martedì 18 febbraio 2014

C'era una volta un Principe e una Principessa




Prima di commentare questo articolo del Corriere, lo pubblico testualmente. Giudicate un po' voi a cosa siamo ridotti, alla modifica e alla revisione  e perfino all'estinzione della letteratura per l'infanzia. Alla fine di Perrault,  dei fratelli Grimm, di Afanasjev, della grande fiaba di magia, siamo ridotti a dover rinunciare alla  fiaba popolare e di folclore su cui fece ampia ricerca anche il nostro Italo Calvino nella sua famosa raccolta di fiabe popolari italiane. Alla  derisione della grande fiaba romantica  d'autore di Hans Cristian Andersen. In nome di cosa? Della paura che i bambini possano essere avviati a diventare normalmente eterosessuali e ad agire e comportarsi secondo natura una volta diventati adulti.



Tre opuscoli pubblicati dal dipartimento per le Pari opportunità e destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori sconsigliano di leggere le fiabe ai bambini: tendono a promuovere un solo modello, quello della famiglia tradizionale, e impediscono identificazioni diverse. La collana ha lo scopo di combattere il bullismo e la discriminazione, e al suo interno si trovano anche capitoli contro l’omofobia.

Per secoli le fiabe hanno fatto il loro onorato servizio per divertire, appassionare, distrarre, a volte anche consolare i bambini: ma ora è finita, Grimm e Andersen se ne devono andare in pensione, come anche le molto amate riscritture cinematografiche delle loro belle fiabe, firmate Walt Disney. Al bando Biancaneve, la Bella addormentata, il Principe rospo e tutte quelle storie che parlano di principi azzurri e principesse in cerca di un eroe che ammazzi il drago, colpevoli di indurre le bambine a cercare poi - invano - per tutta la vita un uomo che assomigli a quel perfetto prototipo e i bambini a convincersi di dover usare spada e coltello per far colpo sulle fidanzate.

Fin qui, nulla da dire sul contenuto dei tre volumetti ideati dal Dipartimento delle Pari opportunità e destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori. Peccato per la rottamazione delle fiabe, che hanno incantato tante generazioni, piccole catarsi - secondo gli studiosi - per le grandi paure dei bambini; tuttavia, se l'eliminazione dalle favole di principi e principesse può servire a far crescere ragazzi e ragazze senza vani sogni capaci di rovinare loro la vita, ben venga la ghigliottina letteraria su questi personaggi nocivi, certamente nutriti a zuccherose brioche invece che a umile pane nero.
Scorrendo i consigli delle Pari opportunità, accanto a indicazioni intelligenti e benvenute per combattere il bullismo e insegnare il massimo rispetto per chi in qualche modo è diverso, si scopre però che principi e principesse hanno ben più gravi responsabilità di quella di istillare sogni balordi: insegnano, cioè, che per formare una famiglia, gli uomini si sposano con le donne e mai viene loro in mente di accennare alla possibilità che un uomo sposi un uomo oppure una donna un'altra donna. Queste ammuffite storie d'altri tempi raccontano, infatti, sempre e soltanto di cavalieri che dopo la partita di caccia tornano a casa dalla dolce sposina che culla il bambino cantando una ninna nanna.
Per le Pari opportunità è, dunque, davvero ora di finirla con la bigotta famiglia tradizionale. Aria nuova ci vuole, specialmente per i bambini. Avanti allora con esempi più moderni, di coppie omosessuali, con genitori uno e due. E basta anche con giochi e passatempi tradizionalmente maschili o femminili: bisogna decidersi a mescolare le carte insegnando il calcio alle bambine e lasciando le bambole in mano ai loro amichetti. Le macchinine meglio regalarle alle femminucce e i servizietti da cucina, invece, ai maschi (il che, al tempo di Masterchef e della recente mania per il food avrebbe anche un senso).
Ironia a parte, le raccomandazioni per gli insegnanti hanno l'aria di essere una corsa in avanti un po' troppo precipitosa. Con uno scopo che sembra, chissà, abbastanza preciso: preparare, cioè, il terreno (tra bambini e ragazzi e, quindi, nelle famiglie) al matrimonio omosessuale. Il che può essere una scelta, da farsi, però, piuttosto, per così dire, a viso aperto, non nel modo un po' strisciante, all'insegna della correttezza politica per bimbi, cui fanno pensare le istruzioni dei tre libretti.

Corriere della Sera 15 febbraio 2014


Il Commento

Il progetto di queste élites è a dir poco immondo perché vorrebbero esercitare violenza non solo con la loro contro-pedagogia e diseducazione servendosi della scuola e delle pubbliche istituzioni prese in ostaggio da circolari "europee", ma pretendono cancellare le radici storiche dei racconti di magia (fairy tales), dei racconti della tradizione popolare (folk tales), così radicati nell'immaginario collettivo dei popoli fin dagli albori della civiltà. Di quella tradizione orale popolare che poi si va facendo via via scrittura.
La letteratura per l'infanzia, contrariamente a quel che si crede, è destinata agli esseri umani tout court a partire  dalla loro nascita  accompagnandoli  nel corso della vita. Pertanto,  non è  necessariamente ed esclusivamente  destinata ai bambini, anche se  poi questi ne sono i principali lettori e ascoltatori.   Madri e padri trasmettono miti, fiabe, favole di animali, racconti ai loro figli creando quell' empatia e  quell'affettività, necessari all'apprendimento e alla formazione psicologica  e culturale dei più piccoli, preparandone il terreno come farebbe  ogni buon agricoltore . Bene lo ha descritto Bruno Bettelheim nel suo saggio "Il mondo incantato" di  cui riporto questo brano:

Per imparare a destreggiarsi nella vita e superare quelle che per lui sono realtà sconcertanti, il bambino ha bisogno di conoscere se stesso e il complesso mondo in cui vive. Gli occorrono un'educazione morale e idee sul modo di dare ordine e coerenza alla dimensione interiore. Cosa può giovargli più che una fiaba, che ne cattura l'attenzione, lo diverte, suscita il suo interesse e stimola la sua attenzione? Sia essa Cappuccetto rosso, Cenerentola o Barbablù, la fiaba popolare, anche se anacronistica, trasmette messaggi sempre attuali e conserva un significato profondo per conscio, subconscio e inconscio. Si adegua perfettamente alla mentalità infantile, al suo tumultuoso contenuto di aspirazioni, angosce, frustrazioni, e parla lo stesso linguaggio non realistico dei bambini. Tratta di problemi umani universali, offrendo esempi di soluzione alle difficoltà. E' atemporale e i personaggi dei suoi scenari fantastici sono figure archetipiche che incarnano le contraddittorie tendenze del bambino e i diversi aspetti del mondo. Le situazioni fiabesche, rispettando la visione magica infantile delle cose, esorcizzando incubi inconsci, placando inquietudini, aiutando a superare insicurezze e crisi esistenziali, insegnando ad accettare le responsabilità e ad affrontare la vita. 

 
Le più celebri fiabe di Perrault sono universalmente note e parte indelebile della nostra cultura e del patrimonio tradizionale e popolare; i riferimenti a esse in altre opere d'arte e in altri contesti sono semplicemente incalcolabili, così come sono numerosissime le trasposizioni in opere liriche, teatrali, cinematografiche, musicali,  cartoni animati e così via. Si possono ricordare in particolare oltre alla nota Cenerentola, Pollicino, La Bella Addormentata, Il gatto con gli stivali, e la stupenda Pelle d'Asino con i suoi tre  indimenticabili abiti di sole, di luna e di stelle. 
Con un'ambientazione  più oscura e tenebrosa, fatta di fitte foreste popolate da streghe, goblin, troll e lupi in cui accadono anche  cruenti fatti di sangue, così come voleva la tradizione popolare tipica tedesca, sono invece le fiabe dei Fratelli Grimm. Una delle motivazioni che spinsero i Grimm a trascrivere le fiabe, retaggio culturale comune dei popoli di lingua tedesca, fu il desiderio di favorire la nascita di un' identità germanica.

E comunque Biancaneve, I 4 musicanti di Brema, Il Pifferaio di Hamelin, il Principe Ranocchio, Raperonzolo (Rapunzel), Hansel e Gretel e la loro indimenticabile casetta di marzapane col tetto in cioccolato, restano impresse per sempre nell'immaginario popolare trascendendo i confini germanici per diventare patrimonio di tutti.  All'inizio del XIX secolo la Germania era frammentata in centinaia di principati e piccole nazioni, unificate solo dalla lingua tedesca.  
I signori di Bruxelles che stanno imponendo certi scempi pedagogici dovrebbero sapere che fiabe popolari e racconti di magia servono  a costruire la lingua. L'articolo riportato dal Corriere mostra pertanto ignoranza sesquipedale in materia di fiabe.
E che dire del "favoloso" Andersen e della sua Sirenetta che è diventata il simbolo della Danimarca stessa? "I vestiti nuovi dell'Imperatore" è una fiaba allegorica e morale ("Il re è nudo" visto con gli occhi della verità che solo  un bambino può avere,  mentre i  ciambellani e i cortigiani si ostinavano ad adularne gli abiti), Scarpette rosse" (fiaba certamente un po' crudele) coniuga il macabro col sublime  e ne fecero un film indimenticabile a firma Powell e Pressburger, "L'usignolo" (fiaba tanto amata da Oscar Wilde) è una reprimenda contro il meccanicismo e il progresso che uccide la vera poesia e  la vera musica.
 
