martedì 17 maggio 2011

I Nuovi Mostri



Non si tratta, come da titolo del post, del film a episodi di Dino Risi ed altri registi.
In questo blog, ci siamo occupati a più riprese delle metamorfosi mostruose del contemporaneo,
in ambito arte-urbanistica, con relativa ideologia sotterranea, mirata a fare tabula rasa della memoria artistica e formale della nazione, fino a notare rottami di simbologie deviate del decoro urbano. Tutte le frasi citate contribuiscono a inoltrarci in questo stupefacente percorso.

"Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia."

(William Shakespeare, da “Amleto”)



« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione…
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…

Come lacrime nella pioggia…
È tempo di morire… »
(Rutger Hauer in "Blade Runner", 1982, Ridley Scott)

Fantascienza? Macchè, tutto questo è ormai dietro casa vostra!




(Pescara, fontana di Toyo Hito, costo: oltre un milione di euro ....e si è pure spaccata subito)

Ci sono già passaggi d'interesse in questo e questo post, commenti compresi.

(Rozzano)

Dal momento che l'uso dello scempio, fatto passare per 'cultura alta' e irrinunciabile,
è all'insegna anche dei 'cambiamenti' avanguardistici che si prospettano in Italia, grazie in particolare ad alcune amministrazioni very typical dalla persistenza ormai quasi secolare,
spesso appoggiate dalla persistente atavica ignoranza dei cittadini stessi,
pare il caso di approfondire con immagini dirette questa mostruosa 'politica culturale',
ancora più grave quando avviene in un paese come il nostro, con culture antichissime e stratificate, monumenti e strutture tali da renderlo un prezioso museo a cielo aperto.

L'intento di banalizzare, plastificare, disumanizzare, de-naturalizzare, de-identitarizzare ma anche delegittimare il paesaggio e la propria storia, non solo iconografica, è palese in molte delle seguenti immagini, ma la cocciutaggine di pari passo con l'ottusità di molti amministratori locali non sente ragioni.

Pur restando, personalmente e in teoria,
aperto alle invenzioni degli artisti anche contemporanei come sperimentazione, anche se la mia passione è rivolta altrove,
sono anche convinto che le opere vadano tenute in spazi appositi (specie alcune, bene al chiuso e magari segnalate con simboli di pericolo e stress psicologico, così si sa a cosa si va incontro...),
ma soprattutto che si debba riflettere ben approfonditamente, e anche sentire la cittadinanza, prima di collocare costosissimi "esperimenti" e "provocazioni" stabili in spazi pubblici,
specie se si tratta di 'osare' con il paesaggio, periferie comprese,
in un paese come il nostro dove si ciancia sempre a vanvera di "libertà e partecipazione".

Gli artisti, autori delle opere mostrate, non verranno qui quasi mai citati:
qui non si contesta più di tanto la loro personale creazione, che rientra nella libertà di ricerca individuale magari nel loro giardino privato o laboratorio al chiuso,
pur contestabile,
ma la gestione delle stesse opere e delle aree pubbliche da parte dei Comuni, che impongono queste soluzioni a tutti, e vengono poi pubblicizzate come segno di magnifiche sorti e progressive,
di lustro, avanguardia e immarcescibile 'regalo' o servizio alla città.

Ad aggravare la già difficile situazione, si è aggiunta la, diciamo così, riforma strade proposta dalla sempre più inutile Unione Europea, che ha trasformato il nostro paese in Patria delle Rotonde (con annessa installazione avanguardistica centrale), rimeditate ulteriormente poi dall'intellighentsja-postmoderna-che-conta, con lo scopo preciso di distruggere l'atmosfera del nostro territorio, e di farci sentire stranieri ed estranei in casa nostra.
Si aggiunge spesso anche l'idea che qualsiasi cosa possa sempre essere fatta, dalle varie giunte, anche a dispetto degli stessi propri vincoli da piano regolatore, che vengono allegramente sempre più ampliati e ritoccati all'uopo stravagantemente cementificatorio.

(Pontedera)

Tra installazioni non ben distinguibili da Acqua Park, Luna Park, Italietta de plastica in miniatura Made in China, fette di cocomero gigante, mortadelle glassate, GardaLand, zucchero filato,
spara-semi di melograno, acciottolati di marzapane, Hansel e Gretel, alberi di lamiera, forche puntate al cielo, giganti bastoncini Findus o del gioco Shangai, lancia infilzaciclisti con completo di sciagattatrefoli, cerbottane per arachidi anabolizzate, set di Tim Burton a cielo aperto, paste del capitano, demonii postindustriali, calippo, ed estetica postpop da videogioco che ha preso vita e ti aspetta sottocasa,
non è argomento di secondo piano nella questione la riflessione sul prezioso denaro pubblico estorto dalle nostre tasse per la creazione di cotanto arredo urbano, mentre ci sono italiane e italiani senza casa, senza lavoro, che vivono sotto i ponti o in auto senza che nessuno si curi di loro, e tutt'intorno si recitano i mantra del dirittificio globale, dell'accoglienza a chiunque, e si finanzia di tutto di più in base al più alto quoziente di assurdità, coprendolo con il bestemmiatorio termine "sostenibilità". Ma de che?
Si sa, ogni tanto qualche termine viene fatto fuoriuscire dal glossario amerikanoide del marketing, e di solito usato a sproposito in qualunque discorso, prima pronunciato con aria altera da tv e giornali, fino a sentirlo anche dalla tua fruttivendola preferita. Oggi siamo tutti per la "sostenibilità". Anzi anche per l'ecosostenibilità.
Ma allora sono "sostenibili" queste opere?
Per chi? A che pro? Dove ci portano? Aggiungono o tolgono qualcosa al paesaggio italiano? Sono belle o utili? Si tratta forse di sublime d'en bas?
Se nell'architettura post 1940 si è ampiamente sbagliato nell'edificare i palazzi, e peggio dal 1970 in poi, degenerati negli '80, col modello modulare "ideale" del Soviet e dell'ex DDR versione cartapesta,
sarà il caso di rivoltare il coltello nella piaga con queste 'avanguardie' new millenium?

