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giovedì 7 novembre 2013

10 Racconti Gotici e lo spaccato su un'epoca


E' uscita un'antologia curiosa e di pregio, che contiene 10 racconti. Autori, tra gli altri, Dickens, Le Fanu, Mérimée. Le sorprese al suo interno non mancano, ma ce ne occuperemo alla fine perchè offre l'occasione di un excursus.
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Un passo indietro.
Per Letteratura Gotica, ci si riferisce al Romanzo Gotico o a racconti, intendendo un genere attivo dal secondo Settecento, che univa elementi romantici ad altri paurosi od oscuri, intrisi di amore e morte, varia drammaticità. Fanno parte di queste simbologie e categoria del sentire anche questo, questo e quest'altro tra i miei post.

Il vocabolo si diffonde in quest'uso per lo più in area anglosassone, e identifica vicende ambientate spesso nel Medioevo, con un sentire che predilige castelli, rovine, sotterranei e vari ambienti tenebrosi, ma non solo.
Se questo è lo sfondo, non si tratta sempre e solo di un'estetica (intesa proprio come tipologia della percezione), ma di esplorazione di alcune dimensioni dell'esistenza unite ad un senso drammatico particolarmente vivo, e vi è un nesso formale tra architettura reale/immagine e costruzione narrativa nelle opere letterarie.
Un profondo senso del tragico e dell'ineluttabile percorre le storie d'amore e di terrore, per vicende impregnate di amore perduto, circostanze dolorose, elementi preternaturali e soprannaturali, indicibili prove e rovelli interiori.


(Cattedrale di Metz, Francia)

Il Rinascimento che esaltava un linguaggio classico greco-romano e in certo modo apollineo, bollò spregiativamente  lo stile gotico in architettura medievale, trattato da Hesperia al link (in origine nelle magnifiche Cattedrali in Francia nel XII sec. poi in Europa occidentale nel XIV e XV sec. e Spagna, Portogallo, e paesi tedeschi, anche se il gotico inglese si diffuse precocemente già a partire dal 1175)  
ma proprio certe cuspidi, la linea curva e sinuosa, l'irresistibile svettare verso l'alto in cerca dell'ascesi, i reticolati, i pinnacoli, la forma arzigogolata, il senso del terribile e del solenne, il Sublime che atterrisce, erano "gotici" come i conflitti e sinuosità interiori descritti nella letteratura (neo)gotica nella ripresa successiva.


(Gargoyle a Notre Dame, Parigi)

Il termine "gotico" in origine si riferisce proprio ai Goti, l'antico popolo germanico, e venne usato per la prima volta per indicare questo stile artistico e architettonico da Giorgio Vasari (cui ho dedicato un post per i 500 anni) come sinonimo di nordico, barbarico, capriccioso, contrapposto alla ripresa del linguaggio classico rinascimentale.

La perdita della connotazione negativa del termine risale alla seconda metà del Settecento, quando prima in Inghilterra e Germania si ebbe una rivalutazione di questo periodo della storia dell'arte che si tradusse anche in un vero e proprio revival, il Neogotico appunto (anche in architettura, interni e mobili), che attecchì gradualmente anche in Francia e Italia, come reazione al neoclassico razionale dell'età dei "Lumi". Venivano ora esaltate l'emozione, lo struggimento, il Sublime (sembra in realtà un ritorno al dionisiaco).


(edificio neogotico a Bruges: dei misteri di un artista legato alla città mi ero occupato qui)

Le stesse rovine degli edifici (poste ad arte anche nei giardini) evocavano il decadimento delle creazioni umane, il senso mortuario delle cose e il cupio dissolvi.
Viene comunque evitata la conoscenza approfondita del Medioevo che non era naturalmente così oscuro come veniva dipinto, anzi tutt'altro, basti pensare al fiorire di notevoli punte della nostra civiltà (tutta la Patristica, le invenzioni tecniche e pratiche, la luminosa civiltà benedettina non erano l'unico faro in un'età non così buia).

Contribuisce alla diffusione della rilettura del gusto gotico nella nuova accezione lo stesso Romanticismo, che già si richiamava al mistero, al primitivo e tenebroso.
Per uno sguardo più ampio ad un certo tipo di temperie romantica, si rimanda a "La Carne, la Morte, il Diavolo..." post ispirato a Mario Praz di Hesperia.

Il primo testo che fece da apripista alla tendenza letteraria fu il romanzo breve "Il Castello di Otranto" di Horace Walpole nel 1764. L'autore in quell'epoca aveva iniziato la costruzione del Castello di Strawberry Hill, fuori Londra che arricchì di straordinari pezzi d'arte, comprese numerose reliquie.


(un interno del Castello di Strawberry Hill)

Nel 1800 è seguito da altri autori come Matthew Gregory Lewis, Ann Radcliffe, Charlotte Dacre e Mary Shelley: di nuovo le costanti sono sentimentalismo e romanticismo, ma anche rivolta contro il razionalismo illuminista, inquietudine per l'uso inedito e immorale di scienza e tecnica conosciute nella rapida industrializzazione e furono alla base della nascita del gothic revival.


(Castello di Strawberry Hill) 

Se "Il vecchio barone inglese" di Clara Reeve è un'imitazione del Castello d'Otranto, da segnalare "Vathek" in francese (1785) di William Beckford, "I misteri di Udolpho" (1794) e "L'italiano, o il confessionale dei penitenti neri" (1797) di Ann Radcliffe, "Il monaco" (1796) di Matthew Lewis, "Frankenstein" (1818) di Mary Shelley, "Il vampiro" (1819) di John William Polidori, "Melmoth l'errante" (1820) di Charles Robert Maturin.


(vetrata della Cattedrale di Chartres)

L'oscurità diventa strumento per accedere al sublime (al contrario della luce che rientra nel senso del bello e dell'armonia) secondo il concetto orrorifico di sublime (l'incanto del mostruoso) espresso da Edmund Burke.

Predominano così in questi romanzi figurazioni e oggetti imponenti che incutono timore (palazzi possenti, catene, l'elmo che campeggia minaccioso all'inizio del Castello di Otranto di Walpole);
il senso di vastità, di cose non misurabili; la mancanza di rapporto causa-effetto nella narrazione; infine l'approssimazione: John Milton nel Paradiso Perduto accennava solo vagamente all'aspetto e alle fattezze del diavolo.

Altre costanti: nel Castello di Otranto di Walpole, e oltre con la Radcliffe e Lewis, giovani donne sono costrette a fuggire da terribili seduttori, e le vittime sono in realtà più o meno figurativamente stritolate in ingranaggi perversi. L'ambientazione è medievale, ma a volte anche borghese e contemporanea, la minaccia contro i protagonisti proviene in questi testi dall'autorità politica e religiosa, e da episodi di corruzione maligna e abuso di potere.


(Gargoyle-bat a Nottingham)

"L'italiano, o il confessionale dei penitenti neri" (1797) di Ann Radcliffe e "Il monaco" (1795) di Matthew Lewis ne sono esempi: in più "Il monaco" contiene giudizi al vetriolo sulla Chiesa Cattolica, secondo la prospettiva inglese d'allora, e più in generale l'ambientazione in paesi cattolici, in vecchi castelli, abbazie e conventi è scelta per mostrarne le monarchie assolute che non avrebbero tutelato a sufficienza i diritti dei cittadini: consueto iato tra paesi Anglosassoni Calvinisti -che poi così liberal non erano, visti roghi e decapitazioni, e Cattolici Postlatini.

In realtà il gothic revival in Inghilterra raffigura il nero dell'esistenza anche attribuendolo alla Tradizione Cattolica e al legame con la Sede Romana: in questo rispecchia anche la scelta (nel senso letterale di airesis) inglese protestante di allontanarsi dalla Chiesa.

