Visualizzazione post con etichetta teatro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teatro. Mostra tutti i post

mercoledì 3 aprile 2013

Jannacci il grande Provinciale





Non chiamiamolo cantautore: sarebbe una limitazione. Cantautore sarà Vecchioni, cantautore sarà Battiato e
la sua spocchia, cantautore è De Gregori o De André che si atteggiava  a maudit,  e tanto altro cantautoreameitaliano. Lui, Enzo  Jannacci, non ha la pretesa di fare il divo né di interpretare il mondo in versi e note musicali.  Curiosa la sua carriera sempre sospesa tra due professioni impegnative: la cardiochirurgia e la musica jazz.  Non era, tuttavia,  un dilettante della musica Jannacci, sebbene per molto tempo abbiano voluto presentarcelo come un medico che cantava a tempo perso. Amava Chet Baker e Gerry Mulligan con cui ebbe il privilegio di suonare in una fumosa Santa Tecla, locale che diede i natali a tanti rinomati nomi della musica e dello spettacolo.
Posso testimoniare con le mie orecchie quando andai a vederlo in un concerto nel 1989, che  grande pianista e tastierista, capace di reintepretare con personalità e maestria anche pezzi non suoi, personalizzandoli con estro, era Jannacci.  Mi piacque immensamente ascoltarlo in "Sotto le stelle del jazz" di Paolo Conte. E il suo "Bartali"  dai toni picareschi è anche meglio di quello del suo collega piemontese. Per non dire la capacità di improvvisazione e di coinvolgimento del pubblico verso il quale ha sempre avuto rispetto.  Si presentava sempre ben vestito in giacca e cravatta come un professionista. In comune con Paolo Conte ha oltre la passione per il jazz, anche l'aver fatto della musica una professione "non ufficiale", ma ufficiosa. Avvocato, Paolo Conte e medico cardiochirurgo, Jannacci.  Professione "ufficiosa":  la musica. Ufficiosa ma non per questo meno sentita, meno esercitata con passione e fervore, dell'altra sua professione di medico che gli ha sempre dato quel  forte contatto con la realtà e quell'umanità e simpatia che poi è la sua cifra.  

Si diploma infatti al conservatorio di Milano in armonia, composizione e direzione, e l'anno dopo si laurea in Medicina.  La sua singolare carriera sempre sul crinale del cabaret, del teatro, del teatro-canzone come Gaber l'amico fraterno di sempre con cui duettava (i due Corsari),  del cinema (Lizzani, Ferreri, Monicelli), della tv, del compositore di colonne sonore cinematografiche (Romanzo Popolare con Vincenzina e la fabbrica, Pasqualino Settebellezze, Saxophone, Sturmtruppen di Salvatore Samperi ) ne fanno alla fin fine quello che lui stesso ama autodefinirsi e avrebbe voluto vedere iscritto sulla lapide : un fantasista. Senza contare il teatro (con il grande Tino Carraro e Milly), il cabaret, i testi per la tv ai tempi della sua scoperta dei due figliocci Cochi e Renato, che tenne egli stesso a battesimo cabarettistico.

Il mio incontro con Jannacci in tv, risale a  quando poco più che bambina,  esplose in un duetto  esilarante con Gaber (che nel filmato, non riusciva a trattenersi dalle risate) nell'Armando. Mia madre guardò questo mattocco stralunato che faceva la sua strampalata deposizione contradditoria a un commissario  di polizia: "Mi è caduto giù l'Armando" eppoi esplodeva con i suoi iattatititta titta titta. iattatittatitta tà. Mi guarda esterefatta e mi dice: "Ma adesso anche i pazzi vanno in tv a cantare?". E dato che i bambini hanno sempre un grande feeling per i matti  del villaggio, risposi che invece mi piaceva e che mi stava simpatico.
In questi giorni di "coccodrilli" per il povero Jannacci, morto il venerdi di Pasqua,  la retorica la fa da padrona. Ora poi  che siamo in piena crisi, è  quasi d'obbligo, la retorica pauperista: "il cantore degli ultimi, dei dimenticati, degli esclusi ecc. ecc. ". Che uno dei suoi più grandi successi (El purtava i scarp da tennis) fosse dedicata a un clochard  (il famoso  barbùn dell'Idroscalo) è un fatto. Ma se è per questo Jannacci canta di sbirri, di mariuoli, di magnaccia, di donnine allegre, di ubriaconi, "pali" di qualche banda del buco ecc.

