lunedì 31 maggio 2010

WILLIAM FAULKNER, CANTORE DELLE LACERAZIONI DEL CUORE

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La scrittura di William Faulkner colpisce e avvince per la sua originalità, per la sua prodigiosa ricchezza sintattica e strutturale, per la complessità e sinuosità dei suoi periodi, paragonabili spesso a torrenti in piena di cui talvolta si stenta a seguire il corso, infine per l’acutezza psicologica con cui riesce a restituire i personaggi – il tutto fuso in un pathos potente e pervasivo che si traduce nei momenti più elevati in poesia rapinosa. In questi momenti si viaggia dentro la scrittura di Faulkner come all’interno d’una grande sinfonia polifonica che riesce a fondere il linguaggio alto e raffinato della tradizione narrativa più nobile con le tecniche sperimentali del flusso di coscienza e del monologo interiore in una mirabile armonia, fitta di digressioni e contrappunti, che sfida qualunque paragone. Senza dubbio si tratta d’una prosa difficile, dove il lettore superficiale o disattento rischia facilmente di smarrirsi, ma stiamo parlando, com’è ovvio, di musica per orecchie allenate ad assaporare la consonanza più articolata degli accordi e la ricchezza più raffinata dei suoni; roba per palati fini, insomma; eppure, a ben guardare, meno di quanto possa sembrare. Si è spesso affermato che Faulkner discende dalla tradizione sperimentale di scrittori europei di tecnica sopraffina come James Joyce, Virginia Woolf e Marcel Proust; e si capisce perché, in quanto è evidente che questi scrittori il nostro autore li ha letti attentamente e ne ha assimilato fino in fondo le tecniche; ma, ciononostante, nella sua scrittura si sente una spontaneità infinitamente maggiore dei suoi modelli, una spontaneità per certi versi popolare e istintiva, quella d’un narratore di storie dotato naturalmente d’una capacità affabulatoria così straripante e incontenibile da costringerlo a inserire nel suo narrare tutte le divagazioni, le variazioni e le parentesi che la vena gli suggerisce. In questa tendenza, che è popolare e colta al tempo stesso, risiede per l’appunto l’originalità e la grandezza di Faulkner; addirittura, se vogliamo, il suo limite, giacché quel rischio di impantanarsi nella complessità del suo stile a volte lo corre lui stesso, quando l’ispirazione cede per un momento e il lettore avverte come un ansare del linguaggio, un capzioso girare attorno all’argomento come accade al raccontatore che si sia lasciato troppo trasportare dal suo estro e rischi di smarrire il filo principale del discorso. Ma sono solo attimi, brevi lacune di chi è costretto a padroneggiare una capacità oratoria fluviale e debordante e di cui comunque non perde mai il controllo; in certi casi, addirittura, riesce a trarsi fuor dalle secche con una trovata tecnicamente geniale, come quando, resosi conto d’essersi lasciato trasportare troppo avanti nella presentazione di un personaggio o di un fatto, smette la narrazione e, senza mettere il punto, va a capo e la riprende, omettendo la maiuscola, dal momento in cui l’ha cominciata (si veda, ad esempio, l’inizio del racconto Fu, incluso nel volume Scendi Mosé). Il che, sia detto per inciso, è il modo migliore di far uso dello sperimentalismo, quello efficace e funzionale alla comprensibilità del racconto, non come è stato spesso applicato in passato da tanti scrittori, in maniera gratuita e poco utile, quando non addirittura incomprensibile.
Ma lo stile di Faulkner è degno di nota soprattutto se lo si considera in rapporto alla letteratura americana. Personalmente non vado pazzo per la narrativa americana, contraddistinta per lo più da una cifra asciutta e minimalista (a parte quella di alcuni scrittori come Herman Melville, per l’afflato epico che la contraddistingue, e quella di Henry James per la sua eleganza e complessità, che però ha trovato il proprio terreno di sviluppo in una lunga permanenza in Europa), cifra poco congeniale alla mia inclinazione per la scrittura doviziosa, di gusto barocco (da intendersi, naturalmente, nel senso migliore del termine, non nell’accezione negativa che taluni erroneamente gli attribuiscono, perché il Barocco fu un periodo quanto mai fulgido e fecondo della cultura europea). Faulkner, in verità, è un caso più unico che raro nell’ambito della letteratura americana. Almeno per la scrittura, egli sembra appartenere più alla cultura europea che a quella americana. Forse perché nato nel Mississippi, in uno di quegli stati del sud che fu a lungo sotto il dominio della Francia prima che la sostituisse l’Inghilterra, sembra abbia assorbito in profondità la ricchezza e raffinatezza della cultura francese sette-ottocentesca, pur restando, nell’indole e nella mentalità, profondamente americano. Del resto conosceva così bene il francese che fu lui stesso a collaborare minuziosamente alla traduzione in quella lingua de L’Urlo e il Furore, uno dei suoi libri stilisticamente più complessi. E poi era cresciuto alternando alle letture d’autori di lingua inglese – Shakespeare, Conrad, Eliot, Keats e, appunto, Joyce e la Woolf – molte altre d’autori di lingua francese, come Balzac, Baudelaire e Proust. Conosceva, peraltro, anche i classici, Omero anzitutto, come si evince da un passo di quello stupendo racconto intitolato L’orso (incluso anch’esso in Scendi Mosé), che narra di una lunga caccia “nella terra in cui il vecchio orso si era guadagnato un nome (Old Ben) e attraverso la quale correva neppure come una bestia mortale ma come un anacronismo indomabile e invincibile sgorgato fuori da un tempo antico e sepolto, un fantasma, un’epitome e un’apoteosi della antica vita selvaggia su cui si avventavano per demolirla a piccoli colpi in una furia di avversione i piccoli e meschini esseri umani simili a pigmei intorno ai malleoli di un elefante assopito: il vecchio orso solitario, indomabile e solo, rimasto vedovo, senza figli e assolto dalla mortalità: vecchio Priamo orbato della vecchia moglie e sopravvissuto a tutti i suoi figli”.
Abbiamo letto un bell’esempio della prosa di Faulkner. Ho detto anche dell’acutezza psicologica con cui i personaggi si stagliano sulla sua pagina. Sentite come descrive un capo indiano che si presenta davanti al Presidente degli Stati Uniti in persona per ottenere il suo giudizio in un complicato affare d’omicidio, commesso non si sa quanto intenzionalmente dal nipote a danno di un uomo bianco durante una corsa a cavallo organizzata presso il guado di un fiume (il racconto, d’epoca e ambientazione che possiamo definire western, si intitola appunto Il Guado e figura nel volume I Negri e gli Indiani pubblicato anni fa da Mondadori) : “E ora il Presidente e il segretario sedevano dietro al tavolo sgombro e guardavano l’uomo che stava ritto e come incorniciato dalle porte aperte dalle quali era entrato, tenendo il nipote per mano come uno zio che per la prima volta conduca un giovane parente provinciale in un museo cittadino di figure di cera. Immobili, essi contemplavano il molle uomo panciuto che stava davanti a loro con la sua molle, gentile faccia ermetica… il lungo naso da monaco, le palpebre sonnolente, il doppio mento cascante, color caffellatte, emergente da uno spumeggiar di merletto sudicio di un’eleganza da cinquant’anni superata e svanita; la bocca era piena, piccola e molto rossa. Eppure dietro all’espressione del volto flaccido e greve di delusione, come dietro alla voce gentile e a quella leziosità quasi femminile, in qualche punto s’annidava qualcos’altro: qualcosa d’ostinato, d’astuto, imprevedibile e dispotico.”
Sono solo alcuni personaggi di quella vastissima e fascinosa commedia umana che si sviluppa nell’immaginaria contea di Yoknapatawpha del Mississippi, che significa grosso modo “Terra spaccata”, lo spazio mitico dominato dal conflitto tra le razze bianca nera e indiana, tra il passato e il presente e tra il bene e il male, illustrato da Faulkner attraverso le saghe familiari dei Sartoris, degli Snopes e dei Compson e che si traduce in numerosi volumi, tra cui Santuario, L’urlo e il Furore, Non si fruga nella polvere, Assalonne Assalonne!, Gli invitti, Luce d’agosto, Mentre morivo, Requiem per una monaca. Faulkner è uno degli scrittori più importanti del Novecento, della cui grandezza il mondo letterario, ancor oggi, non è forse del tutto consapevole e il cui valore, beninteso, non è solo di carattere estetico. La sua arte ha una valenza universale che investe i grandi temi dell’umanità, ma che l’attuale miopia del mondo letterario accademico tende a disconoscere e a minimizzare. Addirittura certa critica americana, quella più politically correct, cerca di ridurlo al ruolo edificante e consolatorio del difensore dei vinti della storia americana, il Sud piegato e asservito agli yankee del Nord a seguito della Guerra di Secessione, la nobiltà sudista decaduta e votata all’autodistruzione, i neri, gli indiani e i poveri bianchi condannarti all’emarginazione, alla frustrazione esistenziale, alla rivolta e alla violenza. Ma i temi che egli affronta e il suo modo di trattarli non si prestano a letture ideologicamente edificanti. Il suo atteggiamento è di umana compassione ma anche di lucidità priva di moralismi, talvolta non ignara d’una arguzia capace di stigmatizzare senza indulgenza le ipocrisie e le storture a cui gli esseri umani spesso si riducono. Da grande scrittore qual è, sa frugare nel cuore dell’uomo con sguardo limpido e asciutto, consapevole delle drammatiche lacerazioni prodotte da un retaggio di schiavismo e di violenza rimasto vivo nella memoria e nel sangue del popolo americano. Del resto fu lui stesso a dichiarare con chiarezza, nel discorso di accettazione del Premio Nobel che gli fu conferito nel 1950, di essere interessato ai “problemi del cuore umano in lotta con se stesso: questo soltanto può generare una scrittura efficace, poiché di questo soltanto val la pena di scrivere”.
DIONISIO

