascoltarla; ed ecco la sua messa in scena. Alla fine, il vero, il finto, il recitato, il vissuto, il letto e il raccontato erano un tutt'uno inscindibile.
"Quanti sono i domani passati" (è questo il titolo del suo libro edito per Mondadori) in realtà avrebbe dovuto avere un punto di domanda, dato che la Cortese, è sempre "in situazione".
 Ma intanto eccola là sul palco,  la Valentina novantenne con il suo immancabile foulard en pendant annodato dietro alla nuca che lei chiama " el riòtt, il fazzoletto delle contadine lombarde" e che si cala quasi fino alla fronte come un Pierrot Lunaire. Una sorta di copertina di Linus che, come lei stessa ammette, le dà riparo e sicurezza.  Tutta in bianco panna, i suoi cristalli (o forse addirittura diamanti) in doppia e tripla fila, il suo manto e la sua eleganza. Quasi un'icona liberty. Come raccontare quasi un secolo di vita senza annoiare? Come la Tosca, la Cortese visse d'arte (teatro, cinema e teatro) e visse d'amore.
Fu consegnata ai nonni che la diedero a una balia di campagna e  di sua madre non parla quasi mai, dato che fu come si diceva ai tempi "figlia del peccato". Ci sono due giornalisti che la intervistano,  tra cui un attore teatrale del Piccolo Teatro, nonché doppiatore Antonio Zanoletti, l'altro, Mario Chiodetti, ma intanto è inutile dato che lei è un'affabulatrice e alla fine si sgancia dalle domande..
Raggomitolata in un fiocco di neve sono nata a Milano, il primo gennaio, all'ora del tramonto" . Correva l'anno 1923...


Cominciamo subito dai grandi amori della sua vita: Victor de Sabata, prestigioso direttore d'orchestra, della quale la Cortese si innamorò mentre stava eseguendo i compiti di scuola, ascoltando la Radio. Galeotto fu il suo Tristano e Isotta.  E quando parla di Victor ,della guerra, di Stresa, luogo a cui è ancora legatissima, ecco che racconta di questo suo amour fou col quale avrebbe voluto morire insieme sotto le bombe. Ma il destino decise diversamente e allora fu lei a porre fine a quel legame così importante per la sua  vita dopo che vide il figlioletto di lui guardarli insieme con occhi assai tristi. "Non volli fare la rovinafamiglie, sebbene sapessi che Victor era già separato da parecchio tempo". E se ne andò.

 
 Dopo un debutto cinematografico prestigioso, accanto a Ermete Zacconi, Laura Adani, Renzo Ricci, Cesco Baseggio, Memo Benassi e Irma Grammatica (L'orizzonte dipinto, Guido Salvini, 1941) diventa presto una delle attrici più popolari del periodo dei telefoni bianchi. Per la sua aria sognante e romantica viene scelta da Alessandro Blasetti per La cena delle beffe (1941) e sempre con Blasetti recita a teatro durante gli anni della guerra.
Nel 1946 ottiene la parte di protagonista nel film di Luigi Zampa Un americano in vacanza, una commedia post-telefoni bianchi nella quale già dimostra doti di interprete originale e sensibile, un fascino vago e luminoso che si discosta dall'appeal più esplicito o lezioso di molte attrici italiane sue coetanee.
Nel 1948 firma un contratto con la 20th Century Fox e si traferisce ad Hollywood dove gira I corsari della strada,  un noir diretto da Jules Dassin, il regista con cui ebbe una storia d'amore. Subito dopo sposa l'attore Richard Baseheart dal quale avrà un figlio, Jackie, futuro attore di cinema. Hollywood però è una breve parentesi. Ritorna in Italia (e ci spiegherà come mai fuggì da Hollywood in questo incontro) e nel 1955 è una delle protagonisite de Le amiche (Michelangelo Antonioni), che le valse un Nastro d'Argento come migliore attrice non protagonista, film al quale è rimasta particolarmente legata. Ma è l'incontro con il teatro, soprattutto con l'avventura del Piccolo Teatro in Via Rovello di Paolo Grassi, Giorgio Strehler e Nina Vinchi, a segnare una svolta decisiva per la sua carriera. Proprio per le sue qualità di attrice drammatica, dopo essere stata la madre di Francesco d'Assisi in Fratello Sole, Sorella Luna (Franco Zeffirelli, 1971), Francois Truffaut la volle per Effetto notte (1973). La parte è quella di un'attrice alcolista che dimentica le battute e deve ripeterle un'infinità di volte fino allo stremo, arrivando a suggerire al regista di adottare il metodo usato da Fellini. "Perchè non giriamo con i numeri? Con Federico lo facevo sempre", parte di non protagonista che le fruttò una nomination all'Oscar. Poi "Giulietta degli spiriti" con Fellini a proposito del quale, la  Cortese ricorda la sua passione per i piccioni farciti cucinati dalla  sua cuoca. Il Federico nazionale era capace di interrompere il suo lavoro, e scampanellare a casa sua anche di notte, in cerca di questo manicaretto, dato che ne era golosissimo.  Quanto alla Masina, lei "non era quella santarellina devota che pretendeva essere",  ma alla domanda di Zanoletti nel merito, non volle aggiungere altro.
Invece, il suo libro parla di una liaison fra la Masina e suo marito Richard Basehart.
Tra i suoi molteplici ruoli da comprimaria, ricordiamo "La contessa scalza" di Mankiewicz,  fino ad arrivare oggi ai frivoli Vanzina con un cameo in "Via Montenapoleone". Impossibile citare tutta la sua copiosa filmografia tra il periodo dei telefoni bianchi, quello hollywoodiano e il cinema italiano del dopoguerra che troverete in questa scheda.
Ed ecco come la Cortese rivolgendosi al pubblico in sala narrò come fu che dovette rinunciare ad una prodigiosa carriera hollywoodiana, dopo aver incontrato  artisti del calibro della Garbo e della Dietrich, dopo essere stata amica di Ingrid Bergman. Darryl Zanuck, il grande produttore statunitense diede un party e le si avvicinò con intenzioni lubriche e malevole (In quel preciso istante Valentina mima la sua dentatura all'infuori da coniglio, facendogli il verso e suscitando l'ilarità generale). L'approccio erotico non riuscì perché lei gli buttò in faccia il bicchiere  pieno di whisky. Lo sconcerto fu grande e, com'era prevedibile,  il suo contratto con la Fox venne stracciato. L'indomani lei si ritrovò libera e felice di volare  alla volta dell'Italia in cerca di ingaggi col nostro cinema  che a quel tempo, per sua fortuna, godeva di ottima salute.
Poi la grande avventura del Piccolo di Milano, e la sua convivenza-sodalizio con Strehler. Un momento di grande climax è stato in sala la lettura delle lettere di lui. Rampogne, schermaglie amorose: "Cretinaccia! Sei viziata come una gatta adottata da una vedova gattara" . Poi le suppliche affinché lei tornasse perché "il Giorgio" ammette sconsolato che senza lei,  si sente  solo come "un gatto soriano senza baffi" (e cioè privo di  equilibrio). Durante la lettura di queste lettere, Valentina si commuove e la voce le si incrina, perché  "il Giorgio è morto la notte di Natale", lui che il Natale lo amava tanto e sapeva allestire meravigliosi alberi con arance fasciate di stagnola d'oro... .
 
