Visualizzazione post con etichetta cabaret. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cabaret. Mostra tutti i post

mercoledì 3 aprile 2013

Jannacci il grande Provinciale





Non chiamiamolo cantautore: sarebbe una limitazione. Cantautore sarà Vecchioni, cantautore sarà Battiato e
la sua spocchia, cantautore è De Gregori o De André che si atteggiava  a maudit,  e tanto altro cantautoreameitaliano. Lui, Enzo  Jannacci, non ha la pretesa di fare il divo né di interpretare il mondo in versi e note musicali.  Curiosa la sua carriera sempre sospesa tra due professioni impegnative: la cardiochirurgia e la musica jazz.  Non era, tuttavia,  un dilettante della musica Jannacci, sebbene per molto tempo abbiano voluto presentarcelo come un medico che cantava a tempo perso. Amava Chet Baker e Gerry Mulligan con cui ebbe il privilegio di suonare in una fumosa Santa Tecla, locale che diede i natali a tanti rinomati nomi della musica e dello spettacolo.
Posso testimoniare con le mie orecchie quando andai a vederlo in un concerto nel 1989, che  grande pianista e tastierista, capace di reintepretare con personalità e maestria anche pezzi non suoi, personalizzandoli con estro, era Jannacci.  Mi piacque immensamente ascoltarlo in "Sotto le stelle del jazz" di Paolo Conte. E il suo "Bartali"  dai toni picareschi è anche meglio di quello del suo collega piemontese. Per non dire la capacità di improvvisazione e di coinvolgimento del pubblico verso il quale ha sempre avuto rispetto.  Si presentava sempre ben vestito in giacca e cravatta come un professionista. In comune con Paolo Conte ha oltre la passione per il jazz, anche l'aver fatto della musica una professione "non ufficiale", ma ufficiosa. Avvocato, Paolo Conte e medico cardiochirurgo, Jannacci.  Professione "ufficiosa":  la musica. Ufficiosa ma non per questo meno sentita, meno esercitata con passione e fervore, dell'altra sua professione di medico che gli ha sempre dato quel  forte contatto con la realtà e quell'umanità e simpatia che poi è la sua cifra.  

Si diploma infatti al conservatorio di Milano in armonia, composizione e direzione, e l'anno dopo si laurea in Medicina.  La sua singolare carriera sempre sul crinale del cabaret, del teatro, del teatro-canzone come Gaber l'amico fraterno di sempre con cui duettava (i due Corsari),  del cinema (Lizzani, Ferreri, Monicelli), della tv, del compositore di colonne sonore cinematografiche (Romanzo Popolare con Vincenzina e la fabbrica, Pasqualino Settebellezze, Saxophone, Sturmtruppen di Salvatore Samperi ) ne fanno alla fin fine quello che lui stesso ama autodefinirsi e avrebbe voluto vedere iscritto sulla lapide : un fantasista. Senza contare il teatro (con il grande Tino Carraro e Milly), il cabaret, i testi per la tv ai tempi della sua scoperta dei due figliocci Cochi e Renato, che tenne egli stesso a battesimo cabarettistico.

Il mio incontro con Jannacci in tv, risale a  quando poco più che bambina,  esplose in un duetto  esilarante con Gaber (che nel filmato, non riusciva a trattenersi dalle risate) nell'Armando. Mia madre guardò questo mattocco stralunato che faceva la sua strampalata deposizione contradditoria a un commissario  di polizia: "Mi è caduto giù l'Armando" eppoi esplodeva con i suoi iattatititta titta titta. iattatittatitta tà. Mi guarda esterefatta e mi dice: "Ma adesso anche i pazzi vanno in tv a cantare?". E dato che i bambini hanno sempre un grande feeling per i matti  del villaggio, risposi che invece mi piaceva e che mi stava simpatico.
In questi giorni di "coccodrilli" per il povero Jannacci, morto il venerdi di Pasqua,  la retorica la fa da padrona. Ora poi  che siamo in piena crisi, è  quasi d'obbligo, la retorica pauperista: "il cantore degli ultimi, dei dimenticati, degli esclusi ecc. ecc. ". Che uno dei suoi più grandi successi (El purtava i scarp da tennis) fosse dedicata a un clochard  (il famoso  barbùn dell'Idroscalo) è un fatto. Ma se è per questo Jannacci canta di sbirri, di mariuoli, di magnaccia, di donnine allegre, di ubriaconi, "pali" di qualche banda del buco ecc.

Tuttavia la figura che ha sempre attratto la sua fantasia è quella del minus habens, dell'inetto a vivere. O se vogliamo usare un termine milanese del "povero Pirla".  E anche il suo sforzo poetico e musicale è quello di filtrare il mondo con gli occhi del "povero Pirla", obbedendo in questo al motto shakespeariano "il mondo è un lungo monologo visto con gli occhi di un idiota fatto di urlo e furore il cui significato è nulla". 
Dalla figura del "Pistola" vorrebbe (ma non può)  uscire nemmeno il cinico personaggio del protettore (il rucheté) nella canzone "T'ho comprà i calzètt de seda" che racconta quanto  sia furbo da parte sua, scialare i quattrini della sua bella  che batte il marciapiede.  Ma poi sul finir della canzone gli prende qualche dubbio contro chi lo guarda male,  e  allora strilla jannaccianamente "saria mi el pistola?!?....


Tuti i volt che semm insema ghe sempre un qualchedun
aca in un cantun 
che el me varda e me dis: 
"va quel li', el gh'ha la dona che la rola, el dev ess on poo on pistola". 
Ah? Saria mi el pistola? El pistola te se ti. 
Te ghe la miè de mantegni 
Te lavoret tutti el di'...
Ah? Saria mi el pistola? Sariia mi el pistola? El pistola te se ti.


