Nella cultura europea alcuni artisti e psichiatri osservarono in maniera differente le esperienze artistiche nate nei luoghi di cura per malati mentali.
Il nesso tra Arte e Follia è antico come il mondo. Eraclito scriveva che "Per quanto tu cammini per ogni via, i confini dell'anima non li troverai".
La follia fu intesa infatti come un mezzo per esplorare questi confini. La nozione di "follia" in questa accezione (manìa) andava intesa diversamente dalla patologia. Platone nel "Fedro" scriveva che "la follia è tanto superiore alla sapienza, in quanto la prima viene dagli dei (n.d.r. intendeva infatti la cosiddetta "divina follia"), la seconda dagli uomini".
In questo senso, non è che in epoca classica fosse pregiata ogni follia, beninteso, ma la follia quale dono divino.
La "divina follia" di Platone è quella del poeta che vede nascere in sè inesauribili energie creative, o quella del profeta che riesce a figgere gli occhi nel futuro, o quella di Dioniso che donava uno stato mentale d'estasi, in cui si percepisce di avere la divinità dentro di sè (questo secondo la tradizione greca, in ambito cristiano i termini paolini della questione sono molto differenti: "farsi folle perchè la sapienza del mondo è follia per Dio, invece la sapienza cristiana è follia per il mondo"), e più in alto sempre per Platone sta la "divina follia d'Amore" che avvicina l'anima alla sua natura più intima.
Quindi per i Greci la follia andava intesa in modo duplice, malattia della mente quanto ipertrofia delle proprie potenzialità.
Il nesso tra Arte e Follia nell'era dello scientismo cambia segno. Il rapporto, per esempio tra Arte e psicanalisi ha origine in più modi, tra scienza, scientismo, volontà d'analisi, Positivismo ed arti.
Tra i casi iniziali più eclatanti, come non citare l'esperienza di Charcot, che con le sue lezioni pubbliche trasformò la Clinica Salpêtrière in una specie di teatro.
Specularmente, la nascita della psicanalisi si era in qualche modo imparentata anche con la letteratura, dalle stesse relazioni mediche, in qualche modo letterarie, che trattavano dei casi narrando,
fino all'influenza su vere e proprie opere letterarie che facevano della psicanalisi o dell'analisi del disagio un metodo o un tema:
l'Horlà di Maupassant e gli studi sull'isteria e l'ipnotismo, Proust e l'episodio del Dottor du Boulbon (intreccio tra sapere e malattia, conscio e inconscio) o lo stesso Baron de Charlus, Bergson che si occupa di ipnotismo, il Surrealismo e Breton.
Ancora da notare l'attitudine psicologica matura nella scrittura di Balzac, di Flaubert, fino a Bourget e Huysmans.
La psicologia scientifica è anche introiettata come metodo vero e proprio da Emile Zola nel "Romanzo Sperimentale", come da Hyppolite Taine che pensava alla letteratura come a una "psicologia vivente", anche se è più noto per l'osservazione naturalistica letteraria e filosofica basate su race, milieu, moment.
Lo stesso Baudelaire affermava "J'ai cultivé mon hysterie avec jouissance et terreur". Studi sul magnetismo riecheggiano ancora nei Racconti di Hoffmann, nel "Ritratto di Cagliostro" di Dumas padre (Memorie di un medico, Giuseppe Balsamo), in Edgar Allan Poe de "La verità sul caso Valdemar", o Robert Browning in "Mesmerism".
Noi stessi avevamo dedicato un post a questo aspetto dell'arte visiva e dell'analisi nel pezzo sulla vicenda di Charles Sims, con possibilità di controllare l'evoluzione del disagio nella successione dei suoi dipinti; o anche qui, un pezzo su malinconia e "lunatici".
Freud ancora sosteneva nei "Saggi su Arte, Letteratura e Linguaggio" che sono
"gli artisti e i poeti i veri scopritori dell'inconscio psichico, giacchè essi sanno in genere una quantità di cose tra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta."
Hieronymous Bosch, "Elefante da battaglia"
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Dopo questo breve resoconto, che risulterà magari tematicamente più chiaro a chi conosce vicende e testi sopracitati, mi collego ad una mostra importante intorno a questi temi,
che illustro brevemente.
Ci siamo già occupati delle mostre del MAR, perchè non si presentano mai come esposizioni statiche, come ci si aspetterebbe da un'attività museale,
ma si tratta più spesso di "Mostra come Ricerca", più che in altri casi, che richiede una cooperazione interpretativa notevole allo spettatore, ed è più studio e indagine aperta che mostra.