Si è già parlato molto e in più sedi, e inutilmente, propongo allora di lasciare parlare le immagini.

Zola Predosa (Bologna)


La Rotonda delle Tartarughe, Ravenna

Calderara di Reno (Bologna)

Di seguito, sempre a Bologna, la scultura del "Diavolo che Plana", qui nella foto imbrattata di vernice bianca. Ci informa il Corriere che qualche altro cittadino non gradiva l'opera, e ha tentato un'impossibile redenzione del zanzeroso dimonio: non è chiaro se il motivo fosse concettuale o formale...



A Borgo Panigale (Bologna) il complesso, in una rotonda, dedicato all'autotrasportatore, qui in tutta la sua magnificenza:

Non poteva mancare un altro simbolo di Pontedera, anch'essa particolarmente beneficata in arte:


non manchiamo di segnalare l'ennesimo colpo di genio a Reggio Emilia: 15 quintali di "Pesce Fuor d'Acqua", metafora ormai della nostra stessa condizione:
Uno sprazzo di nuova architettura non vogliamo donarlo? La zona è tra Via Stalingrado, Via della Repubblica, Unipol, e "Porta Europa" (un nome, un programma) a Bologna. Peccato che non si intenda fino in fondo la vera dimensionalità del "quartiere".

Perfettamente ton sur ton e in tema, dono gratuitamente, a differenza di alcuni capolavori sopraesposti, anche la mia scultura concettuale:


Josh

mercoledì 11 maggio 2011

L'importanza di essere Oscar

La carriera artistica di Oscar Wilde, irlandese di nascita,  spiccò il volo dopo il viaggio in America del 1882. Già famoso in patria più come presenza mondana che per il solo libro di versi fino a quella data pubblicato, Oscar il Dandy, sbarcò a New Yoork dal piroscafo Arizona il 2 gennaio di quello stesso anno accolto da schiere di giornalisti che avevano affittato una barca per andare a bordo a intervistarlo. Alla domanda dei doganieri se avesse qualcosa da dichiarare rispose: "Niente eccetto il mio genio". Portava chiome lunghe e folte. In scena vestiva con una giacca viola con fodera di seta color lavanda (colori oggi assai di moda, ma in passato considerati "eccentrici") camicie con jabots e nastri di raso che ne annodavano il colletto, pantaloni al ginocchio, calze di seta, scarpe basse con la fibbia scintillante. "Gli unici uomini ben vestiti che ho visto qui in  America sono i minatori del West: indossano solo ciò che è comodo, quindi ciò che è bello" fu il suo commento sui nativi. Ai minatori delle cave d'argento del Colorado parlò di Benvenuto Cellini e quelli gli replicarono  stupiti perchè mai non l'avesse portato in miniera a Leadville, lì da loro. Il suo programma culturale in giro per gli States era un ciclo di 130 conferenze dove avrebbe parlato del Bello, del Sublime e del Movimento Estetico.


Di ritorno a Londra decise di investire i suoi guadagni "americani" in una vacanza di tre mesi a Parigi, annunciando che l'Oscar del primo periodo era morto e che d'ora in poi ci si sarebbe dovuti occupare di quello del secondo periodo. Niente in comune con lo stravagante personaggio precedente col signore dai lunghi capelli e dal girasole in mano. Così il nuovo Oscar "rinacque" con un bastone da passeggio simile alla canna d'avorio di Balzac, con i capelli acconciati coi ricci sulla fronte alla Nerone (ne trasse spunto da un busto da lui ammirato al Louvre) , sciorinando celebri aforismi in francese con una verve non inferiore a quella dimostrata in lingua madre. Frequentava salotti con letterati d'ogni generazione come Hugo, Zola, Daudet, Verlaine, Mallarmé, teatri, mostre d'arte e bassifondi.



Poi, a sorpresa, nel maggio 1884, il matrimonio con la bella e un po' sempliciotta ragazza della buona borghesia dublinese Constance Lloyd, che parve porre fine alle sue stravaganze. Invano Wilde tentò di trasformarla nella sofisticata femme fatale che sempre sognò. In compenso, a detta sua, possedeva il grande merito di non parlare mai. Dalla loro unione nacquero i due figli Cyril e Vyvyan. "Li avvolgeranno in pannolini estetici e li nutriranno in biberon verdi, circondati di piume azzurre di pavone", sogghinarono gli amici della coppia.  In quanto a mobilio e suppellettili della nuova dimora della coppia, Oscar non badava a spese, poichè solo "non pagando i debiti si può sperare di rimanere nella memoria degli uomini". E' un periodo assai fecondo per la sua attività pubblicistica: direttore della rivista femminile "Woman's World" nel 1886, uscita del suo volume di racconti "Il principe felice e altre storie". Walter Pater, suo maestro e promotore di quel Movimento Estetico che vide Oscar, strenuo difensore e seguace, li definì  "autentiche gemme".
Il "Ritratto di Dorian Gray" uscito nel 1891, ebbe recensioni velenose  con relative accuse di cinismo e di amoralità che gli incrementarono - manco a dirlo -  fior di  tirature. Fu questo, un anno di polemiche, di successi, ma anche l'anno fatidico della sua fatale attrazione per Bosie, ovvero quel lord Alfred Douglas figlio del marchese Queensberry, che  pareva essere l'incarnazione vivente del suo Dorian (la vita imita l'arte...) e possedeva una bellezza "in verità più grande del genio".
Ancora successi e consensi egli sepper mietere con le sue esilaranti comedy of manners, scritte tra il '91 e il '95. Tutte le sere l'Inghilterra vittoriana correva ad affollare i teatri che mettevano in scena "Un marito ideale", "L'importanza di essere onesto" (o di chiamarsi Ernesto, a seconda delle traduzioni), "Una donna senza importanza", "Il ventaglio di lady Windermere" .
Qualche problema con la censura Wilde lo ebbe con la "Salomé" composta per Sarah Bernardt, a causa di sensuali danze dai sette veli,  atmosfere morbose e agonizzanti, come il famoso bacio della fanciulla sulla bocca della testa mozza del profeta Giovanni che fece torcere il naso al censore inglese. L'opera, scritta in francese dallo stesso Wilde, fu poi tradotta in inglese dallo stesso Bosie e illustrata dal giovane Aubrey Beardsley.

