domenica 16 ottobre 2011

La breve ma intensa meteora di Boris Vian


Quando si parla di Boris Vian e della sua breve ma intensa meteora, non si può ignorare la difficoltà di trovarsi davanti un poliedro dalle troppe facce, poiché dalla matematica, alla narrativa, dal teatro alla poesia dalla musica alla regia e all'impresariato, Vian si è proiettato lungo le direzioni più bizzarre, con un gusto della novità che sempre diventava una febbre. E alle prese con un fenomeno del genere, era fatale che gli stessi interpreti più volenterosi, fossero costantemente esposti al rischio di confondere nella sua dimensione operativa il superfluo con i motivi profondi ed essenziali. Si aggiunga il gusto della beffa che l'induceva ad abusare della sua vena creativa per allontanare il fantasma inquietante che ogni tanto si affacciava nella sua fantasia lanciandolo in avventure mozzafiato: Vian era malato di cuore sin dalla nascita e visse tutta la vita con la consapevolezza che la morte potesse arrivare da un momento all'altro. Un destino da poeta maledetto, ma è un destino sempre rifiutato in cui il dramma finisce sempre con un sorriso, una burla, una beffa. Beffa che Vian cerca di istituzionalizzare con un certificato dove c'era scritto "Membro d'onore dell'Accademia di Patafisica", in omaggio ad Alfred Jarry. La Patafisica per quest'ultimo era una parodia della Scienza.
Nato casualmente il 10 marzo 1920 a Ville d'Avray sulla porta di una clinica ostetrica che era chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite, nacque piuttosto con la camicia. A scuola “va benino ma neppure benissimo”, prende il diploma superiore con una votazione media, ma decide di iscriversi alla scuola superiore per le arti e i mestieri che in realtà equivale alla nostra facoltà di ingegneria meccanica, ed è così che si reca poco più che diciottenne a Parigi, dove in poco tempo esplodono tutti i suoi vari talenti: in tutte le cose in cui Vian si tuffa con tutto sé stesso, riesce ad ottenere un successo strabiliante.
Nel 1938 cominciò a studiare la trombetta a rosolio, “raggiungendo immediatamente il livello di Luis Armstrong, ma la abbandonò subito per non privare il poveretto della pagnotta”, avvantaggiato dai soliti pregiudizi razziali. Assieme al fratello Alain che suona che suona in una banda di jazz piuttosto importante, inizia ad occuparsi della programmazione musicale del Tabou, un locale notturno di St. Germain dove si suona ovviamente musica jazz e dove Vian inventa spettacoli di cabaret, serate a tema e ben presto diventa un punto di incontro di diversi esponenti dell'esistenzialismo francese e degli intellettuali bohémiens dell'epoca. Su questo periodo intenso e frenetico scrive un libro che verrà pubblicato postumo "Manuale di St. Germain des Près", dove lui e la sua tromba che chiamerà scherzosamente "Trompinette" (in francese tromper significa ingannare)  sono i numi tutelari.
L'incontro tra il filosofo e la “locomotiva dei divertimenti di Saint-Germain” ebbe luogo nella primavera del 1946.
Boris Vian viene presentato a Simone de Beauvoir il 12 marzo assieme alla moglie Michelle, mentre Sartre è in America: trova che Boris si ascolta, è una persona interessante e in più coltiva con troppa compiacenza i paradossi; al mattino Simone, parla già di amicizia eterna.
Quando Sartre ritorna, considera Boris enigmatico mentre la moglie Michelle di una bellezza così evidente che ne diventerà l'amante. Da allora Vian, trascina tutti i suoi amici a coagularsi attorno a Sartre nelle notti di Saint-Germain, divenendo il “monaco sulfureo del Jazz e Saint-Germain des-Prés è il suo profeta” recita una poesia di Prevért dedicata a Boris Vian.
L'Esistenzialismo delle “ caves ” nella sua essenza, era una sorta di deformazione selvaggia dei costumi primitivi estratti dalla ganga millenaria in cui essi sonnecchiavano fino all'avvenimento del Tabou, che li liberò per un uso privato e fu superato dagli avvenimenti.
Boris Vian e la sua trompinette
Il Tabou diventa il regno di Vian e del jazz , e la più celebre delle “ caves ” di Saint-Germain che meglio si adattava, alla nuova filosofia alla moda. Diventa il luogo dove festeggiare i riti dionisiaci dell'euforia della Liberazione dalla guerra con vino, danze, amore e Coca-Cola, una bevanda allora rara e clandestina.
Fu proprio l'amicizia tra Vian e Sartre a trasformare la Rive Gauche in Saint-Germain , conferendo al quartiere dell'intelligenza l'aspetto dei continuati baccanali della Liberazione.
Saint-Germani des Prés a volo d'uccello, era un posto come tutti gli altri, qualche albero e dei davanzali dove le zitelle e gli innamorati disponevano le briciole dell'ultimo pasto. Era un posto in cui, se i primi cristiani si limitavano a cantare le lodi del Signore, a Saint-Germain des Prés invece le si danzavano.
Pur diventandone amico, Vian si prende beffe di Sartre e de Beauvoir, dei loro atteggiamenti e degli esistenzialisti: fu proprio la coppia di filosofi ad ispirargli “ La schiuma dei giorni ” il romanzo che ancora oggi viene considerato come il suo capolavoro, scritto tra il 1944 e il 1945. È un romanzo carico di surrealismo, con una gioia di vivere e di musica, che traboccano e vengon fuori sin dalla breve premessa in cui Vian enuncia una sorta di dettame estetico ed esistenziale nel quale afferma che “l'essenziale nella vita è dare giudizi a priori su tutto, poiché sembra che le masse stiano sempre dalla parte del torto, mentre gli individui hanno sempre ragione”.
Boris Vian e Juliette Gréco ai tempi del Tabou
È un romanzo dolce e pirotecnico colmo di invenzioni che fanno ridere e piangere, ma allo stesso tempo è una feroce denuncia del conformismo dell'epoca. Il più "arrachecoeurant" (letteralmente: strappacuorente) di tutti i romanzi" lo definirà Queneau.
La storia parte da questa Parigi in cui Vian si muove con gran disinvoltura, una Parigi magica e che contribuisce a far sentire tale.
Protagonista del romanzo è Colin, un giovane riccastro colto e annoiato, innamorato perdutamente di una ragazza tenera di nome Chloé e con un amico Chick, a cui presta un pozzo di soldi o meglio di dobloncioni per collezionare tutte le opere del filosofo Jean Sol Partre.
Ma La schiuma dei giorni (L'Ecume des jours) anche se sostenuto da Raymond Queneau che lo candida al prestigioso premio della Pleiade non si rivelò un successo come da Vian sperato, e non riuscì a vendere più di 1500 copie.
A pochi mesi dall'uscita de La schiuma dei giorni, si presenta a Vian la sua grande occasione: incontra Jean d'Hallouin un piccolo editore tutt'altro che ricco, titolare dell'Edition du Scorpion, il quale gli parla del suo ambiziosissimo progetto: metter su una collana dedicata alla letteratura noir americana che in Francia aveva ottenuto un enorme successo, ma il problema è che non sa come fare per pagare i diritti di quei grandi autori. Del resto Vian fu egregio traduttore di Raymond Chandler.