Tuttavia la figura che ha sempre attratto la sua fantasia è quella del minus habens, dell'inetto a vivere. O se vogliamo usare un termine milanese del "povero Pirla".  E anche il suo sforzo poetico e musicale è quello di filtrare il mondo con gli occhi del "povero Pirla", obbedendo in questo al motto shakespeariano "il mondo è un lungo monologo visto con gli occhi di un idiota fatto di urlo e furore il cui significato è nulla". 
Dalla figura del "Pistola" vorrebbe (ma non può)  uscire nemmeno il cinico personaggio del protettore (il rucheté) nella canzone "T'ho comprà i calzètt de seda" che racconta quanto  sia furbo da parte sua, scialare i quattrini della sua bella  che batte il marciapiede.  Ma poi sul finir della canzone gli prende qualche dubbio contro chi lo guarda male,  e  allora strilla jannaccianamente "saria mi el pistola?!?....


Tuti i volt che semm insema ghe sempre un qualchedun
aca in un cantun 
che el me varda e me dis: 
"va quel li', el gh'ha la dona che la rola, el dev ess on poo on pistola". 
Ah? Saria mi el pistola? El pistola te se ti. 
Te ghe la miè de mantegni 
Te lavoret tutti el di'...
Ah? Saria mi el pistola? Sariia mi el pistola? El pistola te se ti.


Tutte le volte che siamo assieme c'è sempre qualcheduno
in qualche cantone
che mi guarda e che dice:
"Guarda quello lì, ha la donna che batte, deve essere un po' pistola"
Ah, sarei io il pistola? Pistola sarai tu.
Tu hai la moglie da mantenere 
Tu lavori tutti i giorni ...
Ah, sarei io il pistola? Sarei io il pistola? Pistola sarai tu...


Da qui i suoi nonsense, e la sua comicità surreale, ma in filigrana, anche una certa sua vena malinconica che emerge in "Sun s-ciopà" "Sono un ragazzo padre", "Mario", "Giovanni telegrafista dal cuore urgente". Il tema ricorrente dell'inettitudine a vivere si colloca a buona ragione nella poetica novecentesca. 
Jannacci nasce a Milano nel 1935 e  la sua Milano la si ritrova dappertutto nelle sue canzoni: nel dialetto, nel suo accento meneghino che sa tanto di nebbia, di Navigli e di cortili di ringhiera con quelle "e" larghe come "michètta", ma pèrchèee, pèerchèee no, anche quando parla in Italiano, nei quadretti di provincia. Il capoluogo  ambrosiano che canta lui non è la metropoli spersonalizzante odierna,  ma un aggregato di quartieri e rioni che pullulano di personaggi pittoreschi, talora chiamati per nome (la sciura del Rino, Nino il Barbiere, l'Armando , la Lina, ecc.) . O strade, rioni e piazze citate  di proposito (Rogoredo, la Bovisa, Piazza Beccaria, il citato Idroscalo ecc. ) .
La gente l'ha capito, per questo pur rimanendo Jannacci un cantante e musicista di nicchia amatissimo nella sua città, la sua popolarità ha travalicato i confini regionali per venire amato in tutta Italia. Lontanissimo dalle mode è davvero impensabile imitarlo, anche se non sono pochi comici e cabarattisti che a lui si sono ispirati. Egli stesse fu il Pigmalione di Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto per cui scrisse memorabile successi come "La Gallina" "La canzone intelligente", "La vita l'è bela" . Ma poi nella combriccola dei cabarettisti usciti dal leggendario Derby come Boldi, Beruschi, i Gufi di Nanni Svampa e Lino Patrun, Lino Toffolo, dei Gatti del Vicolo dei Miracoli  (da cui uscì Teocoli) , beh... lì ci furono i suoi amici e compagni di "cazzeggio" di sempre. E a vederli insieme vien fatto di chiedere se "ci sono" o se "ci fanno"... Perchè è  difficile pensare che sia solo finzione comica la loro, e non un vero e proprio stile di vita della Milano che più che da bere era della voglia di farsi quattro risate insieme.
Lo racconta perfino Domenico Gattullo, il fornaio pasticcere di Milano  la cui forneria-pasticceria era il ritrovo di tutti costoro e narra di quella volta che un suo garzone che lavorava in nero, si tagliò una mano e l'Enzo, lo fece entrare di sfroso sul retro del pronto soccorso per operarlo.Come pure il noto aneddoto di un tizio che arrivò al pronto soccorso privo di sensi e nello svegliarsi vede la faccia di Jannacci e dice: "Uhé mi avete portato in ospedale o in televisione?". E ne ha di cose da raccontare il Gattullo su tutti questi personaggi strampalati...