lunedì 24 maggio 2010

Il viaggio, il sogno, l'altrove e l'illusione odierna

Mon enfant, ma soeur,
Songe à la douceur
D'aller là-bas vivre ensemble !
Aimer à loisir,
Aimer et mourir
Au pays qui te ressemble !
Les soleils mouillés
De ces ciels brouillés
Pour mon esprit ont les charmes
Si mystérieux
De tes traîtres yeux,
Brillant à travers leurs larmes.



Là, tout n'est qu'ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté

Des meubles luisants,
Polis par les ans,
Décoreraient notre chambre ;
Les plus rares fleurs
Mêlant leurs odeurs
Aux vagues senteurs de l'ambre,
Les riches plafonds,
Les miroirs profonds,
La splendeur orientale,

Tout y parlerait
À l'âme en secret
Sa douce langue natale.
Là, tout n'est qu'ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté.

Vois sur ces canaux
Dormir ces vaisseaux
Dont l'humeur est vagabonde ;
C'est pour assouvir
Ton moindre désir
Qu'ils viennent du bout du monde.

- Les soleils couchants
Revêtent les champs,
Les canaux, la ville entière,
D'hyacinthe et d'or ;
Le monde s'endort
Dans une chaude lumière.

Là, tout n'est qu'ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté.

Quando Charles Baudelaire scrisse questi versi di Invitation au Voyage (vedere la traduzione qui), non poteva certamente immaginare che il viaggio dove tutto era Ordine e Bellezza, Lusso, Calma e Voluttà, dove i vascelli dall'umore vagabondo dormono pigramente sui canali nella luce dorata di un tramonto, dovesse diventare il frenetico viaggio di un uomo d'affari che prende l'aereo con la sua valigetta 24 ore, o moltitudini di turisti "mordi e fuggi" che prendono d'assalto torpedoni, treni, traghetti, che lordano dove passano e che nell'arco di una giornata devono consumare il più grande numero possibile di visite "guidate" ai monumenti, a piazze, palazzi d'epoca, città e paesaggi. Il periodo romantico e tardoromantico (Mario Praz mette giustamente il decandentismo e il simbolimo nel tardo romanticismo) ha spesso celebrato il mito dell'altrove, come metodo di vita (Rimbaud: "la vita è altrove", Paul Gauguin e la sua fuga a Tahiti).

L'Odissea è il poema che più d'ogni altro ha cantato la fuga, l'evasione, l'esotismo, la trasgressione nell'eroe più antico e più moderno di tutti i tempi: Ulisse.

Viaggio attraverso l'Ade e i suoi defunti che egli interroga, così come viaggio alla scoperta di terra nuove e lontane, sfidando i perigli tra fortunali spaventosi e creature mostruose: sirene, ciclopi, Scilla e Cariddi.

Potremmo dire forse che tutta quanta la letteratura ha parlato in pari misura di viaggi orizzontali (cioè geografici) e verticali (cioè quelli della mente e dello spirito). Virgilio nell'Eneide, Dante e la sua retta via smarrita nella "selva oscura",  nelle sue tre Cantiche della Commedia, i poemi cavallereschi, la Ricerca del Santo Graal di Chrétien de Troyes , il romanzo picaresco del Don Chisciotte del Cervantes,  i viaggi di iniziazione e di formazione nel Bildungsroman: Goethe e il suo Wilhelm Meister, le peripezie di Candido e del suo maestro Pangloss di Voltaire, Thackerey e il suo ambizioso avventuriero Barry Lindon, Robinson Crusoe di Defoe, la sua Isola e il suo diario di viaggio, Verne nei suoi romanzi d'avventure come "Il giro del mondo in 80 giorni" o "Viaggio al centro della Terra"; Stendhal descrive con minuzia le sue "Passeggiate italiane" e volle morire "italiano" nella sua epigrafe di "Arrigo Beyle milanese: visse, scrisse, amò". Goethe fa dell'Italia la sua terra di elezione e di formazione in Italienische Reise (Viaggio in Italia), testo che si può pure leggere partendo dalla fine, a pezzi, a strappi, ricacciarlo in tasca e farlo di nuovo sortire una settimana appresso. Goethe era destinato ad una lunga e laboriosa vita, e a differenza dell’altro innamorato dell’Italia, ammiratore e ammirato, eterno adolescente ribelle George Gordon Lord Byron, il suolo latino è per il tedesco non la tappa di un eterno e dannato vagare, ma il luogo della rigenerazione. Goethe stesso identifica la sua vita con un prima e un dopo l’Italia. E questo è tanto più indicativo se si pensa che, benché ne avesse le possibilità, non fu mai attratto dalle grandi capitali europee. Non mise mai piede a Londra o Parigi, anche quando la sua fama era universale e gli ammiratori ormai non si contavano. In Italia ebbe modo di cristallizzare la propria immaginazione e di mettere alla prova la propria capacità intellettuale uscendo dai ristretti circoli della corte di Weimar.
Conrad è un altro noto scrittore-viaggiatore che nato polacco, scrive in Inglese e mantiene la sua alterità attraverso il personaggio di  Charles Marlow, una sorta di  suo doppio. Sa ricreare in maniera magistrale atmosfere esotiche, ma anche riflettere i dubbi dell'animo umano nel confronto antropologico con terre e popoli selvaggi.