Vian propone di scrivergli lui stesso, in soli quindici giorni un libro scabroso, dalle tinte forti e in più gli promette che sarebbe stato migliore di un vero romanzo americano.
Gli venne la brillante idea di inventarsi un falso nome e di travestirsi in uno scrittore di noir americano: nacque Vernon Sullivan scrittore negro censurato in America a causa del razzismo e della violenza hard boiled ed il romanzo “ Sputerò sulle vostre tombe ” (J'irai cracher sur vos tombes) , – un libro che si legge tutto d'un fiato e che coniuga molto bene la critica sociale alle mode e costumi del tempo – che ha come protagonista Lee Anderson “un negro dalla pelle bianca” che vuol vendicare l'assassinio del fratello, ebbe un successo clamoroso e suscitò enorme scandalo poiché presentava una trama con una miscela esplosiva fatta di auto veloci, alcol fino alla nausea, sesso facile senza limiti e musica di chitarre, una musica giunta alle soglie del rock . Per dirla alla Vian, “la storia è interamente vera, perché l'ho immaginata dall'inizio alla fine”.
Nel giro di pochi giorni Sputerò sulle vostre tombe divenne un best seller ma il sorriso sul volto del nuovo talento non durò per molto perché il romanzo venne censurato e Vian condannato per offesa alla morale. Venne distrutto dalla critica per essersi rifugiato dietro lo pseudonimo di Vernon Sullivan, critica che non aveva esitato a formulare paragoni con la violenza di Henry Miller e a identificare gli esistenzialisti – speculando sulla narrativa erotica – come persone perverse e il sesso come epigono del credo esistenzialista, coprendo di ridicolo il movimento che tante fatiche aveva fatto.
Il romanzo nonostante gli entusiasmi, mosse le acque torbide dello scandalo e un certo Daniel Parker iniziò una crociata morale contro, azionando la rugginosa macchina della giustizia, che a quattro anni dall'apparizione del romanzo ritenuto veicolo di arditezza pornografica, condannò l'autore in maschera di traduttore e l'editore Jean d'Halluin a centomila franchi di multa.
Vian affrontò la giustizia degli umani e accettò il tutto con la sua solita ironia, si divertì anche a sottolineare la banalità di certe critiche che contro, gli erano state mosse. La critica militante, da allora manifestò nei suoi confronti un'attenzione distratta vicina al rigore punitivo, ma Vian restò abilmente nell'ombra così da poter sfruttare “il privilegio di non esser preso sul serio”.
Nel frattempo, era divenuto Satrapo del collegio di Patafisica , la scienza delle soluzioni immaginarie, una farneticazione di Alfred Jarry secondo il quale, basta una piroetta verbale, perché il paesaggio cambi improvvisamente e ci si trovi in tutt'altra terra. Secondo Vian “ la Patafisica spiega il rifiuto di ciò che è serio e di ciò che non lo è perché per essa sono esattamente la stessa cosa”. Boris Vian prenderà da questo serissimo divertimento che è la Patafisica i tratti salienti, le sembianze e il genio del primo patafisico per vocazione e autonoma decisione, il dottor Faustroll, alias Alfred Jarry, e proprio Jarry diventa il metro di paragone per comprendere il “rigore dell'assurdo” di Vian.
Scrisse nel 1951 Lo strappacuore (L'Arrachecoeur) a cui aveva dedicato quattro anni, un romanzo diverso, difficile, raffinato ma a causa dello snobismo nei suoi confronti da parte della critica, non vendette molto. La trama del romanzo spiega, è la storia di un amore materno spinto all'eccesso. È il modo tutto personale di Vian, di fare i conti con il suo passato, nel quale vorrebbe sbarazzarsi di un'infanzia oppressa da una madre asfissiante. E a lui parlare di queste cose fa molto bene: gli consente altresì di fare il punto sulle proprie idee in materia di educazione. Sapeva che si trattava di un testo difficile e che lo sfondo potesse sembrare “costruito”, ma tiene a sottolineare di come sia buffo delle volte, che quando si scrivono fandonie si è credibili, mentre quando si fa sul serio, la gente pensa che la si stia prendendo in giro.
Subito dopo decide di smettere di scrivere ma non prima di aver dato alla luce capolavori come Le formiche il più termitante fra i racconti di guerra e Autunno a Pechino . Di libri ne scrive 10 in tutto.
Da quel momento si getta a capofitto sulle canzoni e ne diviene autore-compositore e cantante,  e sull'attività musicale in genere.
Diventa direttore della compagnia filarmonica Philips, della Fontana e della Barclay, si occupa della colonna sonora di diversi film di successo e collabora alle riviste musicali più importanti come Jazz Hot. Cede poi i diritti cinematografici di Sputerò sulle vostre tombe , ma gli viene negata la possibilità di scrivere lui stesso la sceneggiatura del film.
In Italia molti scoprono l'esistenza di Boris Vian con notevole ritardo, grazie ad una canzone cantata da Ivano Fossati, Il disertore, (Le Déserteur) una canzone che mette i brividi ogni volta che la si ascolta e che riesce a raccontare con semplicità l'orrore della guerra e il punto di vista razionale di lui,   contro la sua irrazionalità.
La scrisse durante la guerra francese in Algeria, e fu ovviamente censurata provocandogli non pochi problemi: il nome di Boris Vian ancora una volta fa scandalo.  La copertina del disco riportava il divieto di trasmissione; successivamente fu anche interpretata da Joan Baez, ma diventa una versione melensa e "pacifista"; meglio quella dell'autore, assai più graffiante. Ma non fu l'unica canzone. Amava scherzare con le parole, e abbandonarsi a calembours e a giochi allitterativi, insieme all'amico Queneau, autore di "Zazie dans le métro". Ecco dunque la graziosa  e divertente "J'suis snob", nella quale dice che da morto vuole essere vestito da Dior.
L'epilogo della sua vita, tra una burla e l'altra, ha un risvolto  simile a quello di  Mercuzio, il giocherellone di Romeo e Giulietta di Shakespeare  che muore scherzando.
Muore la mattina in cui viene proiettata l'anteprima di Sputerò sulle vostre tombe , stroncato da un attacco cardiaco il 23 giugno 1959 all'età di 39 anni. Stando alle indiscrezioni, Vian era indeciso se far apparire sugli schermi il suo nome, e per questo motivo aveva chiesto di vederlo. Enorme sarà stata la sofferenza patita nei minuti in cui ha visto il suo discusso romanzo tradotto in immagini non aderenti al suo pensiero e tagliuzzato dalla censura. Quel suo libro, gli aveva spalancato la porta della sua vita pubblica ed è stato lo stesso che bruscamente gliel'ha richiusa. Dell'America, Boris ebbe una visione romantica e letteraria (importò in Francia molta della letteratura pulp) e quando i produttori americani del suo film censurarono spietatamente numerose scene ebbe a chiedersi "Ma questi tizi sarebbero Americani?".