Non potevano mancare le scaramucce tra Strehler e Grassi (due galli in un pollaio) quando ricorda quella volta che Giorgio pensò di ammazzare Paolo. Al che, allarmatissima, corse da Nina Vinchi, per avvertirla dell'imminente tragedia.
"Stai tranquilla, non andrà molto lontano. Non ha una lira in tasca" assicurò laconica  la Vinchi.

E forse era vero:  non c'erano soldi a quel tempo, ma sicuramente c'erano tante idee e tanta voglia di fare, di sperimentare...Mentre oggi non ci sono né gli uni né le altre. Erano anni segnati dall'ansia della sperimentazione, dal bisogno di aggiornamento nei confronti della drammaturgia e del teatro degli altri paesi. E' stato un tempo  segnato da un creativo eclettismo che la Cortese ricorda come fosse ieri, dato che le ore non si contavano nemmeno e da giorno si faceva notte, e da notte si tirava l'alba, ma si era sempre lì a progettare qualcosa. Con questo suo strano inafferabile oggetto che è una vita della quale lei non rinnegherebbe un solo giorno. E' raro e davvero invidiabile vivere una parabola di  così  coerente costruttività.

Inutile chiederle chi butterebbe giù dalla torre tra i suoi due grandi amori: Victor de Sabata  o Giorgio Strehler, perché lei risponde che ci si butterebbe lei giù dalla torre. Ma con tutti e due. Risate e applausi a scena aperta e un omaggio floreale da parte del sindaco della città.


Materiali video: in alto una scena da Il Giardino dei ciliegi di Cecov per la regia di G. Strehler
In basso: Effetto notte di F. Truffaut.





Hesperia

 

lunedì 15 ottobre 2012

Aldo Manuzio

 
Aldo Manuzio - da Wikipedia

Il Canal Grande attraversa la città di Venezia, passando in mezzo ai sestieri, tre per parte, e a circa metà percorso si restringe, vira bruscamente a destra per poi passare sotto il Ponte di Rialto. L'antico Ponte, così per come lo conosciamo nella sua forma attuale venne inaugurato nel 1591 (un ponte di legno, poi franato, esisteva già da prima), e fino al 1854 era stato l'unico ponte pedonale di collegamento tra le due parti di Venezia. A quella data, nel 1854, era entrato in funzione il secondo ponte, quello che adesso si chiama Ponte dell'Accademia. Fu a Rialto che, secondo la tradizione, nel 421 si insediarono i primi abitanti della futura città di Venezia. Rialto, a quell'epoca, era una semplice isoletta della vasta Laguna Veneta, scelta da quelle popolazioni perchè un pò più rialzata, e quindi un pò più salubre, rispetto alle numerose altre. Da lì potrebbe forse derivare il nome di Rialto. Nel "rione", diventato poi in un millennio il più popolato di Venezia, alla fine del Quattrocento, all'indomani dell'invenzione della stampa, vi sorsero tante tipografie, la cui concentrazione fù la più alta di tutte le tipografie d'Europa messe assieme, primato che mantenne per quasi un secolo.

Da giovane ho fatto il venditore di carta da stampa; miei clienti erano soprattutto alcune tipografie e alcuni piccoli editori di Milano. Avevamo un ispettore vendite che si recava spesso a visitare i clienti del Veneto, facendo tappa fissa a Venezia. Città nella quale andava ad alloggiare in un albergo nei pressi del Ponte di Rialto, lungo il Canal Grande; approfittava di quella "postazione" privilegiata, per unire l'utile al dilettevole. Durante le pause pranzo ammirava passare i vaporetti carichi di mercanzie (così li chiamava lui, vaporetti, e così li chiamo anch'io, per restare fedele al racconto, ma l'amico Fausto, della Alloggi Barbaria, nel post Pacchi a Venezia ce ne fornisce l'esatta definizione: a Venezia chiamano ""topi" le speciali imbarcazioni adibite al trasporto di merci in mezzo all'intricata ramificazione dei suoi oltre 200 canali), puntando gli occhi su quelli che trasportavano risme di carta. Dal colore degli impacchi era in grado di stabilire da quali cartiere provenissero, e in base al canale secondario che imboccavano capiva dove erano diretti. Di ritorno a Milano, immancabilmente ci raccontava del giro dei clienti di Venezia, e della possibilità unica di "perlustrazione" che gli forniva la città lagunare. Col venditore di zona, pranzando in quel ristorante nei pressi del Ponte di Rialto, con vista "privilegiata" sul Canal Grande, affinavano strategie di vendita. Alle loro spalle, nelle Calle delle Mercerie, c'era, e forse c'è ancora, qualche grossa tipografia, probabile erede "storica" di quelle "decine e decine di tipografie" che esistettero a Venezia nel XVI secolo, e situate in quella "strada" che andava da Rialto a Piazza San Marco, già allora conosciuta nel mondo col nome di Mercerie. "Nel secolo precedente, a partire dal 1469, in Venezia si alternarono 153 tipografie, che stamparono un totale di 4500 titoli, producendo in tutto 1.350.000 libri" (quindi una media di 300 copie a titolo). tutto questo andò a vantaggio della capillare diffusione della cultura tra i veneziani. In Germania, invece, dove pure fu inventata la stampa, fino a tutto il XVIII secolo la lettura resterà un privilegio riservato a pochi "fortunati" "Si calcola (infatti) che (in Germania) nel Settecento il pubblico dei lettori regolari si aggiri attorno all'1,5 % della popolazione totale (...) La Venezia cinquecentesca (quindi 200 anni prima che in Germania) tuttavia fa eccezione (anche in questo): un quarto della popolazione maschile tra i 6 e i 15 anni va a scuola, percentuali inarrivabili altrove e che spiegano l'interesse per i libri" (Giovanni Ragone, Classici dietro le quinte. Storie di libri ed editori. Da Dante a Pasolini, Laterza, Roma-Bari 2009, pag.43 - nota in calce a pag.16 del libro di Alessandro Marzo Magno, L'Alba dei Libri) .