La RAI ci manda in onda i soliti filmati in bianco e nero con "Mexico e Nuvole", "Vengo anch'io no, tu no", "Ho visto un re" ma mi chiedo perché ad esempio, non ha mandato in onda il film "L'udienza" di Marco Ferreri con Jannacci e la Cardinale? Sarebbe stato un bell'omaggio adatto a mettere in

evidenza la poliedricità di questo artista in questo film tenero e atroce di un giovanotto del Nord impacciato che vuole incontrare il Papa ma si scontra con la burocrazia della Curia.  Vorrei terminare con una sua canzone che mai come adesso che imperversano immondizie musicali e talent show,  è diventata attuale: "Ci vuole orècchio" (con la solita e larga). Riascoltiamola perché è su come è conciata l'attuale musica che parla. 




Con Jannacci quel che resta del buon Novecento se ne va. Se ne va questo grande milanese, milanista  (fu grande amico del cronista sportivo Beppe Viola),  dall'incallita milanesità, che è anche una filosofia di vita: laboriosità, operosità, creatività e onestà.
La Milano attuale ora può venire impestata dall'Expo, dalle rotonde, dagli outlet, dalle migrazioni senza scrupoli, dalle enclaves multikulti. Soprattutto non più provinciale ma anonima  e  "internazionalizzata", senza più osterie né trattorie con lì appesa,  una chitarra da suonare. Ci vuole un pessimo orecchio per fare tutto questo.
Ciapa i stèss, direbbe l'Enzo.  
Un'ultima non trascurabile cosa. Il dott. Enzo Jannacci ha saputo essere anche un ottimo genitore. Il  bravo figlio Paolo, musicista virtuoso che fa il direttore d'orchestra, lo ha diretto a Sanremo in "La fotografia" accanto a Ute Lemper. Non è facile nell'ambiente dello spettacolo,  così uso a trascurare i figli, fino a farne dei disadattati. Come si dice, una persona perbene. Uno così può anche dormire sonni tranquilli. Noi che tirèm innanz, un po' meno. 

mercoledì 4 aprile 2012

Il teatro in fieri di Testori


Il lavoro che mi ha  particolarmente colpito della stagione teatrale 2011-2012 per originalità e genialità è "I promessi sposi alla prova" di Giovanni Testori per la  sapiente regia di  Federico Tiezzi.

Su un palcoscenico di fortuna di un quartiere non proprio "per bene" della grande Milano, un Capocomico all'antica si affanna a fare interpretare il capolavoro di Manzoni ad una compagnia di guitti sgangherati.

"Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli..." così i commedianti iniziano "I promessi sposi alla prova", un testo con cui Giovanni Testori desidera fare del romanzo di Manzoni uno "specchio" su cui far riflettere i suoi anni tribolati, che poi sono anche i nostri., dato che siamo afflitti da non poche pesti! Il degrado ambientale, il cinismo, l'omologazione delle coscienze, il distacco dalla realtà, l'incapacità di intravvedere nuovi orizzonti. Queste e tante  altre pesti.

Così gli interventi di Testori  mirano a destrutturare i "nuclei narrativi" per poi ricomporli in parabole sceniche e morali, cercando di conservarne l'umorismo manzoniano e il suo occhio smagato. Teatro "di prova" e continuamente "alla prova", il suo. E il romanzo "classico" costituisce un formidabile canovaccio da  sospingere nel territorio impervio e continuamente in fieri del teatro-vita.