Vian ebbe una vita frenetica e movimentata, ma per dirla con le sue parole, "sarebbe pronto a ricominciare".

Autopresentazione di Boris Vian (a cura del medesimo)
Hesperia

venerdì 7 ottobre 2011

Denaro E Bellezza. I Banchieri, Botticelli e il Rogo delle Vanità.



Si tiene a Firenze, a Palazzo Strozzi, una mostra di notevole interesse, (cfr.titolo),
indirettamente e curiosamente vicina a temi incandescenti di questo periodo nei nostri blog e nell'attualità.  
(Nella foto sopra, Jean Provost, "L'avaro e la morte" 1505-1515)
Aperta dal 17 settembre fino al 22 gennaio 2012, nasce da un'idea di James M. Bradburne, curata da Ludovica Sebregondi e Tim Parks.
Dal punto di vista dell'offerta di opere di pregio, c'è stato un notevole lavoro di organizzazione con tele di Botticelli, Beato Angelico, Piero del Pollaiolo, Della Robbia, Lorenzo di Credi, alcuni fiamminghi, da tutto il mondo.
In pratica, i maggiori esponenti del Rinascimento paiono narrare, attraverso un itinerario per immagini, il fiorire del sistema bancario in analogia alla loro epoca. La mostra intende anche connettere le vicende economiche e i fatti dell'arte ai mutamenti filosofici, religiosi e politici.


(Botticelli, "la Calunnia", 1497)

L'esposizione narra alcune tappe della storia del sistema bancario, approfondendo aspetti di vita ed economia europea dal Medioevo al Rinascimento. Documentate anche alcune vicende delle famiglie che ebbero il controllo del sistema bancario d'allora, nel conflitto molto avvertito in quell'epoca tra valori spirituali ed economici.

(Marinus Van Reymerswaele, "Gli Usurai" 1540)

Pur all'interno della corretta storicizzazione, nascono alcune osservazioni.
Si tratta di un'antica questione: ovviamente le banche perseguono un utile, terreno, materiale, speculativo, mundano.
Il mondo cristiano invece, cattolico in particolare, avverte, e molto di più avvertiva come peccato il prestito con interesse, la speculazione e ovviamente l'usura (inutile persino dirlo, l'episodio presente in tutti e 4 i Vangeli, con la cacciata dei mercanti e dei cambiavalute dal tempio, e numerosi altri punti);
parte del mondo protestante e calvinista classico, anglosassone specialmente, ha una visione differente dei capitali, interpretati come benedizione divina di cui godere appieno: c'è sicuramente anche questo nel cristianesimo, tutto dipende dall'equilibrio degli aspetti e dall'etica dell'uso dei beni, ma ad un certo punto l'attenzione al "Regno qui e adesso" conduce all'eresia statunitense del "vangelo della Prosperità": qui la maniera di considerare il conflitto tra utile ed etica spirituale allora è molto differente e ...brillantemente risolto.
Ciò non toglie che in filigrana a queste apparentemente minime differenze, questa diversità d'approccio ha invece segnato con stili di vita e scelte valoriali nettamente divergenti il mondo cattolico postlatino e il mondo calvinista anglosassone d'allora e di oggi, nazioni se non continenti, al di là delle forme oggi imperanti ovunque, dovute alla globalizzazione di modelli non nostri che tendono a uniformare tutto il globo.

(Botticelli, Madonna col Bambino e san Giovannino, 1500)

In un certo modo, il mito del mecenatismo d'arte sotteso comunque alla mostra, compare legato alla disponibilità stessa dei banchieri, che finanziarono proprio le scelte d'arte e investimento delle case regnanti:
la mostra pare un po' suggerire che fu questa convergenza, tra famiglie di potere/regnanti e banchieri, a rendere possibile finanziare i più importanti artisti rinascimentali.
Come a dire, senza le banche (strutturate però come a quel tempo) non avreste avuto il Rinascimento.
Indubbiamente la prosperità concreta aiuta ad investire nel Bello e a circondarsi di preziosi,
non sono però di questa opinione data la complessità anche teorica e ideologica dell'Umanesimo e Rinascimento, che non sono il mero frutto delle banche, e mi pare che giungere a questa conclusione meccanicamente sia una forzatura.

(Marinus Von Reymerswaele, "Il cambiavalute e sua moglie", 1540)

A mio avviso comunque molto ben pensata e organizzata, in cerca di una storicizzazione efficace intorno ad alcuni eventi, non posso personalmente fare a meno di pensare che ci sia nella mostra (sarà una malizia mia, chiedo venia) come un tentativo sotterraneo di "elevazione" della fama attuale delle banche, connettendole adesso proprio all'arte che amiamo di più,
come nel desiderio di recuperare consenso e allure presso il grande pubblico, in una fase storica come l'attuale di crisi e inaffidabilità,
in cui l'immaginario odierno non vede poi tutta questa artisticità e umanesimo nelle banche di oggi, quanto piuttosto
l'inquietudine dinanzi alla turbofinanza, agli hedge funds, ai prodotti finanziari "derivati", ad alcune scelte della BCE, alla scandalosa finanza americana, ai crolli dei più vari istituti di credito che devono poi essere salvati in extremis ricapitalizzandoli con il denaro degli Stati quindi dei cittadini, al declino del dollaro e dell'euro ormai monete irreali, alla scomparsa delle banche nazionali e della zecca per aprirsi a banche private eppure "centrali", alle pressioni dei poteri forti e della finanza internazionale sulle scelte degli Stati, in una società che ha fatto mercato anche della dignità dei cittadini.

Nel forte contrasto con il presente, sempre la malizia sicuramente mi suggerisce che ci sia un desiderio di ricerca di fiducia da parte dei banchieri, inserendo proprio lì l'istituzione banca, finanziatrice di arte e bellezza, in un tranquillizzante mitico passato dorato che sappiamo, tra le virtù di un tempo, per parere appartenerci di più e approssimarsi a noi attraverso l'arte.