L'elenco sarebbe davvero troppo lungo, poiché la letteratura stessa, in fondo è tutta un grande viaggio d'esplorazione dell'umanità. Perché fin dai tempi memorabili, l'uomo ha voluto varcare confini e terre lontane, incuriosito da altre civiltà, tradizioni, usi, costumi, tramandandoci poi le sue scoperte. Si pensi solo a Marco Polo e a Il Milione, fino ad arrivare a scrittori contemporanei che crearono dei veri e propri luoghi di elezione:  Gide e l'Africa, Hemingway e la Spagna, Fitzgerald e la Costa Azzurra con le sue corse in lussuose auto dei suoi rampolli della gioventù dorata ("i belli e dannati"), Karen Blixen e la sua tenuta nella verde Africa, Camus e l'Algeria, Herman Hesse e i suoi pellegrinaggi in Oriente, Thomas Mann e il lento inesorabile viaggio dentro la Venezia lagunare del colera e dentro la sua stessa morte, mentre contempla estasiato un angelo che, alzando il braccio verso l'alto, gli indica un universo di eterna Bellezza tra mare e cielo: il giovane Tadzio. Il viaggio iniziatico è inoltre una componente importante delle fiabe di magia nella tradizione popolare orale: l'Eroe si allontana da casa, corre dei rischi, affronta dei pericoli, ma poi acquista una nuova consapevolezza e la sua impresa e avventura umana va in porto, mentre il lieto fine è assicurato.

Con l'esplosione della globalizzazione, però questa importante componente dell'umanità si è interrrotta: ora sono i popoli lontani che vengono da noi, e, come è comprensibile, non siamo più così intrigati nel volerne conoscere le usanze. Ora è più facile prendere un volo low cost che procurarsi da mangiare. Con un volo da 100 euro andata e ritorno sei a Londra o a Parigi, ma con la stessa cifra a casa propria, si mangia solo per due settimane e non per tutto il mese. I viaggi e soggiorni tutto compreso come pacchetti d'agenzia sono diventati una merce di consumo, ragion per cui questa importante componente dell'umanità effettuata a  scopo di vera conoscenza, si è interrrotta o modificata in senso peggiorativo. Ai giovani sposi si regala un viaggio, prima ancora che un elettrodomenstico necessario. Ovunque si vada  per il mondo, si sente la stessa musica, si vedono le stesse catene di fast food, gli stessi negozi, le stesse merci, la stessa umanità multietnica mescolata insieme coattivamente. Come ho già  avuto modo di parlare in questo post. Le capitali d'Europa rassomigliano tutte in un'omologazione voluta e auspicata come "il migliore dei mondi possibili", proprio perché ritenuta "egualitaria". Insomma, si viaggia di più, ma si scopre di meno.
La verità è che un tempo il viaggio aveva a che fare col desiderio, col sogno a lungo vagheggiato. Adesso viaggiare e spostarsi è diventato un obbligo, un imperativo. E l'unico modo per trasgredirlo è fermarsi, riflettere, ripensare alla nostra prossima futura vita di esseri stanziali. In altre parole, rifondare la civiltà su altre basi.


Hesperia

lunedì 17 maggio 2010

Breve tra teatro e cinema

In queste pagine si è già fatta notare la derivazione letteraria del cinema (come ne esiste una pittorica-iconica, da un punto di vista visivo) quanto l'idea autoriale della Regia.
In alcuni casi ed epoche invece si assiste ad una parentela più stretta anche del cinema con il teatro: la si nota dall'organizzazione degli spazi visivi nei film, o per la partitura classica del montaggio delle scene, o per un'interpretazione forte e caratterizzata degli attori che supera la pellicola stessa, o per scene insistite in interni o piuttosto statiche, o per il primato della parola e del gesto.

Ci sono svariati testi su questo argomento e lunghi studi specifici per epoca e genere, ma più che un'importante disquisizione teorica, il post stavolta ha solo l'intenzione di ricordare con affetto alcuni grandi attori italiani che hanno lavorato con personalità sia a teatro sia al cinema segnando un'epoca e un gusto.



Carmelo Bene attore, scrittore, drammaturgo e regista di genio quindi Autore a tutto campo di cui segnalo oltre alla rivoluzionaria attività teatrale i film, anche sperimentali e visionari:
"Nostra Signora dei Turchi" (1968) , "Capricci" (1969), "Don Giovanni" (1971), "Salomè" (1972), "Un Amleto di meno" (1972) quest'ultimo tratto da Jules Laforgue, “Hamlet, ou les suites de le pitié filiale” (1877). Densi di riferimenti letterari, teatrali, musicali, pittorici, un unicum anche nella storia del cinema.

E alcune Signore del Teatro italiano che hanno appassionato anche al cinema.




Rossella Falk (qui un bel collage di fotogrammi) una delle migliori attrici di teatro italiane (e non solo) magnetica anche al cinema: presente in 8 e 1/2 di Fellini, ma anche in "Quando muore una stella" di Robert Aldrich, e in film considerati minori dei nostri anni '70,
come "Alba pagana" di Ugo Liberatore, "La tarantola dal ventre nero" di Paolo Cavara, "Sette orchidee macchiate di rosso" di Umberto Lenzi.
In realtà le grandi signore del nostro teatro in quegli anni hanno prestato il volto e la loro recitazione enigmatica al nascente noir italiano dei '70, nobilitandolo e rendendolo un genere studiato parecchio anche all'estero, specie in USA nei decenni successivi (per le soluzioni visive, la scelta degli attori, l'intreccio: chiedere a Tarantino).
Per le interpretazioni teatrali complete non-riassumibili rimando al link, ma vanno citate almeno "Un tram chiamato desiderio" e "La dolce ala della giovinezza" da Tennessee Williams, le "3 sorelle" di Cechov, "Maria Stuarda" di Von Schiller, "L'Aquila a 2 teste" e i "Parenti terribili" da Jean Cocteau, e il recente bellissimo "Sinfonia d'autunno". Forse tra i testi teatrali che preferisco in assoluto.