Il fascino delle Scarpette Rosse
La Regina delle Nevi fiaba alla quale dedicai già un apposito post,  ci lascia impresse nelle memoria, atmosfere rarefatte di sortilegio, di meraviglia, con tanta voglia di scoprire paesaggi incantevoli come la Norvegia, la Lapponia, la Finlandia. Tutti ricorderanno l'incontro fatto di fascinazione tra il piccolo Kay e la Regina delle Nevi, bella e altera sulla sua slitta, avvolta nella suo candido manto di pelliccia e manicotto, coi suoi occhi azzurini come il riflesso della neve sotto le luci del Nord. Una sorta di Bella Dama delle pianure innevate (già presente anche nella grande tradizione popolare russa), il cui bacio glaciale è fatale al piccolo che viene rapito e separato dai suoi affetti familiari. Bellezza, fascino e algore, non si oppongono tra loro e rappresentano stilemi letterari resi già abilmente fruibili ad un pubblico giovanissimo.
La principessa Vassilissa di Afanasjev

C'era una volta un Re e una Regina, c'era una volta un Principe e una Principessa... In un castello vivevano... Cammina, cammina...  strada facendo, e vissero felici e contenti, sono tutte le formule magiche che servono a spalancare al bambino quel mondo incantato di cui ha bisogno per diventare a sua volta creativo.   Il mondo della fiaba e della favola dev'essere un mondo sospeso e atemporale... Inutile volerlo attualizzare alla luce di  surrettizie problematiche "di genere" e di "ruoli sessuali", che non interessano minimamente al bambino. Pertanto, non permettiamone la sua distruzione prima ancora che si affacci alla vita e impari a scoprirla.

Hesperia








martedì 4 febbraio 2014

CC, che carriera!






Claudia Cardinale è stata per anni il volto-simbolo del buon cinema italiano. Ripercorrere la sua strabiliante carriera è pertanto, ripercorrere la storia del nostro cinema quando era vero cinema, apprezzato e guardato con rispetto e interesse nel mondo intero. Ma anche la nostra storia e i nostri costumi. Oggi è un'anziana signora, con tanto di nipoti, che ha avuto la fortuna di girare film bellissimi con grandi registi e che può ritagliarsi ruoli teatrali di prestigio in Francia dove risiede stabilmente. Ma anche ricordare con piacere la grande mole di lavoro fatto, ricevendo numerosi premi alla carriera, mostre retrospettive, tributi ecc.  Più della Loren e della Lollo, la quali, è vero che hanno pure loro, spiccato il volo per l'estero, ma sono pur sempre rimaste prigioniere di cliché e di ruoli un po' caserecci. Claudia è attrice ad un tempo nazionale ed internazionale, grazie al fatto di essere nata bilingue. Nasce a Tunisi nel 1938 da genitori di origine italiana (siciliani per l'esattezza), ma parla il dialetto siciliano, l'arabo e naturalmente il francese, lingua di studio e di cultura in uso nelle scuole tunisine. Non padroneggia invece molto bene l'Italiano che migliorerà man mano che procede la sua carriera in Italia. I suoi genitori, Yolanda e Francesco, erano nati in Tunisia, figli di emigranti siciliani: i nonni paterni erano commercianti di Gela, trasferitisi là, quando era ancora un protettorato francese; i nonni materni, avevano una piccola impresa di costruzione marittima a Trapani ma poi si stabilirono a La Goletta, dove esisteva una numerosa comunità italiana. A La Goletta Claudia (il cui vero nome è Claude) insieme alla sorella Blanche trascorre meravigliose vacanze al mare dai nonni, mentre il padre costruisce per le ragazzine una barca in legno. Pur essendo entrambi i  suoi genitori educati in scuole francesi, il radicamento nella terra d'origine era tale che il padre, ingegnere delle ferrovie, scelse di mantenere la nazionalità italiana invece di prendere quella francese, cosa che la Cardinale ha rifatto in omaggio a lui: residente a Parigi, potendo scegliere mantiene la nazionalità italiana.
La sua carriera prende l'avvio con piccole frequenti parti, in ottimi film d'autore e fu questa la strategia del produttore Franco Cristaldi che poi diventerà suo compagno di vita e darà il suo cognome al bambino che lei ebbe, quale frutto di una tormentata violenza sessuale. La Cardinale decise stoicamente di tenere il bambino e di crescerlo con amore,  ma il contratto con la Lux Vides (la più grande casa di produzione cinematografica con a capo Cristaldi) la obbligherà a non rivelare la maternità,  ad andare a partorire in segretezza a Londra, e di far passare il proprio figlio per fratello minore: una grande sofferenza per lei, come confesserà molti anni dopo in una famosa intervista rilasciata a Enzo Biagi .


La sua carriera inizia per caso con un concorso la più bella italiana a Tunisi nel 1957 che le dà l'opportunità




da Il bell'Antonio (Bolognini)


di compiere un viaggio a Venezia. Qui viene assediata di paparazzi dai quali cerca di difendersi con la sorella Blanche.
 Il suo primo film è  "I soliti ignoti" di Monicelli, nel piccolo ruolo di Carmelina, la sorella di un Tiberio Murgia, fratello possessivo che non vuole farla fidanzare con Renato Salvatori.
 Il suo carattere introverso e ritroso la porterà, per paradosso, a dover subire l'insistenza di registi che intendono scritturarla per i loro film,  proprio quando lei non vuole credere alla possibilità di diventare attrice. E' il caso di Mauro Bolognini che la scrittura per "Il Bell'Antonio" ottimo film tratto dall'omonimo romanzo di Vitaliano Brancati e storia "siciliana" di un uomo bello, gentile ed elegante, e assai ambito dalle ragazze, ma in realtà, con problemi di virilità. Con Bolognini, autore a lei carissimo, gira del resto un bellissimo film
da Senilità (Bolognini)
insieme a Belmondo "La viaccia" , intriso di preziosismo crepuscolare, oltre a "Senilità"  tratto dall'omonimo romanzo di Svevo, nel ruolo di Angiolina, femme fatale che condurrà alla rovina il protagonista. Più tardi sempre per Bolognini, un film rimasto poco valutato come "Libera, amore mio" nel ruolo della figlia di un famoso anarchico.
Anche Valerio Zurlini, di cui mi sono già occupata in specifico pezzo,  la vuole protagonista in "La ragazza con la valigia", nel ruolo di  Aida, una ragazza madre di provincia, costretta a nascondere la maternità, una  parte perfetta per lei, dalla quale - come dichiarerà - farà poi fatica a staccarsi giacché fin troppo speculare alla sua dolorosa esperienza. Di questo si accorge il sensibile Zurlini che la seguirà con affetto sul set.
La ragazza con la valigia (Zurlini)

Con Visconti esordisce in un ruolo marginale di Ginetta in "Rocco e i suoi fratelli", ma poi lui la valorizza quale indimenticabile protagonista in Il gattopardo nel ruolo di Angelica, la bella promessa sposa al nipote del principe di Salina, Tancredi (Alain Delon). Nel film la Cardinale ricopre due parti: quello della citata Angelica e quello più "selvaggio"  e ritroso della madre, donna bellissima ma tenuta sotto chiave dal marito che la conduce personalmente a Messa al mattino presto, velandola di nero, poiché geloso della sua bellezza. Due parti distinte della sua personalità: quella solare e quella lunare, come Visconti ha voluto acutamente mettere in evidenza. Il Gattopardo conquista trionfalmente la Palma d'oro a Cannes. La Cardinale presenzia brevemente sulla Croisette, giusto il tempo sufficiente per la storica fotografia sulla spiaggia in compagnia dei "tre gattopardi", Luchino Visconti, Burt Lancaster, Alain Delon e un ghepardo vero tenuto al guinzaglio sulla spiaggia.  Di recente nel 2011 lei e Delon hanno presenziato a Cannes per una versione restaurata e rimasterizzata de Il Gattopardo, felicemente acclamati dal pubblico, ma anche con una punta di malinconia da parte di entrambi,  nel constatare che  tutti i loro compagni di lavoro erano morti e che loro due (legati da lunga e fraterna amicizia dai tempi di "Rocco e i suoi fratelli") erano gli unici superstiti rimasti in scena.
Alain Delon e Claudia Cardinale a Cannes per la versione rimasterizzata de Il Gattopardo
 
 Ancora una parte di protagonista  in "Vaghe stelle dell'Orsa" accanto a Jean Sorel, in una storia scabrosa di incesto tra sorella e fratello che non ottenne molto successo di pubblico. Ma contemporaneamente a Visconti, la vuole anche Fellini, innamorato del suo volto dopo averla notata con Germi in "Un maledetto imbroglio".



