mercoledì 23 luglio 2008

Passeggiate tra piante e fiori mediterranei


Le piante della fascia climatica mediterranea hanno colori sgargianti e necessitano di poca acqua. Spesso si abbarbicano sui colli rocciosi dove il terreno è argilloso o addirittura sugli scogli. E' il caso delle ginestre, fiore selvatico assai comune che cresce in cespi tra maggio-giugno-luglio. La ginestra la si vede frammischiata alla macchia mediterranea tra mirti, lentischi, lauri e code di volpe (quei lunghi frustoni che si vedono nella foto).











Su alcune isole, tra sassaiole assolate non è raro imbattersi nel papavero cornuto di un bel colore giallo squillante. Si chiama così a causa dei lunghi piccioli fatti a cornetto. Sono specie protetta e se ne vedono parecchi alle isole Palmaria e Tino (davanti a Portovenere).

















Sulle dune e sulle sabbie roventi lungo le spiagge della Sardegna e del Sud della Corsica si trova il cardo santo e il cardo di sabbia o eringio di un grigio argenteo(foto a sinistra) che quando secca, lascia cadere le sue dure spine tra la sabbia bianca, ragion per cui è sempre meglio mettersi un paio di ciabatte se non si vuole conficcarsene qualcuna sotto la pianta dei piedi. E sempre in Sardegna, Corsica, Elba, Giglio, Parco dell'Uccellina e altre isole mediterranee, si trovano i gigli di S.Pancrazio (qui a destra) candidi e profumatissimi, intorno ai quali brulicano sempre bionde api indaffarate. Questo giglio (giustamente protetto) e il cardo eringio e santo sono piante semidesertiche.












Ma di tutte le piante mediterranee, quelle certamente più curiose e bizzarre sono i cocomeri asinini, una sorta di piccoli cetrioli selvatici pelosi e dalla pianta un po' spinosa che quando li si sfiora a malapena, sparano lontano i loro semi in una scia di liquido vischioso. Sembrano dei piccoli alieni da Jurassic park e li chiamano anche sputaveleno. La conoscenza con queste piante la feci in un'estate che ero in vacanza alle isole Tremiti. Mi trovai su un prato incolto a e, al mio passaggio, era tutto uno strano fruscio che mi spaventò: i cocomeri lanciarono i loro schizzi vischiosi sparando i loro semi in lontananza, se solo osavo sfiorarli col piede. Parevano quasi incattiviti della mia presenza e che bisbigliassero tra di loro, preparando la loro piccola guerra...vegetale.










Il mesembriantemo appartiene all'ordine delle succulente (cioè delle piante grasse) e in Sardegna lo chiamano semplicemente erba di Garibaldi. Si arrampica infatti sulle scogliere di Caprera e di Maddalena, o scende in suggestive cascate floreali sul mare. Cresce bene su tutta la fascia costiera. Se ne vedono molti anche in Liguria. Con i loro bellissimi fiori dalle corolle color ciclamino e dagli stami gialli che si aprono ai raggi del sole e che si chiudono in caso di nuvolosità, sono sensibilissimi barometri. E con le loro foglie grasse adunche come artigli di una strega. I francesi le chiamano infatti griffes de sorcière.











Per concludere, non potevo non menzionare il fior di cappero che scende in un arbusto pensile da muri, rocce, castelli e torrioni in rovina. Ma può anche venir coltivato in lunghi e ordinati filari sui campi. Come alle Eolie, alle Egadi e a Pantelleria di cui si raccolgono i bocciolini da mettere sotto sale e sotto aceto. E' un fiore stupendo con foglie grasse e carnose a forma di medaglia, e corolle candide dai lunghi stami violetti. Si raccolgono anche i frutticini oblunghi dopo la fioritura, a forma di piccolo cetriolo, che si trattano sotto aceto anche quelli, e si servono negli aperitivi.
Buone passeggiate e godetevi tutte queste meraviglie botaniche della natura!