Valentina Cortese ha avuto una densissima attività cinematografica e teatrale che è impossibile riassumere in 1 sol post, ed è in pratica un'icona del mestiere d'attrice in Italia e nel mondo.
Per il cinema la possiamo vedere in "Primo Amore" di Gallone, come nella "Cena delle beffe" di Blasetti negli anni 40, nei "Miserabili" di Riccardo Freda, nei "I corsari della strada" di Jules Dassin, nella "Contessa scalza" di Joseph Leo Mankiewicz, ne"Le Amiche" di M. Antonioni, ne "La ragazza che sapeva troppo" di Mario Bava, anche la Cortese era in "Quando muore una stella" di Aldrich, in "Effetto Notte" di Truffaut, in "Un'orchidea rosso sangue" di Pierre Chereau, "Jane Eyre" e "Un tè con Mussolini" di Franco Zeffirelli.




Marina Malfatti famosa anche in Tv grazie allo sceneggiato tv "Malombra" tratto da Fogazzaro, diretto da Diego Fabbri (in onda nel 74, seguono numerose altre serie televisive di qualità), dagli anni 80 in poi è stata molto presente a teatro con lavori di grande qualità che spaziano dal teatro classico a testi moderni.
Al cinema fu a sua volta protagonista di horror italiani anni '70, aggiungendo eleganza e mistero grazie al fascino personale:
"Sette orchidee macchiate di rosso" di Umberto Lenzi, "La Dama rossa uccide 7 volte" di Emilio P. Miraglia, "Un fiocco nero per Deborah" di Marcello Andrei.... Per la filmografia completa si rimanda al link.

nota d'attualità: date le polemiche fisse ormai a ogni festival di teatro o cinema che sia, mi auguro ancora (e lo auguro al nostro paese) un teatro che ti tiene legato alla sedia e che sappia toccare le corde dell'animo come quello sopra citato, e anche un cinema che abbia di nuovo qualcosa da dire, dai contenuti, alla forma, all'eleganza, allo stile, personalità di attori/attrici comprese. Anche se superare o eguagliare i citati sarà impossibile.

domenica 9 maggio 2010

Dresda e Lodi, città del fato



Il 10 maggio 1796 una colonna dell'armata francese, comandata da un giovane generale dal nome tipicamente italiano, Napoleone Bonaparte, sferrò l'attacco decisivo contro l'esercito austriaco arroccato a Lodi per respingere il contingente francese che il giorno prima aveva attraversato il Po a Piacenza, invadendo la Lombardia al di qua dell'Adda, allora sotto la dominazione austriaca. Era partito da Parigi sessanta giorni prima, l'11 marzo, appena due giorni dopo il matrimonio con Giuseppina Tascher, vedova Beauharnais, con un contingente di 38.000 uomini mal equipaggiati. La battaglia è storicamente nota come "battaglia al Ponte di Lodi". Nell'azione fulminea di quel giorno Napoleone rivelò in pieno le sue doti di grande stratega tattico. Mandando i suoi all'arrembaggio, i primi dei quali lanciati incontro a morte certa, non lasciò a Beaulieu il benchè minimo tempo per attendere i rinforzi sperati. Nonostante i 12 cannoni austriaci piazzati in difesa sul ponte, i francesi alla fine ebbero la meglio; grazie a coraggio, gagliardia e abnegazione, continuamente richiamati da Napoleone. Lasciarono però sul campo 350 morti. Gli austriaci, invece, dichiararono 153 morti e 1700 prigionieri in mano dei francesi. L'indomani l'Austria abbandonerà Milano. Quella sera del 10 maggio 1796 nasceva il mito di Napoleone, l'imperatore più potente d'Europa.
Come scrisse egli stesso anni dopo "Fu solo alla sera di Lodi, che cominciai a ritenermi un uomo superiore e che nutrii l'ambizione di attuare grandi cose che fino a quel momento avevano trovato posto nella mia mente solo come un sogno fantastico".


Ancor oggi i francesi attribuiscono grande importanza alla Battaglia del Ponte di Lodi , tanto che in numerosi loro comuni vi sono vie o piazze ad essa dedicate; è il caso della "rue du Pont de Lodi nel VI arrondissement di Parigi "; è anche forse il toponimo più diffuso in Francia.


La meta era Milano, da dove, subito dopo la battaglia, era partita una delegazione per andare incontro al generale Bonaparte. Era capeggiata da Francesco Melzi d'Eril, cognato di Pietro Verri; ma è facile supporre che a capo di quella delegazione avrebbe voluto esserci lui, Pietro Verri, che però all'epoca era già un attempato sessantottenne, padre di sette figlie e marito di Vincenza, sorella del capo delegazione.

Pietro Verri aveva combattuto a Dresda, per breve tempo, nel corso della Guerra dei sette anni. Si era arruolato volontario per sfuggire al destino che suo padre, il giureconsulto Gabriele Verri, aveva già deciso per lui; secondo i costumi del tempo, lo voleva magistrato come lui, e sposato con chi aveva scelto lui. Tornato a Milano, dopo la successiva parentesi viennese, i fratelli Pietro e Alessandro Verri avevano fondato l'Accademia dei Pugni per dibattere e approfondire di filosofia, economia e politica.

Erano passati 30 anni, da quel maggio 1766, quando i sette della Società dei Pugni avevano deciso di por fine alla loro esaltante esperienza, e di cessare le pubblicazioni della loro rivista filosofico letteraria, Il Caffè. La pubblicazione era rimasta in vita solamente poco più di due anni: la gente non era allora ancora pronta per recepire le idee "rivoluzionarie" di "quei sette che ragionavano di filosofia, menandosi di pugni alla fine di quasi ogni riunione".

Ma dopo trent'anni, qualcosa di quei concetti era stato assimilato dalla gente; la marcia trionfale di Napoleone verso Milano non sarebbe stata tale senza la scossa che quelle idee avevano comunque prodotto.

Anche se la vera svolta che tutti si aspettavano da Napoleone non fu poi quella attesa (ordini religiosi soppressi, chiese spogliate, opere d'arte mandate in Francia e, in parte, ancor oggi non ancora restituite (*)...), Milano iniziò, nel bene e nel male, una rivoluzione urbanistica, tuttora in corso, che l'ha portata ad essere una delle metropoli più attraenti del mondo. Giova anche ricordare che Milano, sotto Napoleone, era tornata ad essere, dopo 14 secoli (vedere: Milano in età Romana) , la capitale di un forte regno unitario, il Regno d'Italia (1805-1814) che comprendeva regioni e province del nord est e del centro nord.

Altra città fatale per Napoleone, e in tal caso quindi doppiamente fatale, è stata Dresda.

In positivo:

perchè Pietro Verri il suo "spianatore verso Milano", nel 1759, nel corso della Guerra dei Sette Anni, durante la quale, arruolatosi volontario col ruolo di ufficiale nello stato maggiore del generale Daun, aveva conosciuto il britannico Henry Lloyd, un avventuriero che comunque gli aveva instillato i germi per la passione agli studi economici, che poi Verri estese a quelli politici, durante il suo successivo breve soggiorno a Vienna;


in negativo:
per la battaglia che aveva segnato il destino finale di Napoleone.

