venerdì 13 giugno 2008

Io veggio il mondo tutto arretrosito

Io veggio il mondo tutto arretrosito è di Domenico di Giovanni, più noto come il Burchiello, nato a Firenze nel 1404. Subì l'esilio a Siena a causa delle sue posizioni antimedicee, e alterne vicende, tra cui carcere, trasferimenti, problemi di ogni genere. Manca una raccolta ufficiale da lui approvata, per cui talvolta i sonetti presentano problemi di attribuzione con quelli degli imitatori. I suoi sonetti bizzarri e satirici furono detti "alla burchia", da cui il soprannome. Tra le edizioni, vanno ricordate quella del Doni, veneziana, del 1553; di recente i Sonetti Inediti ordinati da M. Messina negli anni '50. Il critico Giuseppe De Robertis parlò addirittura nel suo caso di pop art ante litteram. La particolarità di questo componimento è...l'attualità! La presentazione di una sorta di mondo alla rovescia, un sonetto morale e di protesta che racconta la realtà mediante iperboli. Il mondo alla rovescia, in generale, è una figura impiegata molte volte in campo artistico, con svariate sfumature: è il tema del Carnevale, della fiera, in cui i ruoli vengono messi sottosopra, demistificati o resi caricaturali. In storia dell'arte, nella pittura, i contrappassi terribili di Bosch sono una sorta di mondo capovolto dove si mostrano le punizioni immaginate nell'aldilà contro i disonesti e i viziosi. In questo breve componimento invece l'autore non figura un mondo rovesciato per raccontare "altro", ma descrive un quotidiano reale e tangibile in cui il mondo di tutti i giorni, nella sua decadenza, è, di fatto, esso stesso, diventato un universo capovolto. In realtà molto è stato scritto sul Burchiello, ma ancora che fosse un profeta dell'attuale modo di vita non era stato sostenuto. - CCLXVI -



Io veggio il Mondo tutto arretrosito, (1)
Che chi de' dar, domanda a chi de' avere,
E chi promette non vuole attenere, (2)
Colui che offende accusa poi il ferito.
Prosciolto è il ladro, e 'l giusto è poi punito,
E 'l tradimento tiensi un più sapere;
Così inganna l'un l'altro a più potere,
E chi fa peggio, ha miglior partito. (3)
Veggio che 'l padre dal figliuol si parte, (4)
E l'un fratel coll'altro si percuote
Non val senza amistà ragione, od arte. (5)
Adunque la sua parte si riscuote,
Chi me' di tradimento sa far l'arte, (6)
E mai ci nocque quel che poco puote. (7)
Ma sì torbide note
Converrà che si purghi con ragione:
Beato a chi non fia mestier sapone. (8)

Arretrosito": che va all'indietro, al contrario 2)"attenere": corrispondere 3)ha miglior partito: se la cava meglio 4) il padre abbandona il figlio per i litigi, contrario al fatto che di solito è il figlio, una volta adulto, che lascia la casa natale, o l'abbandona per divergenze che rientrano nel consueto conflitto tradizione/innovazione 5) senza l'amicizia, le "conoscenze", la protezione nascosta non sembrano servire "ragione et arte" (la solita "raccomandazione") 6)chi me' ": meglio 7)e mai ci nocque quel che poco puote: non fa del male, non nuoce unicamente chi ne è impossibilitato (solo per questo, non per dirittura morale o onestà) 8)beato a chi non fia mestier il sapone: cioè che è pulito (in coscienza, in atti).
In alto e a destra: Beato Angelico - il Giudizio Universale, 1432-35 particolari, tempera su tavola - Museo di S.Marco (FI) - Josh -

martedì 10 giugno 2008

Dino Risi: castigat ridendo mores

Con tutta la bella filmografia che Dino Risi ci ha lasciato, la RAI (azienda ormai allo sbando) non ha avuto nulla di meglio che ricordare il cineasta scomparso con due filmetti tra i meno rilevanti della sua copiosa produzione. Il primo lo ha dato sabato sera alla notizia della sua morte. Ed era "Operazione San Gennaro" : divertente certo (col grande Totò), ma non all'altezza di alcuni suoi indimenticabili. Anche "Nel segno di Venere" commediola graziosa e ben interpretata, non segna particolari passaggi della storia del nostro costume come invece accade per "Poveri ma belli " e "Il Sorpasso", tanto per fare due esempi di spicco.