 
Libro stampato e rilegato da Aldo Manuzio - da Wikipedia
(si noti bellezza ed eleganza)
All'epoca non sapevo ancora nulla del glorioso passato nel settore della stampa di Venezia, nè dei suoi numerosi primati mondiali in tale ambito (vedi post Mastro Martino), altrimenti mi sarei appassionato ai racconti del mio ispettore, tempestandolo di domande specifiche.
In questi giorni è in corso la Fiera del Libro di Francoforte, le cui origini risalgono al Cinquecento. Fu creata nell'epoca di cui scriviamo, per fare concorrenza alle Fiere del Libro che si svolgevano a Lione e a Venezia. Ma competere con Venezia in quel secolo, era battaglia persa: la distesa dei negozi del "rione" Mercerie, che vendevano libri, dava l'impressione di una   fiera aperta tutto l'anno. Cronache del tempo raccontano di turisti (che quindi già allora esistevano) che, transitando in qualunque mese a piedi da Rialto, per raggiungere Piazza San Marco, passando per Mercerie, già allora famose "strade" dello shopping internazionale, avevano smarrito l'orizzonte, frastornati dagli innumerevoli titoli di libri che s'eran fermati a leggere strada facendo.
In quel secolo Venezia ebbe il ruolo che attualmente detiene New York, primeggiava in molti campi; era il centro del mondo. Nel 1500 solo tre città europee superavano i 150.000 abitanti, Parigi, Napoli, ed appunto Venezia. Venezia era meta di gente proveniente da tutta l'area mediterranea, e oltre. Bastava avesse voglia di lavorare, e a Venezia poteva fare fortuna. Non a caso tipografie di Venezia furono aperte da tedeschi, greci, ebrei, armeni, croati, dalmati, ecc. La metà di tutti i libri stampati in Europa, nella prima metà del Cinquecento, provenivano da Venezia. Il made in Venice, nel settore libri, e non solo, fu nel mondo sinonimo di qualità eccellente. A far decretare tale primato contribuirono certamente uomini come Aldo Manuzio.
 
Aldo Manuzio non era nato a Venezia, era originario di quella che oggi è la provincia di Latina, che a quel tempo era parte integrante della provincia Terra di Lavoro. Località nomen omen, Aldo Manuzio aveva appreso il mestiere di stampatore tipografo da monaci laziali, dopo alcuni passaggi, ultraquarantenne si era poi trasferito a Venezia per impiantare là la propria azienda tipografica. Lavoratore indefesso, vulcanico nelle idee (basti pensare che dopo 500 anni moderne tipografie si avvalgono ancora delle sue "invenzioni"). Disdegnava i perditempo, e coloro che gliene facevano perdere, tanto che all'ingresso della sua "officina" si trovò costretto a dover esporre un cartello con la scritta: "Chiunque tu sia, Aldo ti chiede di esporre la tua questione in breve e di andartene quanto prima".  
 
Se il mio ispettore segugio di cui sopra, fosse vissuto cinquecento anni fa, per esempio intorno al 1512, e si fosse appostato nei pressi delle allora case dei Barbarigo (ricostruite e unificate anni dopo nell'attuale Palazzo Barbarigo) sarebbe stato in grado di tenere sott'occhio un andirivieni giornaliero di peàte  (imbarcazioni veneziane del tempo, adibite al trasporto di merci) vogate da barcaroli, dirette o provenienti dalla tipografia di Aldo Manuzio. Questa si trovava, ed è visibile tuttora, in Rio Terà Secondo, a due passi da  Campo Sant'Agostin. Dal Canal Grande si arriva alla casa di Aldo Manuzio accedendo al Rio di San Polo, che in quel punto costeggia il bel Palazzo Barbarigo della Terrazza, poco distante a sua volta da Casa Manuzio. Qui è d'obbligo ricordare che con un membro di tale famiglia, Pierfrancesco Barbarigo, editore anch'egli, e figlio del Doge in carica, Agostino Barbarigo, Aldo Manuzio  aveva dato vita ad una società editoriale, una fra le più grandi del periodo, e fors'anche in tutta Europa.






Casa/Tipografia di Aldo Manuzio, con relative insegne. Foto scattate il 13 ottobre 2012, in esclusiva per questo blog, da Fausto Maroder della Alloggi Barbaria
 
Non viene mai ricordato, ma Aldo Manuzio è stato il genio della stampa e dell'editoria, allo stesso modo come lo sono stati Raffaello per la pittura e Michelangelo per la scultura. A Manuzio si deve la "messa a punto" definitiva della punteggiatura nella stampa: virgola, punto, accento, apostrofo, usati per la prima volta nella sua tipografia nella loro forma attuale; ha inventato il punto  e virgola, nonchè l'introduzione della numerazione delle pagine su entrambi i lati (recto e verso). A lui si deve l'introduzione del corsivo nella stampa, che in suo onore gli anglosassoni hanno chiamato italics. E siccome in alcune opere soleva firmarsi Aldo Romano, in ricordo delle sue origini laziali, il carattere tondeggiante da lui creato (quello usato anche da questo blog), in suo onore è stato chiamato Roman dagli inglesi.   
 
