A chiunque di voi sarà capitato di vedere un giardino di erbe aromatiche e officinali sorto tra le mura di un monastero. I frati in passato (e anche oggi), sono sempre stati i gelosi custodi sulle proprietà benefiche di erbe, piante e fiori medicamentosi valorizzandone le proprietà . Fin dal Medioevo i "semplici" (varietà vegetali con virtù medicamentose) si coltivavano in vari orti cittadini. La parola semplici deriva dal latino medioevale medicamentum o medicina simplex usata per definire le erbe medicinali. Inizialmente aveva il nome di Horto dei semplici. Il primo orto botanico del mondo occidentale sorse a Salerno, ad opera di Matteo Silvatico, insigne medico della Scuola salernitana tra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo. Egli si distinse come profondo conoscitore di piante per la produzione di medicamenti.
Sono erbe impiegate non solo in cucina e nelle varie gastronomie, ma nella farmacopea e nella fitoterapia, mediante decotti, tisane ed infusi. Trattasi di erbe, piante e fiori forse non pregiate ma utilissime. In tempi di crisi economica il distacco tra l'uomo e la natura e il ricorrere di continuo alla grande distribuzione dei supermercati anche per un po' di prezzemolo, ci fa capire l'utilità di queste erbe e la possibilità di coltivarle anche in un terrazzo, un poggiolo, un balcone per averle a portata di mano nell'uso di ogni giorno. Tutti noi sappiamo che la maggiorana, ad esempio, è ottima nelle polpette e nei polpettoni. Che l'origano insaporisce le insalate di pomodori. Che un trito di aglio e prezzemolo rende più gustoso il pesce arrostito. Per non dire del basilico indispensabile per il pesto alla genovese. Occorre coltivarlo nella mezz'ombra, in quantità massiva per preparare i deliziosi vasetti di pesto anche per l'inverno.
Non sono pochi inoltre liquori che vengono aromatizzati ad esempio coi semi di finocchio selvatico di montagna (kummel), con scorze di arance selvatiche o anche erbe come la ruta (quest'ultima come è noto, ottima per aromatizzare la grappa). Gli estratti di molte erbe vengono impiegati anche nella distillazione di liquori (genepì, genziana ecc).
Inizio questo percorso...vegetale conl'erba cedrina(foto in alto) dal sapore forte di cedro. Sembra una pianticella insignificante con infiorescenze di modesta apparenza, ma la verbena odorosa o erba luisa ( sono questi sono gli altri nomi dati alla cedrina) dalle ruvide e rugose foglioline verde tenero, ha proprietà digestive, antisettiche e viene impiegata anche per fare degli ottimi cordialini digestivi.
La camomilla matricaria è una composita facile da far crescere e bisogna tenerla a bada perché piuttosto infestante. Se la coltivate e fatte voi stessi essicare, conterrà proprietà analgesiche superiori a quelle confezionate dalla grande distribuzione. Ottima anche per impacchi in caso di irritazioni agli occhi. Anche la malva ha proprietà decongestionanti.
Lalavandaè notoriamente impegata nella profumeria e cosmesi (olio essenziale, ottimo per i massaggi), e ha proprietà battericide (lavande intime). Le palline o i sacchetti di lavanda nei cassetto oltre che profumare gli indumenti, impediscono la formazione di tarme. Ma eccellente è il miele di lavanda dalle proprietà balsamiche.
Il timo, che cresce nei dirupi collinosi mediterranei, oltre che essere ottimo nei ripieni e per aromatizzare le olive, ha proprietà espettoranti, come espettoranti sono il rosmarino e il lauro, le foglie della canfora e dell'eucaliptus. Quella che ha più proprietà medicamentose è la variante del timo serpillo.
L'elicriso, di colore bianco cenerino dal caratteristico profumo di liquirizia è la pianta tipica delle isole pelagiche e dei colli marittimi. Quando ci si avvicina coi traghetti, il profumo forte dell'elicriso che imbalsama l'aria di mare, coi suoi fiori gialli (da qui la radice elio/sole), ci riporta agli antichi quando lo mettevano nei braceri e negli scaldaletto per profumare la brace ardente.
I semi di finocchio mediterraneo (ne esiste anche una varietà montana come il kummel, come detto in precedenza) sono ottimi per aromatizzare il pesce alla griglia o insaporire le acciughe marinate. E non dimenticate di metterne un ramoscello sulle caldarroste in autunno: le vostre castagne assumeranno un aroma speciale.