Siamo dunque alla Letteratura come Sintomo, quasi che, persa la Comunione, si ripiombi nell'oscuro mare dell'essere.
La riforma allora appare come una ferita che taglia in due l'Europa; e sembra che da quella ferita, dalle viscere della terra fuoriescano i mostri che infestano l'immaginario del neogotico.

Naturalmente anche l'anglosassone, il (neo)gotico è homo religiosus, ogni essere umano è concepito come aperto all'Infinito. Ma venendo meno la Comunione, se non si accoglie più la Rivelazione, si finisce per costruirsi una via personale e per accedere all’antirivelazione luciferina (i mostri) che sin dal principio della storia si è offerta come  tentazione all’umanità. In questa falsa gnosi domina il caos terrifico e si subisce senza difese l’eternità cangiante del mondo, minacciosa e non ordinata, che può portare alla disperazione del Nulla.

La tematica religiosa in questi testi del gothic revival intesi come orrorifici è infatti spesso presente, talvolta con connotazione negativa, specchio della cesura storica inglese.
L'ascesa di Enrico VIII e la rottura con l'autorità religiosa di Roma ebbero il suo peso, la scissione del reale sembra generare il ripiegamento dello stile, e un'inversione dei significati.
E' curioso infatti come l'architettura gotica medievale fosse più che sacra, religiosa e osservante, nel suo slancio verticale,
mentre la cosiddetta letteratura (neo)gotica del revival 700-800 veda il nero e la minaccia proprio insito in un'idea terribile e orrorosa del sacro.




Ma nel periodo, scrittori non cattolici e cattolici sono spesso caduti in disgrazia e la vita pubblica inglese fu messa a durissima prova, con numerosi martiri e sangue.

Qui Martiri cattolici vittime dell'Inquisizione anglicana, e qui acute osservazioni con possibili paralleli col presente.

Il 1533 è l'anno di rottura con la Chiesa Cattolica, che porta allo scisma anglicano. Segue una dolorosa interpretazione filocattolica e anglocattolica e anche anticattolica nella cultura inglese. Alla restaurazione di Maria I d'Inghilterra la Sanguinaria ha fatto seguito la contro-restaurazione di Elisabetta I, la Regina Vergine, fino al riconoscimento dei principi calvinisti e alla sottomissione alla Corona.

Nei due secoli della letteratura gotica, numerosi artisti e scrittori inglesi di fede cattolica così come di fede anglicana sono stati protagonisti della loro epoca spesso fino alla perdita della libertà o della vita.




Tommaso Moro, cattolico, fu decapitato dopo avere opposto un rifiuto al giuramento di Supremazia che indicava il sovrano come capo della nascente Chiesa anglicana (1534).
John Skelton, precettore di Enrico VIII, si rifugiò nell'abbazia di Westminster dove rimase fino alla morte a scrivere satire.
John Milton, a causa degli scritti polemici sul divorzio, cadrà in disgrazia e si ritirerà a vita privata. Francesco Bacone fu condannato al carcere per peculato.
Di famiglia cattolica, Alexander Pope era discriminato per il battesimo tradizionale ricevuto.
Daniel Defoe, autore del "Robinson Crusoe" sosteneva la libertà religiosa tra anglicani e cattolici in UK, ma fu accusato di diffamazione verso la chiesa d'Inghilterra per il suo testo "La via più breve per i dissenzienti".
Jonathan Swift scrisse "I viaggi di Gulliver", ma la critica ufficiale lo ridusse a narratore per bambini.
Questa è solo una minima parte del campo di tensioni ideali e sangue vero che la storia ha generato e che si specchia nella letteratura inglese dopo la rottura col Cattolicesimo.


I simboli della letteratura del revival gotico si diffondono presto nel Romanticismo inglese, poi europeo per tutto l'800. Addirittura nei "Promessi Sposi" ci sono stralci e situazioni simili a quelle del gotico, come la vicenda della Monaca di Monza costretta dal genitore dispotico alla clausura, o rapimenti e oppressioni della vergine innocente, con l'episodio di Lucia, segregata nel castello dell'Innominato. Ancora tracce ritornano nelle atmosfere cupe di "Notre-Dame de Paris" (1831) di Victor Hugo, ambientato nel tardo Medioevo, con personaggi come il mostruoso Quasimodo o la fanciulla Esmeralda, vittima innocente di un crudele sopruso.

Il potere assoluto, il feudalesimo e il dispotismo contribuiscono ad alimentare lo sfondo del gotico sublime. Saranno temi poi ripresi nell'Ottocento anche dagli scrittori americani, che hanno vissuto la violenza sottile e sotterranea dei rapporti o plateale e spietata di regimi puritani e fondamentalisti.

"Frankenstein o il Prometeo moderno" di Mary Shelley, oltre alla fama, ha il merito di superare schemi del primo romanzo gotico del culto dell'irrazionale, per articolare una visione di scienza e tecnica maligne, uscite dal lecito e naturale quanto dal sacro, e volgerla in chiave fantascientifica e morale.
Il romanzo introduce tematiche attuali e di risonanza in un'epoca in cui la ricerca stava accelerando le sue scoperte: il rapporto fra l'uomo e la scienza, i limiti della scienza oltre i quali non è lecito spingersi, la figura della creatura artificiale che si ribella al suo creatore, e di più "il Prometeo moderno".
Il tema vero era il Dott. Victor Frankenstein e la creazione del mostro, per adorazione di scientismo e biotecnologia manipolatrice che arriva prometeicamente alla ribellione contro i canoni naturali e sacri dell'esistenza.
La Shelley infatti scelse il riferimento a Prometeo per indicare l'Hybris degli scienziati di poter fare tecnicamente qualsiasi cosa, anche ricreare la vita a modo proprio. La Shelley unisce 2 tradizioni della vicenda di Prometeo: sia quella del titano ribelle contro Dio padre/Zeus, sia la versione delle Metamorfosi di Ovidio
in cui Prometeo plasma gli esseri umani dalla creta (questa lettura si avvicina al Demiurgo gnostico-massonico).

Altri testi del filone evolvono dal gusto iniziale e affrontano tematiche differenti.
Edgar Allan Poe supera l'ambientazione di antichi castelli, rovine medievali, e i temi come fantasmi, e creature mostruose, e si avvicina all'uomo comune: le paure irrompono  nel quotidiano, l'io viene scandagliato nelle sue opere, sono raffigurate paure individuali e collettive dell'uomo moderno anticipando la psicanalisi. Derivano dal gotico ancora autori del tardo Ottocento, come Robert Louis Stevenson con "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde", con il tema del doppio bene e male nella stessa persona, e Arthur Conan Doyle, con i misteri di Sherlock Holmes, ma di più dei suoi racconti fantastici e del terrore. Si potrebbe continuare fino a Bram Stoker e H.P. Lovecraft e oltre. Nel 900, l'eredità di questi autori sfocia in nuovi generi narrativi differenti: giallo, il noir, la fantascienza, l'orrore, e il cinema ne sarà un veicolo notevole, a partire già dal muto.