Le ricerche di quegli anni avevano avviato anche in ambito figurativo una revisione di idee quali "arte dei folli" e "arte psicopatologica", prendendo in esame queste produzioni sia come sorgenti della creatività che come modalità propria di essere nel mondo, da comprendere al di là del linguaggio formale.

Cesare Inzerillo, Bird of Paradise
Nel 1912 Paul Klee, per la prima mostra del movimento artistico del Blaue Reiter alla Galleria Thannhauser di Monaco aveva individuato nelle culture primitive, nei disegni infantili e in quelli dei malati mentali le fonti dell'attività creativa.
Nel 1922 lo psichiatra tedesco Hans Prinzhorn pubblicò un testo dal titolo "Bildnerei der Geisteskranken"("L'attività plastica dei malati di mente") che segna la fine dello sguardo positivista sulle produzioni artistiche nate negli ospedali psichiatrici.
Infine, nel 1945 Jean Dubuffet conia la nozione di Art Brut.
Oggi il termine Borderline individua una condizione critica della modernità, antropologica prima ancora che clinica e culturale. In questo senso la mostra si propone di esplorare anche gli incerti confini dell'esperienza artistica al di là di categorie stabilite nel corso del XX secolo, individuando un'area della creatività dai confini mobili, dove trovano espressione artisti ufficiali ma anche autori ritenuti "folli" o "alienati".
Tra i 2 gruppi (artisti ufficiali e folli) talvolta il confine è più impalpabile di quanto si potrebbe immaginare, specie per l'arte del Novecento in cui è la...nevrosi che pare farla da padrone, specie nella dissoluzione della figura, sintomo della perdita di sè e dell'identità.

Salvador Dalì, "Mostro molle in un paesaggio angelico"
La mostra al MAR di Ravenna curata da Claudio Spadoni, direttore scientifico del museo e da Giorgio Bedoni, psichiatra, psicoterapeuta, con il supporto della Fondazione Mazzotta di Milano ha inaugurato il 16 febbraio per proseguire fino al 16 giugno 2013.
C'è un'INTRODUZIONE, con opere di Géricault e Goya, Hieronymus Bosch, Pieter Bruegel, Max Klinger, poi l'esposizione prosegue per sezioni tematiche.
Le creazioni Art Brut sono una presenza costante nel percorso della mostra.
Nel DISAGIO DELLA REALTA' sono presentate opere di Bacon, Dubuffet, Basquiat, Tancredi, Chaissac, Wols, ma anche Pierre Alechinsky, Karel Appel, Madge Gill, Vojislav Jakic, Asger Jorn, Tancredi Parmeggiani, Federico Saracini, Gaston Teuscher, Willy Varlin, August Walla, Wols, Adolf Wölfli, Carlo Zinelli per stabilire confronti sull'ambiguo confine tra la creatività degli alienati e il disagio espresso dall'arte ufficiale dell'ultimo secolo.

Il DISAGIO DEL CORPO espone una serie di lavori dove è protagonista il corpo, che diviene come l'estensione della superficie pittorica e talvolta opera stessa nelle sue più sorprendenti trasformazioni, descritte in toni ludici o violenti, con Recalcati, Moreni, Fabbri, Perez, De Pisis, Zinelli, alcuni protagonisti del Wiener Aktionismus e del gruppo Cobra come Jorn e Corneille,
poi Hermann Nitsch e Günter Brus; e Joaquim Vicens Gironella, Josef Hofer, Dwight Mackintosh, Oswald Tschirtner.
E ancora Victor Brauner, Pietro Ghizzardi, Cesare Inzerillo, André Masson, Arnulf Rainer, Eugenio Santoro.

Antonio Ligabue, Autoritratto
All'interno dei RITRATTI DELL'ANIMA ampio spazio viene dedicato ad una sequenza di ritratti, e soprattutto autoritratti, una delle forme di autoanalisi inconsapevole più frequente nei pazienti delle case di cura, con opere di Ghizzardi, Kubin, Ligabue, Moreni, Rainer, Sandri, Van Gogh, Jorn, Appel, Aleshinsky, Viani.
Francis Bacon, Enrico Baj, Jean - Michel Basquiat, Pablo Echaurren, Sylvain Fusco, Pietro Ghizzardi, Theodor Gordon, Antonio Ligabue, Bengt Lindstrom, Mattia Moreni, Arnulf Rainer, Gino Sandri, Lorenzo Viani. Due maschere Sepik sono inserite, come emblematici manufatti di arte primitiva e simbolo dell'ancestrale nella rappresentazione, provenienti dalle popolazioni indigene del fiume Sepik in Melanesia. Un'intera sala verrà poi dedicata ad Aloïse Corbaz, storica autrice dell'Art Brut.