Ilmirto, pianta simbolo della Sardegna (su mirtu, in dialetto sardo) ha origini antichissime, ed era la pianta cara a Venere. I ramoscelli di mirto sono visibili anche nel famoso dipinto de la Nascita di Venere di Botticelli. Ha fiori bianchi piccoli e profumati che diventano poi bacche bluastre come quelle dei mirtilli. Oltre che per il famoso liquore, i sardi lo impegano anche per farcire il porceddu arrostito. E che delizioso profumo dà alle carni del tenero porcellino!
Nell'erbario di casa non si può dimenticare l'erba salviaanche per le sue belle foglie grigio-verdi e la sua fioritura violetta, erba così utile in cucina. Alzi la mano chi non ha mai mangiato involtini di carne o uccelletti allo spiedo aromatizzati con la salvia . Tornare alla natura, dopotutto è ...semplice.
Laghetto di San Marco, Milano 1930 - dal sito Vecchia Milano
Nonostante sia posta nel mezzo di tanti corsi d'acqua, Milano, la romana Mediolanum, gode, e ancor più lo godeva nell'antichità, di estati relativamente torride. Lo seppero bene i primi cristiani milanesi, che, dove ora c'è il Duomo, edificarono due chiese, una per le funzioni invernali, l'altra per quelle estive. E lo constatò ancor più la Regina Teodolinda, quando convinse il marito a trasferire a Monza la capitale estiva del Regno Longobardo.
Secoli dopo nacque l'idea di portare a Milano acqua fresca dal Ticino, soprattutto per scopi irrigui. Nacquero così i primi canali, che nel corso del tempo furono resi navigabili, a cominciare dal Naviglio Grande. Questo terminava la sua corsa nel Laghetto di Sant'Eustorgio (ora Darsena). In seguito vennero costruiti i canali interni alla città, divenuti a loro volta canali navigabili, i Navigli Interni, sul cui tragitto verrà in seguito creato il Laghetto di Santo Stefano, utilizzato principalmente come scalo merci per i barconi provenienti dal Lago Maggiore, che trasportavano sabbia, marmo e gran parte del materiale necessario per la costruzione del Duomo di Milano.
Nel 1288, Bonvesin de la Riva, dotto frate degli Umiliati, descriveva così la Milano del suo tempo:
"Un fossato di sorprendente bellezza e larghezza" circonda questa città da ogni parte, e contiene non una palude o uno stagno putrido, ma l'acqua viva delle fonti, popolata di pesci e di gamberi. Esso corre tra un terrapieno all'interno e un mirabile muro all'esterno, il cui circuito, misurato con estrema accuratezza, è risultato corrispondere a diecimilacentoquarantuno cubiti. La larghezza del fossato, lungo l'intero circuito intorno alla città, è di trentotto cubiti. Al di là del muro del fossato vi sono abitazioni suburbane tanto numerose che basterebbero da sole a formare una città".
Collegio Elvetico, nei pressi del laghetto di Santo Stefano. Veduta Settecentesca di Milano, di Marc'Antonio Dal Re.
Il Laghetto di Santo Stefano non esiste più, come pure non esiste più il Laghetto di San Marco(foto in alto). Questi, il più longevo, è esistito a Milano, nell'omonima via, fino al 1930, quando venne interrato. Era stato pensato in epoca viscontea, per risolvere i problemi creati dagli allagamenti: al perdurare di forti acquazzoni i navigli interni si gonfiavano, straripavano, lasciando nel fango la città. A quell'epoca la zona di via San Marco, confinante a nord del Naviglio Interno, era un terreno totalmente agricolo, dislocato fuori dalla cerchia dei Navigli, che all'epoca delimitavano il centro abitato dalla zona agricola. Quel terreno si prestava quindi assai bene per crearvi quella che oggi chiameremmo cassa di espansione. Per quel precipuo scopo era nato il laghetto, un ruolo che ha svolto egregiamente per almeno cinque secoli. Dal 1876, e per molti decenni, ebbe anche funzione di scalo per i barconi che tasportavano le bobine di carta alla tipografia del Corriere della Sera (l'edificio, tuttora esistente, è quello che si vede di fronte, in primo piano, nella foto in alto). Quella sotto è invece la foto di uno di quei barconi mentre entra in via Fatebenefratelli, e raggiungerà il laghetto di San Marco per le operazioni di scarico (da Wikipedia).
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1920 - E' come se si aprisse un mare. "Lavori in corso per la nuova Darsena di Milano con ingresso dalla Conca di Viarenna. Gli antichi bastioni spagnoli sono stati completamente abbattuti" (da Wikipedia).
Dalle feste estive alle ricorrenze sacre per annum, Pasqua e Natale compresi,
non trascorre occasione che non venga proposta e riproposta la famosa canzone di John Lennon "Imagine" (1971), quasi fosse portatrice di una forma di sacralità.