Ma ecco che al culmine della celebrità e della fortuna, come in ogni dramma della tradizione, la caduta. "Gli dei mi avevano dato  quasi tutto. Avevo genio, un nome distinto, un'alta posizione sociale, vivezza d'ingegno e audacia intellettuale" scrisse di sé in carcere dopo la catastrofe. Ma procediamo con ordine.  
Accadde che lord Queensberry, padre di Bosie, lasciò un biglietto in busta aperta, al portiere di un albergo che Oscar era solito frequentare, nel quale venne accusato a di "posare a sodomita". Wilde denunziò il marchese per diffamazione, istigato dallo stesso Bosie, che nutriva forti ostilità per il padre, ma fu una solenne autorete. A favore del marchese Queesberry testimoniarono portieri d'albergo, affittacamere, ricattatori, "pentiti" (c'erano anche all'epoca). Il resto è cosa nota. La sentenza giudiziaria decretò allo scrittore, due anni di lavori forzati e a seguito di una seconda sentenza con l'accusa di bancarotta, tutti i suoi beni furono messi all'asta. Da tanta desolazione, nasce il "De Profundis", lunga e toccante lettera dedicata all'incosciente e cinico amico Bosie. Rilasciato nel 1897 lasciò l'Inghilterra che non rivedrà mai più, per trasferirsi in Francia.
Ancora qualche tentativo di resuscitare la vita brillante di un tempo con cene a base di ostriche e champagne insieme a  lord Douglas, con cui tra liti e riconciliazioni finirà col ricongiungersi. Ma l'incorreggibile cicala continua a frinire, incurante dell'inverno ormai alle porte. "Non vedrò il nuovo secolo, gli inglesi non lo sopporterebbero" aveva profetizzato di se stesso.
Rese lieve perfino la propria morte, allorché disperando di non poter saldare il conto della pensione parigina del Quartiere Latino nella quale alloggiava disse ad un  visitatore dei suoi ultimi giorni: "Muoio al di sopra delle mie possibilità".  

La vita è troppo importante per essere presa seriamente
                                                         
Nel suo caso, anche la morte.

Hesperia

mercoledì 4 maggio 2011

Affamati di Energia

Dopo quello che è successo in Giappone, il mondo si sta interrogando sul nucleare sì, nucleare no. E un mio post del 2007, che trattava di tale argomento, ha segnato nei giorni scorsi il record di visitatori. A fargli conquistare la palma d'oro è stata sicuramente la puntata di Annozero del 28 aprile 2011. Argomento clou di quella sera deve essere stato quello dell'energia, con ospite principale il professor Franco Battaglia, in qualità di esperto in materia. Come per molti, anche per me il Professore era stato un emerito sconosciuto fino al 15 marzo 2007, e cioè fino a quando scrissi il post dal titolo La chimera energia verde, nel quale parlavo diffusamente di lui.
Nel programma televisivo di giovedì scorso s'era appunto dibattuto su nucleare sì, nucleare no, tema molto in voga di questi tempi, amplificato qui in Italia dal messaggio ministeriale trasmesso tempo addietro dalla radiotelevisione: "E voi cosa ne pensate del nucleare?"
Potrà sembrare strano che in un blog letterario si parli di argomenti scientifici, ma è anche un modo per ricordare ancora una volta Marcello, alias Sarcastycon. Egli era infatti grande esperto in materia di energia dal nucleare, scrivendo su di essa in varie occasioni, da vero esperto. Il suo studio migliore è un saggio pubblicato in un post suddiviso in quattro parti, dal titolo: Nucleare? Sì grazie, così ripartito:
Prima parte Nucleare? Sì grazie (parte 1°, sintetica ambientazione politica del problema)

Seconda parte: Nucleare? Sì grazie (parte 2°, cos'è la fissione nucleare)
Terza parte La Fusione (Un ottimo riassunto di studi, un ottimo avvio iniziale per chi intenda addentrarsi nella materia)

Quarta parte Il confinamento magnetico (Eccellente studio chiaro e sintetico sulla reazione di fusione Deuterio Trizio, facilmente comprensibile anche dai non addetti ai lavori) Favorevole al nucleare, Marcello ne spiegò i motivi nel saggio. Analoghi motivi li aveva indicati il professor Franco Battaglia nella trasmissione di quel mio post. In pratica, per entrambi è l'unico mezzzo, allo stato attuale delle cose, per soddisfare la crescente domanda di energia elettrica dell'Italia. Le tesi del Professore, che aveva portato quel giorno in quella radio privata, mi avevano convinto della validità e bontà delle sue idee sul nucleare, bistrattando come illusoria l'energia prodotta dall'etanolo, dal fotovoltaico e dal solare termodinamico.

Il professor Franco Battaglia è Docente di Chimica dell'Ambiente presso l' Università di Modena, e, con altri scienziati - tutta gente che la sà lunga in tema di energia - nel 2001 aveva fondato il Gruppo Galileo, presente in rete col sito Galileo 2001, del cui Gruppo è qui consultabile il Manifesto.

In quest'altro videodibattito il professor Franco Battaglia spiega in un breve confronto perche' l'energia solare non ha in realta' futuro. Il motivo e' molto semplice: con le tecnologie eoliche o fotovoltaiche quando non brilla il sole o non soffia il vento non vi e' produzione di elettricita' e quindi bisogna comunque installare la potenza elettrica convenzionale. Le fonti solari permettono soltanto di risparmiare poco combustibile convenzionale o nucleare a costi altissimi e non aggiungendo di fatto potenza al sistema elettrico.