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L'antologia curata da Enrico Badellino, edita da Skira 
"Arte e Mistero: Dieci Inquietanti Racconti" si appoggia a un'accezione del gotico intesa in senso lato come Unheimlich, per cui comprende elementi fantastici, passaggi di stato tra animato e inanimato e simili.
Statue assassine, disegni, dipinti e incisioni che prefigurano delitti, ritratti di persone defunte che si animano intrecciando inquietanti liaison con i viventi: scrittori come Hawthorne, Mérimée, Dickens, Poe, Erckmann, Nesbit, e anche Pirandello e Capuana - accanto a maestri della ghost story come Le Fanu e M.R. James - hanno affrontato il rapporto tra l'opera d'arte e il mondo degli spiriti, aprendo prospettive narrative sulla contaminazione tra l'aldiqua e l'aldilà della tela, tra questo e l'altro mondo.
La novella di Pirandello è "Effetti di un sogno interrotto". Un uomo che vive in una casa cupa e barocca osserva dal letto un quadro che ritrae una donna sdraiata in una grotta. Volto splendido, capelli sciolti e seni scoperti. Un vedovo suo ospite un giorno riconosce nel dipinto l'immagine della moglie scomparsa e vuole il quadro, perchè non tollera che un estraneo ne contempli la nudità.  Il proprietario del quadro una notte è convinto di aver incrociato lo sguardo vivo e in movimento della donna del ritratto, e chiama così il vedovo per donargli il dipinto.
Plutarco già aveva utilizzato il tema di statue che ...facevano movimenti creando un effetto di spiazzamento e straniamento sullo spettatore. Spiega Badellino che quella della statuaria classica quindi politeista è un'antica tradizione, che però dopo il Cristianesimo muta di segno. Gli dei greci immaginari e allegorici divengono come demoni.
La rappresentazione muta di scopo, si fa o sacra o profana, Vera Immagine o pagana, sia nella considerazione cristiana tradizionale, sia nella già citata lotta tra Cattolici e iconoclastia protestante.
Il fantastico moderno, sorto tra XVIII e XIX secolo, sarà come un contrappasso rispetto al piatto razionalismo dei lumi, e l'evento soprannaturale o preternaturale assume la valenza di un'intromissione inquietante nell'ordine razionale e apparentemente conosciuto delle cose.

Chiudo con Léon Boëllmann e la sua Suite Gothique, op. 25



Josh


mercoledì 20 febbraio 2013

Che cosa nasconde la parola rivoluzione


Le rivoluzioni sono sempre giuste, sacrosante e soprattutto esprimono fino in fondo la volontà popolare e la sete di giustizia degli uomini, o sono espressione di élites ed oligarchie sempre molto determinate a sovvertire l'ordine costituito per loro fini, manipolando ribellioni di massa anche legittime? Mai come oggi è importante fare una disamina degli eventi storici "rivoluzionari" che hanno sovvertito la storia. Corre pertanto l'obbligo di porsi questa domanda: quei popoli che hanno avuto nel seno delle loro patrie,  rivoluzioni violente, sono  effettivamente progrediti? Questo è quanto si chiede Alexandr Solgenitsin in questo pezzo dal titolo "Contro ogni rivoluzione" nel suo celebre discorso alla Vandea del 1993. Oggi, in epoca di rivoluzioni esportate, colorate, profumate, il suo discorso è più che mai proponibile e di  grande attualità, una torcia che illumina il nostro percorso.
 
 
Due terzi di secolo fa, il ragazzo che ero allora leggeva già con ammirazione sui libri i racconti che rievocavano la sollevazione della Vandea, così coraggiosa e disperata, ma non avrei potuto immaginare, neppure in sogno, che da grande avrei avuto l'onore di partecipare all'inaugurazione del monumento in onore degli eroi e delle vittime di questa sollevazione.
Sono trascorsi venti decenni da allora, decenni diversi nei diversi paesi, e non solo in Francia, ma anche altrove la sollevazione vandeana e la sua sanguinosa repressione sono state continuamente illuminate di nuova luce. Perché gli eventi storici non sono mai completamente compresi nell'incandescenza delle passioni che li accompagnano, ma solo a distanza di tempo, una volta che le passioni sono state raffreddate con il passare degli anni. Ci si è a lungo rifiutati di ascoltare e di accettare le grida uscite dalla bocca di coloro che morivano, che venivano bruciati vivi: i contadini di una regione laboriosa, per cui sembrava che fosse stata fatta la Rivoluzione, ma che questa Rivoluzione oppresse e umiliò fino in fondo, ebbene sì, questi contadini si rivoltarono contro di essa.
Che ogni rivoluzione scateni negli uomini gl'istinti della barbarie più elementare, le opache forze dell'invidia, della rapacità e dell'odio, i contemporanei l'avevano capito bene. Pagarono un tributo molto pesante alla psicosi generale...
Il ventesimo secolo ha notevolmente appannato l'aureola romantica che circondava la Rivoluzione del Settecento. Di cinquantennio in cinquantennio gli uomini hanno finito per convincersi, meditando sulle loro sventure, che le rivoluzioni distruggono il carattere organico della società; che rovinano il corso naturale della vita; che annichiliscono i migliori elementi della popolazione, lasciando libero il campo ai peggiori; che nel paese in cui scoppia, in genere, la rivoluzione è causa di innumerevoli morti, di un diffuso impoverimento, e, nei casi più gravi, di un duraturo degrado della popolazione.
La stessa parola "rivoluzione" (dal latino revolvo), significa "riportare indietro", "tornare", "riprovare", "ridestare", nel migliore dei casi mettere sottosopra: una sfilza di significati poco invidiabili. Ai nostri giorni, se la gente attribuisce a qualche rivoluzione l'epiteto di "grande" , lo fa solo per circospezione, e molto spesso con molta amarezza...
La Rivoluzione francese è stata ispirata a uno slogan intrinsecamente contraddittorio e irrealizzabile: "Liberta', uguaglianza e fraternità". Ma nella vita sociale libertà e uguaglianza tendono a escludersi reciprocamente, sono antagoniste, perché la libertà distrugge l'uguaglianza sociale, mentre l'uguaglianza restringe la libertà, perché altrimenti non sarebbe possibile realizzarla. Quanto alla fraternità non appartiene alla stessa famiglia degli altri due termini, non è che un'attardata aggiunta allo slogan: non sono delle norme sociali a fare la vera fraternità, che è di ordine spirituale. Per di più, a questo triplice slogan si aggiungeva in tono minaccioso: "o la morte", il che ne distruggeva ogni significato.
 
Mai, a nessun paese, potrei augurare una "grande rivoluzione"...La Rivoluzione sovietica...ha trascinato il nostro popolo nell'abisso della perdizione. Mi dispiace che non ci siano qui oratori che possano aggiungere quel che ha insegnato loro alla resa dei conti l'esperienza della Cina, della Cambogia, del Vietnam, e ci possano spiegare quale prezzo hanno pagato questi paesi per la rivoluzione.
L'esperienza della Rivoluzione francese sarebbe dovuta bastare perché i nostri organizzatori razionalisti della "felicità del popolo" ne traessero delle lezioni. Ma no! In Russia ...molti metodi feroci della Rivoluzione francese sono stati docilmente applicati sul corpo della Russia dai comunisti leninisti e dagli internazionalisti, solo che il loro grado di organizzazione  il loro carattere sistematico hanno largamente superato quelli dei giacobini.
(Anche noi)abbiamo avuto la nostra Vandea...Sono le grandi sollevazioni contadine, quella di Tambov nel 1920-1921, della Siberia occidentale nel 1921. Un episodio ben noto: folle di contadini con scarpe di corda, armati di bastoni e di forche, hanno marciato su Tambov, al suono delle campane delle chiese vicine, per essere falciati dalle mitragliatrici. L'insorgenza di Tambov si è ripetuta durante undici mesi, benché i comunisti, reprimendoli, abbiano impiegato carri d'assalto, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie degli insorti e siano andati vicino all'impiegare gas tossici. Abbiamo conosciuto la Resistenza selvaggia al bolscevismo dei Cosacchi degli Urali, del Don, del Kuban, di Tersk: una resistenza soffocata fra i fiumi di sangue, un vero genocidio.
Inaugurando oggi il memoriale della vostra eroica Vandea, la mia vista si sdoppia. Vedo nella mia immaginazione i monumenti che saranno eretti un giorno in Russia, testimoni della nostra Resistenza all'assalto dell'orda comunista. Abbiamo traversato insieme con voi il Ventesimo Secolo, un secolo di terrore, orribile coronamento di quel progresso tanto sognato nel Settecento. Oggi, penso, saranno sempre più numerosi i francesi pronti a capire meglio, a stimare di più, a serbare con fierezza nella memoria la resistenza e il sacrificio della Vandea.
Aleksander Solgenitsin
 
 

giovedì 3 maggio 2012

Biblioteca Vaticana e Bodleiana: preziosi testi presto online


Un blog culturale non può non porre attenzione a una notizia anche troppo negletta dell'ultimo periodo, che può essere fondamentale per studiosi, specialisti, religiosi e uomini di cultura in genere.
Apprendiamo dalla Stampa, di preciso QUI,
del progetto, dal costo di due milioni e mezzo di euro, della durata presunta di 4 anni, di digitalizzazione di manoscritti di pregio.