Oramai c'è stato anche chi l'ha cantata davanti ai Papi.
"Imagine" è considerato (non da me) uno dei pezzi migliori della storia del rock, c'è chi la interpreta in chiave pacifista (peace and love, et similia), Lennon diceva che non era un inno di pace ma un testo vicino al Manifesto del Partito Comunista (a suo avviso). Le implicazioni sono però ancora maggiori.
Per l'autore si trattava di un inno antireligioso, antinazionalista, anticapitalista (anche se del capitalismo e del finanziarismo finisce per fare tutto l'interesse), antiedonista e anticonvenzionale.
Pur non volendosi questo post scagliare contro i gusti musicali personali di nessuno, vale forse un piccolo approfondimento. Il pezzo è diventato/è stato fatto diventare un "classico", almeno tardo novecentesco. Ma cosa dice esattamente? A che temperie ideale o ideologica può essere ascritto il pezzo?
Mentre la musica, suadente, sentimentale e patetica (nel senso letterale di pathos) va,
vengono però inanellati una serie di concetti alquanto discutibili, e in fondo specchio di derive reali che viviamo in pieno oggi.
Qui il pezzo:
Qui il testo:
Imagine there's no heaven It's easy if you try No hell below us Above us only sky Imagine all the people living for today Imagine there's no countries It isn't hard to do Nothing to kill or die for And no religion too Imagine all the people living life in peace You, you may say I'm a dreamer, but I'm not the only one I hope some day you'll join us And the world will be as one Imagine no possessions I wonder if you can No need for greed or hunger A brotherhood of man Imagine all the people sharing all the world You, you may say I'm a dreamer, but I'm not the only one I hope some day you'll join us And the world will live as one
Per cui, dal testo: si comincia con un "Immagina che non ci sia il paradiso...che non ci sia l'inferno"
siamo all'emblema della vita hic et nunc, della reductio ad unum, ad una sola prospettiva materiale e immediata della vita, senza eternità, all'inimicizia con la dimensione spirituale/eterna di ogni fede; "...above us only sky" : solo cielo, MA un cielo disabitato quindi, in cui si contempla l'assenza di Dio....di conseguenza siamo alla deresponsabilizzazione delle azioni...senza un Giudizio, un Paradiso e un Inferno, naturalmente ognuno sarebbe/è libero di fare tutto ciò che vuole senza mai pagare pegno. "Immagina che la gente viva (solo) per l'oggi"..ma che bella prospettiva. Morto l'ideale, l'iperuranio, il punto d'arrivo sarebbe poi questo bel mondo qui.
In caso di dubbio, il brano continua "Immagina che non ci siano più nazioni" perchè countries non è solo 'terre', ma terre organizzate, paesi quindi, fatti di lingua, leggi, storia, tradizione, confini e identità:
siamo alla deriva mondialista che vuole disattivare le nazioni. Sempre peggio.
"Immagina che non ci sia nulla per cui uccidere o morire": sicuro, detta così, staremmo tutti meglio, ma nel mondo testè auspicato, finisce che si sarà costretti a uccidere per la sopravvivenza;
subito segue, dopo i vocaboli uccidere e morire, "e immagina che non ci sia alcuna religione":
ora, storicamente è il potere che si è talvolta legato alle religioni, e ne ha fatto in varie occasioni pretesto di morte, non le credenze in sè che hanno causato la morte di nessuno, in linea di massima.
Poi bisogna vedere di quale religione si parla, perchè quanto a tributo di sangue non sono tutte uguali. C'è poi anche la politica, l'ideologia come quella che informa la mente degli atei, che è per altro verso la loro religio, dal Comunismo, o prima, la Rivoluzione Francese, di morti ne han mietuti parecchi.
Ma qui si taglia tutto indistintamente, legando i vocaboli 'uccidere' e 'morire per una causa' con la religione, e non con 'uso pretestuoso/strumentalizzante delle religioni'. Oggi invece si muore lo stesso, magari di tasse, di esproprio, senza il becco di un quattrino, per i mondialisti fautori di questo malsano progetto. O per una religione aggressiva in particolare che insidia tutti i paesi e le loro stesse carte costituzionali o quel che ne rimane, o un'altra che con il proprio millenarismo materialistico ha mire su tutto il globo.
L'auspicio poi è "che il mondo sia uno".
Uno solo. Modello unico, quello in cui siamo oggi, senza più countries. Un mondo globalizzato, tutto uguale da un capo all'altro dell'emisfero.