Hesperia



























































martedì 15 luglio 2008

I luoghi più misteriosi del mondo

Fin dall'antichità la letteratura ha raccontato di posti spaventosi e misteriosi nascosti nelle più grandi città del mondo o nei più sperduti angoli della Terra. La rivista economica americana «Forbes» ha stilato la classifica dei luoghi più misteriosi. A vincere questa singolare classifica è il castello di Bran, a Brasov in Romania. La leggenda narra che qui visse il leggendario Vlad l'Impalatore, che diede spunto a Bram Stoker nell'Ottocento per scrivere il romanzo «Dracula». Vlad fu un principe sanguinario che uccise i suoi nemici e i presunti traditori con metodi poco ortodossi. Oggi il castello è diventato un museo, ma secondo Forbes ciò non ha fatto perdere al castello l'aura di mistero che lo avvolge: «Cammina per le stanze di questo castello», scrive la rivista, «e puoi rivedere i processi contro le streghe, le decapitazioni e le impiccagioni che Vlad ordinò da quelle mura».


LA TORRE DI LONDRA E LE CATACOMBE PARIGINE - Al secondo posto si classifica la Torre di Londra. Fondata nel 1078 da Guglielmo il Conquistatore, da centinaia di anni è dipinta come un luogo pieno di spettri e di spiriti: uno di queste fantasiose storie narra che ancora oggi di notte il fantasma di Anna Bolena, la seconda moglie di Enrico VIII giustiziata in queste mura, vaga per le stanze della torre con la sua testa decapitata fra le braccia alla ricerca del marito infedele, che la giustiziò solo perché voleva sposare un'altra donna. Il terzo luogo più misterioso del mondo sono le catacombe di Parigi: anch'esse si trovano vicine al centro della città e vi sono custoditi gli scheletri di parigini vissuti nei secoli passati. Nel XX secolo sono diventate un museo e sono tanti i visitatori che in diverse occasioni hanno dichiarato di aver visto fantasmi e sentito le grida di persone morte.
AREA 51 E LA LEGGENDA DI SLEEPY HOLLOW - Segue un luogo più moderno, ma che conserva un fascino incredibile: l'area 51 del Nevada. Questo territorio degli Stati Uniti è una zona top secret, nella quale nessuno, al di là dei membri dell'esercito americano, può entrare. Secondo la leggenda proprio qui il governo degli Usa ha o avrebbe avuto contatti con extraterrestri, mantenuti per diverse ragioni all'oscuro dell'opinione pubblica generale. Tra l'altro, secondo una della più famose teorie cospirative degli ufologi, nel 1947 dopo lo schianto di una navicella spaziale ufo a Roswell, nel Nuovo Messico, i resti della navicella e del suo equipaggio sarebbero stati trasportati proprio nell'area 51. Al quinto posto tra i posti più misteriosi, Westchester County, nello Stato di New York, dove lo scrittore Washington Irving ambientò il racconto «La leggenda di Sleepy Hollow»: si narra che in questi territori ancora vaga un cavaliere durante la notte alla ricerca della sua testa persa durante una battaglia. Ogni anno dal 26 al 28 ottobre qui si tiene una recita dove gli attori ripropongono questa misteriosa storia.
NESSIE E LA MONTECRISTO AUSTRALIANA - Sesto si piazza il lago di Inverness in Scozia, meglio conosciuto per essere l'habitat del mostro di Loch Ness. I primi avvistamenti di «Nessie» risalirebbero al sesto secolo d. C. Ma ancora oggi ci sono turisti che assicurano di avvertire la presenza di questo presunto terribile mostro nel lago. Chiude la classifica dei luoghi più misteriosi la Montecristo Homestead nella città di Junee, in Australia: secondo la leggenda è abitata dai fantasmi di dieci persone che un tempo vi abitarono e qui morirono. Tra questi vi sono lo spettro della figlia del primo proprietario della casa, Christopher William Crawley, quello di una cameriera incinta che presumibilmente fu spinta giù da un balcone e quella di un giardiniere.
Da Repubblica.it
Purtroppo non ho tempo per scrivere vi propongo quindi questo articolo interessante sui luoghi misteriosi...magari potrebbe ispirarvi per le prossime vacanze
Aretusa