Marchio Aldino - dal sito Giandri Altervista Org
 
Nei quasi 20 anni di attività a Venezia, Aldo Manuzio pubblicò 132 libri. Pubblicò pure quello che è stato unanimemente considerato il più bel libro stampato del Rinascimento, il "discusso" Hypnerotomachia Poliphili, del 1499 (visibile on-line cliccando qui). "Discusso" perchè fuori dai suoi canoni di produzione; una sorta di "amor profano" per lui che invece aveva quella sorta di"amor sacro" nel divulgare nel mondo la conoscenza di opere "monumentali", i classici latini (Virgilio, ...), greci (Omero,...) e i padri della lingua italiana: Dante, Petrarca, Boccaccio. Il Canzoniere di Francesco Petrarca fu la sua opera più richiesta; si stima che ne stampò più di 100.000 copie. Insomma, una quantità di libri e di tirature notevoli, mastodontica se si pensa che i fogli di stampa venivano "tirati" uno per uno con la forza muscolare sotto i torchi, e che in quell'epoca le tipogafie dovevano lavorare per gran parte del tempo dell'anno a lume di candele (in particolar modo l'inverno).
 
Concludendo, rimane indiscutibile un fatto: grazie ai libri da lui stampati, Aldo Manuzio ha fatto giungere fino a noi l'italiano così per come lo conosciamo; e anche in ciò risiederebbe la sua grandezza
 
Aldo Manuzio, nato a Bassiano (Latina) nel 1449, morì a Venezia il 6 febbraio 1515. Aveva 66 anni.    
  
  



Al minuto 3 è visibile la casa veneziana di Aldo Manuzio

Bibliografia: Alessandro Marzo Magno, L'alba dei libri

giovedì 4 ottobre 2012

Antonioni


 

E' da poco trascorso il centenario dalla nascita di Michelangelo Antonioni (Ferrara, 29 Settembre 1912-Roma 2007), e dal momento che è uno dei registi che mi ha avvicinato con passione al cinema e uno tra i preferiti, almeno un breve post, sicuramente non esaustivo, andava scritto.

 
(Lucia Bosè in "Cronaca di un Amore")

Antonioni è sempre se stesso (per tutta la carriera), "con un occhio aperto al di dentro e uno al di fuori" (per dirla con parole sue) e rivoluzionario fin dall'esordio. Non ho mai trovato cinema ...gratuito, fatto tanto per girare, in lui. "Cronaca di Un Amore" (1950) chiude la stagione neorealista, invitando a uno sguardo sul mondo interiore, sulle dinamiche psicologiche e comportamentali della modernità d'allora (la pochezza spirituale della borghesia d'allora). Non è un film (come nemmeno gli altri suoi primi) sulla vita tipica del dopoguerra, neorealistico, ma un film su ciò che il dopoguerra ha lasciato nelle anime, e sulla via che si stava intraprendendo in quegli anni.

 Per usare sue parole ancora "penso che gli uomini di cinema debbano essere sempre legati al loro tempo, non tanto per esprimerlo e interpretarlo nei suoi eventi più crudi o tragici, quanto per raccoglierne le risonanze dentro di noi...."(marzo 1959). Regista spesso non del fatto, della Storia, dunque, ma della risonanza interiore, dell'eco che un evento, un clima provocano, e per questo sempre sottile, e a volte brutale e trasparente come pochi nel mostrare, nel rendere evidente una condizione, che sembra palesarsi da sè, senza apparenti interventi narrativi.
Senza questo breve passaggio è forse impossibile intendere la poetica di Antonioni.

 
(Alida Valli ne "Il Grido")

 Ancora abbiamo "I Vinti" (1953), "La Signora Senza Camelie"(1953), "Le Amiche" (da Cesare Pavese, 1955), il bellissimo (ma anche crudele e tristissimo, pieno come di una prostrazione interiore) "Il Grido" (1957) con Alida Valli, dal finale secco e spiazzante....

 
(un'inquadratura de "Il Grido": l'ambiente, qui la nebbia della pianura come correlativo oggettivo del grigiore interiore)

 
(Monica Vitti in "L'Avventura")

.....fino al periodo detto dell'Incomunicabilità, con i capolavori
_"L'Avventura" (1960) con Lea Massari e Monica Vitti, la scomparsa di una donna sullo sfondo, divenuto paesaggio protagonista e straniante, delle Eolie, Noto e Taormina ripresi in maniera inedita;
'L'Avventura' è uno dei film che segna la svolta della cinematografia anni 60, non solo per Antonioni ma per il mondo intero, percorso da Nouvelle Vague, Free Cinema, Cinéma-Véritè....
Antonioni si situa in questo panorama con la ricerca di una nuova significazione filmica, in senso antispettacolare...gli avvenimenti paiono dilatati, i personaggi sondati senza pietà;

 

_"La Notte" (1961) con Monica Vitti e Jeanne Moreau, considerato uno dei film chiave del maestro e un film unico sulla borghesia intellettuale raccontato in maniera originale (con la musica di Giorgio Gaslini), non privo di critiche sulla vita di coppia e sulle relazioni sociali, presentate in modo amaro e talvolta disturbante;

 
(Jeanne Moreau e Monica Vitti in "La Notte")

_"L'Eclisse" (1962) con Roma (l'ex Borsa, l'EUR) a un certo punto mostrata vuota e con architetture del silenzio alla De Chirico, sfondo di un amore impossibile e di una inconciliabilità totale tra esseri;
_"Il Deserto Rosso" (1964) primo suo a colori, con una Ravenna disumanizzata e industriale, fatta solo di fabbriche, alienata e resa quasi "elettrica" attraverso un uso calcolato del colore (parte del profilmico e dell'ambientazione venne dipinta a mano, per aumentarne l'effetto saturazione) che sottolinea l'estraneità del mondo esterno 'plastificato' e la violenza (anche morale, interiore) della contemporaneità.