E' stata questa la vera novità di questa stagione teatrale, a mio avviso, che ha ottenuto successo per tutta Italia e nella Svizzera italofona. Con una compagnia di attori davvero formidabili: in primis Iaia Forte  (in alto nella foto ) , una vera e propria forza della natura (molti di voi la ricorderanno nei film di Pappi Corsicato)  che qui interpreta un'esilarante monaca di Monza,  e Sandro Lombardi, Francesco Colella, Debora Zuin, Marion D'Amburgo, Caterina Simonelli, Alessandro Schiavo, Massimo Verdastro. Su di un palcoscenico spoglio e disadorno  intorno al quale ruotano sei personaggi (citazione pirandelliana) si svolge la prova di una "commedia tutta da fare", dove ai temi del romanzo manzoniano, caro a Testori, si mescolano le riflessioni sul teatro, sui suoi metodi comunicativi, oltre beninteso ai motivi etici dell'umana pietas, al tema del Bene, del Male e della morte, della Provvidenza e della salvezza propri del romanzo manzoniano.  Don Abbondio, Renzo, Lucia, un fra Cristoforo, l'Innominato, don Rodrigo e naturalmente lei, Gertrude, la monaca di Monza,  tornano a noi  attraverso il corpo e la voce dei protagonisti contradaioli "alla prova" in un rimescolamento di voci, vernacoli, gerghi furfanteschi, di azioni e di ruoli, avventure e disavventure picaresche di grande vivacità teatrale.
Iaia Forte e Sandro Lombardi


E non dimentico di citare anche l' Ambleto (storpiatura del nome voluta)  dello stesso Testori, un altro memorabile lavoro teatrale da me visto a Milano qualche anno fa, vera e propria reinvenzione shakespeariana, sceneggiata in lombardo insubre è un dramma teatrale scritto da Giovanni Testori nel 1973. Composto in un lombardo misto a un grammelot nel quale si riconoscono influenze dei più disparati dialetti italiani e delle lingue straniere, è una riscrittura in chiave comica dell'Amleto di William Shakespeare. È parte integrante della Trilogia degli Scarrozzanti composta, oltre che dalla citata pièce, anche da Macbetto e dall'Edipus.
Anche qui, una compagnia di guitti scalcinati mette in scena in chiave comica il capolavoro shakespeariano e Iaia Forte nel doppio ruolo di Gertruda e di Lofelia (storpiatura di Ofelia) si cimenta, lei napoletana verace, in un alto lombardo davvero incredibile ed esilarante. Peccato che il cinema italiano in crisi più che mai, lasci Iaia alla "nicchia" del teatro. Bisognerà che prima o poi questo blog si occupi di fare un post sul ruolo dell'attore. L'attore non lascia segni come il pittore o il narratore, ma la sua azione è volta a dare anima e corpo al teatro e all'azione scenica. Senza contare che in teatro,  a differenza del cinema, l'attore quando è davvero  grande e carismatico, sa ricreare, improvvisare ed è artefice vivo della pièce, un vero deus ex machina.
Il teatro di Testori è scrittura che si fa pathos, comunicazione visiva, ricreazione e reinvenzione del logos. Ma anche piena libertà scenica ed espressiva degli attori. In particolare,  in questi tre testi lo scrittore sviluppa la propria sperimentazione linguistica, creando un linguaggio dal quale riemergono elementi arcaici e ricordi degli "originali" shakespeariani, con un forte espressionismo linguistico.
Qui sotto, nel filmato,  alcune scene dell'Ambleto per la regia di Lombardi e Tiezzi. Ovviamente la scrittura di Testori non si limita solo al teatro. Ricordo la famosa raccolta di racconti "Il Ponte della Ghisolfa" da cui Luchino Visconti che con questo scrittore milanese ebbe una fattiva collaborazione, basò il suo film "Rocco e i suoi fratelli",  financo alle poesie. Particolarmente toccante il suo poema interpretato da Léo Ferré. Qui il suggestivo  Video . Senza contare il suo ecclettismo nei confronti della pittura, delle arti figurative e la critica d'arte. Ma qui, è soprattutto del suo teatro che mi preme parlare. Un teatro che è insieme classico e moderno, sintesi difficile da raggiungere, di cui sono stata e sono entusiasta spettatrice.