Nel post Vedute sono menzionate le quattro distruzioni subite da Dresda, città martire.

Tra la guerra dei Sette Anni e la seconda guerra mondiale, che avevano entrambe raso al suolo la città, è da annoverare anche una vittoria di Pirro di Napoleone, conseguita nei dintorni della città. Nel 1813 un suo avanposto, al comando del generale Vandamme sconfisse la coalizione austro-russo-prussiana, ma la sua fu una vittoria effimera. La troppa fretta di avanzare, all'inseguimento dei nemici, gli fece commettere errori di valutazione nella consistenza della loro vera forza. Dopo tre giorni d'inseguimento questi ebbero la meglio nella Battaglia di Kulm. Un mese e mezzo più tardi, Napoleone fu sconfitto a Lipsia. Era il 19 ottobre 1813, iniziava il tramonto del mito napoleonico.

Parafrasando il Poeta "fu vera gloria?..." anche in considerazione del fatto che se Lodi, che gli aveva subito tributato un monumento (anche se da Napoleone stesso fatto erigere), lo distrusse nel 1814? Dal sito ufficiale Città di Lodi, si legge infatti: "...In fondo al corridoio, cortiletto con lapidi, sculture, iscrizioni funerarie dell'antico cimitero ebraico, frammenti del monumento a Napoleone, già in piazza Maggiore (**), abbattuto nel 1814,
probabilmente dopo appresa la notizia dell'esilio di Napoleone all'Elba (ndr).
(**) ora Piazza della Vittoria, dal 1924.
E' lecito supporre che il nuovo nome le sia stato attribuito per la vittoria dell'Italia nella prima guerra mondiale. ma sarebbe altrettanto motivo d'orgoglio, e non di nascondimento per i lodigiani, sapere e ricordare che il mito napoleonico, nel bene e nel male, è nato nella loro città. Io stesso sono stato frequentatore innamorato della loro città, e mi sarebbe bello sapere che Lodi ridedichi un monumento degno di tale nome a una tale grande personalità che, nel bene e nel male, ha tracciato pagine eterne di storia.
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Questo l'itinerario suggerito dal sito Città di Lodi, per raggiungere il Ponte: "Si prende via Indipendenza a sinistra e si giunge a piazza Barzaghi nei pressi dell'attuale ponte sull'Adda (1864). Di fronte alla chiesa di S. Rocco, c'è la lapide commemorativa della battaglia qui combattuta e vinta da Napoleone contro gli austriaci (10 maggio 1796). Il ponte antico in legno fu distrutto nel 1859.
(dal Sito ufficiale Città di Lodi: Itinerario turistico della città )
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(*) Nota: Sulle opere d'arte trafugate dai francesi di Napoleone, trasportate in Francia, e non ancora restituite ai legittimi proprietari, dopo 200 anni, invito gli esperti d'arte di questo blog a scriverne un post dedicato.
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Sopra, dall'alto in basso:
- Il Ponte sull'Adda a Lodi, da Wikipedia.org
- targa commemorativa "10 maggio 1796": foto dell'autore
- Pietro Verri a Brera, foto di Innocenzo Fraccaroli
- Napoleone Bonaparte attraversa le Alpi, dipinto di Jaques-Louis David, da Wikipedia:
- Battaglia del Ponte di Lodi - dipinto di Giuseppe Pietro Bagetti (da Wikipedia)