giovedì 10 luglio 2008

Cattedrali come uniche montagne

Avec des cathédrales pour uniques montagnes, où des diables en pierre décrochent les nuages, cantava Jacques Brel ne "Le plat pays". E francamente non capivo bene cosa volesse dire prima di essere stata nei Paesi Bassi (Belgio e Fiandre).
Ma anche la Francia del Nord è un'intera vasta landa piatta dove le uniche montagne sono le cattedrali le cui guglie e pinnacoli sono visibili già a distanza di 30 km. Quella di Chartres, la si scorge ergersi, da boschi e prati come un misterioso vascello che naviga sulla distesa ondeggiante di messi al vento. Ma anche quella di Rouen, di Reims e di Orléans e di Bourges. Le cattedrali rappresentano un intero cosmo caleidoscopico di simboli, di misteri inesplorati, di storia, di cultura, di devozioni, di rivolte, di tumulti e di guerre interreligiose, di riconciliazioni, e oggi finalmente di quiete, di spiritualità, d'arte e di bellezza incantevole. Per ognuna di queste citate si dovrebbero fare anni di ricerche architettoniche, artistiche e storiche, che qui non posso certo riassumere.

Veniamo a Notre Dame di Chartres, la regina del gotico e dei cieli del Nord. La più antica, quella che tra i vari completamenti e rifacimenti mantiene in sé, il gotico puro. Sorta nel lontano 743. Poi ampliata nel 990 dove il venerabile Socrate dell'Accademia di Chartres, il vescovo Fulberto venne a insegnare alla scuola della cattedrale. Nei due secoli successivi essa fu una delle massime istituzioni scolastiche dell'Europa medievale. In seguito ci furono devastanti incendi nel 1020 e nel 1194. Mantiene un che di incombente e perfino di terrorizzante, vista dal basso con i due campanili fatti a guglie svettanti, uno semplice e uno riccamente elaborato. Qui venne San Bernardo di Chiaravalle a bandire una crociata e qui venne a farsi incoronare re, il francese Enrico IV. E qui vennero studenti per ogni dove, per ascoltare gli insegnamenti dei maestri di Chartres.


Eppoi le sue vetrate, le sue "rose" caleidoscopiche e le loro implicazioni simboliche e morali, con interpretazioni bibliche così complesse che potevano essere comprese appieno solo dai dotti che vi erano familiarizzati attraverso le esegesi dei Padri della Chiesa come Sant'Agostino. La cattedrale di Chartres si connota ancor oggi come un'autentica enciclopedia di pietra che non finiscono mai di studiare e di interpretare.

Nell'entrare al suo interno ci si sente pervasi da una strana sindrome di Stendhal. Le pietre, consunte dai pellegrinaggi, paiono essere magnetizzate di una singolare energia. Inoltre c'è un misterioso labirinto disegnato sul pavimento sui quali i pellegrini pare fossero soliti percorrerlo in ginocchio quasi come in un rito esoterico.













La cattedrale di Rouen da cui Claude Monet trasse ispirazione per i suoi dipinti visionari di cattedrali nel sole.










La cattedrale di Santa Croce d'Orléans è un gotico un po' romanicizzato che ha subito le vicissitudini tipiche delle guerre di religioni: venne distrutta dagli Ugonotti. Ma poi restaurata e riedificata.
Così ancor oggi come nei secoli passati, sia in pace che in guerra, in tempi di prosperità e di avversità, le storie e i destini degli abitanti dei citati borghi di Chartres, di Rouen e di Orléans rimarranno indissolubilmente legati, insieme alle loro cattedrali.