Hesperia

venerdì 26 febbraio 2010

Girgenti amore mio

Dopo aver letto questo post - che riporta un articolo dove è citata, con tutti gli strambalati particolari del caso, la balzana petizione scritta da luminari alla ministra Gelmini, affinchè abolisca lo studio di Dante nelle scuole - la tentazione di parlare della Divina Commedia è stata forte. Ma ho promesso di accennare a Girgenti amore mio, e quindi Dante lo rimando a dopo l'8 aprile, quando, quella sera di 710 anni fa, il Sommo aveva iniziato il viaggio fantastico attraverso il "suo" Inferno immaginario, scrivendo così:
Lo giorno se n'andava e l'aere bruno / toglieva li animai che sono in terra / da le fatiche loro; e io sol uno / m'apparecchiava a sostener la guerra / sì del cammino e sì de la pietate, / che ritrarrà la mente che non erra.
I lettori assidui di questi blog sapranno della mia passione per la Divina Commedia, ma, come detto, rimando ad altra data il riparlarne.
Per riprendermi dal malumore suscitatomi per quella stravagante idea, non c'è di meglio che parlare di Gianfranco Jannuzzo e del suo esilarante spettacolo, Girgenti amore mio, messo in scena nei teatri. Potrà sembrare un argomento e una questione sciocca, ma, chiarito che per me è stato un evento, si capirà appunto che non lo è. Devo pertanto precisare, che, da almeno dieci anni, anche per causa di un impedimento fisico, non ho più varcato la soglia di un vero teatro, mentre da giovane facevo addirittura parte di un gruppo di applauditori che giravano per i teatri milanesi. C'è voluta la verve trascinante di Gianfranco Jannuzzo, per farmi vincere la pigrizia e l'apatia per i teatri. La sera del 17 ottobre 2008, facendo zapping col telecomando, vidi casualmente su Rai 2 il suddetto mentre stava declamando il monologo Nord e Sud , registrato al Teatro Manzoni di Milano. Pensavo fosse uno dei soliti attori umoristi che mi ero ormai stancato di vedere in quei programmi di pseudo approfondimento che abbondano sui canali Rai. Anche per via dell'ora tarda di messa in onda (erano passate le 23), avrei spento il televisore. Ma, con vivo interesse, m'avvidi che non era come uno dei soliti umoristi bazzicanti in quelle reti. E, d'altronde, di Gianfranco Jannuzzo sapevo ben poco, e quindi, il semplice fatto che a recitare fosse lui, non era ancora per me garanzia di qualità. Avevo ancora solo una vaga conoscenza, soprattutto legata al fatto che era stato sposato con Gabriella Carlucci, la conduttrice di uno dei miei programmi preferiti, Mela Verde, un programma qualitativamente valido. Alla Carlucci, e al suo programma, avevo perfino dedicato il post d'inaugurazione del mio blog. Quella sera, con quelle scenette che sembravano squisite improvvisazioni sulle evidenti contrapposizioni tra Nord e Sud, Sud e Nord, Gianfranco Jannuzzo conquistò sul campo la mia simpatia, considerandolo da quel momento uno dei migliori attori viventi italiani. Saputo della sua venuta a Monza, nei giorni dal 18 al 21 febbraio scorso, mi sono premurato subito per andare a vederlo recitare dal vivo. E ne sono rimasto affascinato. Lo dicevano anche i vicini di post0: gli spettacoli di Jannuzzo hanno la particolarità che non si sente mai una volgarità, una parolaccia: sa anche far ridere senza mai usare tali riprovevoli mezzi. Oltre a non sparlare mai di politica, o di politici, di qualunque colore essi siano, nè di religione o di religiosi, non ne fa mai il benchè minimo accenno, neanche la più lieve scalfitura. Mentre tutti sappiamo che oggi, soprattutto in questo periodo, ci sarebbero argomenti a iosa per impostare un qualunque spettacolo umoristico satirico, soprattutto se si va a pescare nel torbido di tali argomenti. Ma chi va a teatro credo cerchi argomenti inediti o cose diverse da quanto viene propinato giornalmente dai programmi Tv; per i quali si è anche obbligati a pagare un canone. Gianfranco Jannuzzo l'ha capito meglio di altri, che la gente è stufa di tale andamento, e che è stanca di vedersi propinare in Tv comici/umoristi/satiri che si atteggiano a grandi moralisti, o che predicano le buone regole del vivere in comune. Scherza anche lui su questioni di mala creanza, sulla carenza d'acqua nella sua Agrigento, con la gente costretta far la coda per un bidoncino d'acqua e pagarla; sul pizzo, sulle opere publiche che servirebbero, o su quelle mai terminate, ecc., ma lo fa con grazia e senza mai offendere o tirare in ballo nessuno. Soprattutto, mai con i modi di fare del moralizzatore. Ci scherza sopra e basta; facendo ridere di vero gusto la gente; e non a comando, come invece avviene in certi programmi Tv.
Due ore e mezza ininterrotte di monologo - se non per un breve intervallo - e alla fine il pubblico non era stanco di sentirlo e sembrava non se ne volesse andare, tanto che ha dovuto riprendere scenette dal suo vecchio repertorio, per accontentarlo.
Lo spettacolo in questione è andato in scena al Teatro Manzoni di Monza .
Scritto con con Angelo Callipo, Girgenti amore mio "è il tentativo sincero e appassionato di dialogare con le proprie radici". E' la rappresentazione teatrale de "la più grande di tutte le esperienze, quella dell'amore per la propria terra", dove Girgenti, antico nome di Agrigento, ciascuno può sostituirlo col nome della propria città del cuore, quella dove affondano le proprie radici, e dialogare con essa.
Declama la sua Agrigento, come culla della civiltà preromana in terra di Sicilia, della quale rimane la viva testimonianza nella Valle dei Templi; declama la sua spiaggia, terra di sbarco di Greci, Romani, Arabi, Normanni, ed ora di extracomunitari in quel di Lampedusa. Declama Girgenti, città natale di Pirandello, e Girgenti, sua città natale quando già si chiamava Agrigento, e la stessa, città natale dei suoi genitori quando ancora si chiamava Girgenti; il tutto con un recitativo da attore stagionato, come per i grandi monologhi alla Giorgio Albertazzi o Vittorio Gassman.
Nello spettacolo Jannuzzo rappresenta la propria terra in tutte le sue possibili sfaccettature. Ciascuno può fare lo stesso con la propria città, come in un gioco, sostituendo a Girgenti il nome della città delle proprie radici. Si otterrebbe così, ad esempio, "Milano amore mio", "Varese amore mio", "Livorno amore mio", ecc.
Per ognuno, il luogo è quello che solitamente coincide con quello di nascita, bello o brutto che sia. E anche se poi si è stati sbalzati via, come è capitato a me; o come è capitato all'attore che da ragazzo si è dovuto trasferire a Roma, con la propria famiglia d'origine. Ma ad Agrigento, Girgenti, ha mantenuto il cuore. E' là dove, se vuole, può ancora assaporare l'essenza vera della vita.