(Sifra)

In seguito ad un lascito (circa 2 milioni di sterline) della Fondazione Polonsky, la Biblioteca Apostolica Vaticana (prima foto, in alto) e la Biblioteca Bodleiana dell'Università di Oxford (sotto) avvieranno un progetto di digitalizzazione di manoscritti rari, incunaboli medievali (le quattrocentine, tra i primi libri stampati), testi sacri e non, compresa la digitalizzazione di manoscritti ebraici, greci e latini.  Una mole di materiale preziosissimo...che non si ha sottomano certo tutti i giorni, presto sarà disponibile alla libera consultazione online di tutti.


 (Bodleian Library, Oxford)

Si tratta di un milione e mezzo di pagine, che verranno rese disponibili su internet a tutti.
Due terzi del materiale proviene dalla Biblioteca Vaticana (2500 libri), il restante da Oxford.
La Biblioteca Vaticana possiede 8900 incunaboli, ne verranno digitalizzati 800, tra cui
"De Europa" di Pio II Piccolomini, stampato da Albrecht Kunne a Memmingen prima del 1491, e
la famosa Bibbia latina delle 42 linee (così detta per via di esser stampata in caratteri gotici, divisi in 2 colonne di 42 righe, per pagina) di Johann Gutenberg (Johannes Gensfleisch), primo libro andato a stampa con caratteri mobili tra 1454 e 1455.


(immagine dalla Bibbia di Gutenberg)

La Collezione Bodleiana di Oxford è la quinta al mondo per ampiezza, e tra le maggiori collezioni universitarie. Da quest'ultima saranno selezionati principalmente incunaboli italiani del 1400 da loro posseduti in quantità. Dai manoscritti greci verranno digitalizzati Omero, Sofocle, Platone, Ippocrate, i codici del Nuovo Testamento, i Padri della Chiesa. Ovvero le opere fondamentali della nostra cultura. Oltre al pregio testuale, alla testimonianza storica, e alla logica della diffusione dei testi di valore formativo, i testi ..saranno uno spettacolo, perchè riccamente decorati con miniature.

(pagina miniata dall'Iliade, XV secolo, cod. Vaticano Greco 1626)

La Collezione Vaticana non è la maggiore al mondo per ampiezza, ma comunque vastissima, e di valore pressochè inestimabile. Presenti anche manoscritti ebraici datati tra il nono e il quindicesimo secolo. Presente anche il più antico codice ebraico esistente, il Sifra, tra la fine del nono e l'inizio del decimo secolo a.C. (più in alto), poi una copia integrale della Bibbia, commentari, testi vari, comprese scienze, medicina.
Non è comunque nuova all'esperienza digitalizzazione la Biblioteca Vaticana, dal momento che è in atto da un po' di tempo a questa parte la messa a punto della versione web dei manoscritti Palatini latini in collaborazione con l'Università di Heidelberg.

Josh

P.s.: in attesa che il ciclopico lavoro sia online, approfitto per segnalare portali e siti per la lettura e la documentazione, di testi completi di pregio disponibili e biblioteche complete (leggibili e spesso scaricabili gratuitamente):

Bibbia ebraico e greco
Bibbia varie traduzioni italiane  (con concordanza e chiave biblica)
Intratext testi vari, canonici, deuterocanonici e apocrifi
Denzinger online
Documenta
Project Gutenberg
Esonet
Progetto Liber Liber
The Latin Library
S. Agostino
Aquinas
OzOz 
Forgotten Books 
Gutenberg Digital 
Patrologia Latina Database
Patrologia Graeca
Patrologia Latina

ma ancora

Biblioteca dei Classici Italiani
Biblioteca Italiana
Duecento
Lett. Italiana Einaudi
Libretti d'Opera Italiani
Bibliotheca Augustana
Thesaurus Musicarum Latinarum
No Dictionaries (testi latini spiegazione morfologica-lessicale)
Athena
Biblioteca virtuale
Ousia-Filosofia in rete
Romanzieri
Artcyclopedia
Arc International-Art Renewal Center
Web Gallery of Art

Aggiornamento:
primo link attivo della digitalizzazione testi della Bodleiana, già consultabile:

http://bav.bodleian.ox.ac.uk/


martedì 25 ottobre 2011

Dinastie millenarie

Castiglion Fiorentino, panorama - da Wikipedia

Quando Marcello - l'amico blogger cui è stato dedicato il blog aggregante Il Castello 1 - mi raccontò della durata millenaria della dinastia dei conti di Mammi - da cui volle prendere la sua nick name, facendosi chiamare Marcello di Mammi - fui alquanto scettico nel credere si sia potuti risalire ad origini così remote: in mille anni possono succedersi trenta, quaranta, o anche cinquanta generazioni, e non è facile seguire il filo certo che le unisce, anche tenuto conto che nel frattempo si è passati dal Medioevo, all'Evo Moderno, con tutti gli accadimenti avvenuti.  Della contea e dei Conti di Mammi - mi raccontò Marcello (vedi qui al commento n.4) - si conoscevano le origini, risalenti agli anni 960 o 962, al tempo degli Ottoniani, imperatori del Sacro Romano Impero. Il Granconte Ugo, dei Conti Lambardi, aveva loro dato ospitalità, unitamente a tutto il loro seguito e alle scorte armate,  durante le discese a Roma per le investiture. Li avranno poi anche ospitati quando furono diretti nella città eterna con l'esercito per sedare i disordini scoppiati per motivi legati al papato, e quando poi Ottone II fu diretto a Stilo per combattere contro i saraceni. Per tali servigi il Granconte Ugo era stato nominato Conte della neocostituita contea di Mammi, da Ottone I o Ottone II, negli anni 960, o 962. Il loro castello, posto in posizione strategica, su un'altura nei pressi di Castiglion Fiorentino, era inespugnabile, garantendo così incolumità e sicurezza ai preziosi ospiti (vedere anche il post Adelaide e gli Ottoniani). Come sappiamo da quel commento, la dinastia si estinse nel 1953 per mancanza di eredi maschi.

Battaglia di Cortenova (1237). I reduci di quella battaglia, combattuta e persa dalla II Lega Lombarda contro Federico II, trovano ospitalità e rifugio presso Pagano Della Torre, signore della Valsassina (dal sito *). 

Tale scetticismo si è poi dileguato allorquando ho avuto modo di approfondire la storia di altri casati dalla storia millenaria, come quella dei Della Torre, o Torriani, originari della Valsassina, e quella dei Seccoborella di Vimercate, la Vicus Mercatus Romana, uno dei centri più ricchi di storia della cosìddetta Lombardia minore, oggi trascurato o dimenticato.
Ai Della Torre, o Torriani, ci sono numerosi richiami e riferimenti storici anche nel romanzo di fine Ottocento Lasco il bandito della Valsassina, testè recensito. Sia pur con licenza poetica, i Torriani irrompono nel romanzo attraverso la descrizione del loro simbolo araldico e il ricordo di un loro avo che partecipò alla Prima Crociata: "La porta principale che guardava in faccia a Taceno, terra di cinque o sei case e altrettante stalle addossate, accosto a una chiesa sul ciglio della montagna, portava sotto l'insegna di una mezzaluna turca una iscrizione in latino che ricordava la gloria d'un antico abitatore del castello, il quale aveva combattuto sotto le scorte dei Torriani conti della Valsassina, in terra di Palestina a liberare il sepolcro di Cristo".  