Théodore Gericault, "Le medecin chef de l'asile de Bouffon"
La mostra prosegue con una sezione dedicata alla scultura, la TERZA DIMENSIONE DEL MONDO, con spettacolari sculture art brut, con inediti di Gervasi e grandi manufatti di arte primitiva.
Infine, nel SOGNO RIVELA LA NATURA DELLE COSE, viene definito l'onirico come fantasma del Borderline con una selezione di dipinti di surrealisti come Dalì, Ernst, Masson, Brauner, oltre ad una nutrita presenza di lavori di Klee, estimatore dell'arte infantile e degli alienati.
Josh
martedì 11 giugno 2013
Borderline: Arte tra Normalità e Follia
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Josh
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martedì 4 giugno 2013
Il Gatsby di Luhrmann
Il cinema non è una passerella di moda e se tutti ammirarono ad esempio, Kim Novak negli abiti di Edith Head, non è grazie a questi che il film "La donna che visse due volte" (Vertigo) di Hitchcock, viene ricordato a futura memoria, ma per la storia, il climax, l'enigma, le implicazioni psicologiche, la capacità di scatenare simbologie ed analogie, di saper parlare all'inconscio individuale e collettivo.
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Hesperia
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martedì 28 maggio 2013
Lana del Rey
Insolitamente il Giardino, di norma avvitato su questioni più di nicchia, non si sottrae a commentare uno dei fenomeni dell'ultimo anno di nuovo e controverso pop e di costume.
Di Lana del Rey si parla molto sul web, anche a sproposito, perchè da internet ebbe la sua prima notorietà quando come Lizzy Grant (Elizabeth Woolridge Grant è il suo vero nome, nata a New York nel 1986, di origini scozzesi, ha studiato Filosofia e Metafisica dai Gesuiti alla Fordham) provava a farsi conoscere,
affiancando poco più che in età scolare esibizioni live ai primi demo, un album online poi ritirato ...
Circolano anche una profluvie di brani scritti da lei, alcuni di qualità buona, ancora non incisi ma eseguiti dal vivo negli anni passati, prima della fama, sotto il nome di May Jailer, Sparkle Rope Jump Queen, e Lizzy Grant, altri invece finiti poi nelle incisioni ufficiali.
Cantautrice e oggi anche modella (spot HM, Jaguar), ispirata dal cinema, dalla stessa ariosità delle colonne sonore cinematografiche, dal pop anni '50 e '60, dal ritratto di un'America nostalgica, kitsch e a volte malata, che mescola b movies, tragico, sensualità e ...moda,
ha ricevuto notorietà con l'album "Born to die".
Sono in disaccordo con chi trova anche in Lana del Rey e nel suo bon ton glamour qualcosa degli... "Illuminati", contenuti e simbologie para-sataniche e disturbanti, del resto palesi in Lady Gaga e in certo pop plasticoso trash USA. Idee venute in giro per il (bel) brano in questione.
Il video di "Born to Die" sopra, visionario senza dubbio, è ambientato nel Palazzo di Fontainebleau. Il luogo contribuisce a sottolineare in qualche modo il lusso, la preziosità, e la corona in testa a Lana è grigio-mortuario, del resto è in una chiesa vuota metafora dell'ultima destinazione, dell'aldilà: tutto il girato in realtà è una metafora, il pezzo "Born to die" è da situarsi quando l'anima è già dall'altra parte, e a un certo punto la ragazza si incammina per corridoi finchè le si aprono le porte del cielo mentre alcuni frammenti ci mostrano l'ultima notte della sua vita, il fidanzato, l'ultima corsa in auto con un tremendo incidente.
C'è il tema dell'amore e della perdita, nel testo (come in molte sue composizioni): la protagonista muore in un incidente stradale e il video la mostra camminare in una sorta di limbo, con i cancelli/porte del cielo, tuttavia l'anima è ancora alla ricerca di amore, di calore, di frammenti di vita cui si aggrappa disperatamente....(a me ha ricordato in qualcosa, nel montaggio, l'incidente...un film, "L'Amante"/Les Choses de la Vie di Claude Sautet del 1970, con Romy Schneider, quanto il finale tra le fiamme e i rottami "Rebecca la prima moglie" di Hitchcock). In realtà il pezzo è dedicato al fidanzato di Lana, scomparso prematuramente un paio d'anni fa.
parte del testo
Feet don't fail me now
Take me to the finish line
Oh my heart, it breaks every step that I take
But I'm hoping at the gates,
They'll tell me that you're mine
Walking through the city streets
Is it by mistake or design?