Io, ad esempio, che sono nato in un paesino della Pianura Lombarda, a mò del gioco suggerito da Jannuzzo, potrei mettere il suo nome al posto di Girgenti e così scavare tra i ricordi delle mie origini, delle mie radici. Provo così ad immaginare quel luogo, la sua gente, le sue caratteristiche peculiari. Ci sono molto affezionato, anche se non vi trovo nulla di esteticamente bello. M'accorgo però che non lo vedo più da tanti anni, e quindi sarà molto cambiato; non conoscerò più nessuno. Ma se ci dovessi tornare, sono certo che riassaporerei, almeno per un giorno, l'essenza vera della vita. In effetti, a pensarci, tutto il mio vissuto è legato a nomi di ben altre località, ma in quel borgo dalle vecchie case e asserragliate in cascine, come quella in cui sono nato, è là che ho respirato il primo alito di vita; è là dove, come accecato da un vivido bagliore che ancora ricordo d'aver visto, da quel momento, da quel giorno è iniziata la vera esistenza, fatta di quei tenui ricordi infantili.

Nel monologo, Gianfranco Jannuzzo inscena i suoi ricordi di giovinezza, e rappresenta anche quella sorta di conflitto interiore che, come lui, ha vissuto e vive chi viene sbalzato in una nuova città, dove non ci è nato. Vive da molti anni a Roma, una città che gli ha dato molto, ma è Girgenti che ama. Ha imparato ad amarla anche grazie all'amore che ne hanno i suoi genitori. E così, recitando, racconta che vi si reca di tanto in tanto, cercando negli sguardi della gente, nelle loro movenze, nei loro tic ed abitudini, l'essenza vera della città.
Dopo due ore e mezzo ininterrotte di monologo spettacolare, la gente non se ne voleva ancora andare. Jannuzzo era però atteso per il nuovo spettacolo delle 21, e così noi delle ore 16 abbiamo dovuto giocoforza prendere la strada dell'uscita.
------
Le foto dello spettacolo sono tratte dal sito del Teatro Manzoni di Monza , cui viene chiesta l'autorizzazione a pubblicarle.
Fuori tema, allego il link della bislacca petizione alla ministra Maria Stella Gelmini
Aggiornamento susseguente al commento di Sympatros (leggere spiegazione nel commento)

mercoledì 10 febbraio 2010

Le pantomime fatate di Slava Polunin


Oggi le cose più popolari sono crudeli, perché si è alla ricerca di emozioni forti. Non c' è spazio per la dolcezza e la clownerie è, in primo luogo, tenerezza. Io sono stato più testardo di altri, perché credo fermamente che la tenerezza sia necessaria". Così parla l'artista russo Slava Polunin, un mimo capace di creare atmosfere e suggestioni fiabesche. Ma quando e dove è iniziata la carriera teatrale di questo artista-clown?