Il primo film importante della sua carriera è infatti Un maledetto imbroglio (1959) di Pietro Germi, regista che per lei è una vera rivelazione. Fino a quel momento ha lavorato senza essere conquistata dal cinema, ma grazie alla sapiente direzione del burbero e laconico regista-attore (ci siamo già occupati di lui in questo post), con il quale nasce un'immediata affinità tra due caratteri simili, comincia ad imparare cosa sia il mestiere della recitazione e a sentirsi a proprio agio davanti alla macchina da presa.

Si tratta della sua prima vera prova di attrice, per la quale riceve una lusinghiera recensione da parte di Federico Fellini («una Cardinale che io mi ricorderò per un pezzo. Quegli occhi che guardano con gli angoli accanto al naso, quei capelli bruni lunghi e spettinati (...) quel viso di cerva, di gatta, e così passionalmente perduta nella tragedia»). Fu così che in 8 e mezzo, le affida il ruolo della Musa ispiratrice e per la prima volta non vuole farla doppiare ma le lascia la sua voce roca così singolare.
Inoltre fa esprimere al proprio alter ego Mastroianni una reverente dichiarazione d'amore all'attrice («Quanto sei bella, mi metti in soggezione, mi fai battere il cuore come un collegiale. Che rispetto vero, profondo, comunichi.») e la trasforma in una sorta di eterno femminino salvifico.
 Passare da Visconti a Fellini, per lei sarà quasi uno choc e, come dichiarò in alcune interviste, mentre con Luchino tutto era perfettamente pianificato nel dettaglio, con Federico si trovavano sul set senza sapere come muoversi perché tutto era creatività, genialità e improvvisazione da parte del maestro. Per Citto Maselli invece interpreta "I delfini" e  "Gli Indifferenti" tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia, il quale scrive  anche un libro  su di  lei.
da I delfini di Maselli



Comencini la ingaggia in "La ragazza di Bube" tratto dal romanzo di Cassola. Più tardi nella maturità la collaborazione con Comencini in "La storia" tratto dal famoso romanzo di Elsa Morante, trasmesso in puntate per la tv. Antonio Pietrangeli ne "il magnifico cornuto" accanto a Tognazzi, fu un'esperienza che lei non ricorda con piacere a causa della corte troppo insistente di Tognazzi. Ottimi ricordi invece per Marco Ferreri in L'Udienza accanto a uno stralunato Enzo Jannacci che si smarrisce nei sotterranei burocratici del Vaticano. Claudia ricorda il disincanto del regista che sempre sapeva sdrammatizzare le situazioni e ricordarle che dopotutto è solo finzione..

ll suo carattere umile, ma nel contempo ostinato, tenace e laborioso la porterà a non sentirsi mai "arrivata" e a buttarsi con costante impegno in ogni esperienza lavorativa: dai film di impegno a commedie leggere come la buffa commedia all'italiana di Luigi Zampa "Bello, onesto immigrato Australia sposerebbe compaesana illibata" con Alberto Sordi. In Australia per la presentazione del film, Claudia racconta che gli immigrati di origine italiana volevano toccare lei e Sordi, perché rappresentavano un pezzo d'Italia.  Anche una della serie di "La pantera rosa" di Blake Edwards accanto a David Niven, segue il filone comico-brillante.
Con la Francia ha sempre coltivato una doppia e parallela carriera all'Italia. Molti dei film girati Oltralpe, non arrivano nemmeno qui. Ma tutti la ricorderanno ne "Il clan dei marsigliesi", una gangster story alla francese che ebbe successo anche da noi, con accanto il ritrovato amico J.P. Belmondo con cui aveva già girato "La viaccia".
E pure accanto a Brigitte Bardot ne "Le due pistolere", una commedia ambientata nel west, dove lanciarono lo slogan CC contro BB e volarono tra le due finti sganassoni. In realtà, sono sempre state molto amiche e Claudia ammette di aver avuto il poster della Bardot appeso in camera in Tunisia quando ancora non pensava di certo a fare del cinema. Nel frattempo nel 1975 si incrina il sodalizio decennale con Cristaldi, il suo pigmalione-padrone. Come lei ammette nelle interviste, la Vides divenne padrona di ogni dettaglio della sua vita, in un contratto "all'americana". A posteriori, sostiene di non essersi mai sentita davvero la compagna di vita di Cristaldi, perché non si è trattato di un rapporto paritetico: è sempre stata in una posizione svantaggiata, subordinata rispetto al produttore, «Cenerentola gratificata dalla sua generosità», da un lato per il grande debito di riconoscenza nei suoi confronti per averla aiutata nel momento critico della gravidanza segreta.  Tant'è vero che non riuscirà mai a chiamarlo per nome, ma lo chiamerà "Cristaldi". 
Si innamora così del regista napoletano Pasquale Squitieri e vuole andare a vivere con lui. Cristaldi avrà una reazione inattesa facendo scattare rappresaglie meschine, boicottando sia la sua carriera che quella del suo nuovo compagno, arrivando a fare il vuoto a entrambi.  E quando Visconti programma quello che poi si rivelerà essere il suo ultimo film "L'innocente" tratto dal romanzo di D'Annunzio, la parte non sarà per Claudia, bensì per Laura Antonelli. Ma intanto la Cardinale si riprende quella vita vera che il contratto con la Vides non gli permetteva di vivere e compie un viaggio sentimentale da una costa all'altra degli Usa con Squitieri, dal quale poi avrà una figlia: Claudia jr. Fu finalmente per lei, una maternità vissuta in grande serenità.


Grandi problemi invece con "Fitzcarraldo" di  Werner Herzog girato nella calura della foresta amazzonica accanto al caratteriale e turbolento Klaus Kinski. "Benedico il cielo per aver ingaggiato Claudia Cardinale nel cast del film" ricorda Herzog "dato che era l'unica persona che stava nelle grazie di Kinski e riusciva a  farlo ragionare". Quel Kinski che faceva bizzarrie e pazzie assurde rifiutandosi di girare, trovò in lei un'amica di cui fidarsi, rientrare in sé   e  riprendere il lavoro. Partners di ottimo livello come John Wayne, Burt Lancaster, Jack Palance, Rock Hudson, la affiancano in numerosi film di produzione statunitense. In Usa gira anche un buon western dal titolo "I professionisti"  di Richard Brooks, col ritrovato Burt Lancaster.
 
C'era una volta il west


Ma il vero grande western che le conferisce piena popolarità internazionale è il nostro epico  spaghetti-western di Sergio Leone "C'era una volta il West" con la famosa colonna sonora di Ennio Morricone. Primo nome della Cardinale  su tutti i  cartelloni del mondo seguito dai nomi di veri colossi del cinema come Henry Fonda, Charles Bronson e Jason Robards. Il ruolo interpretato è quello di Jill Mc Bain, vedova volitiva che cerca di rifarsi una vita su un terreno dove sarebbe dovuta passare la ferrovia. Una grande soddisfazione professionale!
Ancora un ruolo di donna con la valigia che cerca di farsi uno spazio per sopravvivere in un clima di violenza, polvere e  sangue. Ancora il treno da cui scende  con un cappellino di paglia in testa. Ma soprattutto  ancora lei, più matura e consapevole, che sorride, fiduciosa, alla vita, con quella sua strana dose di ingenuità che in fondo non ha mai perso. Un ruolo singolare di matriarca che si fa largo in un genere cinematografico quasi esclusivamente maschile.  Ed è con questo trailer dalla splendida musica  di Ennio Morricone che voglio chiudere. 



C'era una volta il cinema,  i suoi artefici e i suoi protagonisti, prima che serialità, banalità, volgarità, violenza gratuita, cattivo gusto, rutilanti effetti speciali fine a se stessi,  lo sciupassero.