I feel so alone on the Friday nights
Can you make it feel like home, if I tell you you're mine
It's like I told you honey
Don't make me sad, don't make me cry
Sometimes love is not enough and the road gets tough
I don't know why
Keep making me laugh,
Let's go get high
The road is long, we carry on
Try to have fun in the meantime
Come and take a walk on the wild side
Let me kiss you hard in the pouring rain
You like your girls insane
Choose your last words
This is the last time
Cause you and I, we were born to die...
Ancora dall'album è estratta la cadenzata "Blue Jeans":
Poi ancora "Video Games", "Radio", la malinconica "Carmen", la dolceamara "Million Dollar Man" che è un'altra storia di degradazione e perdita di sè:
"It isn't that hard boy, to like you or even love you
I will follow you down down down,....
You're screwed up, you're brilliant,
You look like a million dollar man,
So why is my heart broke?"
L'abisso sembra essere sempre a un passo...
Le brevi storie di vite bruciate nei suoi pezzi sono rese con pennellate, gesti, brevi frammenti che raccontano un'esistenza spesso a rischio.
Lei stessa -dice- affrontò l'alcolismo da adolescente e un bagaglio di esperienze e considerazioni elaborò anche dopo, quando vivendo in una roulotte si occupò di servizi sociali, affiancando senza tetto, tossicodipendenti e alcolisti in riabilitazione.
Qui Lucky Ones
Qui la sua Blue Velvet
Lynchiano è talvolta anche il mondo di Lana del Rey,
uno strano connubio di innocenza e perversione, glam e introspezione. A volte invece sembra quasi essere la figlia, o la nipote.... del mondo dipinto da film critici e nostalgici insieme, come "Il Grande Freddo" di Lawrence Kasdan, "Il Declino dell'Impero Americano" di Denys Arcand, o "L'Ultimo Spettacolo" di Peter Bogdanovich, "Cinque Pezzi Facili" di Bob Rafelson, senza tralasciare "Lolita", ovviamente.
Ancora sono presenti influenze leggibili da Nancy Sinatra, alle chitarre tremolanti di certo culto dell'America underground degli anni che furono, condito dai testi (insieme alle musiche, in linea di massima scritti dalla stessa Del Rey) che mostrano un'identità autoriale piuttosto tormentata.
Ride
"Ride" rappresenta un'America libera a cavallo tra anni '60 e '70, ancora in parte ingenua, un altrove, un locus amoenus del loro immaginario. E' anche la grande frontiera americana, una vita "free" che si risolve inevitabilmente in non-costruzione, il sogno di un tempo che ora non sembra bastare nè esistere più.
Musica ariosa, da viaggio, da road movie. Un po' "Easy Rider", ma anche la rilettura recente di quel mondo per esempio mitizzato dalla recente serie tv "Sons of Anarchy". C'è sempre un'impostazione vocale personale e il consueto recitare sottolineando le parole, fino all'esplosione finale del pezzo.
I hear the birds on the summer breeze, I drive fast
I am alone in the night
Been trying hard not to get in trouble, but I
I've got a war in my mind
I just ride.....
Per l'irresolutezza interiore, si corre, e ci si illude di sfuggire a se stessi...così il viaggio di transfughi nei luoghi di un'America mitizzata e in fondo non più esistente diventa metafora dell'anima in cerca di un nuovo mondo che forse è un altrove,
non è più un luogo, non può più esserlo, rimane, forse, una conquista interiore.
L'ideale e la sua morte, insieme.
Ancora American, o la provocatoria e trascinante Cola (..."my pussy tastes like Pepsi Cola, my eyes are wide like cherry pies/ I got a taste for men who're older, It's always been so it's no surprise/ Ah he's in the sky with diamonds And it's making me crazy/ All he wants to do is party with his pretty baby ....Come on baby, let's ride ...We can escape to the great sunshine...")
La prima cosa che salta agli occhi, ma non è questo il motivo per cui le dedichiamo un post....è una ...sventola! senza dubbio, la cui priorità artistica sono (diversamente da ciò che si potrebbe pensare) i ...testi!
Vero...e in questo passaggio fanno capolino gli studi letterari-filosofici della Del Rey, e la sua intenzione di lavorare con le parole come compositrice e sceneggiatrice. Anche la sua musica è in fondo un mettere in scena, allestire e interpretare storie.
Insolito lo stato d'animo che generano le sue composizioni...felicità, ansia di liberazione e un'angoscia sottile, uno stato d'animo che pare sempre dire Le passé m'effraie, l'avenir me fait peur...