mercoledì 28 aprile 2010

L'EGITTO DEI FARAONI, MATRICE DI ARTI


L’incontro al Museo Nazionale del Cairo con l’Egitto antico, quello dei faraoni, ti pone davanti a una miriade di statue, teste, cariatidi, sarcofagi, stele, vasi, gioielli, giocattoli e altri oggetti che ti svelano immediatamente il carattere dell’arte e più in generale del manufatto egizio, proponendoti in tutte le soluzioni possibili lo stile, unico e inconfondibile, di ogni creazione fiorita nella valle del Nilo in un tempo tanto lontano da apparirci favoloso. Uno stile che si è perpetuato, senza variazioni apprezzabili, all’incirca dal quarto millennio fin quasi alle soglie dell’era cristiana e che appare senza eguali nel suo genere, semplice e al tempo stesso prezioso, esatto e insieme indefinito, giacché il suo segreto e la sua grandezza consistono appunto in un’acuta rappresentazione della realtà (che, nei volti, non esclude nemmeno la riproduzione precisa dei tratti somatici, minuziosamente camitici ma talvolta tesi addirittura a restituire una sfumatura negroide per sottolineare un influsso di sangue proveniente dalla regione più a sud abitata dai nubiani cuscitici) coniugata in modo misterioso ad una visione intensamente ideale, capace di trasmettere un’impressione di sublime e solenne trascendenza. Ma, al cospetto di quel vasto materiale artistico e storico così lontano da noi si avverte anche qualcosa di sottilmente familiare, non ignaro d’un pizzico di sortilegio, che ti avvisa d’essere penetrato nel ventre materno delle arti e dell’oggettistica dell’Occidente, e non solo dell’Occidente, come se ti trovassi a tu per tu con tutti gli archetipi a cui si sono abbeverati via via gli artisti e gli artigiani delle civiltà successive a quella egiziana, dai sumeri ai greci e su su fino ai nostri giorni. Soprattutto la scultura, con tanti esemplari intagliati nelle materie più diverse, nel granito, nel calcare, nell’arenaria, nell’alabastro, nel legno e nel rame, rappresenta una sorta di rassegna esauriente delle diverse possibilità che da lì in poi l’uomo avrà di rappresentare la figura umana, dalla più banale, come certe figure non più espressive d’una bambola, alla più eccelsa, quali appaiono molte statue a tutto tondo dove l’osservazione della natura e l’euritmia delle forme si equilibrano in modo così perfetto e con una tale maturità di stile da farti sentire di essere, senza possibilità di dubbio, in presenza di uno dei vertici dell’espressività artistica raggiunta dall’uomo. Il museo costituisce insomma un contenitore esauriente della cultura materiale e artistica prodotta dalla civiltà egizia, dove sembra che tutto il popolo egiziano, coi suoi abiti, le sue acconciature, le sue armi, i suoi strumenti e i suoi oggetti sia convenuto per essere restituito magicamente dalla sua remota e solenne eternità all’attonita ammirazione dei nostri occhi di inconsapevoli e tanto lontani discepoli. Lo osserviamo in piedi, seduto, in atto di incedere solennemente; da solo, a gruppi di due, di tre o più individui; in posa rigidamente frontale, col torso nudo e il perizoma pieghettato attorno ai lombi, le spalle quadrate e la vita sottile, le braccia lunghe coi pugni stretti intorno a corti bastoncini e le gambe vigorose sui piedi nudi posati saldamente al suolo; talvolta, se si tratta d’una figura regale, con le braccia incrociate sul petto, stringendo in una mano il pastorale e nell’altra una piccola frusta, col capo sovrastato dalla mitra oppure avvolto nella sacra benda dalle larghe falde cadenti sulle spalle e con la stretta barba a cono, emblema di saggezza, applicata artificialmente al mento. Gli dèi esibiscono un corpo umano e una testa d’animale, come Anubi, il signore dell’oltretomba, col muso di sciacallo eretto severamente sul vigoroso torso maschile, o come Bastet, la dea felina reggitrice degli istinti primordiali, con la testa di gatta innestata su un corpo muliebre imperiosamente sensuale. Gli scribi, numerosissimi, a testimonianza di una civiltà che all’arte della scrittura – e quindi alla memoria del passato – attribuiva una grande importanza, stanno seduti con le ginocchia aperte per accogliere il papiro e con lo stilo in mano pronto alla scrittura, lo sguardo volto con altera condiscendenza verso chi sosta a contemplarli, quasi a sottolineare l’insostituibilità della loro missione.
Spesso le sculture conservano ancora la pittura della pelle, dei capelli e delle vesti stesa nei colori naturali in modo da aumentare l’illusione della vita, giacché tutte queste statue di re, di alti funzionari, di generali e di scribi, ma anche di semplici ancorché abbienti cittadini, avevano uno scopo non già ornamentale ma pratico, eminentemente utilitario: quello di conservare il corpo del defunto riproducendolo sontuosamente in effigie (oltre che, come si sa, mummificandone i resti mortali) per permettergli di continuare a vivere nell’aldilà. Non bisogna dimenticare quest’aspetto quando si considera la scultura dell’antico Egitto, cioè che essa era destinata in gran parte a garantire ai suoi esponenti la vita nell’oltretomba, specie di quelli più eminenti, quali, va da sé, i faraoni, i sacri figli del Sole destinati a ritrovarsi nell’alto del cielo accanto al Padre venerando una volta concluso il proprio numinoso soggiorno sulla terra. Ciò serve intanto a comprendere la ragion d’essere di quelle altrimenti assurde montagne di pietre quali potrebbero apparirci le piramidi, tanto imponenti ma nient’altro che solidi geometrici per essere considerati autentici monumenti dello spirito, ossia opere ascrivibili all’afflato della creazione artistica. Giacché la piramide, nient’altro che una tomba, la dimora sepolcrale del faraone così convinto della propria divina grandezza da desiderarne una eretta con centinaia e centinaia di massi di granito pesanti alcuni milioni di tonnellate, doveva servire a proteggere la mummia del faraone dalla corruzione del tempo e dalla profanazione degli uomini col peso eterno della sua mole grandiosa, ma altresì a propiziarne, attraverso il proprio apice puntato verso l’alto, l’ascesa al cielo onde ricongiungerlo rapidamente alla forza del globo solare da cui era stato generato.
Se lo scultore, in relazione allo scopo a cui era destinata la statuaria umana, veniva designato, in Egitto, come “colui che mantiene in vita”, l’architetto aspirava a una funzione ancora più importante e complessa, che, associandosi a quella dello scultore, forniva anche la dimora per invogliare gli dèi a soggiornare sulla terra accanto agli uomini, favorendo quel connubio tra umanità e divinità, e tra vita di qua e vita di là, che per il popolo egizio, forse più che per altri, qualificava l’esistenza e che spiega la predilezione per le dimensioni colossali, ritenute congrue al concetto di sovrumano, nella costruzione di dimore per la vita di qua, come a Luxor, “la città dei re”, e a Karnak e a Deir-el-Bahari, con i templi simili a immensi recinti caratterizzati da mura e colonne mastodontiche atte ad accogliere esseri appunto smisurati come gli dèi o i faraoni, loro figli e rappresentanti sulla terra; o a Sakkara e a el-Giza con le tombe imponenti per la vita di là, dove il dio defunto poteva intraprendere indisturbato il suo viaggio notturno per risalire alla luce solare.
In questa contiguità con la morte, quasi un vagheggiamento degli inferi intrattenuto dagli egizi continuamente e irresistibilmente, si potrebbe esser tentati di scorgere, come del resto facevano i greci e i romani, e prima di loro gli israeliti (per i quali l’Egitto era Sceòl, il regno dei morti), una possibile causa della mancata apertura sul resto del mondo d’una civiltà che, pur nella sua complessità e raffinatezza di costumi, non smise mai di civettare con l’idea del sonno eterno, certo condizionata in questo dalla limitatezza e labilità del suo mondo, circondato e isolato com’era da un deserto letale e sottoposto agli imprevedibili umori di un fiume-dio che poteva, con la pienezza o scarsità delle sue acque, decretarne la prosperità come l’estinzione, la vita come la morte. Eppure è proprio da quella società così sensibile alla caducità delle cose del mondo da non riuscire a dilatare il proprio orizzonte oltre l’eterno ritorno delle piene del Nilo – suo Nume ma anche suo imperscrutabile tiranno, bizzoso e incostante – che prenderà il via il vitalissimo percorso della cultura classica, a cui il vecchio Egitto aveva preparato il cammino sfrondando ampiamente l’arduo sentiero della civiltà. Quando ci si trova a tu per tu con le vestigia superstiti della cultura faraonica, apparentemente tanto remote e distaccate eppure, come dicevo, così familiari alla nostra sensibilità da farci ravvisare in esse il serbatoio archetipico della nostra memoria culturale, non possiamo nutrire dubbio alcuno sul ruolo di matrice ch’essa ha rivestito per tutti noi, in particolare per quella civiltà greca su cui si forgerà la coscienza luminosa dell’Occidente. Il debito della Grecia con l’Egitto apparirà manifesto, anzi irrefutabile a chiunque abbia avuto modo di esaminare la scultura ellenica delle origini, in particolare certe figure di kouros conservate in diversi musei greci, per il criterio strutturale della composizione rigorosamente geometrico e per la rigida frontalità della visuale; così come risulterà incontestabile la derivazione degli edifici greci da quelli faraonici – pur, questi ultimi, tanto più imponenti e concettualmente “sovrannaturali” – per l’uso al tempo stesso strutturale e ornamentale, ad esempio, delle colonne, fascinose unità architettoniche nate probabilmente proprio in Egitto e ideativamente derivate quasi certamente dai pali usati per innalzare e reggere la tenda dell’esistenza nomade, allorché l’uomo cominciò a costruire edifici permanenti ove trovare fissa dimora per sé e per i propri dèi dopo aver abbandonato la vita incerta ed errante del cacciatore-raccoglitore per quella stabile e più sicura dell’agricoltore. Così dovette accadere ai primi egiziani che decisero di prendere dimora definitiva presso il fiume che chiamarono Nilo, ravvisando in esso una fonte da cui trarre in permanenza il proprio sostentamento.

Dionisio

mercoledì 21 aprile 2010

La semplice arte della conversazione e chi cerca di ucciderla

Mi fu consigliato il libro di Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione. Scopo principale di questo volume è cercare di comprendere che non solo l'ozio non è il padre dei vizi, ma quando la gente aveva  tempo per bighellonare nacquero salotti, spazi privatissimi, dentro le case, il cui strumento basilare era la parola: la parola scambiata a voce, scritta nei diari, nelle memorie e in qualche romanzo, ma molto anche attraverso biglietti e lettere, scambi a metà tra il parlare e lo scrivere, usata come le generazioni odierne hanno usato il telefono e adesso la rete.