"Una vita difficile" con un Sordi in stato di grazia e Lea Massari fu uno straordinario affresco dell'Italia del dopoguerra, dagli entusiasmi della ricostruzione alla sua rapida involuzione. Perché non replicarlo? E ancora, "I mostri", "Profumo di donna" "Anima persa". O magari il gotico italiano "Fantasma d'amore", con l' indimenticabile Romy Schneider e un intenso Mastroianni.
Dino Risi aveva quel che manca a molti registi di film comico-brillanti della nostra povera (ma non più bella) produzione cinematografica: irriverenza, un pizzico di cattiveria, di cinismo e un sarcasmo graffiante. E' stato l'artefice di quella commedia satirica che applica il "castigat ridendo mores". E cosa ancor più pregevole, comunque fosse schierato politicamente, non ci ha mai preso a ceffoni ideologici, né lanciato messaggi taumaturgici e salvifici o pistolotti moraleggianti nei suoi film. Eppure la precisione quasi sociologica dell'Italia del boom (che si fa s-boom), di cui Gassman ne "Il sorpasso" (qui in alcune scene), incarna tutti i difetti (l'euforia artificiale, la presunzione, l'arroganza, l'irreponsabilità infantile) c'è tutta, ma la si desume indirettamente. Con leggerezza casuale e senza intenti aprioristicamente didascalici. Ricordiamo che "Il sorpasso" (cliccare titolo per vedere trailer) è stato il primo road movie della storia del cinema, un genere inaugurato, non dagli Americani come si è sempre pensato, ma proprio da lui, Risi. Lo ammise lo stesso Dennis Hopper in "Easy Rider"che se ne ispirò. L'Aurelia spider in cui stavano alla guida Gassman e Trintignant mentre attraversano la Penisola in preda all'euforia è già leggenda ineguagliata. "I mostri" inaugura quel genere a episodi di cui il regista sarà maestro insuperato: 20 sketch sulle mostruosità dell'Italia in un panorama sociale grottesco e grandguignolesco. Esilarante Gassman nell'episodio "La Musa" dove fa la caricatura dell'intellettuale omosex che raccomanda un suo pupillo, per scopi non propriamente letterari. E pure Tognazzi, inchiodato davanti alla Tv nell'episodio "L'oppio dei popoli", non si accorge che la moglie riceve l'amante in casa, nella stanza attigua. In equilibrio tra il patetico e l'umorismo nero, "Profumo di donna" tratto dal romanzo di Giovanni Arpino Il buio e il miele dove il solito Gassman (suo attore di culto per le sue straordinarie capacità d' improvvisazione, al di là d'ogni pur buona sceneggiatura) nel ruolo di un capitano cieco in preda al male oscuro, riscopre l'amore per la vita grazie all'amicizia di un giovane e di una ragazza disinteressata. E sempre da Arpino anche "Anima persa" con la Deneuve, thriller psicologico non privo di tensione.La vena umbratile di Risi la si vide soprattutto nell'ultima parte della sua produzione con "Fantasma d'amore" tra parapsicologia e ambiguità spiritistiche con una misteriosa atmosfera gotica, grazie a una Pavia immersa nella nebbia. Infine "Tolgo il disturbo", per me tra i suoi più belli, dove il nostro impareggiabile Vittorio Gassman recita, sospeso tra ironia e malinconia, il ruolo di un anziano signore reduce dal manicomio che tornando a casa, trova l'ostilità di tutti , tranne che della nipotina Rosa.

Per concludere, vogliamo menzionare la fulminante battuta di questo grande Maestro quando ottenne il Leone d'Oro alla Carriera al Festival del Cinema di Venezia del 2002 allorché gli chiesero che ne pensasse dei film di Nanni Moretti. "Quando li si guarda, vien voglia di dirgli: "Spostati più in là che voglio vedere il film".
Hesperia

giovedì 5 giugno 2008

Com'é profondo il mare...





Mare nostrum.
Mare magnum.
La donna del mare.
Sapore di mare.
Il vecchio e il mare.
Guarda 'o mare quant'é bello..
Mare, amare....