 
(Monica Vitti in "Deserto Rosso")

Il periodo esistenziale o dell'incomunicabilità vede susseguirsi più caratteristiche (in parte comuni a tutto Antonioni, sempre):
_il tema dell'alienazione dell'uomo, le aspirazioni del singolo frustrate in una società assurda e insieme conformista, la conseguente perdita di sè;
_un modo di narrare che tiene conto di Proust, di Camus, delle avanguardie, con la scomparsa del racconto lineare e un uso inedito del piano sequenza;
_il racconto è frantumato, e viene data importanza a lunghe pause e momenti statici, che però si caricano di significati simbolici e metaforici;
_una ricerca visiva progressivamente più intensa, con studi sulla profondità di campo, messa in evidenza dei volumi, i tagli studiatissimi delle inquadrature, il procedere alla narrazione non per sintagmi causa-effetto: tecniche per mostrare un uomo annullato e 'malato' nel contesto industriale e postindustriale.
La tetralogia rappresenta un'analisi morale del Novecento, svolta con maestria tecnica e originalità.

 

Seguono opere differenti, in cui però la critica alla modernità e alla società dei consumi rimane una costante, ma non pare operata da uno sguardo tanto conservatore, quanto da uno sguardo morale, sempre più essenziale, alla ricerca dell'anima delle cose.
In Antonioni la familiarità tra l'uomo e l'ambiente, l'uomo e gli oggetti, l'uomo e la vita stessa è scomparsa, da qui il costante senso di enigma che percorre molta della sua opera come una domanda sorda, come di chi non ha risolto il dilemma tra uomo morale e uomo tecnologico.

L'autenticità dell'uomo - ci dice sempre Antonioni- è violata e perduta nel "Mondo Nuovo".

Gira in Inghilterra "Blow Up"(1966), da un racconto di Julio Cortàzar, con Vanessa Redgrave, protagonista una Londra amorale...osservata con uno straniamento da obbiettivo fotografico:
la vicenda del fotografo che in un ingrandimento di una foto scopre un probabile delitto ma non arriva a dimostrare nulla, l'inquietante e irreale partita di tennis, con l'andirivieni della palla come da un mondo all'altro.....diventa il fallimento in generale dell'uomo, o almeno di una generazione, costretta a girare a vuoto senza mai giungere alla verità. Un saggio sull'oggettività della tecnica che rimanda alla metafisica, all'inspiegabilità della vita, del senso.

 
(scena da "Zabriskie Point")

"Zabriskie Point" (1970) (colonna sonora principalmente dei Pink Floyd) in USA, mitica interpretazione critica di Antonioni degli anni '70, a partire dal luogo reale nominato come titolo del film, nella Valle della Morte...la storia di una "liberazione" reale e simbolica impossibile, e l'esplosione (letterale) della mortuaria società dei consumi.
"Professione Reporter"(1975) con Jack Nicholson, si interroga sui ruoli dell'esistenza, una trama complessa svolta con un linguaggio sempre più contemporaneo. Ma è anche un saggio sull'incapacità umana di stabilire un'interazione vera con la realtà, così come critica del cinema stesso come strumento limitato di interpretazione del reale.

 
(Jack Nicholson in "Professione Reporter")

Ancora "Il Mistero di Oberwald" da Jean Cocteau (1980), ottimo film questa volta per la televisione, che presenta ancora nuove ricerche sul colore e sulle tecniche di ripresa.
"Identificazione di una donna" (1982) (nella colonna sonora anche John Foxx, Japan...) film più sottile di quanto la critica abbia recepito, con momenti di visioni straordinarie (memorabile il volo degli uccelli a Venezia scorto tra le vetrate/schermi del reale) ma ancora una storia di perdita di sè.

 

Fino ad "Aldilà delle Nuvole" (1995) co-diretto con Wim Wenders (anno dell'Oscar tardivo alla carriera ad A.) tratto dal suo libro  "Quel Bowling sul Tevere". Non va dimenticata l'importante e intensa attività documentaria di Antonioni, e alcuni episodi girati per vari film che non abbiamo citato.

 
(Tomas Milian in "Identificazione di una donna")

Antonioni morirà nel 2007 lo stesso giorno della scomparsa di Ingmar Bergman.
Per riassumere, sicuramente si può affermare che Antonioni ha saputo unire l'indagine psicologica al vigore drammatico e alla sperimentazione dei linguaggi, ma da maestro del cinema mondiale.

Josh

mercoledì 26 settembre 2012

Alan Watt, la distopia e i padroni dell'universo

Questo filmato da visionare e ascoltare attentamente,  affronta temi cruciali di vario tipo relativo al Nuovo Ordine Mondiale (NWO) e ai suoi pianificatori. Temi scottanti come la crisi delle democrazie occidentali, la democrazia intesa come scontro tra interessi di lobby e  di corporation, il ruolo dei canali mainstream quale fabbrica del consenso, l'incremento indotto della popolazione, lo spostamento di masse migratorie da un continente all'altro e in particolare da Asia e Africa al mondo detto occidentale, la deindustrializzazione voluta e provocata ad hoc nell'occidente. E non solo. Il ruolo delle rivoluzioni indotte e ideate dalla Cia, le pandemie provocate ad hoc.  Il ruolo delle grandi corporation e come insinuano  i loro uomini nella politica per tutelare i loro interessi, attraverso un sofisticato meccanismo di porte girevoli (sliding doors).
Alan Watt, mostra di padroneggiare con grande sicurezza la materia e ce la mostra con semplicità, pacatezza ed efficacia oratoria, come un racconto di fantascienza; meglio di fanta-horror, un racconto che è insieme un incubo dal quale vorremmo svegliarci. Del resto Watt, parte proprio da Orwell e da Huxley, i quali ebbero a che fare con società segrete. Spesso si parla di linguaggio "orwelliano" di "bipensiero" e di racconti e romanzi della distopia totalitaria, ma vale la pena di virgolettare queste parole prese dal saggio di Ida Magli
"La dittatura europea", la quale esprime concetti non estranei alla requisitoria di Alan Watt nel filmato, per approfondire questa faccenda della "neolingua": "Trasformano la realtà capovolgendone il significato anche soltanto cambiando il termine con il quale si è soliti identificarla". 

 Ecco un esempio corrente al limite della banalità, circa il linguaggio orwelliano da noi ascoltato quasi quotidianamente: se si vuole la decrescita  e la recessione si dirà che si lavora per la crescita del nostro Paese come predica con voce mestamente atona da androide telecomandato,  Mario Monti.

"E il sistema per abituarsi a quello che Orwell chiama "il bipensiero". Si raggiunge lo scopo con la "ripetizione" costante, onnipresente a tutti i livelli, di quel certo nome, di quel certo aggettivo, di quel certo giudizio".