Hesperia

lunedì 20 gennaio 2014

Il ciclo arturiano e la nascita di una nazione



Il ciclo brettone e arturiano è comune a due storie della letteratura: a quella francese e a  quella inglese. In Francia Chrétien de Troyes, autore medievale della letteratura cortese,  in Gran Bretagna Geoffrey di Monmouth, Robert Wace and Layamon che chiamavano la spada Caliburn; una spada magica venuta da Avalon, secondo la tradizione celtica. E più tardi, sir Thomas Mallory (cognome che proviene dal francese malheureux), del quale si hanno poche certe notizie biografiche.
La parola Excalibur, nome della prodigiosa spada che rendeva invincibili a chi era degno di portarla, ha origini molto controverse, la cui nascita si può far risalire a due ceppi linguistici ben differenti: quello latino-indoeuropeo e quello sassone. Dal latino abbiamo diversi significati, ma quello più plausibile deriva da un'antica popolazione di fabbri chiamati "Calibs", Excalibur si può quindi scindere in due parole ex (con ablativo): dai e Calibs: Calibi, quindi tradotto letteralmente il significato diventerebbe "forgiata dai Calibi". Altre sfumature latine riportano alla capacità della spada e al suo aspetto come, per esempio, ex "calibro" che tradotto significa in perfetto equilibrio. Dal ramo celtico il significato cambia completamente, infatti, l'odierno nome deriverebbe da Caliburn, arcaico nome della leggendaria spada, che in antichità significava "acciaio lucente" o "acciaio indistruttibile". Qui, sul sito Camelot, varie notizie sul mito e sulle sue estensioni celtiche, latine ecc.

 
Comunque siano andate le cose l'immagine del re fanciullo che con mani pure estrae la spada dalla dura roccia (simile in  questo, al mito cristiano del Bambino Salvatore) laddove altri valenti cavalieri avevano fallito,  e che pone fine con questo gesto, a guerre intestine, a caos e a carestie,  è rivendicato da due grandi nazioni d'Europa: l'una continentale e più vicina a noi (la Francia) e l'altra circondata dal mare (la Gran Bretagna). Come cristiani erano i cavalieri del Santo Graal, (dal latino medievale  gradalis, calice) la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo dopo la sua crocifissione. Lo sviluppo della saga del Graal è stato tracciato in dettaglio dagli storici culturali:sarebbe una leggenda orale gotica, derivata forse da alcuni racconti folcloristici precristiani e trascritta in forma di romanzo tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII secolo. Gli antichi racconti sul Graal sarebbero stati incentrati sulla figura di Perceval e si sarebbero poi intrecciati con il ciclo arturiano.
Se vogliamo dirla tutta, nascono anche leggende che rivendicano la "latinità" di   king Arthur o Artù, Arturo  in Artorius. Per non dire della Germania e della germanizzazione del nome Perceval  (o Percival) che si fa Parsifal, ripresa  poi dal musicista Wagner. Andare a ritroso e ricercare le radici etniche e antropologiche di questo racconto di magia a cavallo tra la tradizione celtico-pagana e quella cristiana è lavoro  paziente di etnografi e mitografi, impossibile da riportare in questo post.
La saga arturiana e la "cerca" (la quête) del Santo Graal, hanno popolato la fantasia di poeti, di pittori (i preraffaelliti inglesi tra i quali Rossetti e Burne-Jones), di disegnatori (Aubrey Beardlsey nell'immagine in alto), di musicisti (il citato Wagner e le sue saghe), di fumetti d'autore,  di registi cinematografici che non cessano di riproporci anche ai nostri giorni la leggenda del re ragazzo e dei suoi  leali cavalieri della Tavola Rotonda (ma uno di loro tradirà, come per l'ultima cena del Cristo); con  Merlino l'Incantatore e precettore di Artù, con Morgana sua sorellastra  specialista in malefici. Degli amori di Lancillotto e Ginevra, della Fratellanza d'arme e dell'amicizia. Poi il reame di Camelot per anni governato con saggezza e capace di dare prosperità ai suoi sudditi,  sprofonderà nuovamente nel caos e nella carestia.
 
Tra le numerose pellicole cinematografiche sul tema, indimenticabile è per me  quella del visionario John Boorman dal titolo "Excalibur", con le sue spade lucenti, con le sue armature ancor più scintillanti, con gli elmi finemente cesellati, con quei verdi paesaggi che più verdi non si può. Con quegli specchi d'acqua di magica limpidezza, dove la meravigliosa fata bionda (la Dama del Lago) restituisce lucenti spade agli eroi. Con attori bravissimi presi dal teatro inglese, i quali recitano in uno stile aulico e ispirato. Con la colonna sonora di Wagner (Morte di Sigfrido, Parsifal) e  con pezzi riportati alla ribalta come i Carmina burana di Orff (Fortuna Imperatrix Mundi) e improvvisazioni celtiche a cura di Trevor Jones.  Il film in oggetto, ricorre al linguaggio della poesia ed evita qualsiasi pretesa di verosimiglianza o improbabili corrispondenze storiche. Ciò che conta è la forza evocativa di una leggenda immortale.
Coerentemente con questa impostazione, Boorman si guardò bene dal tentare di storicizzare l'ambiente o di modernizzare i caratteri, perché nulla di tutto ciò avrebbe mai potuto conciliare con vicende che parlano di misteri, incantesimi, manufatti magici, sacre cerche e codici cavallereschi spinti all'estremo.

Il sogno di Lancillotto di Edward Burne-Jones
 
La saga di re Artù mantiene il suo fascino  intatto anche perché, pur attraverso la finzione, riesce a parlarci di un mondo lontano, che non esiste più, nel quale il politeismo e la superstizione spesso condizionavano la vita quotidiana, così come fece in seguito la fede nel Cristianesimo.
La prima parte del film è  un racconto scorrevole e tradizionale, almeno fino alla scoperta del tradimento di Ginevra. La seconda, narra invece della decadenza del regno e della ricerca del Graal. Qui Boorman si distacca dagli stereotipi del cinema di genere e calca la mano su toni visionari. Affronta temi complessi, come il rapporto tra le responsabilità del governare e le aspirazioni individuali, il prezzo della conoscenza e l'uso ragionevole del sapere.
L'inesorabile declino del sire Artù e della sua terra sono descritti con immagini drammatiche, mai banali. Si esamina la sacralità del ruolo del sovrano, una funzione che dona grande potere ma esige obblighi gravosi.
L'avventura si fa esperienza mistica: prima che vagare in cerca di nemici e prodigiosi tesori, è un viaggio dell'uomo nella sua interiorità. Per questo occorre calarsi nello sguardo estatico dei Cavalieri (in particolare Parsifal) e dimenticare quanto di solito viene esibito in  pellicole d'avventura. Visioni sovrannaturali e battaglie si alternano, fino al finale, solenne e malinconico, crepuscolare come e più di quanto non voglia la tradizione.


Anche la spada Excalibur, che sorge dall'acqua sorretta dalla mano della Dama del Lago e nel lago stesso torna al tramontare dell'età degli Eroi, non è solo un'arma straordinaria ma il simbolo dell'unione tra l'umano e il sovrannaturale, tra la Forza fisica e la Fede spirituale. Del resto richiama la croce. I miti fanno parte   dell'eterno ritorno, in quanto non finiscono mai di suggerirci qualcosa nel corso delle epoche. In un periodo buio e  apocalittico come quello che stiamo vivendo, è  fin troppo facile augurarsi nel  profondo  del nostro cuore che un cavaliere senza macchia e senza paura, possa compiere il miracolo di toglierci dalle ambasce che tutti noi stiamo vivendo, compiendo gesta mirabolanti e prodigiose. Quello del re, dei suoi cavalieri, della Fratellanza d'armi, è legato ad un periodo in cui il potere era fortemente sacralizzato, ma anche meritevole di essere tale. Se il monarca si macchiava di indegnità come re Uther (il padre di Artù), che ricorre ad un inganno per espugnare il castello del Duca di Cornovaglia e possederne la di lui moglie Igrayne, ecco che immediatamente decadeva dalla possibilità di preservarlo e veniva a sua volta sopraffatto dai nemici. Artù, viene sottratto a  Uther dal mago Merlino per i servigi che gli rese; fu allevato nella foresta (il mito del bosco come purificazione e costruzione della tempra) come semplice scudiero,  fino a quel momento ignaro della propria discendenza reale. Fino al giorno della famosa sfida ad estrarre la spada dalla roccia con altri nobili cavalieri.
Riconosciuto come legittimo sovrano e guidato dai consigli del saggio quanto scaltro Merlino, Artù riesce nell'impresa di unificare la Britannia (antico nome e luogo ideale che somma sia la Bretagna che la Gran Bretagna); fa di Camelot la capitale del proprio regno, sposa Ginevra e riunisce attorno a sé i più coraggiosi e impavidi  cavalieri, tra cui Lancillotto.

Il reame prospera fino al giorno in cui Ginevra viene accusata di infedeltà.  Le sequenze da me scelte sono quattro: la citata impresa della spada nella roccia dove  il padre putativo, riconosce in Artù "la reale trascendenza" insieme al fratellastro Kay  e si inginocchia umilmente.
 