Stemma della famiglia Della Torre - da Wikipedia

E in effetti un Martino Torriani, conte della Val Sassina, combattè nella Prima Crociata, trovando la morte nel 1148 sotto le mura di Damasco. Questo fatto conferirà perenne lustro al casato. Lustro ancor maggiore venuto loro dal ruolo che i Della Torre ebbero nella Milano rinascente dalle oscurità del Medioevo. I Della Torre furono reggitori della Milano medievale, in compagnia e in competizione continua con i Visconti. I due gruppi si fronteggiarono spesso, finchè nella decisiva Battaglia di Desio, del 21 gennaio 1277, i Visconti ebbero la meglio, e la numerosa famiglia dei Torriani dovette fuggire disperdendosi nei suoi tanti rami, diretti e collaterali. Un ramo dei Torriani si ritirò sulla sponda occidentale del lago di Como, creando un feudo a Rezzonico, un borgo dal quale presero il secondo nome. Suoi membri si trasferirono a Venezia, dando origine al ramo dei Rezzonico veneziani, con dimora a Ca' Rezzonico, oggi diventata sede del Museo del Settecento Veneziano (gli interni sono stati illustrati nei giorni scorsi, sabato 15 e sabato 22, nel corso del programma Il Loggione). Il ramo dei Torriani Rezzonico di Venezia nel 1758 ha dato al mondo un papa, papa Rezzonico, Papa Clemente XIII.
Ponte romano di san Rocco, Vimercate - da Panoramio

Un caso singolare è quello dei Seccoborella da Vimercate. Nella loro villa dalle origini millenarie -divenuta proprietà e sede del comune di Vimercate, dopo l'estinzione del casato allargato ai Conti Trotti - "nella sala di attesa del palazzo comunale, che immette nell’ampia aula consiliare, si scorge un grande albero genealogico della famiglia: da Guiffredus Sicus, vissuto verso il 1100, alle sorelle Maria, Caterina e Giulia, che furono le ultime persone della famiglia".“Alla base del dipinto - scrive Antonio Bandini Buti  in due medaglioni, indipendenti, sono nominati due personaggi, da cui la nobile famiglia si vantava di trarre la propria discendenza: un conte Ricimer Siccus, patrizio romano di sangue gotico, nominato dall’ imperatore Severo (II e III secolo d.C.) vicario imperiale di tutta Italia; e il pontefice Giovanni XVI (considerato da alcuni storici il XVII della serie), eletto papa il 9 giugno 1003 (l'epoca degli imperatori Ottoniani si è conclusa l'anno precedente) e morto il 31 ottobre dello stesso anno.
 Avendo retto la chiesa per così breve tempo (meno di cinque mesi), egli non lasciò quasi traccia del suo pontificato, così come scarsissime sono le notizie biografiche che se ne hanno. Da una pietra scoperta nel marzo 1750 nella pieve di Santa Maria in Ripagnano, in diocesi di Fermo, e illustrata dal card. Cesare Borgia, risulta che questo papa era nato a Ripagnano da un Giovanni della nobile famiglia Sicco o Siccone e da una Colomba di cui non è detto il casato. Vi si apprende pure che, recatosi a Bologna, vi era stato solennemente ricevuto da Petronio Console.               

Dall'epoca di quell'albero genealogico al 1400 non sono molte le notizie riguardanti questa famiglia.
Nel 1450, nella casa dei Seccoborella fu firmata la pace tra i milanesi e Francesco Sforza, avvenuta dopo tre anni di assedio alla città di Milano, la quale lo aveva esautorato, approfittando di una sua momentanea assenza per impegni militareschi nelle Marche (vedi anche il post Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza) . Nel 1467, un Giorgio Secco è capitano della Martesana. Nel 1475 Vimercate fu concessa in feudo ai Seccoborella da Galeazzo Maria Sforza.

Sul finire del Cinquecento un personaggio della famiglia s’affaccia alla ribalta delle cronache mondane, ma la storia è alquanto lunga, sarà quindi oggetto di apposito post.

Lo scritto in corsivo è tratto dal cap.XXIII della Storia di Vimercate - Eugenio Cazzani - Edizioni Artegrafica Luigi Penati e figli - Vimercate - I Seccoborella pag.561.

Villa Sottocasa, sede del Museo del Territorio (MUST) di Vimercate - da Wikipedia

mercoledì 27 aprile 2011

Aldilà postdanteschi: Boccaccio, Folengo, John Dee


Riallacciando idealmente il discorso da un post di qualche tempo fa,
continuiamo brevemente la carrellata sull'immaginario letterario e culturale sull'aldilà.
Dopo Dante e la sua opera, la maniera di utilizzare il tema dell'aldilà e talvolta della Nekyia cambia radicalmente. La rivoluzione maggiore e lo stacco netto da tutto il periodo passato sono dovuti principalmente a Boccaccio e all'utilizzo incontenibile e irrisorio della parodia nei riguardi delle forme obsolete della letteratura precedente.

("Tale from Decameron" 1916, John William Waterhouse)

Nel Decameron, Terza Giornata Novella VIII, ci viene presentato un personaggio, Ferondo, contadino profondamente geloso. A un certo punto sua moglie conosce un abate. Il religioso con l'assenso della moglie, che crede in questo modo di liberare il marito dalla sua devastante gelosia mandandolo in Purgatorio, droga Ferondo, che viene rinchiuso in una cantina umida e buia per ben 10 mesi, facendo credere al malcapitato contadino che si trovasse in Purgatorio a causa della sua esagerata gelosia. Nel frattempo l'abate fa le veci del marito con la donna, divenendo il suo amante.
Il "Purgatorio" finto dell'abate infido, e del contadino geloso, rappresenta il completo rovesciamento della visione dell'aldilà dantesco: si assiste contemporaneamente alla dissacrazione dell'aldilà dantesco, della topografia medievale dell'aldilà (la cantina...), e alla parodia di un genere letterario come il viaggio nell'oltretomba.
La cantina qui è un oltretomba sotterraneo a suo modo, un sottomondo simile all'inferno dantesco con il suo cono rovesciato/imbuto, con cui presenta anche l'affinità delle punizioni corporali che non vengono risparmiate al povero contadino ingenuo.
Come ogni viaggio nell'oltretomba, anche questo boccaccesco si conclude con il contadino restituito alle dimensioni superiori (in certo qual modo "resuscitato"), e il ravvedimento del contadino dalla sua gelosia. Ferondo rinato alla vita di tutti i giorni apprenderà che diventerà padre (di un figlio non suo, in realtà dell'abate). L'aldilà di Ferondo/Boccaccio è il primo rovesciamento critico feroce del viaggio agli inferi, genere letterario a quell'epoca così ripetitivo e abusato che ormai sembra potersi proporre solo in chiave parodica.

Il "rimettere lo diavolo in inferno" poi, con l'ironia dissacrante boccaccesca ("la risurrezione della carne" intesa come momento di vigore sessuale) gioca con lo scambio di attributi non solo lessicali anche nella Novella X sempre della Terza Giornata.