Qui l'intervista di Legno Storto, del 26 marzo 2011, di Giuseppe Filipponi, al presidente di Galileo 2001, professor R.A. Ricci, su "I danni dei media superiori a quelli delle radiazioni di Fukushima".

In questa intervista, fatta il 28 aprile 2011 via mail da Luigi Mauro, il prof Battaglia spiega perchè - secondo lui - seguire l'ideologia ambientalista sarà disastroso. E i motivi sono sempre gli stessi che aveva prospettato quattro anni fa. Eccone alcuni di allora.
In Francia ci sono 58 centrali termonucleari, e noi, che nel 1987 avevamo rinunciato al nucleare domestico a causa del noto referendum, siamo però circondati da esse.

Era intenzione dell'allora nostro governo di quattro anni fa di convertire il 10% degli allora consumi di benzina derivante dal petrolio, in benzina ricavata dal mais di produzione nostrana. Ma per produrre tale quantitativo di benzina all'etanolo, come sarebbe stato nelle intenzioni dell'allora ministro dell'Ambiente, si sarebbero dovute radere al suolo tutte le città esistenti in pianura padana e mettere tutta quell'area a produrre intensivamente mais.

Ma c'era di più, che la diceva assai lunga sulla validità di tale proposta. Da rigorosi calcoli matematici, fatti dal gruppo di scienziati di Galileo2001, era emerso che, per ricavare tale benzina dal mais, ci sarebbe voluta altrettanta energia pari a quella che se ne sarebbe ricavata!

In tema di energia fotovoltaica, sulla quale sembrava ci fosse stato un particolare innamoramento di quell'ex ministro, pare che i conti non quadrassero minimamente, e due blogger lo avevano dimostrato, conti alla mano. Peccato che nel frattempo i due blog sono stati chiusi, e quei dati non sono più reperibili.
Consiglio inoltre la lettura di tre saggi scritti dal professor Franco Battaglia, dal sito Galileo2001, dai titoli:
- Il grande bluff sull'energia solare (vedi YouTube di cui sopra)
- Se Rubbia si arrampica sugli specchi (leggere qua)
in cui si parlava dell'ultima frontiera: il solare termodinamico, del quale mi sembra però di non averne più sentito parlare.

L'ultimo saggio spiegava perchè l'idea non avrebbe avuto successo: con gli impianti messi a punto finora, la resa era del 10 %, massimo 13 %, tutto il resto veniva perso nei vari passaggi di trasformazione, i quali dipendevano, secondo vari gradi di rendimento, da: efficacia degli specchi - efficacia dei fluidi - efficacia termodinamica della trasformazione di calore in elettricità. La dipendenza da tutti questi fattori faceva sì che la resa di quel genere d'impianti sia stata solo di quelle percentuali così basse. In pratica, il gioco non valeva o non vale la candela, perchè, in pratica, per sostituire una centrale elettrica di tipo convenzionale da 1000 MW con una centrale che sfrutti il solare termodinamico, ci vorrebbero 32.000.000 di metriquadrati di specchi (da lavare e lucidare frequentemente, per mantenere al massimo grado la loro efficienza). Ecco perchè il progetto mi pare sia naufragato, nonostante l'allora sponsorizzazione del comico Beppe Grillo, paladino ecologista della prim'ora.
Lancio una provocazione: chi fra tutti i lettori del blog non è ecologista? O lo è meno di coloro? Ma si vorrebbe maggiore onestà intellettuale da parte di quegli scienziati che propongono le loro idee per la salvaguardia del mondo. Ad esempio, nella presentazione dell'impianto del solare termodinamico nel febbraio 2007, pubblicato dal Corriere della Sera che conservo ancora, credo non ci sia scritto che per mantene efficiente ed in vita l'impianto sarebbe occorso il supporto di una forte fonte di calore esterna, che sarebbe servita per mantenere il fluido, costituito da sali, ad una temperatura minima costante (giorno e notte) di non meno di 240 gradi, altrimenti i sali sarebbero solidificati e così l'impianto sarebbe saltato rendendosi praticamente inservibile. Trascurando di parlare di questo particolare non indifferente, credo abbia finito col convincere l'allora Ministro preposto della bontà del sua idea, mentre invece l'impianto sarebbe dovuto essere ulteriormente perfezionato, per poter essere veramente economicamente competitivo. Comunque sia andata a finire, la vicenda risale a quattro anni fa, e personalmente non ne ho più seguiti gli sviluppi. Voglio solo sperare che non siano stati costruiti tanti impianti di quel genere, come sarebbe stato nelle intenzioni. E questo almeno finchè l'impianto non sarebbe diventato economicamente valido; continuando invece nella ricerca di fluidi per l'impianto che non avrebbero necessitato di fonti di calore esterne supplementari.

La mia conclusione personale su questo tema è sempre quella di quattro anni fa, e cioè che in natura non esiste energia gratuita e a zero, o a basso costo. Non sono ancora stati inventati gli amplificatori di energia; esistono solo gli amplificatori di potenza, che però, durante il processo di amplificazione, assorbono ulteriore energia esterna.
L'unica fonte di energia veramente "verde", e a costo zero, è quella che proviene dal "risparmio energetico": lì è tutto gratis e a zero impatto ambientale. Tutto il resto sono illusorie chimere.

A mitigare questo pessimismo vi è però una notizia positiva che viene dal mondo dell'economia e che genera ottimismo: Total, forse la più grande compagnia petrolifera del mondo, il 29 aprile ha annunciato il lancio di un'offerta d'acquisto su una quota di maggioranza, il 60%, di SunPower Corp, azienda americana del settore dell'energia solare. L'offerta di Total, da 1,37 miliardi di dollari, rappresenta una delle mosse maggiori mai compiute da un big petrolifero nel campo delle energie rinnovabili. E quando si muovono società di questo calibro, con importi di tale entità, vuol dire che gatta ci cova, e sotto sotto qualcosa si sta muovendo.

mercoledì 27 aprile 2011

Aldilà postdanteschi: Boccaccio, Folengo, John Dee


Riallacciando idealmente il discorso da un post di qualche tempo fa,
continuiamo brevemente la carrellata sull'immaginario letterario e culturale sull'aldilà.
Dopo Dante e la sua opera, la maniera di utilizzare il tema dell'aldilà e talvolta della Nekyia cambia radicalmente. La rivoluzione maggiore e lo stacco netto da tutto il periodo passato sono dovuti principalmente a Boccaccio e all'utilizzo incontenibile e irrisorio della parodia nei riguardi delle forme obsolete della letteratura precedente.