La fragilità interiore, un senso di rischio e di perdita che spazia fino all'aldilà davanti a un presente esploso è forse il modo per capire il mondo della Del Rey, ma anche il perchè del suo cantato imbronciato, caratterizzato da un vellutato registro medio-basso.
Gli arrangiamenti sono a volte jazzati, retrò, la malinconia serpeggia nei ritmi rallentati e languidi sotto uno sfondo dorato e patinato, che non riesce a nascondere il culto di ciò che è perduto, un'infinita nostalgia...spesso questi sono i leitmotiv delle narrazioni anche metricamente ricercate (piene di enjambement, per esempio) di Lana del Rey.
Se le vocalists e autrici mitiche del mondo gotico tra pop e rock underground sono e sono state Siouxsie, Monica Richards, Eva O, Gitane Demone , X Mal Deutschland (e molte altre),
a cui di recente si sono aggiunte le giovani Chelsea Wolfe, gli Esben + the Witch, le Austra, Fever Ray,
una verità sul presente l'ha colta Zola Jesus: "...Everyone is goth now. It blows my mind...."
Lana del Rey non fa parte stilisticamente del mondo 'gotico', nè di produzioni indipendenti o sperimentali dalle sonorità estreme come lei stessa ammette,
ma ha un immaginario in cui amore e morte sono presenti a piene mani, a volte esibiti in maniera bruciante, a volte a contrasto sotto la patina lussuosa hollywoodiana.
L'idea sulla contemporanea sostenuta da Zola Jesus è che parte dell'eredità gotica in origine proveniente dalla musica alternativa del postpunk-darkwave dai fine '70 finora, sia stata introiettata come consapevolezza comune anche da chi non ne faceva parte.
In questa accezione in qualche modo è vero, "Everyone is goth now".
C'è un senso di oscurità, angoscia ed esistenzialismo che pervade le arti degli ultimi decenni. Non potrebbe essere altrimenti dato le trasformazioni in nero del mondo contemporaneo. A parte le ...mode.
E' sempre più difficile creare arte o anche uno spettacolo di pura evasione in un mondo frantumato e percepito senza avvenire (o dall'avvenire sinistro come quello del NWO) come quello di oggi.
Cosa poteva nascere in periodi come questi, in cui l'umanità si percepisce senza futuro?
Il genere di Lana del Rey, tutt'uno tra forma e contenuto, è stato denominato Hollywood Sadcore ...aura estetizzante e preziosa, pop patinato e cantautorato confessionale, unito ai miti di cartapesta di Hollywood, per testi poetici dallo spessore esistenziale alquanto disillusi e a contrasto.
Si è cioè oltrepassato il fondale del teatro, rotta la scena, cadute le maschere dei miti di cartapesta e celluloide. Ma sopravvive ancora una fiamma, una passione a guidare un'anima.
Per chi si ostina ad affermare che tutta l'operazione trasformazione della ragazzina Lizzy Grant nella diva Lana del Rey sia studiata solo a tavolino, i probabili ritocchi dal chirurgo, e che sia una cantante di plastica ...rispondono però i brani stessi, che componeva anche prima dell'arrivo dello showbiz, con contenuti, melodie, metrica di qualche valore: non pochi pezzi dell'allora Lizzy erano già ben realizzati ed eseguiti live, come il dettato frastagliato della complicata "Yayo" nel 2008; invece qui sotto, riedita nella Paradise Edition (uno dei suoi brani migliori in assoluto) in cui ha solo una produzione e pulizia del suono più azzeccata:
Sotto "Born to die" live acoustic (una delle versioni più conturbanti)
Qui "Blue Jeans" live a Radio Monte Carlo
Qui live ITunes Festival
Sul web, su di lei, si assiste a commenti di folle adoranti, come a stroncature ricolme di un odio viscerale e gratuito abbastanza incomprensibile, in fondo è pop di qualche qualità, un genere in parte nuovo che unisce contemporaneità e argute citazioni memoriali, con riguardo particolare alla composizione e alle parole, rispetto alle pessime uscite di pop ancora più riciclato che sono in giro.
Di nuovo in uscita, non contenuti nei lavori suddetti del 2011 e 2012,
"Young and Beautiful" per la colonna sonora del "Grande Gatsby" secondo Baz Luhrmann,
e "Chelsea Hotel n.2" cover illustre da Leonard Cohen.