Io lo sono diventato negli anni Sessanta, quando, a dodici anni, guardavo i film di Chaplin. Facevo spettacoli per parenti e amici. Ma mia madre non voleva, così mi sono iscritto a ingegneria e per cinque anni ho continuato a farli di nascosto, fino a quando mia madre, vedendomi tra luci e belle donne, ha pensato che fare il clown non era poi così male».
E il suo personaggio Asisyai come è nato? «Studiando. Passavo le mie giornate leggendo tutto quello che mi aiutasse a capire il segreto di eroi popolari come Don Chisciotte o il Piccolo Principe. Come un immenso puzzle, ho messo insieme i tratti del carattere di quei personaggi combinandoli ai miei con la pantomima, creando un clown sincero e testardo".

Chi non avesse ancora visto i suoi spettacoli, si informi del suo passaggio e segua il calendario teatrale della propria città. Ma non se lo perda. Si ritorna bambini con lo stupore indescrivibile di chi non sperava più  di venir catapultato in un mondo fatto di  poesia che questo artista sa spargere a piene mani, insieme  alle sue bolle di sapone iridescenti o ai suoi cristalli di neve, in una scenografia  fatata. 

Slava Polunin, considerato "il miglior clown del mondo", Il Times l'ha definito "un classico del teatro del XX secolo".



E i riconoscimenti internazionali sono sempre stati su questo livello, fino al Time Out Award. Trionfì ovunque, adorazione in salita perenne. Forse Slava Polunin non pensava di raggiungere tali vette, con la sua umiltà, il suo candore e la sua ingenuità. Non ha mai fatto le cose "così, tanto per fare". Non si è mai adagiato, niente allori su cui riposarsi. Tutto nella sua vita è ponderato e accuratamente soppesato, persino le imprese più pazze, più incredibili, più avventurose. E nel raggiungere i suoi scopi è concreto, tranquillo e imperturbabile.



Evidentemente è sempre stato così; da quando ha lasciato la sua nativa Novosil (una piccola città nella provincia di Orlovsk dove Slava imparò perfino a vivere nelle capanne sugli alberi, ad ascoltare il canto degli uccelli nella foresta russa, il gorgoglio dei ruscelli, o i suoi passi che scricchiolavano sulla neve) per vedere la  città più magica del mondo: San Pietroburgo, fin ad allora immaginata e sognata attraverso le lezioni di geografia della sua insegnante. Oppure quando ha lasciato l'Istituto di Ingegneria ed Economia di San Pietroburgo  (che allora si chiamava ancora Leningrado) noncurante dell'aspettativa di sua madre di avere un figlio ingegnere; o ancora quando, in maniera autonoma, ha iniziato a lavorare nella pantomima, quest' arte poetica e intrigante così ricca di  fascino e di segreti. "Slava's snowshow" è lo spettacolo della neve in  un perenne turbinio, in una continua evoluzione di idee, di innovazioni ed invenzioni, sulla base del celebre "expressive idiotism" (idiozia espressiva), la sua eccentrica pantomima ispirata a Marcel Marceau, a Grock e allo stesso Charlot -  pantomima che l'ha reso unico nel suo genere e popolare in tutto il mondo. La creazione di Asisyai, il suo personaggio clownesco più famoso, è  una figura commovente e ironica, vestito di una tuta gialla da lavoro, con un paio di pantofole rosse soffici, che ci riporta a semplici antiche maschere, ormai parte dell'immaginario popolare:  l'Arlecchino e Colombina, il lunare Pierrot o  il tragicomico Pulcinella.
Il teatro finalmente resuscita con artisti di questo calibro e lo spettatore è coinvolto in una vivida fantasmagoria di colori con un uso sapiente delle musiche, a cui prende direttamente parte in un giuoco rutilante. Prendetevene un assaggio su questo trailer. Ma non accontentatevi solo della mia descrizione: Slava Polunin e la sua Compagnia sono davvero imperdibili.

Hesperia