E mentre ci hanno dato a bere l'utopia, dell'uno e indistinto, nel mondo sradicato sguazzano plutocrati e banchieri.
Non ci si crede?
e allora "Immagina che non ci siano proprietà!", e riecco l'utopia contro la proprietà privata:
prima col Comunismo, i beni te li sequestravano per "l'ideale" e, si fa per dire, "per il bene comune",
che tanto erano ben stretti nelle mani dei soliti pochi,
oggi invece te li sequestra la casta dell'intelligentsija tecnico bancaria massonica, il risultato è uguale. Chissà poi perchè devono essere sempre le persone comuni e medie a doversi spossessare dei propri minimi possessi necessari e mica certi altri...ma guarda un po'.
Allora sì, puoi immaginare la gente che "share" ogni cosa, il mondo addirittura, "la terra è di tutti" -dicono- (che è, come dire, di nessuno);
questa terra di nessuno "condivisa" (ma è di qualcuno invece, di quelli che l'hanno espropriata, come era di qualcuno prima), questo vocabolo di finta "condivisione" e deprivazione, da internet divenuto ormai universale, non riconoscendo a nessuno, nemmeno ai legittimi proprietari la proprietà,
tutti share, magari il nulla, ma share.
E il mondo sarà UNO, non c'è via di scampo da questo incubo, nè altra via per te se non ti riconosci in quell'"uno" del progetto unico mondiale.
Ah non c'è che dire, ma che bella canzone.....
Estate. Di film vacanzieri se ne vedono tanti, di film vacanzieri di buon gusto, ci sono solo i suoi, quelli di Eric Rohmer. Penso a "Racconto d'estate" e mi viene in mente il personaggio introverso e insicuro dello studente Gaspard sulla spiaggia brettone di Dinard. Mi domando se col malgusto che imperversa oggi, si possano trovare tra i più giovani, degli amanti del cinema di Eric Rohmer, maestro dell’invisibilità e della discrezione. Eterno indeciso e dongiovanni suo malgrado, Gaspard, trascorre le proprie serate solo in casa a comporre melodie alla chitarra, si ritrova diviso fra tre diverse ragazze: Léna (Aurelia Nolin), fidanzata assente e dal carattere volubile; Solène (Gwenaëlle Simon), spigliata e sicura di sé, con la quale il giovane intrattiene un breve flirt; ed infine Margot (Amanda Langlet, ex-quindicenne di “Pauline alla spiaggia”), che incarna il ruolo tipicamente rohmeriano della confidente del protagonista, dispensatrice di consigli nelle questioni di cuore ma, allo stesso tempo, attratta anche lei dal fascino ombroso di Gaspard. Attorno a questo quadrilatero, Rohmer tesse un malizioso intreccio di fugaci passioni estive e di tenere amicizie, descritte con un tono intimista abilissimo nel catturare i sentimenti, le insicurezze e le contraddizioni dei personaggi.
Per chi ancora avesse avuto qualche dubbio, “Racconto d’estate” costituisce l’ennesima conferma che nessun regista, quanto l’anziano Rohmer, ha saputo rappresentare con tale partecipazione e finezza psicologica la generazione dei ventenni: vulnerabili, egocentrici, impegnati nel difficile passaggio verso la maturità dell’età adulta. La leggerezza e l’ironia della narrazione racchiudono tuttavia un profondissimo senso di verità, che permette allo spettatore di immedesimarsi nelle vicende dei protagonisti e di condividere le loro emozioni. Non manca, come di consueto nel cinema rohmeriano, una lieve nota malinconica, qui affidata ad un finale in cui i dubbi di Gaspard – e gli scherzi del Caso – interromperanno questo delicato intreccio. (http://filmedvd.dvd.it/commedia/racconto-d-estate/)
Quanto al regista Rohmer, nato a Nancy in Alsazia-Lorena nel 1920 e spentosi all’età di 89 anni l’11 gennaio 2010, aveva un vezzo: non farsi riconoscere. Tant’è vero che andava a ritirare i premi in incognito come se fosse qualcun altro, anche in tarda età, con tanto di occhiali e baffi finti . Memorabile la sua lettera al Festival di Cannes “Signor Presidente, mi dispiace comunicarle che non ho intenzione di venire a Cannes né di tenere l’abituale conferenza stampa…”. Aggiungendo poi che la sua decisione era motivata egoisticamente da “semplici ragioni di convenienza personale”. Detestava infatti autopromuoversi “come un commesso viaggiatore”. Rohmer è stato il contrario di quanto circola oggi: il presenzialismo ad ogni costo tipico di una società di massa che reclama il suo quarto d’ora di gloria mediatica. L’invisibilità è la condizione essenziale dell’eleganza – diceva Cocteau, postulato fatto proprio da lui. Non abbandonò mai l’insegnamento di letteratura francese in un liceo classico (ovvero l’anonimato), pur continuando a girare film. La cifra del suo cinema è il rigore morale un po’ giansenista alleggerito da un tocco di grazia settecentesca. La tecnica del suo “girato” ce la spiega egli stesso in tre sequenze: campo-controcampo-cronologia.La sua estetica potrebbe essere “il faut absolument etre antimoderne”: l’esatto contrario del motto di Rimbaud. Lo ha dimostrato mettendo in scena in un rigore classicistico ”La marchesa vonO” di Kleist e “Perceval il gallese” di Chrétien de Troyes. Anche i film su stili di vita di ragazze moderne come “La collezionista” (1967) che esalta la grazia di Haydée Politoff e ”Le notti della lunapiena” (1984) con la giovane attrice Pascale Ogier scomparsa prematuramente, mantengono una distanza come se la contemporaneità non lo riguardasse. Il tutto, viene filtrato da un occhio smagato da entomologo dei comportamenti, senza mai essere freddo né cinico. Nessun effetto speciale, niente rivoluzionarismi nel montaggio e il prezioso apporto della nitida fotografia di Nestor Almendros, già fotografo di culto di Truffaut.