Più delle signorine da superclassifica dance, diversamente dal revival soul tragico di Amy Winehouse, diversa ancora dalla drammaturgia travolgente di Adele, se il web ci ha consegnato le false rivoluzioni, sinistri indirizzi mentali e taroccherie varie,
almeno ci ha fatto anche conoscere la sensibilità dell'animo e perchè no, l'avvenenza e fragilità di Lana del Rey.
Speriamo che il suo 'Born to Die' non suoni come l'epitaffio, l'ultimo flebile canto riflessivo e autoreferenziale dell'agonizzante Civiltà Occidentale, attaccata ormai su tutti fronti. Se letta in questa chiave, è ancora più inquietante.
Feet don't fail me now
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Etichette: musica leggera, pop internazionale, young and gifted
martedì 21 maggio 2013
Un Ricordo di Rossella Falk
Rossella Falk (Rosa Antonia Falzacappa) è stata una delle maggiori attrici teatrali (e non solo) italiane. Scomparsa in questi giorni, nel quasi silenzio televisivo....
non si poteva non ricordarla con qualche immagine e pensiero, per quanto ha regalato all'arte e al nostro paese,
mentre il web qua e là pubblica comunicati su di lei mettendo immagini della pur brava (e vivente) Barbara Steele (!!!) al posto di quelle di Rossella.
La cultura non si fa solo da e sul web, anzi tutt'altro....internet è senza passato e senza memoria, senza vissuto.....o almeno ha la memoria sbagliata, tarata male....
lo ripetiamo sempre...e si vede anche da questo megaerrore web dello scambio di foto (Barbara al posto di Rossella) che si è allargato a macchia d'olio, come l'errore congiuntivo nei manoscritti secondo il metodo di Lachmann, nonostante anime pie teatranti e cinematografare abbiano scritto a tutte le redazioni dicendo di mettere le foto giuste.....
Nata a Roma il 10 Novembre 1926, entrò all'Accademia d'Arte Drammatica negli anni '40, e già alla fine del decennio inizia a ricevere premi internazionali.
Ha dalla sua una notevole statura, uno sguardo magnetico, che la trovano spesso adatta a ruoli alteri, mentre Rossella è in realtà spigliata, ironica e allegra molto più dei ruoli che interpreta con grande passione.
Sembra una signora superba e inaccessibile, un'icona da ammirare da lontano quando invece Rossella è una donna alla mano, simpatica e affabile.
Negli anni '50 fa parte della Compagnia Morelli-Stoppa, poi al Piccolo Teatro di Milano, poi nella Compagnia dei Giovani con Giorgio de Lullo.
La parte più solida del suo lavoro a teatro va da Tennessee Williams di "Un tram che si chiama desiderio" a "Improvvisamente l'estate scorsa", agli "Spettri" di Ibsen, a Pirandello, di cui rimane una delle interpreti principali.
Riteneva più importante il teatro del cinema, perchè le piaceva cogliere la realtà dell'arte dal vivo (quindi quel senso di happening continuo è naturalmente più nel teatro e non nella ripetitività del "già inciso" del cinema), ma ci sono suoi film di valore:
la partecipazione a 8 e 1/2 di Fellini, il mitico "Quando muore una stella" di Robert Aldrich (68), "La signora delle Camelie" di Cottafavi per la Rai (71),
ma il suo viso enigmatico è adatto anche per il delirio estetico di alcuni neri italiani degli anni 70 come "La tarantola dal ventre nero" di Paolo Cavara (1971) o "Sette orchidee macchiate di rosso" di Umberto Lenzi (1972).
E ancora la miniserie "Il segno del comando" di Daniele D'Anza, e svariati altri.
A teatro è diretta dai maggiori registi italiani: Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Orazio Costa, Giuseppe Patroni Griffi e Giorgio De Lullo a cui deve parte del suo successo avendola resa protagonista di molti dei lavori teatrali dall'epoca della Compagnia dei Giovani. Nel 1964 vince il premio San Genesio quale migliore attrice teatrale per l'opera "Sei personaggi in cerca d'autore".

Diceva:
"Il fatto di essere così alta, un metro e 76 - ai miei tempi era davvero molto - mi ha impedito di recitare certi ruoli femminili tradizionali: Ofelia, Giulietta,....le fanciulle vulnerabili e palpitanti.
Sono stata subito chiamata a impersonare donne di grande carattere, remote, inavvicinabili, ma io non sono così."
Suoi amici ancora sono Maria Callas, Jean Cocteau e Dirk Bogarde.
Dal 1981 al '97 la Falk è il direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma insieme a Giuseppe Battista e Umberto Orsini.
Dal 2004 al 2006 porta in tournée in tutto il mondo lo spettacolo "Vissi d'arte, vissi d'amore", un recital in cui racconta ed interpreta ricordi personali, interviste e scritti su Maria Callas.