"Orwell ne descrive con precisione il meccanismo nel suo 1984 (...) . Non è un romanzo infatti e neanche una previsione profetica, come è stato detto dai molti che amano credere nelle magie, ma sotto le vesti della fantasia, la messa in guardia per noi, su ciò che ci attende e che lui conosceva molto bene, perché era un iniziato alla massoneria" (op. cit. pag. 36) .


Vale la pena di citare anche un altro grande autore della distopia: Ray Bradbury, il cui "Fahrenheit 451" dal quale Truffaut trasse un bel film, potrebbe trovare oggi infinite varianti sul tema censura e autocensura. Intanto perché oggi vi è una revisione censoria dei grandi testi letterari alla luce del politicamente corretto (l'esempio della Divina Commedia attaccata dall'organizzazione Onusiana Gerush 92, e Dante chiamato in causa per omofobia, islamofobia e antisemitismo, è solo uno fra i tanti). Poi perché  la proibizione di tenere del contante, a favore della tracciabilità coatta  per il tramite  delle carte prepagate con la solita scusa dell'evasione fiscale, imposta dall'attuale governo, ci rimanda alla memoria i segugi pompieri del romanzo come Guy Montag e compagni,  i quali identificavano le case che contenevano libri nascosti per poi darli crudelmente alle fiamme.  Togliete i libri e metteteci il  denaro contante, e resta comunque la proibizione di vivere come ci pare e piace e  di restringere le nostre legittime libertà. A quando i prossimi pompieri eliminatori di banconote? Dopotutto, sempre di carta si tratta.






Inoltre, per rimanere in questo ambito narrativo, non si può omettere di citare  H.B Wells fondatore ed esponente della Round Table e  forte assertore di uno Stato Mondiale (nihil sub sole novi, evidentemente),  già noto per il suo romanzo "La guerra dei mondi" da cui il grande e quasi omonimo nel cognome,  Orson Welles, trasse spunto per quella famosa trasmissione radiofonica che spaventò gli Usa.

E' il caso di dire che oggi la realtà supera  di gran lunga la distopia degli autori testé citati.
Buona visione del filmato di Alan Watt!



Hesperia

mercoledì 19 settembre 2012

Mastro Martino


 Illustrazione tratta da Wikipedia, intitolata: "Janvier, Très Riches Heures du Duc de Berry" (1410-1416).

Gutemberg o Castaldi, chi è l'inventore della stampa? Dal momento che a Feltre, dove Panfilo Castaldi era nato, gli era stata dedicata una statua, con una scritta sul piedistallo, che avrebbe poi ingenerato tale dubbio (leggi questo post). La scritta non fu più corretta, nemmeno quando si appurò, in via praticamente definitiva, che il vero inventore della stampa, essendo stato il primo ad aver pubblicato un'opera stampata con caratteri mobili - la famosa Bibbia latina delle 42 linee, della quale parla approfonditamente Josh, nel post sulla Biblioteca Vaticana e Bodleiana - è stato Gutemberg. Insomma, la questione avrebbe tutti i contorni di un giallo, che autorevoli commentatori del blog Giò Fuga Type hanno recentemente contribuito a ravvivare. Comunque si sia snodata la questione,  a Panfilo Castaldi va il merito di essere stato il primo tipografo di Milano. Ciò avvenne dopo che Galeazzo Maria Sforza gli aveva concesso il privilegio, e nel 1471 dalla sua tipografia uscirà il primo libro stampato in questa città. 
Feltre, monumento a Panfilo Castaldi - dal sito Digilander.Libero.it
Ma se rimane qualche dubbio circa la paternità dell'invenzione della stampa, non ce n'è, invece, per quanto riguarda la primogenitura che la città di Venezia ha dato a svariati settori della stampa. In primis l'invenzione del libro "tascabile", con l'innovazione portata da Manuzio. Prima di lui per poter leggere i libri occorreva dotarsi di leggii, dato le ampie dimensioni degli stessi. Il formato ridotto, "tascabile", quello ancor oggi in voga, consentiva di trasportare i libri durante il passeggio, in viaggio, in pellegrinaggio, in guerra, o in qualsiasi altra occasione. Per questo e altri motivi Aldo Manuzio fu un grande innovatore della stampa, che era appena nata, e per questo merita un post tutto per se.
Tabella sulle lunghezze minime del pesce, esposta al mercato del pesce di Rialto - dal blog Alloggi Barbaria
Ma veniamo ai primati di Venezia in questo campo.
Se la stampa fu inventata altrove, è a Venezia che si è sviluppata e ha preso il volo. Venezia a quel tempo era già ambita meta turistica e la riva destra del Canal Grande, tra il Ponte di Rialto e Piazza San Marco, più nota come "Mercerie", era già la strada dello shopping "internazionale". E' passata agli annali della storia la visita del 2 maggio 1442 del maturo Francesco Sforza in compagnia della giovane moglie Bianca Maria Visconti (vedi post Dai Visconti agli Sforza) per quel supplemento di vacanza. "Il corteo sfilava lungo il Canal Grande". All'indomani dell'invenzione della stampa, gli avveduti veneziani si erano buttati a capofitto nel nuovo business, bruciando sul nascere tutte le altre città europee. Esempio di grande avvedutezza, trasformarono in fretta quella riva del Canal Grande in un vasto emporio, praticamente a cielo aperto - perchè le vetrine di allora non erano certo come quelle di oggi - di stampe e libri di ogni genere: quelli che al momento di quella storica visita erano negozi di altro genere, si erano in fretta convertiti in librerie con annessa tipografia nel retrobottega; nel corso di quel tragitto se ne sarebbero potute contare almeno quindici.
Venezia, Archivio di Stato - da questo post di Alloggi Barbaria
E' lungo l'elenco dei primati in campo editoriale di quel periodo in cui Venezia fece leggere il mondo. Periodo di leadership durato almeno 100 anni, e tramontato anche per colpa della Sacra Inquisizione, dapprima blanda, e poi vieppiù sempre più guardinga, tanto da costringere autori a cercarsi tipografie nel nord Europa, località dove la censura era meno invadente o addirittura inesistente (come è stato il caso di Copernico col suo libro De Revolutionibus, censurabile per l'epoca, pubblicato il 24 maggio 1543, giorno della morte dell'autore, fatto stampare in Nord Europa).