(Andrea del Castagno, "Giovanni Boccaccio", dal "Ciclo degli uomini e donne illustri", Galleria degli Uffizi, Firenze, 1448-1451)

Nel Cinquecento la rappresentazione del viaggio nell'aldilà sarà ancora all'insegna dell'ironia e della demistificazione, con una patina velata di autocritica. Nel poema "Baldus" di Teofilo Folengo, del 1518, dalla funambolica felicità linguistica, il poeta Merlin Cocai (pseudonimo di Teofilo stesso) e i compagni si ritrovano al convito infernale delle ombre.
L'Inferno nel Baldus è occupato da una zucca gigante,
luogo destinato ai poeti, cantori e astrologi,
cioè figurativamente, secondo il testo, a tutti quelli che creano, cantano e interpretano i sogni, riempiendo i libri di favole e fandonie varie:

"Stanza poetarum est, cantorum, astrologum,
qui fingunt, cantant, dovinant somnia genti:
complevere libros follis vanisque novellis"
(XXV, 608-610)

(Teofilo Folengo nel ritratto del Romanino)

Anche qui, pur nel rovesciamento dei leitmotiv della letteratura precedente, l'aldilà è legato al tema del sogno, e proprio i poeti, detti bugiardi fabbricatori di sogni, si trovano nel fondo dell'inferno.
Là al posto dei tradizionali demoni, ci sono appositi "barbieri" infernali "strappatori",
che avrebbero il compito di strappare ai poeti tanti denti quante bugie e sogni vani
i poeti inventarono:
chiaramente il meccanismo colpa/punizione è stato escogitato in ossequio al sistema della pena a contrappasso, quanti più denti vengono strappati, tanto più essi ricrescono di nuovo, come fecero le loro bugie letterarie a raffica.
Merlin Cocai, poeta mentitore a sua volta, abbandona in queste acerrime lande il suo eroe Baldus, destinato a ritornare sulla terra, e conclude il poema dove l'aspetta la condanna:

"Hic numquam cessat nunc descalzare tremendis
cum ferris dentes, nunc estirpare tenais,
unde infinitos audis simul ire cridores
ad coleum, numquamve opera cessatur ab ista.
Quottidie quantas illi fecere bosias,
quottidie tantos bisognat perdere dentes,
qui quo plus streppantur ibi, plus denuo nascunt.
(.....)
Zucca mihi patria est; opus est hic perdere dentes
tot quot in immenso posui mendacia libro"
(Baldus, XXV, 635-650)

Il motivo storico dell'approdo alla parodia nella descrizione d'aldilà è vario,
non si tratta solo di un mutato spirito dei tempi:
va tenuto conto dell'inflazionamento del genere letterario "viaggio nell'aldilà", presente sin dall'antichità greco-romana, del diffondersi di cartine geografiche-topografiche infernali sempre più improbabili che facevano dell'aldilà un luogo troppo fisico e non metafisico,
presenti in disparate credenze, opere varie, cartine geografiche immaginarie dove questo mondo si scioglieva nell'altro mediante porte segrete, segnalando luoghi terreni come sedi di Inferno e Purgatorio, come vulcani o isole (toccò anche alla Sicilia e all'Etna), mescolando tradizioni popolari, cattoliche, pagane, mediterranee e anche celtiche in un vortice concettuale di modelli decontestualizzati ormai esangue e privo di significato.

Per non limitarci alla letteratura italiana, e alle sue parodie di un genere troppo sfruttato,
proprio il Cinquecento con i suoi rivolgimenti storici vede vari personaggi in settori affini.
Un cenno almeno merita John Dee (1527-1608) per la sua "frequentazione" col mondo del mistero, delle arti occulte e della Nekyia non intesa questa volta come stratagemma letterario, ma come pratica esercitata in prima persona.

(John Dee ed Elisabetta I)

Matematico, geografo, alchimista inglese alla corte della regina Elisabetta I, esperto di occultismo, divinazione, si considerava cristiano (evangelico, ma all'interno di un Protestantesimo anglosassone non ortodosso, fu accusato più volte di stregoneria), anche se nella sua interpretazione para-cristiana l'ermetismo ha una parte considerevole, così come le filosofie di Platone e Pitagora, l'astrologia (fu astrologo di corte, anche astrologo giudiziario, angelologo e negromante).
Si tratta di una figura reale, con contorni leggendari, legato all'invenzione della "Mano della Gloria" o "Sigillum Emeth" (uno strumento magico con cui si dice riusciva a paralizzare all'istante qualsiasi persona l'avesse vista), e al caso delle 21 lettere divine Enochiane.
In pratica John Dee effettuava numerose esperienze paranormali, e si serviva della magia "angelica" per scoprire alcuni segreti della natura (e del potere). In una di queste esperienze gli sarebbe stato mostrato un libro magico scritto in una lingua arcana "il Libro di Enoch" (Enoch in origine è un patriarca biblico), e gli spiriti gli avrebbero dettato la traduzione che Dee riportò nel Liber Loagaeth o Liber Mysteriorum scritto in lingua sconosciuta, da lui detta "enochiana" (il libro esiste, è custodito al British Museum di Londra, considerato non comprensibile) anche se si distinguono 21 caratteri.
H.P.Lovecraft attribuisce fittiziamente a John Dee la paternità del manoscritto con la traduzione inglese del "Necronomicon". Sempre John Dee è protagonista del romanzo "L'Angelo della Finestra d'Occidente" del 1927 di Gustave Meyrinck. John Dee è anche citato nel "Pendolo di Foucault" di Umberto Eco.
Di John Dee come autore si ricordano ancora "La Monade Geroglifica" (1564),
un Trattato Magico, appunto il "Liber Mysteriorum", "De Heptarchia Mystica" (1582): si tratta di testi che oltre a teorie ed esperienze personali, in varia maniera illustrano anche il clima del sentire di un periodo in cui nacque anche il movimento dei Rosa Croce.
Prima protetto da Elisabetta I, John venne poi emarginato da Giacomo I.
I campi d'indagine di John furono davvero vari, era esperto anche in meccanica, costruì uno scarabeo volante per rappresentazioni teatrali, studiò la mistica dei numeri, volse gli studi alchemici e astrologici a fini divinatori. Con l'alchimista Edward Kelley si dice realizzarono pubblicamente la trasmutazione di un metallo in oro alla presenza dell'Imperatore Massimiliano d'Asburgo.
Dee ebbe anche una visione politica vicina ad una sorta di misticismo imperialista, e si dice affascinasse con alcune teorie Massimiliano d'Asburgo. Il soggiorno di Dee in Boemia venne anche messo in relazione ad alcuni fatti: la nascita nel 1586 di una Lega "Evangelica" a fini politici per contrastare la Lega Cattolica, denominata Confederatio Militiae Evangelicae (partecipanti il Re di Navarra e Danimarca e la stessa Regina d'Inghilterra) secondo alcuni nessi rinvenuti dalla storica E.A. Yates: questo evento è citato nella "Noometria" (1604, inedito conservato alla Landesbibliotek di Stoccarda, dedicato al duca Federico I, alchimista, sovrano di uno stato tedesco luterano) di Simon Studion abbinata alla menzione di un'alleanza segreta tra Giacomo I d'Inghilterra, il Re di Francia e Federico duca di Wurtenberg, e le nozze della figlia di Giacomo I con il Principe elettore del Palatinato. Ancora, sia nella Confederatio Militiae Evangelicae tanto nella Noometria di Simon Studion sono reperibili simbologie legate alla Rosa e alla Croce (presenti peraltro anche nella simbologia Luterana). Nell'alleanza tra i sovrani fautori del Protestantesimo d'allora compare più d'una motivazione politica ed economica chiara di supremazia europea, ma anche l'espressione di un movimento di pensiero "laterale", ben diverso dal Cristianesimo ufficiale anche riformato, nutrito da disparate influenze segrete in Europa, che non escludono apporti cabalistici, e influssi ermetici-esoterici.
Anche questi aspetti, dai più noti ai più sotterranei, contribuiranno a mutare la percezione dell'aldilà nell'immaginario, nella concezione di questo e dell'altro mondo, e di conseguenza nell'arte.
La ricerca ...continuerà.