Cattedrali come uniche montagne dove demoni di pietra staccano le nubi






... Mentre il suono dell'organo si propaga per navate e volte in tutta la sua trascendente terribilità e solennità, poiché le cattedrali d'Europa rappresentano sia le fondamenta che le vette e i vertici delle nostre più profonde reminiscenze culturali e spirituali.




Hesperia

martedì 24 giugno 2008

La leggenda del polpo di Tellaro

Si racconta che in una notte di tempesta a Tellaro (un piccolo borgo di pescatori sopra Lerici, nel Golfo di La Spezia) i suoi abitanti dormissero tranquilli, perché rassicurati dal fatto che i saraceni non potevano sbarcare per depredare e saccheggiare il villaggio. Invece, mimetizzati forse dalla tempesta, cercarono comunque di approdare. Ma non fecero i conti con un polpo sullo scoglio che li vide e lanciò i suoi tentacoli verso il cielo e raggiunta la corda della campana della Chiesetta di S. Giorgio si mise a suonare, avvertendo gli abitanti. I quali, dopo aspra lotta respinsero gli invasori. Questo per indicare come furono sempre aspri gli scontri tra la Croce e la Mezzaluna sul Mediterraneo fin da quei tempi. Oggi gli abitanti se la spiegano così con questa deliziosa leggenda da cui è rimasta la sagra del polpo che si festeggia in settembre.
Saraceni Mare Nostrum infestantes sunt noctu profligati. Quod polipus aer cirris suis sacrum pulsabat.

E' la scritta dell'epigrafe datata 1664 che è posta sulla Chiesetta rosa di S. Giorgio perennemente flagellata dai venti e dai flutti, che potete vedere anche nella foto, lì come una navicella pronta al varo. Su Tellaro scrisse una poesia anche Eugenio Montale, il quale era di stanza, invece, nella non lontana
Monterosso.


Cupole di fogliame da cui sprizza
una polifonia di limoni e di arance
e il velo evanescente di una spuma...

Ed è un piccolo luogo di sogno, rinserrata com'è tra colli coltivati ad argentei uliveti, e il mare dove all'orizzonte si profilano in lontananza la punta del promontorio di Portovenere con la chiesetta gotica di S. Pietro e le isole Palmaria, Tino e Tinetto. Le scogliere di Tellaro, non sono mai troppo frequentate (nemmeno in piena estate) e vi si si può trovare ancora qualche lembo appartato per godersi in contemplazione le azzurrità e per ascoltare il respiro del mare tra le fragranze dei pitospori e delle zagare. Mentre nelle sere di settembre, la scogliera s' illumina di fiammelle a cera, poste negli anfratti degli scogli, per festeggiare la leggenda del polpo-sentinella. Magari dopo una buona scorpacciata di insalata marinara ...del medesimo, durante la sagra nell'antico borgo marinaro. Ottimo infatti, il polpo in insalata con patate, aglio e prezzemolo. A tutti gli ospiti e visitatori cortesi di questo Giardino, buone vacanze!

Hesperia (pubblicato il 28/6)
















lunedì 23 giugno 2008

The long walk

Ieri la PBS, televisione "pubblica" americana, ha trasmesso un bel documentario sulla deportazione degli indiani Navajo, (lo si puo' comperare e cosi' contribuire al finanziamento della PBS) e mi ha fornito l'idea di parlare di questo Popolo antico e straordinario.

Nel 1864, migliaia di indiani Navajo, gli "Uomini", furono deportati dalla loro terra, la magnifica Monument Valley e il Canyon de Chelley, fino in New Mexico in una postazione chiamata Bosque Redondo dove sarebbero stati tenuti insieme ad altri indiani, gli Apache.