Più tardi arrivarono i caffé, ritrovi, piazze, giardini in cui ci si riuniva per parlare, per ritrovarsi e scambiarsi delle opinioni. E molte delle idee che si svilupparono nella nostra civiltà presero spunto da questi luoghi. Cosa c'è di più bello che conversare, passare del buon tempo scambiandosi delle opinioni con amici simpatici, senza prevaricarsi l'un l'altro e darsi sulla voce, come invece si vede fare stolidamente in tv? Eppure sembra che questa semplice arte che risale a quando è comparso l'uomo sulla faccia della terra, oggi sia costantemente messa in crisi da una serie di nuovi killer ammazza-conversazione:

  • la tv che coi talk show e i salotti politici imita le conversazioni dal vivo in versione esasperata e urlata per aumentare l'audience

  • i cellulari che quando si è con amici simpatici, si mettono a squillare proprio sul più bello di una conversazione interrompendola e frammentandola con sonerie e loghi. Inoltre hanno abolito la barriera della riservatezza.  

  • internet con le sua chat, i suoi social network, le sue community e i suoi forum che creano un falso rapporto di contiguità, di aggregazione fasulla e di interazione virtuale: insomma la fredda estetica della simulazione di quel che era fino a poco tempo fa, una normale chiacchierata "dal vivo".

  • un diverso riassetto urbanistico e la smodata urbanizzazione caotica delle città, che ha tolto o marginalizzato i più classici luoghi di incontro del nostro Paese.


  • non ultimo, la vita frenetica che conduciamo e l'aver ridotto i rapporti interpersonali a relazioni utilitaristiche, legate al lavoro. Pertanto, l'uomo moderno, finito il proprio lavoro, si ritrova nella condizione di monade isolata. Un caso tipico è dato dal periodo del pensionamento col sentirsi isolato dalle conoscenze che durante il tempo lavorativo facevano da riempitivo (ancorché surrettizio) all'esistenza.

Il modello di conversazione veicolato dai cosiddetti main streams è aggressivo, narcisista e crea un individuo ansioso e smanioso di mettersi solipsisticamente in mostra, del tutto incapace all'ascolto e al vero scambio di idee. Senza risalire alla Francia del '600 e '700 dell'Ancien Régime del libro della Craveri, ai diari, a i billets doux e ai bons mots, anche in epoche relativamente più vicine alle nostra esistevano ritrovi, luoghi, piazze dove, senza bisogno per gli individui, di attaccarsi al telefono prenotando l'incontro tra amici con qualche settimana di anticipo (perfino mesi, a volte) , era possibile incontrarsi.

I caffè letterari, sebbene frequentati da particolari élites, erano spazi in un certo senso "stanziali" e "fissi", opportunamente arredati per ospitare persone aventi il privilegio di avere molto tempo a propria disposizione per parlare. All'Accademia dei Pugni, nacque il Caffé dei Verri; a Trieste il mitico caffé degli Specchi (foto in bianco e nero, in alto al centro)  fu frequentato da Svevo e da Joyce. Poi i caffé letterari di Torino (il Baratti),  Firenze, di Venezia e del suo Florian, Cipriani e Harry's Bar. Roma era soprattutto nota  per le sue conviviali trattorie e ritrovi tipici per artisti in Via Margutta.  Impossibile stabilire una mappa dei caffé e ritrovi italiani legati alle lettere, alla musica e alle arti. Ma anche quali semplici luoghi di incontri.

Il Café de Flore a Parigi (St. Germain des Prés) venne frequentato dal gruppo esistenzialista di Sartre, Camus, Simone de Beauvoir, Juliette Gréco. E anche la Closerie des Lilas di Montparnasse, aperto nel 1847 divenne famoso sul finire del XIX secolo come luogo di incontro di artisti come Emile Zola, Cézanne, Théophile Gautier, Charles Baudelaire e i fratelli Jules ed Edmond de Goncourt .



La Closerie divenne leggendaria per aver accolto l'intellighenzia americana: Hemingway, Fitzgerald, Miller… Altri artisti che frequentavano questo locale erano: Amedeo Modigliani, André Breton, ancora Pablo Picasso, Jean-Paul Sartre, André Gide, Oscar Wilde, Samuel Beckett, Man Ray, Ezra Pound.  A Londra ad Hyde Park si mantiene ancor oggi il rito dello Speech Corner (foto piccola a sinistra) che ha origini antichissime e che è parte integrante della cultura britannica così attenta al freedom of Speech, anche nelle sue leggi.



Da questi esempi alti ed élitari, vorrei passare però, ad esempi di costume e stili di vita alla portata di chiunque. Il nostro è il paese del borgo, delle antiche corti e cortili e broletti, delle piazze, piazzuole e piazzette italiane, dei fatidici muretti e dobbiamo far rivivere il tutto. E' bello vedere dei capannelli di persone che si incontrano e stanno conversando insieme, in luogo dei poveri alienati smarriti in centri commerciali, outlet e "non luoghi", sotto le note di una musicaccia assordante, quasi  che gli uomini siano oggetti tra gli oggetti e  tra le merci.

Quando d'estate torno al mio paese alcuni antichi stili di vita riaffiorano alla mia memoria. C'era (e c'è ancora, per fortuna) una piccola cappella su per una mulattiera di mare, con una piazzetta dove le donne la sera (complice la bella stagione) si portano l'uncinetto o il ricamo chiacchierando amabilmente all'aperto sedute sulla lunga  panchina di pietra del sagrato mentre i bambini giocano allegramente intorno.

Durante il giorno gli uomini si mettono a trafficare intorno alle loro barche e mentre ne curano la manutenzione raschiando la vecchia vernice, restaurando le ordinate di legno e i pagliuoli con l'aiuto di qualche bravo maestro d'ascia, si crea intorno un capannello di amici che chiedono e danno consigli e si scambiano piccole tecniche di lavoro artigianale. Nel corso di questo tempo estremamamente dilatato, parlano di ciò che fanno e non di ciò che dicono i giornali, la tv, o i media sempre più intrusivi nelle nostre vite, fino a farne divenire vite inautentiche e "copiate". Ecco, questa è quella che io chiamo la "semplice arte della conversazione", senza null'altro scopo che saper stare in mezzo agli altri. Per imparare e per trasmettere, quello che i nostri mezzi di comunicazione di massa ci impediscono di fare. Poiché inutile negare che troppa comunicazione, nessuna comunicazione.

Hesperia

mercoledì 14 aprile 2010

Andiamo al MAR

Dal 28 febbraio fino al 6 giugno 2010, al Mar ,
Museo d’Arte Città di Ravenna, ha luogo la mostra
“I Preraffaelliti e il Sogno italiano. Da Beato Angelico a Perugino,
da Rossetti a Burne-Jones”
a cura di
Colin Harrison, Christopher Newall, Claudio Spadoni (catalogo Silvana Editoriale),
promossa dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura, Museo d’Arte della città, Ashmolean Museum di Oxford col sostegno Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, (dal 15 settembre al 5 dicembre 2010 presso l'Ashmolean Museum di Oxford).