(Fiorino d'oro III serie 1252-1303)

Ma proprio a questo punto, per chi volesse fare improponibili paragoni col presente, giova ricordare che il concreto successo fiorentino d'allora, il surplus e l'unicità di quel tempo, fu concretamente simboleggiato dal fiorino d'oro, moneta - segno e sostanza di ricchezza reale, di una terra effettiva e di ben definita identità, con economia vera.

Allora, nella realtà come nella filosofia del tempo, ancora la res corrispondeva ai signa.
Questa è una delle sottaciute chiavi di lettura possibili e insieme chiave di volta della mostra.
Oggi abbiamo "monete" che sono signum, inteso come parvenza stampigliata di qualcosa, ma poi non c'è la res, la sostanza, la cosa in sè.
Questa è la prima differenza che deve obbligatoriamente saltare agli occhi, se usciti dalla mostra vogliamo proprio domandarci come siamo finiti nella situazione d'oggi.

Invece fu proprio la realtà sostanziale del fiorino d'oro, moneta vera dell'economia vera della Firenze d'allora, che segnò gli scambi commerciali in tutto il mondo, a simboleggiare il fatto che da una moneta reale, espressione di una terra reale, nacque una civiltà reale, diversamente da oggi.

Da una moneta finta o virtuale invece...
Fate dunque i vostri debiti conti.

(strumenti di misura, bilancia per oro e pietre preziose)

La mostra propone anche dettagliate raffigurazioni del mestiere del banchiere (per lo più di artisti fiamminghi) di valore documentario notevole, per testimoniare il periodo in cui Firenze era la riconosciuta capitale finanziaria del mondo.
L'esposizione documenta quindi anche il potere fiorentino in Europa, e i meccanismi economici che permisero ai fiorentini di dominare gli scambi commerciali e di finanziare opere rinascimentali, grazie alla realtà della loro ricchezza locale.

Si accenna ai sistemi con cui i banchieri crearono patrimoni, la gestione dei rapporti internazionali e si chiarisce che la nascita del mecenatismo moderno d'arte ha origine spesso come gesto penitenziale per trasformarsi poi in simbolo di potere.
Tutt'oggi abbiamo turbofinanzieri che fondano cosiddette società di beneficenza, con attività scalabili fiscalmente negli USA, più spesso istituti attraverso cui influenzare la percezione delle masse, centri di elaborazione di chiavi di lettura del presente pro domo sua, think tanks, persuasi così di lavarsi la coscienza e fieri di essere conosciuti come "filantropi". Ugualmente all'epoca l'affarismo bancario era addolcito e reso più accettevole a sua volta dal finanziare anche "Il Bello".

(Lorenzo di Credi, "Dama dei gelsomini", 1485-1490)

I Medici stessi sono emblema della tendenza di allora dell'usare i guadagni per farsi perdonare peccati creando bellezza. La storica dell'arte Ludovica Sebregondi ricorda l'impegno del banchiere Cosimo il Vecchio per il recupero della basilica di San Marco. I guadagni concessi dal fiorino
d'oro, divenuta moneta base dell'economia europea, concedono attraverso il mecenatismo d'arte una possibilità di riscatto all'antico peccato di usura.
La Dott.ssa Sebregondi, autrice anche della "Iconografia di Girolamo Savonarola. 1495-1998", e lo scrittore e traduttore Tim Parks autore de "La fortuna dei Medici" e di riflessioni su finanza, teologia, e arte nel 1400, fanno sì che la mostra sia un continuo dialogo tra due punti di vista, con diversi e opposti tagli d'indagine sul tema.
L’obiettivo raggiunto è comunque osservare l’arte in maniera interdisciplinare, coinvolgendo economisti, politici e diplomatici e raccontando le radici del Rinascimento fiorentino nell’ottica delle relazioni fra arte, potere e denaro d'allora.

Il campo di tensioni tra argomenti in contrasto è inevitabilmente già compreso negli argomenti stessi:
denaro-affari e talento d'arte, banche e ispirazione iperurania d'artista, Mammona e Dio, beni terreni e anima incontenibile, finitezza ed eternità, lusso estremo e richiamo ad autenticità e spoliazione, questo mondo e la santità dell'altro, moneta reale in oro di ieri e carta straccia oggi.

(Pietro Torrigiano, Busto di Lorenzo il Magnifico, 1515-1520, terracotta policroma)

Tra i consulenti della mostra: Franco Franceschi, Professore di Storia medievale all’Università degli Studi di Siena-Arezzo,
e il nutrito comitato scientifico: Cristina Acidini, Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze (Presidente); Alessandro Cecchi, Direttore della Galleria Palatina e dei Giardini di Boboli; Dora Liscia, Professore di Storia delle Arti Applicate e dell'Oreficeria all’Università degli Studi di Firenze; Robert Mundell, premio Nobel per l'Economia; Beatrice Paolozzi Strozzi, Direttore del Museo Nazionale del Bargello;
...Jacob Rothschild;
Gerhard Wolf, Direttore del Kunsthistorisches Institut in Florenz-Max Planck Institut.

(Ludwig von Langenmantel, "Savonarola predica contro il lusso e prepara il rogo delle vanità", 1881)

Il percorso è dunque molto complesso e ovviamente non esauribile per le numerose implicazioni nello spazio di un post.
Presenti anche i capolavori realizzati per le stesse famiglie di banchieri, testimonianza di arte e storia, mentre la mostra si chiude con la visione di una società in crisi, nella rappresentazione di un contrasto, con il fenomeno politico-religioso di Savonarola.
Il frate, con i “bruciamenti delle vanità”, poi arso a sua volta, rappresenta la violenta reazione antilusso e antidecadenza, moralizzatrice e apocalittica-millenarista, durante la crisi politica sfociata nella Repubblica, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico.

Josh

venerdì 30 settembre 2011

Adelaide e gli Ottoniani

(Abbazia di Cluny)
Il 15 maggio 2009 chiudevo così la prima parte del post dedicato alla Regina Teodolinda: (*) - a dimostrazione del fatto che a Monza e Brianza l'interesse per la regina Teodolinda è più vivo che mai, domani, 16 maggio, in occasione della kermesse annuale regionale "Fai il pieno di cultura", a Palazzo Borromeo di Cesano Maderno verrà presentato un nuovo libro dall'emblematico titolo: "Teodolinda il senso della meraviglia" - senza citare il nome dell'autrice. Questa estate, in maniera del tutto fortuita e casuale, ho conosciuto l'autrice del romanzo, Ketty Magni, impegnata nella presentazione al pubblico del suo nuovo lavoro: Adelaide imperatrice del lago.
Curioso di archeologia, in cerca di tracce e documenti sulle antiche fortificazioni del lago di Como, mi ha colpito il primo capitolo del romanzo, incentrato intorno il Castello di Lierna, nella cui fortezza era stata imprigionata nel 951 Adelaide, futura imperatrice del Sacro Romano Impero, appena rimasta vedova del re d'Italia Lotario II, destinata quindi lei stessa a subentrare come regina, e quindi preda di un ambizioso che sposandola sarebbe diventato egli stesso re d'Italia.