Mi manca il mare. Chi viene dall'Italia é fatto di mare. Chi non ha vissuto come noi, lunghe estati in riva al mare, non capisce la smania che ci prende quando ne siamo lontani.
La luce smagliante del mattino, il riverbero del sole, il profumo del mare e delle piante mediterranee, mirto, pitosforo, ginepro..
Non c'é oceano che valga il Mediterraneo. Nessuna spiaggia tropicale che valga i nostri antichi villaggi costieri e le spiagge della Sardegna, senza squali e senza bestiacce nocive.
Ma é pur sempre mare.
Il sogno di navigarlo, controllarlo e di possederlo, come Moby Dick per il capitano Achab.

Le genti del mare si sono evolute piu' in fretta di quelle dei monti.
Andar per mare era andare verso il nulla. Era il rischio puro e assoluto.
Era l'avventura di Ulisse e della sua "compagna picciola".

Egle

sabato 31 maggio 2008

Pasta Movies e non solo: cinema e cibo, un corrispondenza d’ amorosi sensi

L’argomento è un po’ “prosaico”, ma spero “stuzzicante”, perché il cibo è primario per la vita, e può essere anche una forma sublime d’arte, che appaga il palato, quanto un capolavoro appaga la vista o l’udito.

Non solo il cibo è anche strettamente connesso alla psiche umana, esalta la sessualità (cibi afrodisiaci) o ha effetto consolatorio (chi non si è mai mangiato una tavoletta di cioccolato, in un momento di tristezza, scagli la prima pietra…), ovvio che il cinema gli riservasse una posto d’onore.
Sicuramente la pasta in questo campo, merita una menzione speciale, perché simbolo del made in Italy che ha conquistato il mondo e anche la ribalta cinematografica fin dai tempi della “Dolce Vita”.
Indimenticabile il film di Steno “un americano a Roma” (1954) dove un giovane Alberto Sordi, nei panni di un ragazzotto romano che vorrebbe vivere come un americano, pronuncia la mitica battuta passata alla storia del cinema: “Macaroni…m’hai provocato e io te distruggo, macaroni! Io me te magno!” una frase che racchiude in poche parole l’amore per la pasta così innato in noi italiani e nello stesso tempo testimonia l’omaggio che il cinema ha tributato al nostro piatto nazionale, dal neorealismo ad oggi.

Altra scena da antologia è quella di Totò in “Miseria e Nobiltà”(Mattoli ’54) , che in un vero e proprio assalto alla zuppiera degli spaghetti, li arraffa come può, ficcandoseli in bocca, in tasca e ovunque.
Perché la pasta, negli anni di privazioni del dopo guerra, era anche sinonimo di benessere oltre che fenomeno di costume che entrerà nella lunga e prolifica stagione della commedia all’Italiana, da“Poveri ma belli” (Risi ‘56) a “I soliti ignoti” (Monicelli ’58), dove nel finale l’improbabile banda di ladri, si consola con piatto di pasta e ceci, dopo essere finita per errore in una cucina, anziché nella stanza della cassaforte.
Ben presto “spaghetti e maccheroni” varcano i confini nazionali per approdare ad Hollywood: il suo “calore” suggella una delle più belle scene d’amore canino, nella cena a lume di candela di “Lilli e il vagabondo” (Disney ’55). Galeotto fu un lungo spaghetto che fa “baciare” i due cagnetti innamorati.
Indimenticabile anche la scena de “L’appartamento” (Wilder ’60) in cui Lemmon lenisce le pene d’amore di Shirley Mc Lane con un piatto di pasta al pomodoro, nella fattispecie spaghetti, scolati con una racchetta da tennis!
Ed è sempre incomparabile Lemmon che ne “La strana coppia” (Saks ’68) discetta di linguine e spaghetti, dimostrando un’insospettata conoscenza del nostro piatto nazionale.
In questo simpatico sito della pasta Garofano, c’è un’antologia di scene in cui compare la pasta, in alcune ciccando su “leggi la scheda” c’è anche la ricetta del piatto rappresentato nel film.
Allargando il discorso, il cibo spesso è metafora del messaggio che vuole lanciare il regista, basti pensare a film come “La grande abbuffata” (Ferreri ’73), una commedia tragica e grottesca che racconta la fine di quattro amici decisi a suicidarsi con una mangiata pantagruelica, altro non è che una critica feroce alla società del benessere e dei consumi che finisce con il distruggere se stessa.
O al "classico" del cinema democratico antirazzista degli anni sessanta, “Indovina chi viene a cena” (Kramer ’67) dove il sedersi tutti allo stesso tavolo dopo gli scontri verbali fra i protagonisti, sul matrimonio misto dei rispettivi figli, suggella l’accordo trovato, ed è metafora d’integrazione fra bianchi e neri.
Aretusa

martedì 27 maggio 2008

Il piacere intertestuale



La poesia è, forse, tra le arti, una delle più dimenticate. Spesso un verso poetico, anche apparentemente semplice, racchiude misteri. Nell’analisi letteraria, lo studio delle intertestualità è adoperato come metodo di indagine per esplorare un testo. Questo tipo di analisi può essere svolto a livello stilistico, formale o contenutistico.