Haydée Politoff in una scena di La collezionista
La mia notte con Maud
Il suo vezzo era non inserire quasi mai commenti musicali nei film, registrando invece i rumori della natura e degli ambienti circostanti. Ad esempio, il frinio delle cicale della Provenza e lo sciabordio delle acque in La collezionista (foto in alto) o il fragore delle onde in "Racconto d'estate". Rohmer è un esponente essenziale di quella Nouvelle Vague dai film che a volte sembrano dei bozzetti un po’ in fieri, da ritoccare. Amava infatti servirsi dei suoi attori per completare le sceneggiature (Haydée Politoff ne “La collezionista”, Marie Rivière in “Il raggio verde”, solo per fare alcuni esempi). I finali dei suoi film sono quasi sempre sospesi o aperti. Inizia anche lui, come gli amici Chabrol, Rivette e Truffaut, da critico cinematografico dei prodigiosi Cahiers du Cinéma, prima di passare alla regia. Poi decine di titoli filmici suddivisi per tema in Sei Racconti morali, Commedie e Proverbi, Racconti delle 4 stagioni, anticipando Kieslowski. In uno dei suoi più importanti film della prima raccolta, “La mia notte con Maud” (con Jean-Louis Trintignant e Françoise Fabian), sorprende la conversazione notturna tra Jean-Louis e Maud avente per argomento le religioni e le rispettive visioni del mondo: cattolico lui, atea lei. E la decisione a priori di lui che, con una donna già divorziata così lontana dalla sua fede e visione delle cose, non avrebbe mai potuto costruire niente, nonostante ne fosse attratto. Siamo in pieno razionalismo cartesiano.
Nei Contes des 4 Saisons, c’è il memorabile Racconto d’Autunno dove un Rohmer ormai 78enne dà vita ad un fresco intrigante Gioco dell’Amore e dell’Azzardo come in un marivaudage ambientato ai nostri giorni nella regione vinicola dell’Ardèche tra una non più giovane viticultrice Magali, vedova e sola e uno sconosciuto imprenditore. Il quale venne pescato in un annuncio matrimoniale dalla sua amica libraia Isabelle che la vuole rimaritare ad ogni costo. Le schermaglie amorose si dipanano in una spumeggiante commedia degli equivoci e dei camuffamenti. Mentre nel primo della quadrilogia "Racconto di Primavera", le conversazioni di filosofia entrano addirittura nel film.
Con la morte di Eric Rohmer se ne va qualcosa della douce France, quando c’era molto tempo per conversare tra bon mots e petits bonheurs.
I suoi sono infatti tra i film più “conversati” del cinema, come se avesse voluto costruire per noi dei piccoli libri visivi. I suoi Contes, sono in fondo delle vere e proprie operette morali sulle quattro stagioni delle vita. Qui uno spezzone da Racconto d'estate.
A tutti gli amici e internauti auguro una Buona Estate. Il Giardino rallenta...ma non chiude.