L'investitura di Artù che batte Uryens uno dei nobili cavalieri durante l'assalto al Castello del padre di Ginevra. Ma  egli è ancora scudiero, e perciò non viene riconosciuto come vero vincitore. Allora il cavaliere Uryens, su richiesta di Artù, lo  battezza, nel nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio, e gli dà diritto di portare arme e amministrare giustizia.  Una scena di grande solennità.
 
 
La scena  (in Italiano) di Parsifal che sebbene addolorato dai lutti che lo circondano, non abbandona la "cerca", trova il Graal e lo riporta al suo re.  I fratelli d'arme si ricostituiscono per la riconquista di Camelot usurpata Morgana e suo figlio Mordred. Una splendida sequenza in cui  i cavalieri vanno al galoppo nella prateria con i meli in fiore,  accompagnati dalla musica di  Carl Orff. La speranza ritorna:


Infine Parsifal riceve il testimone da un re Artù agonizzante dopo l'ultima sanguinosa battaglia, il quale gli intima di prendere la spada Excalibur gettarla in uno specchio d'acqua calma. Un nuovo re, che ne sarà degno la troverà. Quindi la morte di Artù prelevato dalle fate, adagiato su una nave veleggiante che ne trasporta le spoglie nell'isola di Avalon, con Parsifal, il più giovane dei cavalieri che gli  porge l'estremo saluto dalla riva del lago. Non so voi, ma a me questa scena non smette di commuovermi. Ci sono veri re che furono degli eroi, e ci sono monarchi usurpatori come quello che abbiamo la sventura di avere nell'attuale Presidente.

 

...e la spada risorgerà ancora (...and the sword will rise again).

Hesperia
 


Recensione integrale sul film di Boorman: http://www.terrediconfine.eu/excalibur.html

mercoledì 18 dicembre 2013

Difendere l'Italia (e gli Italiani)

L'ultimo saggio di Ida Magli "Difendere l'Italia", è senz'altro il più propositivo e pragmatico di quelli fin qui pubblicati. Non si limita infatti a insistere sulla denuncia dei misfatti fin qui perpetrati dall'eurocrazia di Bruxelles (si veda "La dittatura europea"). Non si limita ad analizzare i disvalori dell'Occidente che ci hanno reso così passivi, fragili e deboli nel respingere i nostri oppressori con i quali tacitamente collaboriamo ("Dopo l'Occidente"). Addirittura, l'ultima parte del saggio è dedicata alle prospettive per una nuova rinascita della Patria. A come si potrebbe ricostruire il Bel Paese, dopo le rovine perpetrate dai banchieri e da tutta la classe politica che ha chinato il capo, permettendo il disastro che  è sotto i nostri occhi. Insomma, la Magli ad un Laboratorio per la Distruzione (Lpd, per chi ama le sigle), centro operativo degli oligarchi mondialisti ed euromondialisti, contrappone un Contro Laboratorio per la Ricostruzione  per la difesa di un nazione ridiventata sovrana o in via di poterlo ridiventare.
Utopie? Può darsi, ma lei che è una famosa antropologa, sa benissimo che se è vero che le civiltà possono estinguersi a causa di invasioni demografiche, cataclismi, guerre, stragi, genocidi,  è altrettanto vero, che i sedimenti di antichi saperi, di esperienze, di una cultura e un' identità (le due cose coincidono) non sono fattori così facili da cancellare, nemmeno per il  tramite della più pervicace volontà distruttiva. Ma procediamo con ordine.

Terza Guerra Mondiale. La prof. Magli sa benissimo che la guerra che i banchieri hanno scatenato contro i popoli, non abbisogna di carri armati, di corazzate, di fregate militari, né di bombardamenti strategici a tappeto: bastano i mezzi finanziari, in primis la dittatura dello spread.  ("Forse non ci siamo accorti di essere nelle mani dei banchieri fino a quando non abbiamo visto le corde con le quali ci stavano impiccando"). Aver in mano una potente arma di distruzione di massa come la creazione del denaro dal nulla, significa usarla con spietatezza: distruzione dei prodotti particolari e specifici di un Paese, distruzione dei popoli ("così come le mucche e le arance, anche i popoli dovevano essere omologati e distrutti").
Chiamandola perciò con questo nome (III GM), la Magli spera che qualcuno vi si opponga, facendo scattare un naturale istinto di conservazione.

Egualitarismo repressivo
Lo sgomento di tanti Italiani nasce dal fatto che ci troviamo a vivere in democrazia, il più "perfetto" (o il meno imperfetto,  secondo il pensiero di Churchill) di tutti i regimi. E allora come capire che in nome dell'Egualitarismo non possiamo criticare chi fomenta sbarchi su sbarchi sulla Penisola esponendo il nostro Paese a migrazioni selvagge da ogni angolo del mondo? Come possiamo criticare coloro i quali mettono sullo stesso piano il matrimonio naturale coi matrimoni omosessuali? Come possiamo confutare chi favorisce trapianti ed espianti d'organi per offrire a tutti le stesse funzioni? Chi mai denuncia il fatto che durante questi trapianti molti ci lasciano la pelle o possono prendere altre malattie? Non si può, perché è il Progresso, bellezza -  un altro mito "democratico" inconfutabile. Ida Magli mette alla berlina il concetto di "democrazia" con tutta la ridda di mistificazioni che comporta. Tra i fenomeni sgomentevoli che rendono perplessi i lavoratori esiste anche il fatto che la sinistra  (storicamente nata a tutela delle fasce più deboli) è la più zelante nel voler massacrare il popolo di tasse, di espropri, di Equitalia... e che tra tutte le forze politiche si mostra la più supina e prona ai diktat delle cancellerie europee. Insomma l'Egualitarismo è la nuova feroce ghigliottina livellatrice della nostra epoca. 
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Omicidi-suicidi . Come in ogni guerra non mancano le vittime, spesso indotte da questo Laboratorio mondiale per la Distruzione. Ecco allora Equitalia, strumento di tortura moderna, nuova Inquisizione fiscale, organizzata per la distruzione dei "nuovi eretici": gli evasori.  (8000  suicidi solo alla fine del 2012, per non citare i suicidi pregressi). Ma questi suicidi, non hanno nulla di eroico, nulla di spartano, di stoico. Sono morti meste, silenziose, basate sull'impotenza. Chi si uccide non sa nemmeno cosa gli è crollato in testa, non sa dare un nome alla tragedia che sta vivendo, è incapace di difendersi. Per questo si suicida. Ci si uccide nel Nord Italia dove esiste una coscienza del "debito-colpa" In tedesco Schuld, significa sia l'una che l'altra parola. Ci si toglie un bene prezioso come la vita, sperando di salvare i proprio cari, sperando che mors omnia solvit.  Ma non è vero nemmeno questo: i nostri feroci nemici fanno ricadere la "colpa-debito" anche sui familiari.
"Ce l'abbiamo fatta!" esclama Letta, perché le autorità finanziarie il 5 luglio 2013 avevano cancellato la procedura di condanna nei confronti del debito pubblico.  Sì, ma le migliaia di vittime? di cittadini disoccupati? di industrie fallite? di esercizi commerciali ed artigianali costretti a "chiudere bottega"? E i giovani senza futuro? E la Nazione ferma e bloccata in un tunnel senza fine?
Grande è la responsabilità dei nostri governanti, anche più grande dei loro infami mandanti, poiché essi POTEVANO, ma hanno espressamente tradito il loro stesso popolo.

Il tempo inafferrabile - Molto interessante in questo volumetto di 250 pagine è il concetto di tempo che ne emerge. Da quando il calendario è cambiato, da quando dal Novecento siamo passati al Duemila (XXI secolo), il tempo sembra essersi fermato: viviamo l'eterno presente senza più un passato da ricordare (non vogliono che ce ne ricordiamo) né un futuro da scrutare in lontananza, come si fa con la linea dell'orizzonte. Un futuro da poter sognare.
Qualcuno ricorda questo ultimi tredici anni? Questo decennio? No, perché il tempo sequestrato dai banchieri, è in realtà un eterno presente, impossibile da padroneggiare, da storicizzare.  "Un silenzio quasi vuoto ,"un'orrida attesa di un nemico sconosciuto, misterioso, invisibile"...