Si seguono metodi differenti nell’analisi: la filologia delle fonti di un testo, l’analisi tematica (temi letterari ricorrono citati in modo chiaro, talvolta invece la presenza è sotterranea), fino a studi specifici che riguardano metrica e stile. L’approccio di studio che mette in relazione un testo con un contesto considera un’opera letteraria in relazione con tutta la tradizione passata in maniera creativa e dialogante, mettendo in evidenza che il riconoscimento del sistema di allusioni e citazioni mostra i gusti dell’autore, il significato simbolico dell’opera, la sua idea di letteratura, i suoi modelli culturali e affettivi, e la sua memoria.Un esempio affascinante. Si tratta di un estratto del Jaufré Rudel, in “Rime e Ritmi”, di Giosuè Carducci. Per leggerlo per intero, andare sul nome del Poeta. O qui, dove ci sono ottime pagine che contengono ampi saggi.


Jaufré Rudel fu poeta trovatore di lingua provenzale, noto per i suoi versi dell' amor cortese, e per la sua avventura: si innamorò di una nobildonna, la Contessa Melisenda di Tripoli, che non aveva mai visto, ma che avvicinò solo in punto di morte.I versi, famosissimi, che ci interessano in breve, sono i vv. 73-76




- Contessa che è mai la vita?


è l'ombra d'un sogno fuggente.


La favola breve è finita,


il vero immortale è l'amor.




In questo breve estratto è già presente una reminiscenza del lessico tipico di Pindaro, nell’espressione “è l’ombra di un sogno…”; e una splendida citazione petrarchesca, “La mia favola breve è già compita” dal Canzoniere, CCLIV, che invito a leggere, scorrendo fino al 254 “I'pur ascolto, et non odo novella”
Mostrando la dinamica e la vitalità interna a un (micro-)testo famoso, l’augurio è per la ripresa dell’interesse verso gli studi classici e umanistici, come scoperta di un patrimonio nazionale della nostra tradizione, la ricostruzione di un’identità fatta finalmente di contenuti e anche l'auspicio di una nuova stagione di poesia nostrana, una volta riallacciati i legami con le nostre origini.
(foto in alto e foto piccola a destra: Monumento a Giosué Carducci di Leonardo Bistolfi - 1928)

Josh

giovedì 22 maggio 2008

Sette note per sette canzoni

Che cos'è una canzone? Innazitutto un'aria. Qualcosa che vola e che non rimane se non in uno spartito. Partitura che non è obbligatorio conoscere per canticchiare. Le canzoni nella loro banalità dicono sempre la verità - fece dire Truffaut a Fanny Ardant ne "La signora della porta accanto". Sono parte integrante di quel monologo amoroso frammentato e solitario di cui parlò Roland Barthes nel suo saggio "Frammenti di un discorso amoroso". Più schiettamente sono il backgrond sonoro dei nostri momenti topici del vivere quotidiano. Banali, talora, certo, ma tanto più si è banali tanto più si è umani. Supponiamo che ci sia un cataclisma universale. E di dover mettere in salvo solo sette canzoni, scritte su sette partiture. E non altre. Peccato. Ce ne sono tante altre che ci piacciono, ma che siamo costretti a lasciare fuori. Personalmente, se proprio dovessi salvarne sette e non più sette, penso che cercherei degli evergreen che hanno attraversato i tempi, o qualche canzone per motivi soggettivi (la famosa topica amorosa) e qualche altra legata ai miei più cari luoghi. Il tutto, con un pizzico di ironia e di divertimento fine a se stesso.