Tralasciando di parlare degli altri primati di Venezia in campo "editoriale", ve n'è uno che "stuzzica" gli appetiti: a Venezia è stato stampato il primo ricettario di cucina al mondo. E non era un semplice ricettario in cui si davano le dosi dei vari ingredienti, conteneva pure consigli dietetici. E oggigiorno, in cui non v'è testata giornalistica o radiotelevisiva che non abbia al suo interno la sua bella rubrica di ricette culinarie, la cultura di un cuoco che si rispetti non può prescindere dal conoscere questo fatto.

L'autore del ricettario era stato il cuoco Martino da Como, più noto come mastro Martino. Egli non si limitò a rifare le ricette di altri, ne elaborò di sue, trascrivendole su fogli. Tali fogli finirono nelle mani di Bartolomeo Sacchi  di Piadena, detto il Platina, che all'occasione le mandò in stampa come sue. Un plagio vero e proprio, andato avanti per oltre 5 secoli, e scoperto solo di recente, confrontando il testo dell'opera del Platina con i manoscritti di Mastro Martino, conservati nella Library of Congress, a Washington.

La scrittrice Ketty Magni, di Desio, sulla vita di Mastro Martino ha recentemente pubblicato il suo terzo romanzo storico, dall'emblematico titolo Il principe dei cuochi. (gli altri due sono incentrati sulle figure della Regina Teodolinda e dell'imperatrice Adelaide, delle quali s'è parlato in questo blog). Mastro Martino lavorò a Milano, alla corte di Francesco Sforza, per poi trasferirsi nella Città Santa al servizio di quel «cardinal Lucullo» – questo il soprannome del camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia – noto per la consuetudine di dare banchetti di rara sontuosità, dei cui costi - si vociferava - pare avesse investito non meno degli attuali 500 euro al giorno.   
Copertina del libro di Maria Cristiana Magni, alias Ketty Magni
Bibliografia: Alessandro Marzo Magno, L'alba dei libri

martedì 11 settembre 2012

Ombre e Luci


Continua fino a fine ottobre la mostra “Ombre e luci (1920 – 1960) Volti del cinema nei ritratti di Manlio Villoresi”, a cura di Anita Margiotta e Alessandra Grella.
Si tratta di un'esposizione fotografica, di circa 90 fotografie di attori teatrali e cinematografici italiani, e alcuni cantanti dal 1925 al 1960.
La particolarità della mostra è l'arco di tempo coperto che evidenzia sia alcune personalità dello spettacolo italiano del passato, sia la moda del tempo e lo stile dei ritratti di Villoresi.

Presenti ritratti di  Eleonora Duse, Emma Grammatica, Ruggero Ruggeri, Antonio Gandusio e Mario Del Monaco, compresi Annibale Ninchi (protagonista di "Scipione l'Africano", primo vero Kolossal italiano, del 1937 per la regia di Carmine Gallone, foto sotto) e attori dei telefoni bianchi come Elsa Merlini, Nino Besozzi e Doris Duranti (foto in alto).


Con Anna Magnani (sotto), Raf Vallone e Massimo Girotti, si passa al Neorealismo, fino ai film più popolari con Ave Ninchi, Isa Barzizza e Franca Faldini (sotto).



Per la Dolce Vita non potevano non comparire Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman,  Gabriele Ferzetti, John Derek, Isa Pola, Anna Maria Ferrero (sotto), Maria Mercader e Domenico Modugno, e attori di sceneggiati come Paolo Carlini e Alberto Lupo.


Le foto sono selezionate da circa 1500 negativi su lastra in vetro alla gelatina bromuro d'argento del fotografo Manlio Villoresi (Città di Castello 1891 – Roma 1976), conservate dal 1978 presso l’Archivio Fotografico del Museo di Roma. Sarà possibile visitare la mostra al Museo di Roma Palazzo Braschi dal 27 giugno al 28 ottobre.

Dopo aver appreso la professione con il padre Aristide, Manlio Villoresi si trasferisce a Roma aprendo il famoso studio fotografico in via Veneto n. 96, frequentato da personalità della cultura, dello sport, della vita politica, musicisti, e attori cinematografici.
I ritratti della fine degli anni ’20 si caratterizzano per l’uso studiato delle luci, gli effetti flou, un'impostazione molto studiata, preparata e decorativa della visione.
I primi piani del periodo successivo appaiono invece meno costruiti e pittorici, mossi da una maggiore attenzione al ritratto psicologico-caratteriale e a notazioni realistiche.

Presente oltre ai ritratti una selezione di abiti di scena, costumi cinematografici (alcuni provenienti dalla Fondazione Annamode) per contestualizzare le immagini nelle rispettive epoche e film, generi e settori dello spettacolo.
Lo spirito della mostra in realtà, oltre all'omaggio a Villoresi e alla sua fotografia, vuole evidenziare uno spaccato dell'Italia anche storico e documentale, attraverso protagonisti simbolici e miti dell'immaginario d'allora.


Info
Ombre e Luci (1920 – 1960)
Volti del cinema nei ritratti di Manlio Villoresi

Museo di Roma Palazzo Braschi - sale espositive del piano terra
ingresso da Piazza Navona, 2 e da Piazza San Pantaleo, 10
Apertura al pubblico dal 27 giugno al 28 ottobre 2012
Orari Martedì-Domenica ore 10.00-20.00, chiuso lunedì, 1 maggio
Biglietteria: Integrato Museo + Mostra: Intero € 9,00; Ridotto € 7,00
060608 (tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00)
www.museodiroma.it