Le mille e una Notte è un labirinto narrativo dove ogni racconto si
biforca in altri racconti, dando origine a infinite metamorfosi di situazioni,
di generi, di personaggi; la realtà si confonde spesso col sogno, ogni cosa è
quella cosa ma anche, prima o poi, il suo contrario. Dalle spoglie di un
uccello si materializza un principe, ogni animale può nascondere un uomo, ogni
uomo può rivelarsi quello che non ci si aspetta. Un povero vestito di stracci
nasconde un califfo o un guerriero. Un barbiere sembra un perditempo e uno
sciocco ma poi si palesa per un sapiente. Un’isola dove i naviganti scendono
per riposarsi si trasforma in una balena che s’immerge, trascinando nell’abisso
gli incauti che l’hanno scambiata per una terraferma. Personaggio paradigmatico
di tutta l’opera è Harùn el Rashìd, il califfo che, per scoprire come vivono e
cosa pensano i suoi sudditi, si traveste da popolano e si mescola alla folla,
divenendo al tempo stesso monarca e popolano e sperimentando così la vertigine
di essere se stesso e l’altro da sé. L’autore, o meglio gli autori di questa
macchina prodigiosa non hanno letto Aristotele e non conoscono il suo principio
di non contraddizione, secondo il quale un uomo è un uomo e non può essere
anche una trireme o un muro: nozione che ha guidato per lungo tempo il cammino
di noi occidentali.
La stessa cornice di questo
immenso contenitore di novelle si presenta come un’affermazione dei contrari:
il tradimento sostituisce la lealtà, la maestà e la bellezza esigono il
coniugio col plebeo e col laido. All’origine del meccanismo narrativo c’è un
adulterio, quindi, apparentemente, l’evento più comune e banale, ma quello che
più d’ogni altro sfrena la lingua e, in quanto causa di disordine e conflitto
da cui scaturisce la tragedia o la commedia, il motore stesso della narrazione.
Ma il tradimento viene consumato sempre all’insegna dell’affermazione dei
contrari: le mogli dei due sultani traditi commettono l’adulterio affinché si
verifichi la congiunzione del bianco col nero, del regale col servile, della
bellezza con la deformità, del luminoso col tenebroso; una regola che si
perpetuerà per tutta la durata delle Notti.
Dunque, c’è un adulterio, anzi due adulteri, perché i mariti traditi sono due,
i fratelli sultani, i quali, alla scoperta del tradimento, reagiscono entrambi
decretando la morte immediata delle mogli e degli amanti infedeli. Ma uno dei
due, sia per scongiurare il ripetersi dell’onta subita, sia per vendicarsi del
genere femminile, giudicato ormai non degno d’alcuna fiducia, adotta una
singolare e crudele abitudine: quella d’impalmare ogni giorno una nuova
fanciulla, facendola giustiziare allo spirare della prima notte nuziale
trascorsa con lei. E’ a questo punto che entra in scena Sharazade, la
giovinetta dotata d’un dono di narratrice così cattivante da far rimandare ogni
volta la sua esecuzione al re che non può fare a meno d’ascoltare, notte dopo
notte, i suoi infiniti e seducenti racconti.
Da quando, tre secoli orsono, il
francese Antoine Galland tradusse e pubblicò i suoi Contes arabe, (non importa se, come fu affermato in seguito, alcune
novelle le tradusse, altre le inventò, tutte le riscrisse nel suo stile
squisito e incantatore), l’Europa fu sedotta e irretita da questo lussuoso ginepraio
abitato copiosamente dall’errore e dall’equivoco, da questo viaggio notturno
dove la realtà e il meraviglioso si scambiano incessantemente le parti e dove
si transita con estrema disinvoltura dalla soglia dell’essere a quella
dell’apparire. Come per un’ubriacatura o
per una vertigine, la coscienza europea fu pervasa dall’impressione che il
sovrannaturale abitasse in mezzo agli uomini e che la frivolezza andasse a
braccetto della tragedia, che il reale fosse alleato dell’inverosimile e che il
miracolo fosse un attributo del gioco. La sua immaginazione cominciò a nutrirsi
di questo equivoco e a percorrere con leggerezza i deliri evocati dalla magia
ambigua e illusionistica delle Notti
Arabe. Nessuno ha mai indagato veramente il significato che ha avuto per la
cultura europea la lettura delle Mille e
una notte, specialmente nei domini dell’arte, in quella letteraria
naturalmente ma anche, e in modo sensibile, in quella figurativa e in quella
musicale. Qui ma, com’è ovvio, non solo qui, la saldezza del principio
aristotelico di non contraddizione viene inquinato dall’attitudine ad
attribuire ad ogni cosa un volto molteplice. Il concetto di identità diventa
una nozione fluida, segreta, misteriosa, per conoscere la quale bisogna
affidarsi al sogno che esplora le regioni occulte dell’essere. Montesquieu e Nerval, assieme ai più accesi spiriti
romantici, sono gli alfieri di questa nuova tendenza a indagare il sotterraneo
e l’arcano. Ma la schiera di coloro che hanno bevuto alla fonte esoterica e
illusionistica delle Mille e una notte
è diventata, col tempo, una vera e propria legione. Il grande Wolfgang Mozart
vi ha attinto a grandi sorsi, come prova Il
flauto magico, una delle sue opere più famose. Perfino un cultore
dell’equilibrio e dell’ordine come l’altro grande Wolfgang di Germania, Goethe,
ha guardato a quel modello per comporre il suo insuperabile Faust. Tra gli altri che hanno subìto fortemente
l’influenza delle Notti vanno
segnalati, considerando letterati, musicisti e pittori (e ci limitiamo solo ai
nomi più illustri), Chautebriand, Hoffman, De Quincey, Diderot, Balzac,
Flaubert, Ingres, Delacroix, Gericault, Renoir, Rimskij-Korsakov, Dickens,
Stevenson, Hofmannsthal, Borges. Nemmeno Marcel Proust può dirsi esente da
quell’influsso e perfino, certo senza alcun sospetto da parte dell’interessato, Sigmund Freud, indagatore di sogni e di
chimere sessuali.