Il castello era stato edificato in tempi assai remoti attorno ad una torre di avvistamento, le cui origini si perdono nella notte dei tempi: era stata strategica durante l'insediamento dei Romani sul lago di Como; ma le sue origini furono antecedenti al loro arrivo. L'interesse per il romanzo è via via cresciuto leggendo quella sorta di apoteosi - implicita nel romanzo sulla vita di Adelaide - per gli imperatori germanici Ottoniani del Sacro Romano Impero (qui una scheda su Ottone I il grande),

(Ottone sconfigge Berengario)

Gli Ottone erano particolarmente cari all'amico di questo blog, Marcello di Mammi, che da una contea, eretta a quel rango da Ottone I o II - a secondo della datazione - aveva preso la sua nick. Nei suoi commenti, ad ogni possibile occasione, ne esaltava le figure. Il romanzo di Ketty Magni è stata così anche un'ottima occasione per approfondire l'argomento.

Restando al romanzo, eccone intanto la trama, dall'ultima di copertina.
La figura leggendaria dell'imperatrice Adelaide è protagonista di una storia di straordinaria potenza evocativa, ambientata alla fine del primo millennio. Nata principessa di Borgogna, fin da giovane è consapevole del glorioso destino che l'attende Dopo la morte del padre, si stabilisce a vivere a Pavia, e appena sedicenne sposa il re d'Italia Lotario. Perseguitata dalla cattiva sorte, rimane vedova ed è imprigionata a Como da Berengario d'Ivrea, ma con animo coraggioso sopporta ingiustizie e tradimenti. Insieme a frate Martino da Bellagio riesce a fuggire dalla rocca di Garda e dopo aver attraversato il lago di Mantova con l'aiuto di un pescatore, si rifugia a Canossa. Interviene a liberarla il re di Germania Ottone il Grande, con cui convola a nozze. Quando a Roma viene incoronata imperatrice del Sacro Romano Impero, la sua fama dilaga oltre confine. Illuminata da una luce intensa, Adelaide riesce a sconfiggere ogni ombra oscura che minaccia la sua esistenza e governa per lungo tempo a fianco dei mariti, del figlio Ottone II e della nuora Teofano, infine svolge il ruolo di reggente per il nipote Ottone III, che nomina Monza sede del grande regno d'Italia. Si prodiga a favore degli indigenti, fonda e ristruttura chiese e monasteri in collaborazione con gli abati di Cluny, Maiolo e Odilone.
Consapevole della fragilità umana, sostenuta da una grande fede, l'imperatrice si districa tra gelosie, desideri, sospiri, vendette,assassini, amori, solitudini, emette in atto manovre politiche vincenti. Proclamata santa è protettrice dei barcaioli e si festeggia il 16 dicembre, giorno della sua salita al cielo.
Partito dalla Germania, e via via per tutto l'Occidente Cristiano, sotto la spinta ottoniana si era acceso un forte desiderio di rinascita e rinnovamento, che vide in Adelaide la più entusiasta interprete. Fu un momento di grande vitalità, che prese il nome di Rinascita Ottoniana. Adelaide, sorretta da fede incrollabile, si fece promotrice della costruzione e ricostruzione di numerose tra chiese e monasteri, occupandosi in particolare dell'Abbazia di Cluny e del complesso monastico di San Salvatore a Pavia e dintorni.

Per collocare adeguatamente la figura degli Ottone nella storia dell'Italia, ci può essere di grande aiuto la sintesi di un commento di Marcello di Mammi.

"Gli Ottone, imperatori del Sacro Romano Impero, scesero varie volte in Italia, in quanto paese strategico per l’impero. Cercarono di costituire dei feudi a loro fedeli che saranno poi i ghibellini in contrapposizione ai guelfi sostenitori del papato. Accadde che nella zona di Castiglion Fiorentino (attualmente in provincia di Arezzo) in località Mammi venisse costruito un castello a difesa e controllo di quella via che, iniziando da Arezzo, conduceva sulla riva del lago Trasimeno e, attraversando le località di Tuoro e Passignano, oggi provincia di Perugia, giungeva in questa città.
Era una strada importante perché era una variante a quella che collegava Firenze con Perugia e Roma. Pertanto Il Granconte Ugo, su ordine probabilmente di Ottone I o, secondo altre datazioni, di Ottone II costituì la contea di Mammi, estesa fino a Tuoro e Passignano. E da allora, per molti secoli fino ai giorni nostri, ossia fino all’anno 1953, si è tramandato il titolo di conti di Mammi. Essendo, l’ultimo conte morto senza eredi maschi, la dinastia si è praticamente estinta".


L'undicesimo capitolo del romanzo riveste grande importanza in merito alla perenne guerra di religione in corso tra cristiani e musulmani: è dedicato alla Battaglia di Stilo, combattuta nel 982 dalla coalizione cristiana, comandata da Ottone II, contro quella saracena. La battaglia che stava avendo esito favorevole per i cristiani, si concluse invece con una grave sconfitta, nella quale perirono circa 4000 imperiali, tra i quali un principe e parecchi conti e vescovi che facevano parte del raggruppamento di forze. Lo stesso Ottone II - si narra nel romanzo storico - scampò a morte certa, grazie all'atto di estremo altruismo di un suo soldato. Ottone II morì comunque l'anno dopo per malaria, all'età di soli 28 anni, senza aver potuto portare a compimento il progetto di liberazione dell'Italia meridionale dai saraceni. Se fosse avvenuto, il proseguo della storia avrebbe avuto esito ben diverso.