Il crollo del Papato -  Il 5 marzo 2013 è stata un'altra data cruciale con le dimissioni del Papa Benedetto XVI. E dato che Ida Magli sa perfettamente che le dimissioni  (termine burocratico) può darle un capo di stato, un primo ministro, ma non il Papa, constata in questo avvicendamento della chiesa,  tutta la tragedia della "perdita del Sacro". "Il Parlamento e il Papato possono continuare a fingere di esistere, come nei fatti sembra che facciano, ma la forza del Sacro, l'hanno persa per sempre". L'ascesa alla sede vacante è stata come è noto rimpiazzata da un gesuita, il cui Ordine, un tempo era addetto alla guardia del Papa. Nessuno ha creduto ai motivi di stanchezza e di vecchiaia ("ingravescentem aetatem") di Benedetto XVI. Buon senso vuole che se la decisione è stata così repentina è perché altrettanto traumatici e repentini sono stati i fatti che hanno costretto Ratzinger alle "dimissioni". E ora da chi è stato sostituito il vecchio Papa divenuto "emerito"? Mica da un giovincello! Da un 77enne, proveniente dal Nuovo Continente ("la fine del mondo") con la sua finta familiarità di finto parroco di campagna. Su questo strano anomalo "colpo di stato" all'interno di una millenaria istituzione  religiosa, si dovrà ancora fare piena luce.
Di grande interesse il capitoletto intitolato al gesuita Ignazio di Loyola e le donne, che ben disvela come gesuitismo e ipocrisia siano  in pratica, la stessa cosa.

Omosessualità e inculturazione femminile
La sfrenatezza sessuale legata all'omosessualità ha purtroppo invaso la società in tutte le  sue diramazioni. Essa viene incoraggiata, blandita, coccolata dai media, dalla pubblicità, dal cinema, perfino dalle fiction televisive. Guai a dissentirne, ora che anche grazie al M5S (criticato dalla Magli, la quale all'inizio mostrò un'apertura di credito verso Grillo)  è passata la legge sul reato di omofobia.
La stessa Chiesa  è stata ferita a morte dal fenomeno interno dei preti omosessuali, come già si è visto durante le repentine dimissioni di Ratzinger, quando è venuta alla luce la questione di "una potente lobby gay" in Vaticano che vorrebbe cambiare la dottrina teologica e morale relativa all'omosessualità. Ma  anche il problema dell'eccessiva femminilizzazione dei ruoli politici, occupata proditoriamente dalle donne (quote rosa), viene stigmatizzata dall'autrice. Poiché è vero,  che gli Eurocommissari, ben vedono l'occupazione di donne nei posti chiave, più conformiste e assai meno critiche nei confronti del Potere (da cui ne sono state escluse da secoli) degli stessi maschi. Si vedano gli esempi deleteri di Cecilia Malmstrom, di Laura Boldrini, Bonino, della Kyenge.

Breve itinerario di un sogno ad occhi aperti
L'ultimo capitolo del libro è dedicato a come lavorare su più fronti, ben sapendo  che sul tema "identità e cultura"  sono state erette barriere, paletti e trabocchetti d'ogni genere. "Più estesa è l'informazione, meno si agisce". Non è certamente il mondo del web e l'eccesso di informazione nella quale siamo tutti quanti immersi che farà deviare il percorso della Troika. Quando si parla di "identità" occorre tener presente che non è lo Stato che crea un popolo, ma il popolo che crea lo Stato. Anche la lingua è frutto di una lunga sedimentazione culturale. E nessuna lingua al mondo,  è pervasa da musicalità come quella italiana.  Amante della musica nonché studiosa e musicista, Ida Magli, dedica un capitoletto a come dovrebbe essere formulata una legislazione speciale riguardante le scuole d'arte e i conservatori di musica, da sempre nostri punti forti.
"Lo Stato curerà, fornendo tutti i mezzi economici necessari, la formazione di orchestre italiane, con professori e direttori esclusivamente italiani"  (...) "Il Teatro alla Scala di Milano sarà per legge diretto da musicisti italiani. La serata di apertura sarà sempre dedicato a un musicista italiano e diretto da un maestro italiano".
Altri importanti paragrafi sono riservati alla scuola e all' istruzione universitaria,  all'ambiente e alla sua salvaguardia, alla demografia, al territorio e all'immigrazione massiva. Al rapporto tra densità demografica e natalità (siamo a un pericoloso rapporto di 198 abitanti per km quadrato, dati allarmanti che dovrebbero far riflettere). La Magli si spinge anche più in là: elabora una nuova organizzazione del potere che vada nell'ottica della salvaguardia dell'identità-cultura dell'Italia e degli Italiani. Non aggiungo altro,  per non rovinare le sorprese che certamente non mancano in questo prezioso volumetto. Forse non tutto è ancora perduto:  "Non siamo ancora morti e abbiamo intenzioni  di NON farci impiccare dai banchieri". Da leggere durante le festività natalizie.

 
A tutti i visitatori   e lettori del Giardino, auguro Buon Natale e serene feste.



Hesperia

lunedì 9 dicembre 2013

Un po' di numeri del Comunismo




Questo blog non si occupa direttamente di politica, anche se come chiave di lettura è costretto ad accorgersene quando scoviamo pesanti strumentalizzazioni in ambito artistico, letterario, cinematografico, vulgata generale e simili, o in storture  nella lettura del presente o della Storia.

Stavolta mi sento obbligato a soffermarmi e fare il punto brevemente su qualcosa di basilare che davo per assodato almeno nella formazione storica e memoriale di tutti, 
ma che dopo i dialoghi con un amico che non vedevo da un po', che comunque nel suo ambito è uno studioso, anche se non in questi ambiti, ho inteso che così scontato non è.

Parti di quel dialogo vertevano sulla presunta bontà del comunismo, 
sul fatto che "chi non è comunista è -in pratica- automaticamente fascista" (gioco questo già noto nella storia italiana, i comunisti hanno bollato ottusamente con la consueta retorica come fascista a ruota sia De Gasperi, sia Craxi, sia Berlusconi, sia Bossi, e quasi chiunque, dall'aumento della benzina ad altre amenità, che "fasciste" ovviamente non sono), 
sull'idea che "il comunismo E' la libertà",
che "il comunismo qui non c'è stato"
a dire, che se ci fosse stato avrebbe fatto senz'altro sempre tanto bene....
certo che 70 anni di gabbia ideologica comunista, ateista e di pensiero obbligato, di storia e letteratura lette SOLO in chiave marxista, il finto progressismo feroce e persecutorio, e ora il Soviet EuroGulag delle sinistre unite a lobbies e banche la dicono lunga su ciò che c'è stato e ciò che non c'è stato,
ma vediamo, dove c'è stato, cosa ha causato.

da

http://www.marxists.org/italiano/reference/nero/intro.htm

"(...) Il comunismo di cui trattiamo in questa sede non si colloca nel mondo delle idee. E' un comunismo reale, che è esistito in una determinata epoca, in determinati paesi, incarnato da leader famosi: Lenin, Stalin, Mao, Ho Chi Minh, Castro etc (...)

Il comunismo reale, in qualunque misura sia stato influenzato nella sua pratica dalla dottrina comunista anteriore al 1917 (...), ha comunque messo in atto una repressione sistematica, al punto da eleggere, nei momenti di parossismo, il terrore a sistema di governo. L'ideologia è, dunque, innocente?
I nostalgici e coloro che ragionano con una mentalità scolastica potranno sempre sostenere che questo comunismo reale non aveva niente a che vedere con il comunismo ideale. E sarebbe evidentemente assurdo imputare a teorie elaborate prima di Cristo, durante il Rinascimento o ancora nell'Ottocento, eventi prodottisi nel ventesimo secolo. (...)
Non a caso i socialdemocratici russi, meglio noti come «bolscevichi», nel novembre del 1917 hanno deciso di chiamarsi «comunisti». Non a caso, ancora, hanno eretto ai piedi del Cremlino un monumento in onore di coloro che consideravano i loro precursori: Moro e Campanella.

Al di là dei crimini individuali, dei singoli massacri legati a circostanze particolari, i regimi comunisti, per consolidare il loro potere, hanno fatto del crimine di massa un autentico sistema di governo.
E' vero che in un arco di tempo variabile - che va da pochi anni nell'Europa dell'Est a parecchi decenni nell'URSS e in Cina - il terrore si è a volte affievolito e i regimi si sono stabilizzati su una gestione della repressione nel quotidiano, mediante la censura di tutti i mezzi di comunicazione, il controllo delle frontiere, l'espulsione dei dissidenti.
Ma la «memoria del terrore» ha continuato ad assicurare la credibilità, e quindi l'efficacia, della minaccia repressiva. Nessuna delle esperienze comuniste che hanno conosciuto una certa popolarità in Occidente è sfuggita a questa legge: né la Cina del Grande timoniere né la Corea di Kim Il Sung né il Vietnam del «gentile zio Ho» o la Cuba del pirotecnico Fidel, affiancato da Che Guevara, senza dimenticare l'Etiopia di Menghistu, l'Angola di Neto e l'Afghanistan di Najibullah. 

I crimini del comunismo non sono mai stati sottoposti a una valutazione legittima e consueta né dal punto di vista storico né da quello morale. Questo è, forse, uno dei primi tentativi di accostarsi al comunismo, interrogandosi sulla dimensione criminale come questione fondamentale e globale al tempo stesso. Si potrà ribattere che la maggior parte dei crimini rispondeva a una «legalità» di cui erano garanti le istituzioni dei regimi in vigore, riconosciuti sul piano internazionale e i cui capi venivano ricevuti con il massimo degli onori dai nostri stessi politici.  (...)