Nella loro terra, i Navajo, coltivavano il grano e allevavano le pecore e vivevano pacificamente all'ombra dei picchi rocciosi. La Madre Terra é sacra per loro e sono devoti allo Spirit of the Land.

Fu il generale Kit Carson ad occuparsi della deportazione e non risparmio' metodi violenti, anche se le intenzioni degli americani non erano del tutto cattive. Volevano infatti anche sottrarli ai messicani che, appena potevano li riducevano in schiavitu'.

I soldati americani bruciarono le coltivazioni, distrussero le loro abitazioni ( le sacre hogans) , uccisero le greggi e constrinsero alla fame la popolazione per convincerla a partire.
Il Popolo Navajo dovette camminare giorni e giorni al freddo degli altipiani, con la neve e con poco da mangiare. Molti morirono annegati nell'attraversare i fiumi perché non sapevano nuotare e molte furono le donne incinte che non riuscirono a sopportare il viaggio.

Quelli che sopravvissero e arrivarono a destinazione furono ammassati con gli Apache in un campo e continuarono a patire fino a che, infine, visto il fallimento dell'operazione, e con l'elezione di un nuovo Presidente, furono riportati indietro.

Il Popolo Navajo é un popolo saggio e fiero ed é abituato a vivere in uno dei posti piu' suggestivi del mondo. La Monument Valley é infatti un luogo che impressiona e toglie il respiro. Si ha la sensazione che, veramente, il Grande Spirito abiti là, nel vento, tra le aquile.

In seguito, durante la II seconda guerra mondiale, molti Navajo parteciparono e furono decorati e utilizzati per codificare i messaggi, a causa del loro linguaggio.

In questi ultimi tempi si cerca di porre rimedio ai tanti soprusi che gli Europei hanno fatto agli indiani d'America. Una decina di giorni fa il Premier del Canada ha ufficialmente chiesto scusa per le sofferenze inferte agli autoctoni.
In questo caso ci si scusava per aver strappato moltissimi bambini indiani alle loro famiglie per inviarli in pensionati, veri orfanotrofi, dove si pensava di fornire loro una migliore educazione

Nel video la Long walk






Cliccare qui per un altro bel filmato esplicativo.

Qui una Ghost Dance

Ed ora il filmato col canto che preferisco:





Egle

mercoledì 18 giugno 2008

Cane e uomo nella vita e nell'arte


L'abbaiare lontano di un cane che ci riporta con il pensiero a luoghi cari e ben noti fornisce la più bella prova dell'immortalità dell'anima
Søren Kierkegaard

Guardando i miei quattro bassotti, che considero componenti a tutti gli effetti della mia famiglia, ho pensato che cane e uomo sono complementari fin dai tempi più remoti. Non per nulla il cane è considerato il “miglior amico dell’uomo” e l’uomo ha ricambiato questo grande “amore” attraverso i secoli, anche in campo artistico.
Giustamente, perché nessun essere vivente è più fedele al proprio compagno di vita di un cane. Lo sguardo appassionato dei miei cagnetti, la loro allegria, la loro gioia nel vedermi, mi ripagano ampiamente dei pochi sacrifici che faccio per loro.
Questo legame intenso, che si crea fra uomo e cane ha fatto si, che quest’ultimo fosse spesso protagonista di miti e leggende, che sono giunti fino a noi, dall'archeologia e dalle arti. Le rappresentazioni dei cani spaziano dalle scene di vita quotidiana all'incarnazione di personaggi simbolici ed allegorici, come Anubi e Cerbero diventati i traghettatori ed i custodi delle anime dei defunti nell'aldilà, in alternativa figure di cani incarnano le classiche virtù della fedeltà e del coraggio, ma anche i vizi e le passioni umane. Sia nella cultura egiziana che in quella greco-romana spesso i cani, simbolo di estrema fedeltà, erano destinati a perire con i padroni oppure venivano sacrificati nei riti di fondazione delle città per propiziarne la prosperità e l'inattaccabilità, così che, spesso si trovano immagini di cani (in alternativa a leoni e grifoni) sulle mura di cinta delle cittadine, sulle porte di case e palazzi, all’entrata di templi e tombe.
L’argomento è molto vasto mi limiterò a sintetizzare due epoche, per me molto prolifiche, l’antico Egitto e il Rinascimento.
Il cane nell’arte Egizia