("Tale from Decameron" 1916, John William Waterhouse)

Nel Decameron, Terza Giornata Novella VIII, ci viene presentato un personaggio, Ferondo, contadino profondamente geloso. A un certo punto sua moglie conosce un abate. Il religioso con l'assenso della moglie, che crede in questo modo di liberare il marito dalla sua devastante gelosia mandandolo in Purgatorio, droga Ferondo, che viene rinchiuso in una cantina umida e buia per ben 10 mesi, facendo credere al malcapitato contadino che si trovasse in Purgatorio a causa della sua esagerata gelosia. Nel frattempo l'abate fa le veci del marito con la donna, divenendo il suo amante.
Il "Purgatorio" finto dell'abate infido, e del contadino geloso, rappresenta il completo rovesciamento della visione dell'aldilà dantesco: si assiste contemporaneamente alla dissacrazione dell'aldilà dantesco, della topografia medievale dell'aldilà (la cantina...), e alla parodia di un genere letterario come il viaggio nell'oltretomba.
La cantina qui è un oltretomba sotterraneo a suo modo, un sottomondo simile all'inferno dantesco con il suo cono rovesciato/imbuto, con cui presenta anche l'affinità delle punizioni corporali che non vengono risparmiate al povero contadino ingenuo.
Come ogni viaggio nell'oltretomba, anche questo boccaccesco si conclude con il contadino restituito alle dimensioni superiori (in certo qual modo "resuscitato"), e il ravvedimento del contadino dalla sua gelosia. Ferondo rinato alla vita di tutti i giorni apprenderà che diventerà padre (di un figlio non suo, in realtà dell'abate). L'aldilà di Ferondo/Boccaccio è il primo rovesciamento critico feroce del viaggio agli inferi, genere letterario a quell'epoca così ripetitivo e abusato che ormai sembra potersi proporre solo in chiave parodica.

Il "rimettere lo diavolo in inferno" poi, con l'ironia dissacrante boccaccesca ("la risurrezione della carne" intesa come momento di vigore sessuale) gioca con lo scambio di attributi non solo lessicali anche nella Novella X sempre della Terza Giornata.

(Andrea del Castagno, "Giovanni Boccaccio", dal "Ciclo degli uomini e donne illustri", Galleria degli Uffizi, Firenze, 1448-1451)

Nel Cinquecento la rappresentazione del viaggio nell'aldilà sarà ancora all'insegna dell'ironia e della demistificazione, con una patina velata di autocritica. Nel poema "Baldus" di Teofilo Folengo, del 1518, dalla funambolica felicità linguistica, il poeta Merlin Cocai (pseudonimo di Teofilo stesso) e i compagni si ritrovano al convito infernale delle ombre.
L'Inferno nel Baldus è occupato da una zucca gigante,
luogo destinato ai poeti, cantori e astrologi,
cioè figurativamente, secondo il testo, a tutti quelli che creano, cantano e interpretano i sogni, riempiendo i libri di favole e fandonie varie:

"Stanza poetarum est, cantorum, astrologum,
qui fingunt, cantant, dovinant somnia genti:
complevere libros follis vanisque novellis"
(XXV, 608-610)

(Teofilo Folengo nel ritratto del Romanino)

Anche qui, pur nel rovesciamento dei leitmotiv della letteratura precedente, l'aldilà è legato al tema del sogno, e proprio i poeti, detti bugiardi fabbricatori di sogni, si trovano nel fondo dell'inferno.
Là al posto dei tradizionali demoni, ci sono appositi "barbieri" infernali "strappatori",
che avrebbero il compito di strappare ai poeti tanti denti quante bugie e sogni vani
i poeti inventarono:
chiaramente il meccanismo colpa/punizione è stato escogitato in ossequio al sistema della pena a contrappasso, quanti più denti vengono strappati, tanto più essi ricrescono di nuovo, come fecero le loro bugie letterarie a raffica.
Merlin Cocai, poeta mentitore a sua volta, abbandona in queste acerrime lande il suo eroe Baldus, destinato a ritornare sulla terra, e conclude il poema dove l'aspetta la condanna:

"Hic numquam cessat nunc descalzare tremendis
cum ferris dentes, nunc estirpare tenais,
unde infinitos audis simul ire cridores
ad coleum, numquamve opera cessatur ab ista.
Quottidie quantas illi fecere bosias,
quottidie tantos bisognat perdere dentes,
qui quo plus streppantur ibi, plus denuo nascunt.
(.....)
Zucca mihi patria est; opus est hic perdere dentes
tot quot in immenso posui mendacia libro"
(Baldus, XXV, 635-650)

Il motivo storico dell'approdo alla parodia nella descrizione d'aldilà è vario,
non si tratta solo di un mutato spirito dei tempi:
va tenuto conto dell'inflazionamento del genere letterario "viaggio nell'aldilà", presente sin dall'antichità greco-romana, del diffondersi di cartine geografiche-topografiche infernali sempre più improbabili che facevano dell'aldilà un luogo troppo fisico e non metafisico,
presenti in disparate credenze, opere varie, cartine geografiche immaginarie dove questo mondo si scioglieva nell'altro mediante porte segrete, segnalando luoghi terreni come sedi di Inferno e Purgatorio, come vulcani o isole (toccò anche alla Sicilia e all'Etna), mescolando tradizioni popolari, cattoliche, pagane, mediterranee e anche celtiche in un vortice concettuale di modelli decontestualizzati ormai esangue e privo di significato.