(per alcuni passaggi storici nell'ultima parte del post si ringrazia il sito: http://www.parodos.it/rosa%20croce.htm )

Josh

lunedì 20 dicembre 2010

Bianca Maria Visconti

La mattina del 25 ottobre 1441, lungo la strada che conduce alla Chiesa di San Sigismondo, nella periferia di Cremona, l'intera popolazione si era accalcata lungo le strade per festeggiare il passaggio del corteo nuziale. Per questioni di sicurezza lo sposo, Francesco Sforza, aveva scelto quella chiesa di periferia, anziché il più prestigioso Duomo di Cremona. Doveva inanellare Bianca Maria Visconti, sua promessa sposa da ormai 12 anni.

Il divario d'età fra gli sposi, 40 anni lui, 17 lei, aveva messo in serio dubbio, tra i malevoli e gl'invidiosi, la tenuta di quell'unione. Invece, a loro dispetto, fu un'unione duratura e felice, confortata dalla presenza di otto figli.

Bianca Maria era l'unica figlia legittima di Filippo Maria Visconti, la sola, quindi, che avrebbe avuto il diritto di succedere al trono. Senonché, per via d'un testamento lasciato dal bisnonno, ma non più ritrovato, il regno sarebbe dovuto passare di padre in figlio, ma solo per via maschile. Francesco era figlio naturale di Jacopo degli Attendoli, uno dei più celebri capitani di ventura italiani, che si era meritato il soprannome di Sforza dal suo maestro d'armi, per la tenace resistenza. Il Visconti, non riuscendo ad avere figli maschi legittimi, e poiché il trono si sarebbe potuto tramandare solo per linea maschile, aveva pensato bene di adottare Francesco, facendogli poi sposare sua figlia. Gliela promise così in sposa quando lei aveva ancora solo cinque anni, mentre lui era già uomo maturo di ventotto anni. In attesa che la figlia crescendo fosse stata pronta per il matrimonio, pensò bene di relegare lei e la madre, sua moglie, nel castello di Abbiate (la futura Abbiategrasso); questo era considerato più sicuro, rispetto la rocca milanese, e pressoché inespugnabile dai soventi attacchi del popolo, provocati da una sua politica spesso vessatoria. Il Castello di Milano, conosciuto all'epoca come Rocca di Porta Giovia, era stato costruito dal nonno di Filippo Maria, Galeazzo II Visconti, negli anni 1358 - 1368; La ricostruzione operata da Francesco Sforza dopo il 1450, in seguito alla devastazione operata dal popolo nel 1447, subito dopo la morte di Filippo Maria Visconti, lo ha portata ad essere quello che è universalmente conosciuto col roboante nome di CASTELLO SFORZESCO. Per inciso, Galeazzo II è anche colui a cui si devono la costruzione di due opere simbolo di Pavia: il Castello Visconteo e l' Università degli Studi.

Ma poiché il Duca considerava il Castello di Abbiate non molto sicuro, e poco confortevole, decise di farlo rinforzare, facendo anche allestire delle stanze che fossero state degne di accogliere la sua figlioletta, in compagnia della sua consorte. Quando il tutto fu pronto, avvenne il fidanzamento per procura tra Bianca di sette anni e Francesco di trenta, e le due donne partirono per il castello di Abbiate. I fidanzati non si erano visti né conosciuti, e né si vedranno fino al giorno del matrimonio, che avverrà quando lei avrà compiuto 17 anni, l'età minima ritenuta conveniente per un matrimonio regale.

La figlia visse così i dieci anni di trepida attesa, racchiusa tra possenti mura, sognando il suo bel principe azzurro. Venne così il giorno fatidico del pronunciamento. L'umanista Marco Antonio Coccio, soprannominato Sabellico, che, quarant'anni dopo i fatti ebbe a narrare di quel rito nuziale, era perfino informato del discorso che Francesco fece alla fidanzata: "Confesso d'essere entrato in asprissima guerra per mostrare che tutto quello che facevo era per amor vostro; certo io deliberai con animo caldo di morire non potendo acquistarvi. Non cercavo d'offendervi ma di difender me, perchè il duca non mi facesse ingiuria: ora io gli dono la pace e benché mi vediate cinto d'armi pensate d'esser mandata a un quieto et amorevolissimo sposo". Parole di quel discorso e l'accenno alle armi di cui era cinto nel giorno del matrimonio, sono indicative del periodo burrascoso vissuto dallo sposo, e da tutti in generale, durante quel periodo prematrimoniale di dieci anni; un periodo burrascoso dovuto anche al carattere alquanto instabile del duca padre, che sfociava in un andirivieni continuo di promesse e rimangiamenti nel concedergli la figlia in sposa; e le armi di cui era cinto sono il segno evidente che anche quel giorno, pur essendo a casa della sua promessa sposa (Cremona era il suo piccolo regno, che aveva ricevuto in dono dal padre, quando era ancora in tenera età), temendo ritorsioni e agguati da parte di eventuali sicari inviati sul posto dal futuro suocero (la scelta all'ultimo momento di quella chiesa fuori mano, per l'epoca - collocata praticamente nel mezzo di una campagna - anziché il più prestigioso Duomo, situato questo nel mezzo di una serie di viottoli, che avrebbero agevolato la fuga dei possibili sicari, rientrò in quella strategia di autodifesa personale). Comunque sia, più che quelle parole di Francesco furono probabilmente la sua calda voce e il calore dell'intonazione a costituire per Bianca un messaggio inconfondibile: la storia che incominciava tra loro, sarebbe stata una storia d'amore.
Seguì la cerimonia, narrata con enfasi dai cronisti dell'epoca. La sposa, vestita di rosso, colore nuziale e anche colore zodiacale, per i nati sotto il segno dell'Ariete, come lei, era giunta a cavallo di un destriero bianco dalla gualdrappa dorata. Lo sposo, secondo lo storico Giovanni Simonetta, autore della Sforziade, testimonia che Francesco fece il tragitto che lo condusse alla chiesa, preceduto da duemila cavalieri in squadre molto ornate d'oro e d'argento, tutte formate da capitani, condottieri e capisquadra.

Dopo la cerimonia iniziarono i festeggiamenti, culminanti nel sontuoso banchetto nuziale. Invitati d'alto lignaggio, recanti ricchi doni, erano giunti da ogni parte della Penisola. Verso la fine del banchetto, per la prima volta nella storia, in onore della coppia regale era stato portato in tavola un dolce dal gusto squisitamente nuovo, che il popolo all'unisono si era arrovellato nell'ideare. Fu confezionato con la forma della celebre torre campanaria di Cremona, il Torrazzo: nasceva il Torrone.

Fin qui la storia; da qui si dipana il seguito frammistandola con un poco di fantasia personale.

E mi piace immaginare che in quel banchetto furono servite anche altre specialità, divenute poi un classico dell'arte culinaria cremonese: il Salame di Cremona e la Sbrisolona. Quasi sicuramente fu invece portata in tavola la già classica Mostarda di Cremona, conosciuta in quel momento da ormai quasi due secoli. L'avevano infatti messa a punto i monaci del XIII secolo, disseminati nei monasteri, allora numerosi nelle campagne lombarde. Cercando il modo per conservare più a lungo possibile la frutta estiva, ne avevano sapientemente messo a punto la ricetta originale. E così da quegli albori, ciliege, pesche, albicocche, pere, fichi, meloni, ecc., anche se il loro gusto viene coperto, quasi nascosto, dal forte e piccante sapore della senape, si potettero gustare anche per tutto il resto dell'anno.

Di certo, e qui per inciso, va ricordato che Bianca Maria Visconti Sforza è stata benevolmente ricordata molto a lungo nella memoria dei cremonesi.