La storia dei regimi e dei partiti comunisti, della loro politica, dei loro rapporti con le rispettive società nazionali e con la comunità internazionale non si riduce alla dimensione criminale e neppure a una dimensione di terrore e di repressione. Nell'URSS e nelle «democrazie popolari» dopo la morte di Stalin, in Cina dopo quella di Mao, il terrore si è attenuato, la società ha cominciato a uscire dall'appiattimento, la coesistenza pacifica - anche se era «una continuazione della lotta di classe sotto altre forme» - è diventata una costante nei rapporti internazionali. Tuttavia, gli archivi e le abbondanti testimonianze dimostrano che il terrore è stato fin dall'origine una delle dimensioni fondamentali del comunismo moderno. Bisogna abbandonare l'idea che la tal fucilazione di ostaggi, il tal massacro di operai insorti, la tal ecatombe di contadini morti di fame siano stati semplici «incidenti di percorso» propri di questa o quell'epoca. Il nostro approccio va al di là del singolo ambito e considera quella criminale come una delle dimensioni proprie del sistema comunista nel suo insieme, nell'intero arco della sua esistenza. 

Di che cosa parleremo, quindi? Di quali crimini? Il comunismo ne ha commessi moltissimi: crimini contro lo spirito innanzi tutto, ma anche crimini contro la cultura universale e contro le culture nazionali. 
Stalin ha fatto demolire decine di chiese a Mosca; Ceausescu ha sventrato il centro storico di Bucarest per costruirvi nuovi edifici e tracciarvi, con megalomania, sterminati e larghissimi viali; Pol Pot ha fatto smontare pietra dopo pietra la cattedrale di Phnom Penh e ha abbandonato alla giungla i templi di Angkor; durante la Rivoluzione culturale maoista le Guardie rosse hanno distrutto e bruciato tesori inestimabili.

Eppure, per quanto gravi possano essere a lungo termine queste perdite, sia per le nazioni direttamente coinvolte sia per l'umanità intera, che importanza hanno di fronte all'assassinio in massa di uomini, donne e bambini?
Abbiamo, quindi, preso in considerazione soltanto i crimini contro le persone, che costituiscono l'essenza del fenomeno del terrore e che si possono ricondurre a uno schema comune, anche se ciascun regime ha la sua propensione per una particolare pratica: l'esecuzione capitale con vari metodi (fucilazione, impiccagione, annegamento, fustigazione e, in alcuni casi, gas chimici, veleno o incidente automobilistico); l'annientamento per fame (carestie indotte e/o non soccorse); la deportazione, dove la morte può sopravvenire durante il trasporto (marce a piedi o su carri bestiame) o sul luogo di residenza e/o di lavoro forzato (sfinimento, malattia, fame, freddo).
Più complicato è il caso dei periodi detti di «guerra civile»: non sempre, infatti, è facile distinguere ciò che rientra nella lotta fra potere e ribelli dal vero e proprio massacro della popolazione civile.

Possiamo, tuttavia, fornire un primo bilancio in cifre, che, pur essendo ancora largamente approssimativo e necessitando di lunghe precisazioni, riteniamo possa dare un'idea della portata del fenomeno, facendone toccare con mano la gravità: 

- URSS, 20 milioni di morti,
- Cina, 65 milioni di morti,
- Vietnam, un milione di morti,
- Corea del Nord, 2 milioni di morti,
- Cambogia, 2 milioni di morti,
- Europa dell'Est, un milione di morti,
- America Latina, 150 mila morti,
- Africa, un milione 700 mila morti,
- Afghanistan, un milione 500 mila morti,
- movimento comunista internazionale e partiti comunisti non al potere, circa 10 mila morti. 

Il totale di morti causati dal comunismo si avvicina ai 100 milioni. 

Questo elenco di cifre nasconde situazioni molto diverse tra loro. In termini relativi, la palma va incontestabilmente alla Cambogia, dove Pol Pot, in tre anni e mezzo, è riuscito a uccidere nel modo più atroce - carestia generalizzata e tortura - circa un quarto della popolazione. L'esperienza maoista colpisce, invece, per l'ampiezza delle masse coinvolte, mentre la Russia leninista e stalinista fa gelare il sangue per il suo carattere sperimentale, ma perfettamente calcolato, logico, politico.
Questo approccio non pretende di esaurire il problema, che merita, invece, un approfondimento qualitativo, basato su una definizione di crimine precisa e fondata su criteri obiettivi e giuridici"

da  http://www.marxists.org/italiano/reference/index.htm

Gli argomenti sono poi ampliati in cartaceo nel "Libro nero del Comunismo" (Le Livre noir du communisme: Crimes, terreur, répression, 1997) a cura di Stephane Courtois,
ma trovo di acutissima lettura e documentazione tutta l'opera di Solgenitsin (ovviamente ci sarebbero migliaia di altri testi)

http://it.wikipedia.org/wiki/Il_libro_nero_del_comunismo

Il Libro nero porta a sostegno delle proprie tesi numerosi riferimenti bibliografici e fonti accettate, senza retropensieri. Inoltre, i dati riportati dal libro sono coerenti di fatto con quelli di molte altre pubblicazioni note e diffuse.
Lo stesso Norberto Bobbio ne ammetteva la veridicità.

(per un panorama storiografico snello dopo "Il Libro Nero" si rimanda al modulo dei commenti)


Aggiungo che il comunismo è contestato, analizzato e condannato nella Lettera Enciclica di Pio XI (1857-1939) Divini Redemptoris, contro il comunismo ateo (del 19 marzo 1937) e sulla successiva scomunica ipso facto comminata ai comunisti e ai loro sostenitori dal Sant'uffizio con decreto del 1º luglio 1949, sotto il regno di Pio XII (1876-1958).
E' condannata dal Magistero anche l'adesione alla Massoneria nella Humanum Genus di Leone XIII.

sul web, come fonte e argomento, seriamente condotta è anche questa breve indagine:
http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/comunismo/

d'interesse:
 http://www.centrosangiorgio.com/piaghe_sociali/comunismo/pagine_articoli/ha_ancora_senso_parlare_di_comunismo.htm

Sull'origine massonico-cabalistica già della dialettica hegeliana:
http://www.centrosangiorgio.com/occultismo/articoli/la_kabbalah_e_la_filosofia_moderna.htm

link correlati:

http://esperidi.blogspot.it/2013/02/che-cosa-nasconde-la-parola-rivoluzione.html

http://svulazen.blogspot.it/2013/04/la-caritas-marx-engels-profughi-in.html

Tragicamente attuale!
http://www.volkstaat.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1248:nelson-mandela&catid=49:nelson-mandela&Itemid=67

E visto che siamo in Avvento, sarebbe saggio non cadere in altre ovvietà (eretiche) del tipo "Gesù è il primo comunista/socialista della Storia". 

I fatti descritti in Atti degli Apostoli (ripresi anche da Mordechai Levi alias Karl Marx)
in 2, 44 "... Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune";
e 4, 32  "La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune."
è nel testo sacro la brevissima descrizione della scelta di una piccolissima comunità cristiana iniziale composta da Santi osservanti, rigenerati dallo Spirito Santo, su base volontaria e sacra, che nulla ha a che fare con il "Comunismo" o ingegneria e consueta macelleria sociale espropriante.

Se proprio si vuole nominare Gesù, e non per tirarlo strumentalmente dalla propria parte politica e ridurlo a una citazione illustre,
s'impari a discernerLo come dalla Scrittura, dalla Tradizione, dal Magistero Perenne, dal Depositum Fidei come Figlio di Dio, Salvatore e Giudice, come Profeta, Sacerdote e Re, o anche come Pantocrator, con i titoli cioè che Gli spettano, applicandosi sempre prima al proprio cuore e vita personale.
Con buona pace anche dei vari Rahner, Schillebeeckx, Dossetti, Boff, Panikkar e loro epigoni più o meno eretizzanti.

 http://www.doncurzionitoglia.com/PioXII_e_scomunica_comunismo.htm

 http://www.doncurzionitoglia.com/conoscere_il_comunismo-jean_daujat.pdf

 http://www.doncurzionitoglia.com/Insidie_Neocomunismo_Neomodernismo.pdf

Josh

martedì 3 dicembre 2013

Dal pasticciaccio di Gadda all'imbroglio di Germi

Mi è capitato di avere in dono il DVD del film  "Un maledetto imbroglio" di Pietro Germi, primo importante esempio di poliziesco italiano. Mediaset per il tramite di  Fedele Confalonieri, che è persona assai colta, ha avuto la funzione meritoria di provvedere al restauro dei nostri capolavori cinematografici dal dopoguerra a oggi in DVD nella collana cinema forever. Avevo in mente di fare un post su Germi cineasta sui generis in quanto anche interprete e attore dei film che dirige, ma la visione di "Un maledetto imbroglio" mi ha suggerito lo spunto per un altro tema: non poter venire mai a capo di una scomoda verità. Sì, insomma, l'intrigo investigativo che non si dipana e che non fa piena luce sui delitti. Vorrei partire innanzitutto dal capolavoro di Gadda "Quer pasticciaccio brutto della via Merulana": impensabile tradurlo nello schermo, in quanto l'autore persegue nella sua intricata narrazione, dei fini linguistici. Poi dirò, nello specifico,  delle utili modifiche apportate da Germi, al soggetto gaddiano.
 