Scrissero di lei, i suoi contemporanei Liutprando da Cremona e la monaca Roswitha di Gandersheim

(*) Per questo romanzo, Ketty Magni ha vinto il primo premio exequo allo Spoleto Festival Art del settembre 2011.

venerdì 23 settembre 2011

La residenza rivierasca della Regina Margherita

Bordighera è un angolo di  quiete del Ponente Ligure, situata tra cielo, mare e immersa in una vegetazione rigogliosa che mescola quella mediterranea di pini, lecci, olivi, cipressi,  pittospori, mimose,   a quella tropicale. Già territorio di sperimentazione botanica a cura di  agronomi e naturalisti inglesi e tedeschi grazie alla mitezza del suo clima,  vi sono state  trapiantate fin dall'antichità,  specie di alberi come il ficus magnolia che ha dimensioni davvero colossali, il banano, l'albero del pane, l'avocado, l'albero del pepe, palmizi di ogni varietà,  ecc.
Monet transitò e soggiornò da queste parti per cercare, lui uomo del Nord, i colori caldi del Mediterraneo.  Come pure l'impressionista e vedutista  lombardo Pompeo Mariani che ha lasciato qui, la sua magione,  una sua fondazione e il suo grande atelier.  


Bordighera dipinta da Claude Monet

Qui a Bordighera svetta candida tra rigogliosi alberi secolari, la dimora incantata della Regina Margherita di Savoia, moglie di Umberto I, lungo l'elegante Via Romana che segue il percorso dell'antica Julia Augusta. Questa prestigiosa residenza  fu edificata tra il 1914 e il 1916 per volere della sovrana che  amava trascorrrervi la stagione invernale.  Vi  morì infatti nel 1926. La terrazza con una stupenda vista panoramica spalancata sulla baia di  Bordighera, è già in sé un vero capolavoro dove natura e arte si intrecciano indissolubilmente..




Tra le sale della storica villa si dipana il percorso permanente, teso a ricostruire l'atmosfera seducente di una dimora d'epoca. Ricordo che la regina Margherita possedeva altre importanti dimore a Venaria,  Gressoney, Aglié, a Napoli e a Roma. Grazie ad un sapiente restauro sono stati recuperati anche stucchi, tempere, parquet e vetrate artistiche originali. Di grande bellezza gli affreschi in cui la Regina amava far rappresentare,  agli angoli dei soffitti, proprio le sue fiabesche ville sabaude sparse per l'Italia. Il bagno di Margherita (interamente restaurato con grande dispendio di mezzi) reca il celebre decoro a nido di vespa nella piastrellatura e in ogni rombo intarsiato in oro compare una piccola "margherita", un vezzo che amava ripetere anche nel decoro dei soffitti e delle pareti. Anche tra le suppellettili preziose, colpisce una grande margherita in peltro, quasi un'autocitazione.
I primi piani della Villa sono dedicati alla Regina e ai suoi celebri ritratti  con le immancabili collane di perle (ne sfoggiava di lunghissime e  con molti fili) ed orecchini in parure. Tutti i gioielli della regina sono conservati in copia nel castello di  Racconigi in provincia di Cuneo. Quelli originali invece, pare siano situati nel caveau della Banca d'Italia (oggi Bankitalia). Ma qui si aprirebbero vari punti interrogativi sulla loro proprietà:  i gioielli della Corona sono  ancora dello stato italiano? E perchè Bankitalia non li espone al pubblico nella loro autenticità e splendore?

Nei piani successivi si accede all'esposizione permanente di opere (prevalentemente del 600 e 700, ma non solo) della collezione Terruzzi,  un famoso mecenate milanese, adibendo la Villa a polo museale e culturale: oltre 1200 i pezzi esposti, tra cui tavole  a fondo oro del  '330  400, nature morte italiane e straniere del periodo compreso tra il 1500 e il 1800, importanti nuclei di dipinti del '600 e '700 rappresentativi di diverse scuole italiane , preziosi arredi e collezioni uniche di porcellane di Sèvre.

Il ratto di Proserpina (Luca Giordano)
Tra le opere di scuola napoletana (una scuola assai cara alla Regina, grande amante ed estimatrice delle arti figurative) oltre alle tele di Luca Giordano, che decorano le pareti con tutto il vigore di questo artista, anche i dipinti di Paolo De Matteis, Francesco De Mura e Giuseppe Recco. Altri fulgidi esempi della scuola emiliana sono invece costituiti da Il ritrovamento di Mosé e L'Adorazione dei Magi.
Alcuni dei pezzi più suggestivi della quadreria li troviamo al primo piano, nella sala destinata all'alloggio per i membri della famiglia reale: un Cristo alla colonna di scuola caravaggesca e un'Adorazione dei pastori del giovane Jusepe de Ribera detto Lo Spagnoletto.

In tutte le sale, pezzi d'arredo preziosissimi, arazzi, tappeti, poi  porcellane orientali, bronzi, argenti, ceramiche tra le quali spicca per numero di eccelsa qualità il celebre servizio Minghetti, realizzato nel 1888 per il Duca di Montpensier Antoine d'Orléans.

Villa Regina Margherita  è stata acquisita nel 2009 dall'Amministrazione Provinciale di Imperia e della Città  di Bordighera nonchè dalla Regione Liguria che in quello stesso anno siglarono insieme, un accordo con la famiglia Terruzzi, dando avvio ai lavori di restauro, con l'intento di realizzarvi un polo museale. Ovviamente non mancarono i contributi delle solite banche. E' stata certamente un'operazione di grande valenza ed impegno, tesa a ridare splendore ad un importante bene architettonico, oltre che a valorizzare e rendere accessibile al pubblico una parte consistente della collezione della famiglia Terruzzi. Ma la sottoscritta si chiede fino a che punto sia giusto, pur nella bellezza e nell'incanto delle cose visitate,  snaturare la storicità della villa sabauda, per farne un contenitore (ancorché prezioso)  che rimescola varie ere e varie scuole pittoriche -  in un'offerta turistica del territorio ligure, seppur di altissimo livello. E qui apro una parentesi sulle nuove concezioni "museali" che tendono a  mescolare e a creare contaminazioni tra l'antico e il moderno. Ma questo è un'altra storia e magari un altro post.

Qui, altri articoli sulla Villa: http://www.mondointasca.org/articolo.php?ida=20796

La dimora sovrana

Hesperia

mercoledì 14 settembre 2011

Giorgio Vasari, 500 anni



(Giorgio Vasari "Autoritratto")

Il Giardino delle Esperidi non poteva non occuparsi, almeno brevemente, di questa importante e variegatissima figura, nel cinquecentesimo della nascita, importante per l'arte italiana, europea e mondiale, anche se, come spesso accade, non sono in molti a ricordarsene al di fuori dell'ambito degli studiosi e specialisti di Storia dell'Arte.
Giorgio Vasari (Arezzo, 30 Luglio 1511-Firenze, 27 Giugno 1574) è stato in qualche modo "Artista totale", pittore, architetto rinascimentale dalle fittissime invenzioni, scenografo e architetto teatrale, e scrittore prolifico, e in quanto tale, fondatore della moderna Storia dell'Arte, a struttura biografica ma con notazioni critiche e metodologiche-interpretative.
Per la sua formazione pittorica furono importanti gli influssi del primo Manierismo, Raffaello, Michelangelo, ma frequentò anche Andrea del Sarto, Baccio Bandinelli, Rosso Fiorentino, Francesco Salviati. La sua pittura è stata talvolta accusata di velocità d'esecuzione (da Michelangelo stesso), si tratta di uno stile che riassume i maestri locali spesso per sfociare in un elegante manierismo, anche se rimane particolare il suo senso della prospettiva: la sua abilità architettonica rimase proverbiale e ha segnato un'epoca, e palazzi che hanno fatto la storia.
Fonda nel 1563 l'"Accademia e Compagnia delle Arti e del Disegno", (tra i primi rettori, lo stesso Cosimo I, e Michelangelo) sotto la protezione del Granduca Cosimo I, prima tra questo tipo di istituzioni in Europa.