L’arte egizia, in particolare offre molte rappresentazioni di cani sui monumento funerari.
Come la stela trovato ad Abydos che deriva dal Regno Medio (c. 2040 -1640).
Si può osservare il piccolo cane sotto la sedia del defunto. Il cane ha un corpo lungo, tarchiato e gambe corte, tipico della razza bassotto. I proprietari di Dachshund (bassotto tedesco), credono che la razza abbia origini egiziane ed antiche, e è probabile che questa stele sia la prova.
D’altronde Anubi divinità funeraria e guardiano fedele delle tombe e del sonno dei defunti, rappresentato in forma di canide nero, è passato alla storia come il nobile progenitore dell'attuale Cane dei Faraoni, venerato dagli egizi quattromila anni or sono, tanto che il ritratto di un cane elegante, dalle orecchie grandi e dalla forme ugualmente armoniose, è stato ritrovato all'interno delle piramidi. Nella grande necropoli ad ovest della piramide di Cheope nel 1935 è stato rinvenuto un cane pressochè identico al Cane dei Faraoni, imbalsamato e tumulato in un sarcofago fatto su misura.
Il cane nell’arte Rinascimentale
Tra il cinquecento ed il seicento il cane comincia ad essere inserito nella composizioni pittoriche come interprete delle passioni e dei caratteri dell’uomo. Il grande incisore tedesco Albrecht Durer nel 1514 incide la Melanconia come una figura femminile alata dal viso scuro, con la testa reclinata ad indicare le sofferenze patite, accucciato e raggomitolato su sé stesso ai suoi, piedi il suo cane, forse un levriero, in un atteggiamento così triste e sconsolato da toccare il cuore.
Nel celebre dipinto dei coniugi Arnolfini del pittore fiammingo Jan Van Eyck, il cane un Cairn Terrier (o forse uno spitz o un griffoncino), messo in primo piano simboleggia la virtù più importante del matrimonio, la fedeltà coniugale. Ma tutto il quadro è un concentrato di simboli. Il dipinto mostra Giovanni Arnolfini e la sua sposa Giovanna Cenami, ma in realtà costituisce, l’allegoria di un’unione felice di cui sono testimoni le figure che si intravedono nello specchio (tra cui il pittore nell’atto di dipingere la coppia) coronato dall’abbondanza e dalla prosperità. L’unica candela accesa nel lampadario allude alla fede mentre le arance sparse alla fertilità. Il cagnolino come già detto, alla fedeltà.
Altre volte il cane è simbolo della passione, dell’irruenza, o anche dell’impudenza amorosa. Il cane rappresenta il desiderio carnale nei giardini dell’amore cortese, desiderio più o meno intenso a seconda dell’atteggiamento assunto dal cane nel dipinto. Il giardino cortese di Michel de Renaud de Montauban è il luogo dove l’amore viene coltivato e rivelato attraverso le conversazioni, la musica e le danze: il cane stilizzato è attento ma calmo, segno di un amore più spirituale che passionale. (simb. 252)Michel de Renaud de Montauban, Il giardino cortese, metà del XV secolo.
Concludo questo testimonianza d'amore ai nostri amici a quattro zampe, con una denuncia, perchè l'uomo, può essere anche il peggior carnefice del cane.
L'arte contemporanea, é diventata troppo spesso una ricerca del clamore, dell'effetto fine a se' stesso, che di artistico ha ben poco e di bello ancora meno, l'importante é sbalordire, scioccare e far parlare di se'.
In quest'ottica s'inquadra la vicenda di Natividad, cane randagio sacrificato in nome di uno scempio, che qualcuno ha cercato di far passare per arte.
Il barbaro assassinio di una povera bestia, ma anche dell'arte.
Aretusa