L'ultimo passaggio al cinema è nel film "Non ho sonno", di Dario Argento (2000).
La carriera teatrale giunge fino al 2009, in cui prende parte all'ultima piéce "Est Ovest", diretta da Cristina Comencini.
Al link una divertente intervista abbastanza recente, per conoscerla più da vicino...
E l'Italia sembra vivere ormai solo di sottrazioni...
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Etichette: teatro e cinema
martedì 14 maggio 2013
Casa Missoni
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| Ottavio ai tempi della sua vittoria olimpionica nel 1948 |
ad un centro di cultura, persona mite, alla mano e sempre sorridente come i suoi genitori.Mamolte madri dei miei alunni lavoravano alla Missoni spa, azienda di famiglia sita nella località citata, ed era quella, una realtà produttiva feconda e in espansione secondo il tipico stile italiano della casa e dell'atelier-capannone lì attiguo. Gli alunni a scuola avevano le copertine dei quaderni disegnate coi suoi colori, come pure gli astucci. Quelle trame che Missoni attinse dalla natura, osservando gli intarsi, le scanalature e zigrinature, gli arabeschi dei tronchi d'albero nei boschi di Sumirago, i licheni, i muschi e altri elementi naturalistici che poi traduceva in cromatismi per i suoi filati. Nacquero così arazzi coloratissimi, patchwork, righe e fiammati arcobaleno nonché il famoso 'put together', espressione con cui Ottavio spiegò agli americani che si trattava di 'mettere insieme' fantasie, punti e colori che mai nessuno avrebbe osato accostare.
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| sandali Missoni con zeppe colorate |
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| Ottavio Missoni testimonial della sua maglieria |
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| Un defilé della Missoni spa |
Hesperia
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Hesperia
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martedì 7 maggio 2013
Il Vittoriale degli Italiani e il suo Vate
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| La celebre Isotta Fraschini |
La stanza è così denominata dai versi sopra lo specchio del camino, composti in occasione della visita di Mussolini al Vittoriale nel maggio del 1925: Al visitatore / Teco porti lo specchio di Narciso? / Questo è piombato vetro, o mascheraio. / Aggiusta le tue maschere al tuo viso / ma pensa che sei vetro contro acciaio.
Questa anticamera fungeva da sala d’attesa per le visite ufficiali. Al suo interno sono collocati circa novecento volumi, fra cui anche spartiti musicali ed una ricca collezione di dischi, una radio ed un grammofono. Da segnalare il lampadario in vetro di Murano raffigurante quattro cornucopie, il cavallo in bronzo di Dario Elting presentato all'Esposizione di Arti Decorative a Parigi nel 1925 (Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne), le sedie con lo schienale a lira di Giancarlo Maroni e alcuni vasi faentini in stile déco di Pietro Melandri.
Stanza della Musica
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| Sala della Zambracca attigua a quella del Mappamondo |
Stanza del Lebbroso
Venne concepita da d'Annunzio come luogo di meditazione ove ritirarsi negli anniversari fatidici della sua vita. Alle pareti pelli di daino e sul soffitto nei cassettoni dorati i simboli del martirio di Cristo inframmezzati da figure eteree di sante - Caterina da Siena, Giuditta di Polonia, Elisabetta d'Ungheria, Odilla d'Alsazia e Sibilla di Fiandra - dipinte da Guido Cadorin e che il poeta disse che gli apparvero in sogno per invitarlo ad abbandonare i piaceri del mondo. Su un podio rialzato la statua lignea di San Sebastiano di scuola marchigiana e il letto chiamato dal poeta delle due età perché simile ad una bara e al tempo stesso ad una culla. Nel quadro in fondo alla parete è raffigurato invece San Francesco nell’atto di abbracciare un lebbroso che altri non è che lo stesso d’Annunzio. Di Cadorin è anche il dipinto sulla parete di fondo raffigurante Gesù Cristo nell’atto di benedire la Maddalena. Su un tavolino i ritratti fotografici della sorella Elvira, della madre Luisa e di Eleonora Duse, insieme alla splendida Coppa delle Vestali in vetro smaltato di Vittorio Zecchin. Fra tutte le stanze del Vittoriale quella del Lebbroso è forse la più densa di simboli la cui fonte principale sembra essere invece la E' l'unica stanza della Prioria nella quale entra liberamente la luce naturale del giorno ed è l'unica arredata con mobili di rovere chiaro semplici e funzionali. Era lo studio-atelier di d'Annunzio, al quale si accede salendo tre alti scalini e passando sotto un basso architrave che costringe chi entra a inchinarsi di fronte all’arte. Leggii, scaffali inclinati e teche girevoli circondano il tavolo e lo scanno senza schienale su cui d’Annunzio scrive; a portata di mano stanno le opere di consultazione frequente, a cominciare dai vocabolari e dai repertori di cui l’autore si è sempre servito.