Scrittore di Storia dell'Arte, critico sistematico: Qui l'edizione online completa delle famose e importantissime "Vite" (per esteso "Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, da Cimabue insino a' tempi nostri") del 1550, rieditato con aggiunte nel 1568, presso l'editore ducale Torrentino.
L'opera, preceduta da un'introduzione di natura tecnica e storico-critica sulle tre Arti Maggiori (architettura, scultura e pittura) è un testo fondamentale della storiografia artistica, con vita e opere di oltre 160 artisti. Uno dei concetti base dell'opera, che lo rende interprete del proprio tempo, è la consapevolezza che gli artisti fiorentini hanno fatto rinascere l'arte dopo il Medioevo attraverso una rivoluzione estetica totale.
Molti artisti toscani devono la loro celebrità internazionale all'opera di valorizzazione di Vasari, prima che si cominciassero ad individuare altre scuole, ed è dovuta al Nostro la fissazione del termine "Rinascita" per definire il momento storico-artistico privilegiato, anche se se ne parlava fin dai tempi di Leon Battista Alberti.

(Vasari, Pala "L'Assunzione della Vergine")

Per l'occasione, ad Arezzo, nei mesi scorsi si è tenuta l'iniziativa "Vasari, 500 anni. Una finestra sul restauro" assistendo in diretta al restauro della Pala “L’Assunzione della Vergine” della Badia del Monte San Savino, del 1539, presso la Corte d’Onore del Palazzo Comunale.
In programma nella seconda parte di quest'anno anche una mostra negli Stati Uniti (o al Metropolitan Museum a NY o alla National Gallery di Washington DC).
Per rimanere informati su tutte le iniziative vasariane, con appuntamento in luoghi svariati, è stato creato un sito apposito.
Per chi ama i repertori esaurienti, è stata molto saggiamente pubblicata qui l'opera omnia (figurativa, con ben 585 schede) di Vasari, che invito a sfogliare, di facile e immediata consultazione.

(una veduta degli Uffizi)

Tra le rassegne di questo periodo,“Vasari, gli Uffizi e il Duca” alla galleria degli Uffizi a Firenze, fino al 30 ottobre 2011, spiega la fondazione del museo come un complesso architettonico a scala urbana, una collaborazione tra il Duca Cosimo I de’Medici, e il Vasari architetto. La mostra si concentra sulla personalità dei protagonisti, il Duca e l'artista, studia l’assetto urbano fiorentino tra Palazzo Vecchio e l’Arno prima della costruzione degli Uffizi; poi illustra le tappe della costruzione del complesso, il cui cantiere è il più impegnativo del Cinquecento a Firenze.
Si noterà che Cosimo I pensò gli Uffizi come luogo per le istituzioni di governo, le Magistrature o Arti. L'intesa tra il Duca e Vasari condizionò un'epoca della storia e tutta la città di Firenze, insieme ai pittori e scultori sostenuti dal mecenatismo di Cosimo I, Pontormo, Bronzino, Cellini.
Vasari architetto fu però all'opera già nel 1552 anche per Villa Giulia a Roma, commissionata da Papa Giulio III; per la cupola della Madonna dell'Umiltà a Pistoia, e Le Logge ad Arezzo.

(Casa Museo Vasari ad Arezzo, magnificamente decorata, e sotto nella stessa,
Sala del Trionfo della Virtù)


Altri luoghi sono segnati dalla presenza di Vasari (in realtà sono molti di più): la Casa Museo Vasari ad Arezzo, (sopra) decorata da Vasari in persona con opere proprie;
Il Monastero di Camaldoli a Poppi (Ar) ornato da tele vasariane.
Sempre a Firenze invece, vanno ricordati a Palazzo Vecchio gli splendidi affreschi nel Salone dei Cinquecento:


Per la sua particolarità, va almeno menzionato sempre a Palazzo Vecchio lo Studiolo di Francesco I (sotto), punta del Manierismo fiorentino, a cura di Giorgio Vasari e sue maestranze con Vincenzo Borghini.
Si tratta di un ambiente piccolo, dedicato a Francesco I de' Medici, dove il granduca si ritirava per coltivare la passione scientifica, e chimico-alchemica, poi destinato alle collezioni, e ricoperto di opere.


Ancora affreschi vasariani sono nella Cupola di Santa Maria del Fiore; da ricordare anche il Corridoio Vasariano (detto “Percorso del Principe”, il suggestivo cammino che da Palazzo Vecchio conduce fino al Giardino di Boboli: il corridoio progettato da Vasari e costruito in cinque mesi nel 1565, su commissione di Cosimo I de’ Medici, permise alla famiglia granducale di muoversi da Palazzo Vecchio alla residenza di Palazzo Pitti senza essere perennemente in vista).

(Interno della Cupola di Brunelleschi di S. Maria del Fiore a Firenze, con affreschi di Giorgio Vasari e Federico Zuccari)

Seguono "Battaglia di Lepanto" (Roma, Sala Regia Musei Vaticani), "Gesù, Madonna con Angeli: Pietà", e "Ritratto del Duca Alessandro de' Medici"




Aggiungo in chiusura che in occasione dei 500 anni vasariani, il Vaticano ricorda l'artista con l'emissione di un aerogramma da 2 euro, su fondo azzurro, che rappresenta l'affresco della Battaglia di Lepanto. Vasari dipinse tre cappelle in Vaticano: la Cappella di San Michele, San Pietro Martire e Santo Stefano; contemporaneamente avviava la decorazione della Sala Regia.

Curiose (o tremende, a seconda di quanto amiate l'arte) invece le notizie dopo le vicissitudini che hanno impegnato la cronaca per anni sulla telenovela dell'archivio Vasari.