Dionisio
Le illustrazioni, nell’ordine:
stampa ottocentesca con la narratrice Sharazade; due dipinti ispirati al mondo
arabo di Eugene Delacroix; ritratto
d’arabo di Theodore Gericault; due scene tratte dal film “Il fiore delle Mille
e una Notte” di Pier Paolo Pasolini (episodio “Storia di Alì Shar e della schiava
Zumurrud ”).
Quel giorno le campane di Vimercate suonavano a distesa, ed io, da una stanza del suo vecchio ospedale non ne capivo le ragioni: venivo da fuori, e non ero informato di quanto stava avvenendo in città. Il motivo lo intuii più tardi, quando una suora, in visita ai reparti, mi donò un santino con l'effige di colei che era stata canonizzata quel giorno in San Pietro. L'immaginetta, ben conservata, reca scritto Madre Giuseppina Bakhita, con sotto la foto di una suora nera. Più sotto sta scritto che è la prima santa africana.
Era la domenica I° ottobre 2000, e fu solo anni dopo, ripensando a quel giorno, che capii le vere ragioni di tanta festa: suor Bakhita aveva trascorso due anni nel noviziato di quella città. Era giunta lì da Schio, per dare una mano alle consorelle, sciegliendo spontaneamente di svolgervi servizi umili e faticosi. Era il 1937, e suor Giuseppina, già in odore di santità, aveva 68 anni. Durante quei due anni di soggiorno a Vimercate, visitò alcuni centri canossiani, dislocati soprattutto nel nord Italia. Durante una di quelle visite, pervenne a Nova Milanese.
Nova in quegli anni era ancora un piccolo centro, prettamente rurale, di nemmeno 5000 abitanti, che vivevano all'interno di corti e cortili, 45 delle quali resistono tuttora, quale segno distintivo di questa cittadina brianzola. C'era un solo asilo, distante pochi passi dalla chiesa parrocchiale. Fungeva anche da oratorio femminile, e conteneva un'aula adibita a scuola di cucito. Le suore, dell'Ordine Canossiano, dimoravano al piano superiore dell'asilo. In una di quelle stanze visse il suo periodo novese suor Bakhita. Ancora oggi, anziani del luogo, che allora avevano tra i 6 e i 10 anni, hanno un vivo ricordo della "suora nera" della loro infanzia. Li intratteneva nel gioco, accompagnandoli poi in chiesa per le funzioni. L'asilo era stato costruito nel 1913, rapidamente, e con gli scarsi mezzi finanziari del tempo. Alla fine degli anni '80, non più a norma con le direttive moderne, l'asilo venne demolito. Ora, in tutto il comprensorio comunale esistono almeno cinque nuovi moderni asili. Del vecchio asilo, dove soggiornò la Santa, non esiste più nulla.
Dopo la canonizzazione di suor Bakhita, l'amministrazione novese dovette decidere se dedicarle o meno un appropriato spazio o luogo pubblico, che ricordasse degnamente il suo passaggio da questo territorio. L'imput venne da una petizione popolare. Fu creato un parco, che venne intitolato alla Santa. Così nacque Parco Bakhita di Nova Milanese, nel 2007 (vedi anche il post Toponomastica femminile). E' bene ricordare che la causa di beatificazione di suor Bakhita era iniziata nel 1959, ad appena 12 anni dalla sua morte, indice questo di grande santità.