Il progetto (1° sull’argomento in Italia) indaga il modello artistico e culturale italiano nel movimento Preraffaellita. Nasce in Inghilterra nella 2° metà dell’800, per un’arte vicina alla natura, apparentemente semplice, traendo ispirazione dai pittori prima di Raffaello.
Alcune costanti dei dipinti preraffaelliti: la scelta di colori vibranti, la semplificazione dei temi, un’espressività e concettualità ‘concentrate’ tipiche delle pitture dei tempi più antichi.
Ad influire sul movimento furono aspetti vari: l‘Italia e l’idealizzazione di una fase della nostra arte; il paesaggio italiano spesso mitizzato, la rappresentazione di figure letterarie
e le nostre arti visive fecero innamorare il gruppo di giovani artisti inglesi.
Il loro intento non fu solo citazionismo del passato, ma anche una proposta “d’avanguardia” contro l’accademismo sterile e le convenzioni delle arti inglesi dell’epoca,
per realizzare opere emotive, soggettive, personali, più sincere. (1)



(Dante Gabriel Rossetti "Dantis Amor")

I tratti definiti e pienamente composti delle immagini preraffaellite, quanto la scelta di luci spesso fredde ma diverse dalla luce 'accademica', il decorativismo accentuato, sono lontani anche dalle sperimentazioni di frammentazione e parcellizzazione del visibile dell’Impressionismo. Nonostante la connotazione più che tradizionale dei loro quadri, il loro stile fece scalpore all’epoca.

Negli anni in cui l'industrializzazione inglese esplode nell'Esposizione Universale di Londra (1851), si odono le prime critiche al sistema economico-sociale vittoriano.
Lo scrittore e critico d'arte John Ruskin (1819-1900) è in forte polemica con l'architettura industriale antiestetica, e un gruppo di studenti della Royal Academy prende il nome di "Confraternita dei Preraffaelliti" nel 1848:
William Hunt (1827-1910) di cui si ricorda "The Light of the World",
John Everett Millais (1829-96) autore della famosa Ofelia,
Edward Coley Burne-Jones (1833-98) autore della
Rinascimentale e Botticcelliana Scala D'Oro,
e il poeta pittore Dante Gabriel Rossetti (1828-82) la cui ispirazione è spesso dovuta a Dante
come negli acquerelli a illustrazione della Commedia, a temi biblici e non solo
(Autore della famosa Ecce Ancilla Domini quanto di Astarte Siriaca). (2)




(Dante Gabriel Rossetti "Dante che disegna un Angelo nel 1° Anniversario della morte di Beatrice")

Il Medioevo anche italiano cui si sentivano vicini comprendeva tradizioni patrie, Dante, Dolce Stil Novo, ingenuità primitiva: una dimensione in cui arte e artigianato erano vicini, in cui natura e cultura erano ancora alleati, un'epoca in cui non si fosse ancora frantumata l'unitarietà della percezione del mondo.
In pratica, il movimento Preraffaellita può essere interpretato anche come una delle ultime rivolte "against the modern world" incombente.
Ruskin condivide con il gruppo il disagio per la civiltà dell'industrializzazione selvaggia, critica il prevalere delle macchine e dell'automatizzazione su grande scala, nemiche di individualità e creatività.
Nel 1846 nel II Voll. "Modern Painters" Ruskin afferma che le bellezze naturali sono doni divini, e compito dell'arte è valorizzare il patrimonio religioso e spirituale della società.
Per la Confraternita e Ruskin il modello è il Medioevo inteso come età dell'oro della spontaneità, in cui il sentimento poteva ancora diventare protagonista della creazione d'arte (e non le convenzioni).
Questa chiave di lettura (scadimento di valori nel presente e nostalgia del medioevo come età autentica) erano già sentiti nella civiltà inglese: Walter Scott, William Blake.
Ma Ruskin crede nel vigore creativo dell'arte del presente come rimedio alla fine dei valori delle convenzioni vittoriane. I Preraffaelliti giungono anche a rifiutare l'arte Rinascimentale classica, specie Raffaello e i successivi grandi, che considerano già affetti da formalismo e accademismo (altra convenzione) diversamente dal medievalismo precedente più spontaneo.
Rossetti imposta anche le raffigurazioni sacre con attenzione al vero e al quotidiano, ma con l'andare degli anni il realismo dei particolari della sua pittura si sposa comunque ad atmosfere oniriche, sospese, oleografiche e un po' irreali, anche se affascinanti.
Lo studio insisitito dell'accostamento dei colori, del dettaglio più che realistico magari in figurazioni letterarie-mitologiche altrimenti sognanti, sottolinea alla fine l'irrealtà e aggiunge preziosismo che sfocia in alcuni casi in estetismo puro, preludio a simboli di movimenti e stili futuri.



(Burne-Jones "Musica")

La mostra segue più percorsi: l’affezione dei Preraffaelliti per l’arte italiana è rappresentata da opere di Beato Angelico, Perugino e altri pittori italiani dell'epoca, caratterizzati da rappresentazione del paesaggio storico e naturalistico italiano, in stile antiaccademico e amorevolmente spontaneo.
Il momento ultimo dei Preraffaelliti in Italia è nei lavori di Burne-Jones verso il 1880 nella Chiesa Episcopale di San Paolo entro le mura a Roma : la mostra comprende i disegni preparatori dei suoi mosaici.
Presenti anche i lavori della Scuola Etrusca, artisti seguaci del pittore Giovanni Costa.
L'itinerario distingue anche “Soggetti tratti dalla storia e letteratura italiane” ed “Estetismo, ispirazione Rinascimentale” (all'epoca dei Preraffaelliti il Quattrocento era ancora inteso nella storiografia come ascrivibile al Medioevo). L’ispirazione rinascimentale influenza la raffigurazione idealizzata della donna preraffaellita: la donna talvolta è mostrata come Angelo/Beata Beatrix Dantesca, in altri casi come bellezza magica/arcana tentatrice.

Accanto ai Preraffaelliti classici, va ricordato per i contatti che ebbe con i suddetti William Morris: a partire dalla sua idea di Medioevo ideale, la cattedrale con i suoi cantieri, come la bottega dell'artigiano di pregio, rappresentavano il modello opposto alla moderna 'fabbrica': con il suo neomedievalismo anti-industriale si battè contro l'estinzione dell'artigianato d'arte e per un'architettura di integrazione con l'ambiente e la storia, nel suo progetto delle Arts and Crafts.



(Il Giardino incantato di Messer Ansaldo, di Marie Stillman, dal Decameron di Boccaccio,
Giornata X Novella V)


Alcune delle opere esposte

(1)alcuni concetti sono stati liberamente rielaborati dalla presentazione della mostra;
(2) altri liberamente da 'Arte nel tempo' di De Vecchi-Cerchiari, Bompiani; 'Storia dell'Arte Italiana' Bertelli, Briganti, Giuliano, Electa, Mondadori