Josh

mercoledì 7 settembre 2011

In ricordo di Salvatore Licitra


(Licitra nel celebre Mario Cavaradossi scaligero nel dicembre 2000. Vedi incisione)


All'età di soli 43 anni, il 5 settembre 2011 è morto Salvatore Licitra, tenore di fama internazionale.
Amico mio, e di famiglia, mi piace ricordarlo così.
Erano circa le ore 13,20 di un caldo sabato di fine giugno 1998, ed eravamo in attesa che il telegiornale di Canale5 trasmettesse, come di consueto, il servizio sull'inaugurazione della Stagione Lirica all'Arena di Verona. Trasalii di stupore appena vidi passare la scena finale di Un ballo in maschera. Ad interpretare la parte di Riccardo, il governatore di Boston dell'opera verdiana, c'era il giovane esordiente Salvatore Licitra. Stava morendo, per una pugnalata, e nel canto raccomandava alla moglie di aver cura dei figli. Mentre cantava, Riccardo, alias Licitra, stava agonizzando tra le sue braccia. E' l'aria più difficile dell'opera, e cantare con quella potenza di voce stando sdraiati, perchè morente, non è da tutti. Ma Licitra se l'era cavata più che bene, e la speaker del Tg5 aveva commentato su quel passaggio: "Era molto attesa la prova dell'esordiente Licitra, e lui se l'è cavata così...".
L'avevo conosciuto vent'anni prima, assieme alla sua gioiosa famiglia, quando era ancora bambino, di poco più di dieci anni. Ne aveva fatta di strada nel frattempo. E pensare che solo dieci anni prima sembrava avviato su tutt'altra strada: fare il tipografo. E per me, che all'epoca vendevo carta da stampa, sarebbe diventato un ottimo  cliente: uno stampatore di successo, quel successo che invece poi ha ottenuto col bel canto. E' andata meglio così, che non nell'altro modo, perchè decidendo di fare il tenore, si è comunque ritagliato uno spazio di eternità.
La performance di quel suo '98 era iniziata una domenica di fine febbraio. Quella mattina, dallo Stadio Ferruccio di Seregno erano partiti sei pulmann carichi di suoi concittadini brianzoli. Si erano lì radunati gli Amici della Musica, per andare ad assistere al saggio di chiusura del corso per cantanti lirici al Teatro Regio di Parma, nel quale Licitra avrebbe avuto la parte del trascinatore. Salvatore si sarebbe infatti esibito nella parte principale di "Un ballo in maschera", il conte Riccardo. E fu un successo strepitoso, che gli aprì le porte di tutti i maggiori teatri lirici del mondo. A giugno, infatti, Daniel Oren lo volle all'Arena di Verona, in sostituzione del cantante titolare che aveva dato forfait, proprio per il Riccardo di "Un ballo in maschera". Fu l'inizio della sua vorticosa escaletion.
Lo adocchiò subito Riccardo Muti, che lo volle ad ogni costo alla Scala, per far sì che non emigrasse; e nel marzo 2000 gli fece interpretare La forza del destino, in alternanza con Josè Cura. A dicembre, per la serata cloù di Sant'Ambrogio il grande debutto con Tosca (vedi sopra).


(La forza del destino, in una interpretazione del 2008)

A dicembre 2001 Riccardo Muti lo volle nuovamente alla Scala, sarà Manrico nel Trovatore. E' l'ultima stagione per la vecchia Scala, prima della chusura per restauri. Dal 19 gennaio 2002 gli spettacoli verranno effettuati al Teatro degli Arcimboldi, per poi riprendere nella sede storica il 7 dicembre 2004.





Nell'ascoltare l'esecuzione dell'aria "Di quella pira", si noterà l'assenza del do di petto, che fu oggetto di tante inutili polemiche: la partitura originale di Verdi non lo prevedeva, e Riccardo Muti aveva voluto attenersi all'originale. Licitra dimostrerà in tante occasioni, tra le quali durante un programma televisivo, condotto da Pippo Baudo, quanto fosse in grado e capace di cantarla con il famoso "do di petto"; qui un esempio:



Il 12 giugno 2003 al Colosseo duetta gratuitamente con Marcelo Alvarez (vedi registrazione);

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un esperimento che ripeteranno il 19 luglio al Central Park di New York, per i 150 anni dalla nascita del parco.
L'anno prima, in maggio, aveva sostituito Luciano Pavarotti, all'ultimo momento, al Metropolitan di New Yok, interpretando Mario Cavaradossi in Tosca. Sarà in quella occasione che verrà dichiarato il vero erede di Pavarotti. 
Nel febbraio 2007 sarà al Carlo Felice di Genova, dove, in uno dei rari casi della lirica, interpreterà nella stessa serata Pagliacci) e Cavalleria rusticana).
Nello stesso anno sarà a Firenze, nuovamente nel ruolo di Canio, per la regia di Zeffirelli.
Nel corso della carriera si vedrà spesso in accoppiata col maestro regista, specie quando interpreterà Radames nell' Aida.



Cavalleria Rusticana, per la regia di Mario Martone, verrà interpretata anche nel gennaio di quest'anno (qui la notizia) e trasmessa in diretta Tv su Rai5.
E Il 23 febbraio scorso ho avuto l'ultimo incontro del tutto fortunoso con lui, che mi ha fatto dono della sua interpretazione nel Don Carlos andato in scena alla Los Angeles Opera; di tale incisione ho ricavato il brano che ho inserto nel post dedicato a Sofonisba Anguissola.

Amico caro, pensare a te, alle tue performance, mi è stato di grande aiuto nei momenti bui della vita. Mi mancherai immensamente. 

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giovedì 1 settembre 2011

Settembre, di nuovo...

(foto mia)
E rieccoci a Settembre,
uno dei miei mesi preferiti, con i suoi colori, ricordi, il distillato del pieno dell'estate appena trascorsa, il suo sentire dolceamaro. Non c'è miglior modo di riaprire il Giardino che una breve rassegna di immagini e poesie.

(foto mia, "L'Angelo della Vendemmia", affresco murale, Dozza Imolese)

I Pastori

Settembre, andiamo. E' tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natía
rimanga ne' cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh'esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l'aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io co' miei pastori?


(Gabriele D'Annunzio, da "Alcyone")


(foto mia)

Settembre
Già l'olea fragrante nei giardini
d'amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d'aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.
Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell'onda che rotola minuta.

(Vittorio Sereni, da “Frontiera”)
Chiudo con un breve (splendido) brano, "September" di David Sylvian, tratto da "Secrets Of The Beehive" del 1987 (nell'immagine soprastante, fotografia e set a cura di Nigel Grierson e Vaughan Oliver).

"September's here again...."




(foto mia, albero di fico)

Josh