Ciò nonostante, però, Santa Bakhita restava sempre sconosciuta al grande pubblico. Ci ha pensato Rai1 a rompere il silenzio, realizzando, nel 2008, la ponderosa fiction romanzata: Bakhita.
Trasmessa su Rai1 il 5 aprile 2009, è stata riproposta da Tv2000, nelle sere del 19 e 20 maggio scorso. La fiction ripercorre tutta la vita della santa, dalla nascita fino all'arrivo a Venezia, discostandosi un poco dalla storia vera, ma solo per esigenze cinematografiche, e senza però snaturarne l'essenza. Nella fiction il racconto della vita di suor Bakhita si interrompe nel punto in cui viene battezzata, cresimata, e pronuncia poi i voti che le consentiranno di entrare nell'Ordine delle suore Canossiane. Stando alla storia vera siamo nel 1896.
skip to main | skip to sidebar Ma era inusuale così tanto scampare per quell'evento. Oggi, a distanza di anni, ne comprendo pienamente le ragioni: Suskip to main | skip to sidebaror Bakhita, fra il 1937 e il 1939, aveva trascorso due anni di vita nel noviziato di Vimercate. Nova Milanese aveva allora meno di 5000 abitanti (oggi ne conta quasi 24000), che vivevano nelle oltre 60 corti presenti a quel tempo (oggi ne restano 45). C'era un solo asilo, quello di via Giussani, aperto nel 1913, con funzione anche di Oratorio Femminile, la cui direzione passerà alle Suore Canossiane nel 1917. In tale struttura vivrà alcuni giorni la santa A ricordo di quel passaggio la cittadinanza di Nova Milanese ha voluto fosse intitolato a suo nome uno spazio pubblico. Ne è nato il Parco Bakhita, inaugurato nel 2007 (vedi foto d'archivio; qui la notizia; vedere anche il post Toponomastica femminile).
Questi fatti, sia pur di carattere personale e campanilistico, non mi avrebbero certamente indotto a scrivere questo post, anche perchè, nonostante la canonizzazione, e conseguente iscrizione nel Registro dei Santi, santa Bakhita rimaneva sempre sconosciuta al grande pubblico. Ci ha pensato Rai1 a farla conoscere, che nel 2008 ha rotto gli indugi realizzando la ponderosa fiction romanzata Bakhita. La fiction è stata recentemente riproposta sul canale digitale 28 di Tv2000, nelle sere del 19 e 20 maggio.
Il film ripercorre la vita della santa dalla nascita, fino all'arrivo a Venezia e si discosta un pò dalla realtà, solo per esigenze cinematografiche, senza però snaturarne l'essenza. La fiction racconta la vita di Bakhita dalla nascita al momento dell'arrivo a Venezia, quando decide di abbracciare la fede cristiana, e decide di diventare suora di quell'ordine canossiano in cui è stata accolta. Si fa battezzare, cresimare, e pronuncia i voti.
Al piano terra vi erano le aule....al piano superiore le stanze delle suore canossiane, in una delle quali visse per un certo periodo suor Bakhita.
Quando giunsi a Nova Milanese, negli anni '80, sentivo parlare non di rado di una suora nera che aveva vissuto per un certo periodo in ta
1/6/2012 - Parco comunale Bakhita - Nova Milanese - foto di Mariella Simonetta
La news di Antonio Socci, del Natale 2008, dedicata totalmente alla santa, può essere considerata una sorta di panegirico, sulla falsariga di quanto Dante scrisse di San Francesco nella Divina Commedia, 700 anni fa (Paradiso, Canto XI). Per conoscenza, trascrivo alcuni brani della news:
..."La padrona quel giorno si annoiava, così decise di far seviziare le tre ragazzine nere che aveva comprato come schiave: avevano circa 10 o 11 anni. Bakhita fu bloccata a terra e con un rasoio le fecero 114 tagli nella carne. Poi riempirono di sale le ferite. Così, per divertimento. Perché era considerata una cosa dai padroni musulmani.
All’età di sette anni, nel 1876, era stata rapita nel suo villaggio sudanese e venduta come schiava quattro volte. Aveva conosciuto solo la ferocia. Così è la storia umana senza Gesù. ...
... Morta nel 1947, è stata proclamata santa nel 2000. Non c’è situazione tanto estrema e drammatica che non possa essere raggiunta e liberata da Dio fatto uomo. Anche oggi, tempo di diverse schiavitù. ...".
Nel secondo, "Quarto libro dei ritratti di santi", di Antonio Maria Sicari, Edizioni Jaca Book, viene ritratta in compagnia di altri "grandi santi". Tra di loro: Chiara d'Assisi, Antonio di Padova, Rita da Cascia.