Per non limitarci alla letteratura italiana, e alle sue parodie di un genere troppo sfruttato,
proprio il Cinquecento con i suoi rivolgimenti storici vede vari personaggi in settori affini.
Un cenno almeno merita John Dee (1527-1608) per la sua "frequentazione" col mondo del mistero, delle arti occulte e della Nekyia non intesa questa volta come stratagemma letterario, ma come pratica esercitata in prima persona.

(John Dee ed Elisabetta I)

Matematico, geografo, alchimista inglese alla corte della regina Elisabetta I, esperto di occultismo, divinazione, si considerava cristiano (evangelico, ma all'interno di un Protestantesimo anglosassone non ortodosso, fu accusato più volte di stregoneria), anche se nella sua interpretazione para-cristiana l'ermetismo ha una parte considerevole, così come le filosofie di Platone e Pitagora, l'astrologia (fu astrologo di corte, anche astrologo giudiziario, angelologo e negromante).
Si tratta di una figura reale, con contorni leggendari, legato all'invenzione della "Mano della Gloria" o "Sigillum Emeth" (uno strumento magico con cui si dice riusciva a paralizzare all'istante qualsiasi persona l'avesse vista), e al caso delle 21 lettere divine Enochiane.
In pratica John Dee effettuava numerose esperienze paranormali, e si serviva della magia "angelica" per scoprire alcuni segreti della natura (e del potere). In una di queste esperienze gli sarebbe stato mostrato un libro magico scritto in una lingua arcana "il Libro di Enoch" (Enoch in origine è un patriarca biblico), e gli spiriti gli avrebbero dettato la traduzione che Dee riportò nel Liber Loagaeth o Liber Mysteriorum scritto in lingua sconosciuta, da lui detta "enochiana" (il libro esiste, è custodito al British Museum di Londra, considerato non comprensibile) anche se si distinguono 21 caratteri.
H.P.Lovecraft attribuisce fittiziamente a John Dee la paternità del manoscritto con la traduzione inglese del "Necronomicon". Sempre John Dee è protagonista del romanzo "L'Angelo della Finestra d'Occidente" del 1927 di Gustave Meyrinck. John Dee è anche citato nel "Pendolo di Foucault" di Umberto Eco.
Di John Dee come autore si ricordano ancora "La Monade Geroglifica" (1564),
un Trattato Magico, appunto il "Liber Mysteriorum", "De Heptarchia Mystica" (1582): si tratta di testi che oltre a teorie ed esperienze personali, in varia maniera illustrano anche il clima del sentire di un periodo in cui nacque anche il movimento dei Rosa Croce.
Prima protetto da Elisabetta I, John venne poi emarginato da Giacomo I.
I campi d'indagine di John furono davvero vari, era esperto anche in meccanica, costruì uno scarabeo volante per rappresentazioni teatrali, studiò la mistica dei numeri, volse gli studi alchemici e astrologici a fini divinatori. Con l'alchimista Edward Kelley si dice realizzarono pubblicamente la trasmutazione di un metallo in oro alla presenza dell'Imperatore Massimiliano d'Asburgo.
Dee ebbe anche una visione politica vicina ad una sorta di misticismo imperialista, e si dice affascinasse con alcune teorie Massimiliano d'Asburgo. Il soggiorno di Dee in Boemia venne anche messo in relazione ad alcuni fatti: la nascita nel 1586 di una Lega "Evangelica" a fini politici per contrastare la Lega Cattolica, denominata Confederatio Militiae Evangelicae (partecipanti il Re di Navarra e Danimarca e la stessa Regina d'Inghilterra) secondo alcuni nessi rinvenuti dalla storica E.A. Yates: questo evento è citato nella "Noometria" (1604, inedito conservato alla Landesbibliotek di Stoccarda, dedicato al duca Federico I, alchimista, sovrano di uno stato tedesco luterano) di Simon Studion abbinata alla menzione di un'alleanza segreta tra Giacomo I d'Inghilterra, il Re di Francia e Federico duca di Wurtenberg, e le nozze della figlia di Giacomo I con il Principe elettore del Palatinato. Ancora, sia nella Confederatio Militiae Evangelicae tanto nella Noometria di Simon Studion sono reperibili simbologie legate alla Rosa e alla Croce (presenti peraltro anche nella simbologia Luterana). Nell'alleanza tra i sovrani fautori del Protestantesimo d'allora compare più d'una motivazione politica ed economica chiara di supremazia europea, ma anche l'espressione di un movimento di pensiero "laterale", ben diverso dal Cristianesimo ufficiale anche riformato, nutrito da disparate influenze segrete in Europa, che non escludono apporti cabalistici, e influssi ermetici-esoterici.
Anche questi aspetti, dai più noti ai più sotterranei, contribuiranno a mutare la percezione dell'aldilà nell'immaginario, nella concezione di questo e dell'altro mondo, e di conseguenza nell'arte.
La ricerca ...continuerà.

(per alcuni passaggi storici nell'ultima parte del post si ringrazia il sito: http://www.parodos.it/rosa%20croce.htm )

Josh

mercoledì 20 aprile 2011

Cantucci d'orto


E come l'amo il mio cantuccio d'orto,
col suo radicchio che convien ch'io tagli
via via; che appena morto, ecco è risorto:

o primavera! con quel verde d'agli,
coi papaveri rossi, la cui testa
suona coi chicchi, simile a sonagli;
con le cipolle di cui fo la resta
per San Giovanni; con lo spigo buono,
che sa di bianco e rende odor di festa;
coi riccioluti càvoli, che sono
neri, ma buoni; e quelle
mie viole
gialle, ch'hanno un odore... come il suono
dei vespri, dopo mezzogiorno, al sole
nuovo d'aprile; ed alto, co' suoi capi
rotondi, d'oro, il grande girasole
ch'è sempre pieno del ronzìo dell'api
da L'Oliveta e  l'Orto  di Giovanni Pascoli
E' questa una poesia del Pascoli, ispiratrice del titolo di questo post, che ci parla di un aprile nuovo con  atmosfere solatie, di gioie semplici coltivate in un orto domestico ed è  senz'altro adatta a questi giorni sereni delle vacanze pasquali. Anche i prodotti della terra più umili come cavoli neri e riccioluti, o le cipolle raccolte in una treccia, vengono elogiati quasi fossero degli splendidi rari fiori di serra.
E a proposito di aprili ormai lontani,  anch'io ricordo l'orto di mia zia con le fave dai bei fiorellini bianchi macchiettati di nero come farfalle cavolaie. E anche i fiori bianchi fatti a speroncino dei piselli che rampicavano in modo disordinato nel cannicciato.  In questo senso ha ragione Pascoli di elogiare i "fanciullini" quali poeti in fieri, perché è tipico dei bambini non attribuire graduatorie di importanza tra i fiori campestri con quelli più eleganti e rari dei giardini e dei parchi. Una bimba mia vicina di casa raccoglieva con pazienza certosina gli occhi della Madonna (un modesto fiorellino celeste piccolissimo e assai invasivo) e anche gli spinosi fiori blu di Cina della borragine, che infesta gli orti e i campi (le brave cuoche ne usano le foglie per preparare il ripeno dei ravioli) e quando gli offrii un mazzo di iris violetti me li rifiutò. Evidentemente perché quei modesti fiori di campo da lei colti, dovevano, ai suoi occhi di bimba,  contenere  segreti che io, adulta, non ero in grado di ben identificare.






Credo comunque che tutti noi abbiamo avuto ricordi di un orto della nonna dove ci colpivano aromi e  cromatismi inconsueti. Impossibile per me dimenticare l'odore di cedro forte della verbena odorosa o altrimenti detta erba cedrina o erba luisa.
O quello della maggiorana, o del basilico pestato nel mortaio di marmo, col pestello in legno d'ulivo che si diffondeva per la cucina.

Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall'olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case (
Camillo Sbarbaro -
"Scarsa lingua di terra").
O il colore blu-violetto del fiore del carciofo (non dimentichiamo che è un bocciolo), fiore bellissimo e spumoso che svetta tra foglie grigiastre irte di spine. 
Il carciofo dal tenero cuore si vestì da guerriero,
ispida edificò una piccola cupola,
si mantenne all'asciutto sotto le sue squame,
vicino al lui i vegetali impazziti si arricciarono,
divennero viticci,
infiorescenze commoventi rizomi;
sotterranea dormì la carota dai baffi rossi,
la vigna inaridì i suoi rami dai quali sale il vino,
la verza si mise a provar gonne,
l'origano a profumare il mondo,...
( da Ode al carciofo di Pablo Neruda)
Già, il carciofo, un re tra le verdure di stagione. E già che abbiamo citato questo vegetale dal cuore tenero dentro una corteccia spinosa, vale la pena di ricordare una torta assai adatta a questo periodo primaverile: la torta pasqualina. La quale viene d'abitudine preparata con spinaci o bietole, ma con una dozzina di cuori di carciofi assume un gusto e una morbidezza del tutto particolari. Qui la ricetta. 
E allora Buona Pasqua a tutti quanti gli amici e lettori vecchi e nuovi.