Tra i sempreverdi metto Stardust memories, cantanta dall'unforgettable Nat King Cole. Canzone elegante, impeccabile nel testo come nella musica, Da ascoltare attentamente più nella strofa che nel refrain forse troppo noto. La strofa infatti non tutti i grandi interpreti la cantano. Le immagini evocate sono serotine e notturne (cielo stellato, giardino recintato da un muretto,usignolo che canta una fiaba, reverie ecc.) Con verbi come to haunt: (invadere nel senso degli spiriti quando infestano una casa) Melody haunts my reverie.





This guy's in love with you (evocativa) di Burt Bacharach è quasi un climax in crescendo. L' ascoltai per la prima volta da teen-ager mentre salivo sulla scala mobile di un elegante grande magazzino, con la testa piena di nuvole e di sogni. E mi pareva di lievitare anch'io senza sapere se fossero le note a trasportarmi o i marchingegni della scala mobile.










That's life (filosofia di vita spicciola: "c'est la vie") E' carica di ironia con quel I've been a puppet, a pauper, a pirate, a poet, a pawn and a king/I've been up and down...



L'important c'est la rose ( lirica). Un omaggio alla douce france cher pays de mon enfance e in particolare alla Provenza e alle sue luci e colori. L'importate è la poesia del vivere. La rosa, simbolo di bellezza, poesia e grazia, quelle che i nostri tempi frettolosi ci sottraggono.

Comunque bella (dicotomica battistiana del tipo io vorrei/non vorrei/ancora tu/ ma non dovevamo non vederci più?)
Tu vestita di fiori e di fari di città/tra le nebbie e i colori....Quasi un'apparizione. Qual è la cifra delle canzoni di Battisti? L'elemento dissonante. Io lavoro, ma non mi concentro e...penso a te. Seduto in un caffé io non pensavo a te. Ed era un 29 settembre. Ma l'indomani mattina 30 settembre fine del "tuffo dove l'acqua è più blu",... e... "di colpo volo giù da letto/ e sono lì a telefono e parlo/ e rido e tu tu non sai perché t'amo..."



La mente torna (maestosa). E' una canzone di Battisti scritta, ideata, tagliata e cucita su misura per Mina, che la fa sua. Chi potrebbe dire meglio di lei. "Io voglio vivere...anche per me...scoprire quello che c'è....io voglio..". Sta per svignarsela: "Apro già la porta" ma... "ma arrivi tu, la mente torna..". E cioè faccio mente locale della mia realtà.





Golden slumbers (rivoluzionaria) . Più di un'offerta speciale: paghi uno e pigli tre. Infatti inizia dolcissima sull'ala di un sogno, poi ti risveglia nella realtà e ti dice che dobbiamo trascinare quel fardello a lungo (carry that weight) . Infine una coda gloriosa annuncia un happy ending.

A tutti voi, sette note per sette canzoni favorite, provando a comporre il vostro canzoniere ideale. Buon ascolto e buon divertimento da
Hesperia
































mercoledì 14 maggio 2008

Fiabe, racconti e libri dell'infanzia

Quando eravamo piccoli ci leggevano le favole.
Quando eravamo ammalati, ci regalavano un libro da leggere.




Spesso ci facevano paura, ma ci si apriva un mondo fantastico, pieno di simboli, di personaggi virtuosi che dovevano attraversare delle prove impossibili e di figure malvagie da sconfiggere.
Quella che leggevamo era letteratura.
Dai Fratelli Grimm, a Hans C. Andersen a Hoffmann e a Perreault.

Non ricordo nemmeno piu' chi ,ha scritto cosa, non é cosi' importante, ma é un ricordo caro di emozioni e di misteri nell'oscurità del prima di dormire.

A volte le storie erano tristi, come la Piccola Fiammiferaia o la Sirenetta, o angoscianti come la Piccola Principessa o Hansel e Gretel, ma noi ci sentivamo rassicurati perché eravamo nella nostra casa calda, con un papà e una mamma che il mattino dopo avremmo ritrovato sorridenti.

I nostri libri erano, oltre al caro Pinocchio, il poi criticatissimo libro Cuore, I ragazzi della via Pal, Le mille e una notte, tutti i Salgari, i Verne e le storie di tesori e di pirati.
E ne ho sicuramente dimenticato altri.

Siamo cresciuti coi libri e con storie antiche, avidi di figure che erano rare, ben disegnate, e che ci affascinavano.


Oggi le storie sono sempre le stesse, ma su DVD..

Va bene cosi'.



Egle