venerdì 13 giugno 2008

Io veggio il mondo tutto arretrosito

Io veggio il mondo tutto arretrosito è di Domenico di Giovanni, più noto come il Burchiello, nato a Firenze nel 1404. Subì l'esilio a Siena a causa delle sue posizioni antimedicee, e alterne vicende, tra cui carcere, trasferimenti, problemi di ogni genere. Manca una raccolta ufficiale da lui approvata, per cui talvolta i sonetti presentano problemi di attribuzione con quelli degli imitatori. I suoi sonetti bizzarri e satirici furono detti "alla burchia", da cui il soprannome. Tra le edizioni, vanno ricordate quella del Doni, veneziana, del 1553; di recente i Sonetti Inediti ordinati da M. Messina negli anni '50. Il critico Giuseppe De Robertis parlò addirittura nel suo caso di pop art ante litteram. La particolarità di questo componimento è...l'attualità! La presentazione di una sorta di mondo alla rovescia, un sonetto morale e di protesta che racconta la realtà mediante iperboli. Il mondo alla rovescia, in generale, è una figura impiegata molte volte in campo artistico, con svariate sfumature: è il tema del Carnevale, della fiera, in cui i ruoli vengono messi sottosopra, demistificati o resi caricaturali. In storia dell'arte, nella pittura, i contrappassi terribili di Bosch sono una sorta di mondo capovolto dove si mostrano le punizioni immaginate nell'aldilà contro i disonesti e i viziosi. In questo breve componimento invece l'autore non figura un mondo rovesciato per raccontare "altro", ma descrive un quotidiano reale e tangibile in cui il mondo di tutti i giorni, nella sua decadenza, è, di fatto, esso stesso, diventato un universo capovolto. In realtà molto è stato scritto sul Burchiello, ma ancora che fosse un profeta dell'attuale modo di vita non era stato sostenuto. - CCLXVI -



Io veggio il Mondo tutto arretrosito, (1)
Che chi de' dar, domanda a chi de' avere,
E chi promette non vuole attenere, (2)
Colui che offende accusa poi il ferito.
Prosciolto è il ladro, e 'l giusto è poi punito,
E 'l tradimento tiensi un più sapere;
Così inganna l'un l'altro a più potere,
E chi fa peggio, ha miglior partito. (3)
Veggio che 'l padre dal figliuol si parte, (4)
E l'un fratel coll'altro si percuote
Non val senza amistà ragione, od arte. (5)
Adunque la sua parte si riscuote,
Chi me' di tradimento sa far l'arte, (6)
E mai ci nocque quel che poco puote. (7)
Ma sì torbide note
Converrà che si purghi con ragione:
Beato a chi non fia mestier sapone. (8)

Arretrosito": che va all'indietro, al contrario 2)"attenere": corrispondere 3)ha miglior partito: se la cava meglio 4) il padre abbandona il figlio per i litigi, contrario al fatto che di solito è il figlio, una volta adulto, che lascia la casa natale, o l'abbandona per divergenze che rientrano nel consueto conflitto tradizione/innovazione 5) senza l'amicizia, le "conoscenze", la protezione nascosta non sembrano servire "ragione et arte" (la solita "raccomandazione") 6)chi me' ": meglio 7)e mai ci nocque quel che poco puote: non fa del male, non nuoce unicamente chi ne è impossibilitato (solo per questo, non per dirittura morale o onestà) 8)beato a chi non fia mestier il sapone: cioè che è pulito (in coscienza, in atti).
In alto e a destra: Beato Angelico - il Giudizio Universale, 1432-35 particolari, tempera su tavola - Museo di S.Marco (FI) - Josh -