Su una delle due scrivanie spicca il busto velato di Eleonora Duse, la grande attrice scomparsa nel 1924, che fu per d’Annunzio compagna e musa ispiratrice; un foulard di seta ricopre il volto della donna, “testimone velata” del suo impegno ininterrotto di scrittore. Ma ad arredare la scena della scrittura sono altresì i calchi della Nike di Samotracia e delle metope equestri del Partenone, le immagini fotografiche della Cappella Sistina. Qui d’Annunzio lavorava alacremente anche per sedici ore consecutive e qui, dopo aver ultimato il Notturno compose il Libro segreto, ultima sua opera.
Corridoio del Labirinto
Il nome deriva dall'emblema del Labirinto, che si ripete sulle porte e le rilegature dei libri, ricavato da quello celebre del Palazzo Ducale di Mantova; dal motto dello stesso Labirinto, d'Annunzio aveva tratto nel 1910 il titolo del romanzo Forse che sì forse che no.
Da una stanza all'altra (sono ben 17), da un corridoio all'altro, impossibile entrare nel dettaglio di tutte e di tutti gli amenicoli che il Vate ha collezionato. Qui, potrete trovare il resto di un percorso di quanto ho volutamente tralasciato. Chi penetra in queste stanze ne esce stordito e stranito dalle atmosfere morbide che danno l'impressione di un reliquario un po' claustrofobico, il quale ti fa assaporare la luce e l'aria come un prezioso regalo. Va detto che D'Annunzio soffriva di fotofobia ad un occhio che rimase infortunato.
Lo Schifamondo è poi l'edificio destinato a diventare la nuova residenza del poeta, ma che non era ancora ultimato al momento della sua morte (1º marzo 1938). Il nome, ispirato da un passo di Guittone d'Arezzo e dalla residenza rinascimentale di palazzo Schifanoia degli Estensi di Ferrara.
Certamente al decadentismo e simbolismo dell'artista fanno da contrappunto il suo vitalismo quasi esasperato di uomo civile, l'attivismo, il suo interventismo, il suo impegno politico, le sue imprese mirabolanti (il celebre volo su Vienna, la Beffa di Buccari sul MAS 96). D'Annunzio curò personalmente i lavori della strada panoramica lungo il Garda che doveva condurre alla sua cittadella, strada meravigliosa detta "la Gardesana". Mi fermo qui, ma ce ne sarebbero cose da aggiungere, dato che per il Vate, una vita è troppo poco. E il suo labirintico Vittoriale ne è la testimonianza.
Oggi è Giordano Bruno Guerri ad essersi assunto l'incarico (e anche l'onore-onere) di Presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani. Il suo ultimo libro "La mia vita carnale" (Mondadori 230 pp) é un canto d'amore assoluto a Gabriele D'Annunzio e alla sua ultima sfarzosa dimora che conta migliaia di visitatori all'anno. Il caso volle che negli ultimi anni della sua vita il Vate si firmasse con lo pseudonimo di Guerri, e anche questa coincidenza ha convinto lo storico a fare ricerche sull'artista. Ecco un'interessante ironica intervista concessa da G.B. Guerri a proposito del suo libro.
"L'intuizione di Guerri resta anche quella di avere acceso i riflettori sopra una delle più forti e accese qualità del vate: la sua capacità sciamanica di prevedere gli eventi, a parte il calcio che considerò una pratica limitata, di passaggio stagionale.
Il libro termina come l'opera che non finirà mai: Guerri ci confessa che quando un giovane uscirà da quella casa incantevole ed incantata continuando a chiedersi chi fosse d'Annunzio ma con occhi brillanti, quasi attoniti, significherà che avrà lavorato bene.
E anche di lui si potrà dire: ha quel che ha donato".
La verità è che D'Annunzio continua a intrigare e su di lui, la sua vita e la sua opera che ha spaziato dalla poesia alla narrativa al teatro, non si finisce mai di speculare.
E non è tutto. Ora è in cartellone anche una pièce teatrale dal titolo "Gabriele D'Annunzio - Tra amori e battaglie" liberamente tratta da L'amante guerriero, sempre di G.B. Guerri, interpretata da Edoardo Sylos Labini che sta ottenendo un buon successo.
Hesperia
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