Tutte le volte che siamo assieme c'è sempre qualcheduno
in qualche cantone
che mi guarda e che dice:
"Guarda quello lì, ha la donna che batte, deve essere un po' pistola"
Ah, sarei io il pistola? Pistola sarai tu.
Tu hai la moglie da mantenere 
Tu lavori tutti i giorni ...
Ah, sarei io il pistola? Sarei io il pistola? Pistola sarai tu...


Da qui i suoi nonsense, e la sua comicità surreale, ma in filigrana, anche una certa sua vena malinconica che emerge in "Sun s-ciopà" "Sono un ragazzo padre", "Mario", "Giovanni telegrafista dal cuore urgente". Il tema ricorrente dell'inettitudine a vivere si colloca a buona ragione nella poetica novecentesca. 
Jannacci nasce a Milano nel 1935 e  la sua Milano la si ritrova dappertutto nelle sue canzoni: nel dialetto, nel suo accento meneghino che sa tanto di nebbia, di Navigli e di cortili di ringhiera con quelle "e" larghe come "michètta", ma pèrchèee, pèerchèee no, anche quando parla in Italiano, nei quadretti di provincia. Il capoluogo  ambrosiano che canta lui non è la metropoli spersonalizzante odierna,  ma un aggregato di quartieri e rioni che pullulano di personaggi pittoreschi, talora chiamati per nome (la sciura del Rino, Nino il Barbiere, l'Armando , la Lina, ecc.) . O strade, rioni e piazze citate  di proposito (Rogoredo, la Bovisa, Piazza Beccaria, il citato Idroscalo ecc. ) .
La gente l'ha capito, per questo pur rimanendo Jannacci un cantante e musicista di nicchia amatissimo nella sua città, la sua popolarità ha travalicato i confini regionali per venire amato in tutta Italia. Lontanissimo dalle mode è davvero impensabile imitarlo, anche se non sono pochi comici e cabarattisti che a lui si sono ispirati. Egli stesse fu il Pigmalione di Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto per cui scrisse memorabile successi come "La Gallina" "La canzone intelligente", "La vita l'è bela" . Ma poi nella combriccola dei cabarettisti usciti dal leggendario Derby come Boldi, Beruschi, i Gufi di Nanni Svampa e Lino Patrun, Lino Toffolo, dei Gatti del Vicolo dei Miracoli  (da cui uscì Teocoli) , beh... lì ci furono i suoi amici e compagni di "cazzeggio" di sempre. E a vederli insieme vien fatto di chiedere se "ci sono" o se "ci fanno"... Perchè è  difficile pensare che sia solo finzione comica la loro, e non un vero e proprio stile di vita della Milano che più che da bere era della voglia di farsi quattro risate insieme.
Lo racconta perfino Domenico Gattullo, il fornaio pasticcere di Milano  la cui forneria-pasticceria era il ritrovo di tutti costoro e narra di quella volta che un suo garzone che lavorava in nero, si tagliò una mano e l'Enzo, lo fece entrare di sfroso sul retro del pronto soccorso per operarlo.Come pure il noto aneddoto di un tizio che arrivò al pronto soccorso privo di sensi e nello svegliarsi vede la faccia di Jannacci e dice: "Uhé mi avete portato in ospedale o in televisione?". E ne ha di cose da raccontare il Gattullo su tutti questi personaggi strampalati...

La RAI ci manda in onda i soliti filmati in bianco e nero con "Mexico e Nuvole", "Vengo anch'io no, tu no", "Ho visto un re" ma mi chiedo perché ad esempio, non ha mandato in onda il film "L'udienza" di Marco Ferreri con Jannacci e la Cardinale? Sarebbe stato un bell'omaggio adatto a mettere in

evidenza la poliedricità di questo artista in questo film tenero e atroce di un giovanotto del Nord impacciato che vuole incontrare il Papa ma si scontra con la burocrazia della Curia.  Vorrei terminare con una sua canzone che mai come adesso che imperversano immondizie musicali e talent show,  è diventata attuale: "Ci vuole orècchio" (con la solita e larga). Riascoltiamola perché è su come è conciata l'attuale musica che parla. 




Con Jannacci quel che resta del buon Novecento se ne va. Se ne va questo grande milanese, milanista  (fu grande amico del cronista sportivo Beppe Viola),  dall'incallita milanesità, che è anche una filosofia di vita: laboriosità, operosità, creatività e onestà.
La Milano attuale ora può venire impestata dall'Expo, dalle rotonde, dagli outlet, dalle migrazioni senza scrupoli, dalle enclaves multikulti. Soprattutto non più provinciale ma anonima  e  "internazionalizzata", senza più osterie né trattorie con lì appesa,  una chitarra da suonare. Ci vuole un pessimo orecchio per fare tutto questo.
Ciapa i stèss, direbbe l'Enzo.  
Un'ultima non trascurabile cosa. Il dott. Enzo Jannacci ha saputo essere anche un ottimo genitore. Il  bravo figlio Paolo, musicista virtuoso che fa il direttore d'orchestra, lo ha diretto a Sanremo in "La fotografia" accanto a Ute Lemper. Non è facile nell'ambiente dello spettacolo,  così uso a trascurare i figli, fino a farne dei disadattati. Come si dice, una persona perbene. Uno così può anche dormire sonni tranquilli. Noi che tirèm innanz, un po' meno.