La prima parte del romanzo è incentrata sulla scoperta dei delitti e sulle indagini tra gli esponenti della borghesia romana, mentre la seconda sulle indagini all'interno del proletariato della periferia della città.

Il romanzo è privo di un vero e proprio protagonista, o di un punto di vista che rifletta quello dell'autore, se non a tratti il personaggio di Ingravallo, che cerca di porre ordine in una situazione caotica.

La mescolanza tra le situazioni, i personaggi, e il loro linguaggio, dà luogo a un plurilinguismo e a un intreccio tra spaccato popolare e borghese.
Rappresenta probabilmente, con La cognizione del dolore, la migliore opera dello scrittore; nel romanzo, infatti, il virtuosismo linguistico e sintattico, il "barocchismo" e l'uso di più livelli di scrittura (dal dialetto popolare alla descrizione con echi manzoniani, dai termini arcaici fino alla pura invenzione di vocaboli) rappresentano la complessità della realtà ed insieme la sua essenza fatta di "percezioni": l'affascinante "buccia delle cose". Detto "pasticciaccio", secondo l'occhio disilluso di Gadda, riflette inoltre l'agglomerato di linguaggi e comportamenti, orrori e stupidità, della società italiana. Un narrato apparentemente comico (si pensi alla scena della defecazione della gallina), quindi, non deve trarre in inganno il lettore. Questo espediente vuole mettere in luce il garbuglio di un mondo che più che comico è grottesco, e svela così una condizione drammatica cui non si può porre rimedio. Secondo  Gadda la realtà è troppo complessa e caleidoscopica per essere spiegata e ricondotta ad una logica razionalità. Per lui la vita è un caos disordinato, un "pasticciaccio" di cose, persone e linguaggi da cui non si riesce mai a trovare il bandolo dell'intricata matassa.
Pietro Germi e Carlo Emilio Gadda


Durante i primi anni del fascismo a Roma, il commissario della Squadra Mobile di Polizia Francesco Ingravallo, rude e orgoglioso molisano, è incaricato di indagare su un furto di gioielli ai danni di un'anziana donna di origini venete, la vedova Menegazzi. In seguito viene uccisa, nello stesso palazzo che era stato teatro della rapina, la moglie di un uomo piuttosto ricco, la signora Liliana Balducci. Il luogo del furto e dell'omicidio è un tetro palazzo di via Merulana 219, noto come "Palazzo degli Ori", situato poco distante dal Colosseo.

La narrazione parte con la descrizione dell'ambiente attorno alla signora Balducci e si allarga ai Castelli Romani da dove provengono le domestiche della signora e le "nipoti", ragazze che accoglieva come figlie per compensare solitudine e mancata maternità. Intorno una folla di comparse: la svenevole e avvizzita contessa Menegazzi, vittima del furto, il commendator Angeloni "prosciuttofilo", i brigadieri della questura, i carabinieri di Marino a caccia di indizi nella campagna, le figure sfocate delle domestiche e nipoti.

Il giallo non ha soluzione, non c'è un colpevole assicurato alla giustizia  come di prammatica, e non si chiude con la  scontata scoperta dell'assassino per le ragioni che ho già enunciato poc'anzi: il pessimismo di Gadda nei confronti della realtà per lui indecifrabile e  inintelligibile.
 
"Un maledetto imbroglio", apporta modifiche che sono state fatte oggetto di studi specifici nientemeno che dall'Edinburgh Journal of Gadda Studies detti  studi intersemiotici tra il testo gaddiano e lo script cinematografico di Germi coadiuvato dal bravo Alfredo Giannetti e da Ennio De Concini:
 
 
La Trama filmica - In  un appartamento di una vecchia casa signorile, nel centro di Roma, viene perpetrato un furto. Il commissario Ingravallo della squadra mobile (Germi stesso, indimenticabile con cappello a larga falda, occhiali scuri e sigaro tra i denti), ha appena iniziato le indagini per scoprirne l'autore, quando nello stesso edificio, nell'appartamento contiguo, viene commesso un assassinio. "Due bombe non cadono mai nello stesso posto?".
L'uccisa è Liliana Banducci (con la n invece che con la l del romanzo), una donna ancora giovane, piacente, timida e riservata, con un portamento signorile (interpretata da Eleonora Rossi Drago). Il nuovo delitto costringe il commissario ad estendere le indagini, che da principio procedono a stento, poiché gli indizi sono slegati e frammentari. Ingravallo si interessa soprattutto alle persone più vicine alla vittima: un cugino (Franco Fabrizi), sedicente medico, che l'uccisa riforniva periodicamente di denaro; il marito (Claudio Gora), uomo taciturno e schivo, ma dal comportamento ambiguo; una servetta imbarazzata e sconcertante (Claudia Cardinale) e il suo fidanzato mariuolo e poco di buono (Nino Castelnuovo). I sospetti del commissario si accentrano sui due primi personaggi e le sue indagini lo portano a scoprire che entrambi mantengono dei rapporti sessuali con Virginia (Cristina Gajoni), una ragazza alquanto squilibrata che, a suo tempo, prestò servizio in casa della signora Liliana. Attraverso pazienti indagini, alternate con astuti tranelli, il commissario s'avvicina a poco a poco alla verità, che appare in piena luce quando il ritrovamento di alcuni gioielli rubati permette di collegare il furto e l'assassinio. Il ladro  e l'assassino sono in realtà la stessa persona...
 
Come si può constatare,  il testo gaddiano resta volutamente irrisolto mentre Germi dopo i barocchismi di un'investigazione tormentata mette un finale chiuso al suo film,  come nella tradizione classica del poliziesco anglo-americano. Inoltre non rinuncia all'economia del racconto e ad un  buon ritmo  secco e sostenuto .
 
E tuttavia nonostante la sua mirabile premessa sul cinema... :
 
In generale, mi sembrerebbe un sintomo di decadenza, per il cinema, ridursi a cercare le sue storie nei romanzi. Per quanto mi riguarda, mi sentirei diminuito se risultasse che nel mio lavoro mi aggancio alla letteratura. Io credo nell’assoluta autonomia del cinema; non solo, ma credo che sia molto difficile che un film veramente importante nasca da un libro.
Pietro Germi, 1964 .
 
....mi pare che alla fin fine,  lo spirito gaddiano venga creativamente trasferito in un'amara concezione sull'umanità che si riverbera anche nel suo cinema: i personaggi su cui investiga Ingravallo,  hanno tutti quanti scheletri nell'armadio da nascondere, scheletri sui quali nulla può il bravo commissario, in quanto non direttamente legati al caso in oggetto. Pertanto, nessuno degli indagati  è personaggio veramente innocente e specchiato. "Meriteresti la galera" è infatti la frase preferita, quasi un leit motiv di Ingravallo al cospetto di questa genìa.
Possiamo dire che Ingravallo è un moralista? Certamente, anche se poi mantiene per sé le sue idee e concezioni etiche, ma si limita  con distacco e cinismo a perseguire dettaglio su dettaglio le sue investigazioni, assicurando l'omicida alla giustizia. Ce lo dimostra con l'efficace similitudine della sua inchiesta  da lui paragonata ai  sassi di un parco che appena li si sposta vi si trovano vermi e verminai al di sotto -  una concezione dell'umanità davvero pessimistica.
Non si può fare a meno di constatare che la storia di questo nostro sventurato Paese sui cui delitti di stato non si giunge mai a far definitivamente luce (Caso Mattei, caso Moro, caso Ustica ecc.), ricorda non poco il "pasticciaccio" citato. O se vogliamo, anche l'imbroglio maledetto.  Quello dal quale non se ne viene mai a capo.
 
Una nota di elogio alla colonna sonora del bravo maestro Carlo Rustichelli che con Germi seppe creare un binomio inscindibile visivo-musicale. Come Fellini con Rota, come Leone con Morricone.
La canzone "Sinnò me moro" è cantata da Alida Chelli, figlia del maestro, la quale,  come nome d'arte, ha scelto di perdere metà del suo vero cognome.

Hesperia