Al termine del banchetto iniziarono balli, gare, sfide, tornei che si protrassero per giorni e giorni, e rimaste impresse nella memoria popolare. La gente, dopo anni e anni di battaglie, di cui erano state teatri quelle campagne, aveva voglia di dimenticare, divertendosi. I ricordi lasciati da quella festa ebbero un tale potere mnemonico che ancora generazioni dopo un cronista lodigiano ebbe a scrivere: "Fuori Cremona si ballava ... il conte Francesco l'aveva per mano e fu fatta allora quella canzone che dice "Quando per la mano fu presa sotto Cremona" e "Come la bala ben". Un viandante che avesse girovagato per quei paesi e per quelle campagne nei decenni, e forse secoli successivi, le avrebbe sicuramente sentite canticchiare dai lavoranti delle costruzioni e della terra. Per rievocare quei giorni di festa, da qualche anno, nella seconda metà di novembre, a Cremona si svolge la Festa del Torrone.Ed ora, nell'augurarvi un buon Natale, vi sottoporrei gentilmente ad un quiz. Si tratterebbe d'individuare l'autore e il luogo dove è conservato il quadro qui sotto. E' un'immagine natalizia, con Madonna e Gesù Bambino che ricevono la visita di qualcuno. Il quiz è stato sottoposto al gruppo degli universitari del tempo libero, nostri lettori. Si sono rivolti a me, sperando li possa aiutare. Qualcuno mi potrebbe suggerire le risposte? Bibliografia: La Signora di Milano, Daniela Pizzagalli, BUR Rizzoli, Gennaio 2009

Immagini:

Bianca e Francesco Sforza: tratta da Google immagini, proprietario il sito Flickr.com

Chiesa di San Sigismondo, Cremona, dal sito: Cremonaguide.net
N.B. al momento del matrimonio la chiesa era soltanto un cappella. La chiesa di San Sigismondo, così come la conosciamo oggi, fu costruita solo a partire dal 1462, su commissione di Bianca Maria Sforza Visconti.

Castello di Abbiategrasso (Mi): dal sito Mondi Medievali

Duomo e Torrazzo di Cremona: dal sito
Tripadvisor.it

Un bel barattolo di Mostarda Dondi da collezione. Non è pubblicità: regalatomi anni fa, è vuoto, e lo conservo gelosamente. Il fac simile della foto è tratta dal sito
Demar Alimentari.

Cremona, Festa del Torrone, dal sito
Marcopolo Tv

Ultima foto: fa parte del quiz, e non so nulla.

lunedì 18 ottobre 2010

Forte Fuentes

(foto: ingresso principale)

(foto: ingresso principale)

(foto: retro del palazzo del governatore)


(foto: locali presso l'ingresso)

(foto: palazzo del Governatore)

(foto: interno chiesa di Santa Barbara)

(foto: chiesa di Santa Barbara)

(foto: alloggiamento dei soldati)
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Partito in segretezza da Milano sul finire del mese di ottobre 1604, fece tappa a Como per ispezionare le truppe ivi stanziate, il 3 novembre era a Gravedona, da dove, in barca e con sole tre persone al seguito, pervenne al Forte la sera: Forte Fuentes.

Non dev'essere stato facile per un settantacinquenne affrontare quello che per quei tempi sarebbe stato un lungo e faticoso viaggio, fatto a dorso di cavallo d'ordinanza e barca. Ma non era andato a Colico per godersi uno fra i tanti più bei panorami del mondo - quello che si gode dal suo lungolago - bensì per controllare coi propri occhi il risultato della sua cocciutaggine. Cozzando contro il volere dei confinanti Grigioni Svizzeri, che non vedevano di buon occhio la creazione di una fortezza al confine col loro stato, aveva voluto tenacemente la creazione di quel gioiello dell'architettura militare.
Fin dai primi tempi della dominazione spagnola Milano era stata messa in sicurezza, chiudendola entro possenti mura, che sono tuttora motivo d'orgoglio per milanesi e spagnoli nostalgici. A tal proposito sarà bene ricordare che le Mura Spagnole di Milano (delle quali però non è rimasto praticamente più nulla) sono state la più grande opera civile realizzata in Europa nel XVI secolo. Resa inespugnabile la città, bisognava ora coprirle le spalle da eventuali invasioni massicce e su larga scala. Il punto cruciale, il più facile dal quale sarebbero potute agevolmente passare orde invadenti, sarebbe stata la punta all'estremo nord del lago di Como, là dove convergono tre valli distinte, dai cui passi alpini potevano infiltrarsi gli eserciti o le bande provenienti dal centro-nord Europa. Il punto più debole dell'anello era appunto Colico, o meglio quel tratto di terra che in ricordo degli spagnoli del Fuentes ha preso il nome di Pian di Spagna. Zona strategica, e nello stesso tempo malarica a quei tempi. Un agguerrito avamposto militare dislocato in tale zona avrebbe potuto controllare e sbarrare il passo a forze nemiche provenienti da nord attraverso i tre più facili punti d'accesso della Val Chiavenna, Valtellina e Passo San Jorio.

Il Conte Fuentes, divenuto governatore di Milano in tarda età, al termine di una gloriosa carriera militare, avendo intuito delle macchinazioni in corso tra francesi e grigioni per annettersi, riprendersi o conquistare le tre valli suddette, con conseguente perdita anche di tutto l'Alto Lario, ruppe perentoriamente gli indugi e decise su due piedi per la costruzione di una grande fortezza a Colico; mandò subito esperti militari a sondare luogo e posizione e ad appena sette giorni dalla decisione fu data piena attuazione al progetto, informandone il Re di Spagna a cose compiute. La prima pietra veniva posta il 28 ottobre 1603 alla presenza del Governatore di Como in rappresentanza del Fuentes. Dopo neanche un mese di lavori, il 24 novembre, volendo vi si sarebbe già potuta installare stabilmente una guarnigione di soldati.

Agli appassionati di storia lombarda consiglio la lettura del seguente post, Il Conte di Fuentes,
dove ho trascritto pagine da un libro raro e introvabile (ne esiste una sola copia in una biblioteca del lecchese, tra l'altro consultabile solo in loco). Vi ho copiato la storia del Conte di Fuentes e quella della costruzione della fortezza, delle quali questo post è un breve saggio, tralasciando però di ricopiare testo e tabelle dei corposi 11 allegati dell'intero capitolo.

Tralascio i racconti della breve vita del forte e vado al suo epilogo. Con l'arrivo degli austriaci, il Forte fu dichiarato inutile dal punto di vista militare (un pò come la Linea Maginot dei tempi più recenti) e se ne stabilì l'abbattimento o la vendita. Si optò per la vendita che pare si sia aggiudicato l'ultimo Governatore della fortezza stessa, il colonnello Schroder, che aveva agito per il tramite della prestanome Anna Casanova vedova Campioni. Con l'arrivo di Napoleone sulla scena europea, questi, per assecondare un desiderio dei vicini Grigioni, in cambio della loro neutralità ne ordinò la distruzione. Distruzione che avvenne per il tramite di agguerrite squadre di devastatori Grigioni (ben lieti di assolvere al compito da tempo agognato). Alle spese per la distruzione fu obbligato lo stesso popolo comense che aveva a suo tempo pagato per la sua costruzione.
Nel post Dresda e Lodi, città del fato scrissi che, secondo una mia tesi, nel bene e nel male il mito napoleonico era nato a Lodi. Tra le sue pagine nere vi è senzaltro da ascrivere l'abbattimento di Forte Fuentes, il quale, se invece fosse ancora in piedi, sarebbe già da tempo iscritto nel novero del Patrimonio Mondiale dell'Umanità dell'Unesco, anzichè essere ridotto a ruderi come da foto. Ruderi sempe più difficili e costosi da conservare, e dove la vegetazione sta lentamente prendendo il sopravvento su tutto.
Le foto sono state offerte da Angela Acerboni che ne rivendica il Copyright