domenica 5 agosto 2012

Perdere la lingua materna grazie all'Inglese




L'identità di una nazione (parola che deriva dal verbo nascere)  e di un popolo, scaturisce per l'appunto dalla sua Lingua, che non a caso si dice materna, in quanto è quella che riceviamo dalla nascita e che cresce, si sviluppa, si espande e si arricchisce con noi. Poi da altre componenti che possono essere sintetizzate nelle categorie manzoniane: d'arme di lingua, d'altare,  di sangue, e di suolo. Tutte componenti che creano unità e coesione nazionale.  La lingua materna o lingua madre, ha pure una forte valenza socio-affettiva. Un esule dalla sua Patria può adattarsi al diverso cibo, alle diverse usanze e tradizioni,  al cambiamento climatico ecc. ma non alla perdita  totale della propria lingua. Molte sono le testimonianze di illustri esuli in proposito. 
 Sempre più atenei universitari invece cercano di "differenziarsi" includendo insegnamenti e corsi in lingua inglese considerata la lingua veicolare nel mondo. Per disgrazia, simili progetti non appartengono solo alle università che verranno assoggettate al "rating" (valutazione)  come si fa con gli stati per farli fallire prima.   Ovvio, che avranno  più alte valutazioni quelle che si adegueranno a questo progetto. Ma si stanno discutendo pure progetti didattici per gli insegnamenti   dei curricula disciplinari veicolati  direttamente in Lingua Inglese, fin  nei licei. Questa si chiama "vietnamizzazione" dell'Italia. Insorge (e con giusta ragione) Claudio Magris con un articolo comparso sul Corriere  della Sera del tutto condivisibile, dal titolo "L'università in Inglese pericolo per l'Italiano".


Alberto Sordi redivivo smette di fare l'attore e diventa rettore universitario, sottosegretario o ministro dell'Istruzione o qualcosa del genere, sempre comunque nell'ambito dell'insegnamento superiore e della cultura. Del suo glorioso passato di attore conserva soltanto una parte, quella memorabile del romano de Roma che, nel film di Steno Un americano a Roma , cerca - ma invano - di sostituire spaghetti e vini dei Castelli con hamburger e Coca-Cola.
L'idea di fare, nell'università italiana, dell'inglese la lingua unica e obbligatoria dell'insegnamento è una gag come quella scenetta di Sordi e ignora il monito della canzone di Carosone «Ma si nato in Italy».
È uno dei tanti episodi che dimostrano la tendenza odierna - vittoriosa in quasi tutti i campi - a stravolgere involontariamente problemi reali nella loro parodia. Che la conoscenza - una vera, reale conoscenza - della lingua inglese sia indispensabile per dedicarsi a qualsiasi tipo di studi e anche a quasi ogni lavoro è una realtà indiscutibile, chiara a tutti e non solo a quel nostro ex presidente del Consiglio che esortava a coltivare le tre I, Inglese Impresa Internet, dimenticandone peraltro una quarta, Italia. La scarsa conoscenza delle lingue straniere, soprattutto, ma non solo, della lingua parlata, è un antico e ancora non superato deficit della cultura italiana (molti anni fa Wolf Giusti mi raccontava come Benedetto Croce, che non aveva difficoltà a leggere e a tradurre Hegel o Goethe, se la cavasse piuttosto male se doveva ordinarsi un caffè). Questo grave deficit va assolutamente sanato ed è paradossale che misure ministeriali abbiano agito in senso contrario, come quando, durante il precedente governo italiano, furono aboliti i lettori di lingua straniera, indispensabili e insostituibili, per gli studenti, nell'apprendimento delle rispettive lingue.
Una lezione di Information Technology in università (Corbis)
È dunque necessario che scuole e università creino strutture atte a insegnare realmente le lingue straniere e in particolare ovviamente l'inglese, investendo in tale iniziativa buona parte delle loro energie e dei loro fondi, anziché considerare l'insegnamento e la conoscenza delle lingue straniere, com'è accaduto quasi sempre nelle facoltà umanistiche, materia di terza classe. È necessario richiedere, per il conseguimento di qualsiasi titolo e per il raggiungimento di qualsiasi traguardo scolastico o accademico, una reale conoscenza della lingua inglese.

Tutto ciò non implica affatto la necessità e l'opportunità di tenere le lezioni e i seminari - a parte i casi particolari di convegni e dibattiti con studiosi stranieri - in inglese anziché in italiano. Imporre l'uso dell'inglese nelle lezioni e nei corsi universitari indebolisce questi ultimi, perché in ogni campo - non solo in quello letterario - la lingua madre implica una creatività, una ricchezza di pensiero e di espressione, fondamentali in ogni percorso intellettuale e, prima ancora, nella vita stessa. Di questo passo, secondo la logica aberrante di tale bella pensata, si potrebbe abolire la letteratura italiana e imporre a tutti gli scrittori italiani di scrivere le loro poesie e i loro romanzi in inglese. L'insegnamento - tanto più quanto è più importante e significativo - s'inserisce nel tutto della vita, individuale e sociale. L'uso obbligatorio dell'inglese potrebbe dunque, secondo quella logica peregrina, venire esteso a tutte le espressioni fondamentali dell'esistenza, ai dibattiti parlamentari e ai comizi politici come alle effusioni verbali dell'intimità amorosa, che diventerebbe tanto più degna ed eroticamente stuzzicante se esternata nella lingua dei (momentanei) padroni del mondo. Fare l'amore in inglese, credetemi, è tutt'altra cosa; me l'ha detto un mio conoscente che lavora al consorzio agrario e che ha fatto uno stage in America.
La proposta di rendere obbligatorio l'insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni, simile a quella smania di «sbiancamento» (blanchissement) che grandi scrittori neri quali Glissant e Fanon hanno denunciato in molti discendenti di schiavi nei loro Paesi, le Antille francesi. Tale complesso contraddice lo spirito più profondo della cultura inglese, l'amore di libertà e di originalità, e dimentica che, come scriveva sul «Corriere» Saverio Vertone, in Inghilterra vivono gli inglesi, non gli anglofili.
Si deve certo imparare l'inglese, questa lingua straordinaria che, come è stato detto, è divenuta pure la «lingua dei senza patria», dei tanti esuli che gli sradicamenti della Storia hanno sparso nel mondo. Ma il suo primato non dovrebbe indurre a una succube soggezione. Non vorremmo che domani, ove fossero eventualmente mutati i rapporti di forza nel mondo, i docenti di Cantù o di Caserta fossero obbligati a tenere lezione in cinese, altra grande lingua di straordinaria ricchezza e poesia.
Claudio Magris
25 luglio 2012  fonte: Corriere della sera

Sullo stesso tema: Il Somario parla Inglese ma dimentica l'Italiano

Hesperia