Hesperia









mercoledì 13 aprile 2011

Il Mulino del Po

Per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia, il Polo Geriatrico Riabilitativo di Cinisello Balsamo, nell'ambito della propria attività ricreativa ha riproposto ai suoi anziani ospiti il lungometraggio Il Mulino del Po. La riproposizione ha avuto buon successo di pubblico, allargata a parenti e visitatori dei degenti. Qualcuno, a conoscenza della mia passione per la saga dei mugnai ferraresi e del mio amore per i Navigli di Milano, e della interconnessione esistente tra i due argomenti, aveva caldeggiato per la mia presenza. Ma qual'è, appunto, il nesso esistente tra i Navigli e Il Mulino del Po? L'autore del romanzo, Riccardo Bacchelli, assunto al Corriere della Sera, era giunto a Milano nel 1925 e andò a vivere in via San Marco, a due passi dal giornale. In quegli anni vi era ancora in quella strada un tronco del Naviglio a cielo aperto, che fungeva da collegamento tra il Naviglio interno e il Naviglio della Martesana. Davanti al portone del Corriere il corso d'acqua si ampliava formando una specie di laghetto, detto Tombone di San Marco. Dalla fondazione del Corriere (5/3/1876) e fino ai primi anni '50 del secolo scorso sul naviglio di via San Marco scorrevano le chiatte che, da Corsico, trasportavano la carta per la stampa del Corriere. Nel punto di congiungimento tra il naviglio di via San Marco e la Martesana vi era la Conca delle Gabelle, creata ai tempi di Leonardo, da una sua idea. L'irruenza dell'acqua del Naviglio, che scendeva a getto sotto il ponte delle Gabelle (vedi foto) , fu sfruttata per secoli da un mulino, arrivato fin oltre il 1950. Fu il roteare di quelle pale, che Bacchelli ebbe modo di osservare per anni, ad ispirargli la stesura del romanzo. Data la complessità, e dovizia di particolari presenti nel romanzo, che solo un abitante di Ferrara poteva conoscere, risulterà curioso sapere che Il Mulino del Po è stato scritto interamente a Milano, e proprio "in un appartamentino che dà sul tombone di San Marco, dove scorrevano le acque dei Navigli". Era il 1938 quando Bacchelli iniziò la stesura di quella che è diventata "tra le opere più insigni della letteratura d'ogni tempo". Considerando che nell'opera vengono rievocati i fatti salienti che portarono all'Unità d'Italia, e i primi decenni di vita dello stato unitario, la scelta di proiettare lo sceneggiato durante questa ricorrenza è stata appropriata. Nel dipanare la trama del romanzo, l'opera racconta dei grandi fatti che hanno fatto la storia d'Italia, con occhi aperti al mondo intero, del lungo periodo che va dal 1812 al 1918. La lunghezza dell'opera, che si protrae per oltre 2000 pagine, è un forte freno in grado di tener lontani nuovi lettori; a dimostrazione di ciò vi è infatti che nell'unica copia presente nella mia biblioteca comunale è indicato un solo passaggio di mano, dopo quell'unico prelievo mio di anni fa; eppure non manca l'argomento accattivante iniziale che spinga alla lettura completa dell'opera. Per stimolare la lettura di un romanzo così corposo, Bacchelli vi aveva inserito una brillante introduzione. Il romanzo inizia infatti con la fantasiosa caccia al tesoro che fu di "proprietà" del capitano Mazzacorati; per impossessarsi del quale, Lazzaro Scacerni, erede legittimato, deve prima imparare a leggere, per poter decifrare segretamente la carta contenente le indicazioni per arrivarci. E qui entra in ballo il merciaio di Codigoro che riesce a rifilare al nostro mugnaio un sillabario. Il buffo episodio è narrato nei capitoli iniziali del romanzo, ed è stato trascritto integralmente in questa pagina . I capitoli iniziali sono un compendio di grande storia, frammista a vivi episodi fantasiosi. Inizia infatti con salvataggio del capitano Mazzacorati, portato a spalle in salvo al di là del fiume Beresina (vedi Battaglia di Beresina).
Dopodichè, non potendo comunque proseguire, il capitano spirerà tra le braccia di Lazzaro. Prima di spirare, e in quello che potrebbe sembrare un segno di gratitudine per il gesto eroico, Mazzacorati fa dono a Scacerni di un tesoro che aveva accumulato e messo al sicuro prima della sua partenza per la Russia. L'ubicazione del tesoro è indicata nella famosa carta, che gli consegna prima di spirare, e che, per poterla decifrare, dovrà prima imparare a leggere. Fu per questo inizio spumeggiante che mi inoltrai a leggere tutto il corposo romanzo, di ben oltre 2000 pagine. E dunque è stata tutta colpa di Lazzaro Scacerni, e del suo ostinato desiderio di voler/dover imparare a leggere, il mio appassionamento per il grande romanzo di Bacchelli. Ai tempi in cui si svolsero le vicende degli Scacerni, lungo le sponde del Po erano in funzione ancora circa 400 mulini; oggi non esistono più. Solo a scopo turistico e divulgativo in alcune località qualcuno stà risorgendo, come quello di Ro Ferrarese , fortemente voluto da Vittorio Sgarbi, ferrarese doc. Nella foto in alto vi è la ricostruzione perfetta del San Michele, il primo dei tre mulini degli Scacerni, situato nel punto esatto dove lo aveva posizionato Riccardo Bacchelli. Il romanzo è denso di riferimenti storici, racconti e testi di canti della saggezza popolare, citazioni di personaggi storici: statisti, scrittori, artisti, pittori, ecc. Quando lo lessi non avevo ancora internet, e, per comprendere pienamente l'opera, mi dovetti munire di cartine geografiche, piante delle provincia di Ferrara, Rovigo e Bologna; di testi di storia e libri d’arte: Il Mulino del Po è un compendio di tutto questo. Per quest’opera, anche se, soprattutto nella terza parte, l’autore si perde un po’ nell’allungare troppo la trama del racconto vero e proprio, con particolari, richiami e ripetizioni che a volte risultano perfino inutili per la comprensione del filo logico del romanzo, pur tuttavia Riccardo Bacchelli, con quest’opera monumentale si sarebbe ben meritato il premio nobel, e infatti le candidature furono riproposte fino al 1953. Cessarono da quell'anno, dopo che Bacchelli aveva pubblicato il romanzo storico Il figlio di Stalin, che risultò particolarmente sgradito al regime comunista sovietico di quegli anni. Il romanzo incriminato racconta infatti del dramma del figlio del dittatore, Jacob Giugasvili che, cercando di sfuggire alla schiacciante figura paterna, viene catturato dai tedeschi e muore in un lager. E così Riccardo Bacchelli, bolognese, ma ferrarese e milanese d'adozione, morì povero e abbandonato all'età di 94 anni, nella mia Monza. Ora sto andando ai ricordi sbiaditi di quella lettura, ma, anni or sono, in un momento più ravvicinato al tempo di quella lettura, ebbi a scrivere che Bacchelli doveva scrivere molto e in fretta, per procurarsi i mezzi necessari per vivere, ma se avesse avuto il tempo e la tranquillità necessaria per una grande opera di “abbellimento”, rimaneggiamento, revisione e correzione, come invece potè fare il "ricco" Manzoni per i Promessi Sposi, Il Mulino del Po sarebbe diventato il “Capolavoro della letteratura italiana” alla pari e forse più dei Promessi Sposi, tanti e tali sono gli avvenimenti storici, i fatti, la cronaca, le leggende descritte nel romanzo.


Foto (dall'alto in basso):

Il Mulino del Po

Bacchelli e Sandro Bolchi sul set

La Conca delle Gabelle

Passaggio di Napoleone sulla Beresina dipinto del 1866 di January Suchodolski. Da Wikipedia

martedì 5 aprile 2011

Hokusai, Giappone e alcune altre cose

(K.Hokusai "Ortensia e Rondine")

In un periodo come questo, tra accadimenti catastrofici e dolorosi, viene spontaneo dedicare un omaggio a quella civiltà antichissima e preziosa che è stata ed è quella giapponese, che personalmente in alcuni suoi aspetti ho sempre amato. Il suo modo di rappresentare la natura e la vita, il suo approccio sottilmente filosofico in ogni aspetto dell'esistenza, che sa mescolare in maniera ammirevole quotidianità e sublime, è da sempre parte integrante dello spirito giapponese.

Katsushika Hokusai, l'artista dell'argomento scelto, è stato una figura particolare: vissuto tra 1760 e 1849, è stato un realizzatore di Ukiyo-e (stampa d'arte molto curata, realizzata su blocchi di legno, di vario soggetto), è forse uno dei più famosi pittori, ed è noto per aver influenzato con parte del suo stile anche Van Gogh. Tra le opere più note di Hokusai ci sono le "Cento Vedute del Monte Fuji".
Riposto dietro all'Ukiyo-e, vi è un contenuto in origine derivato dal Buddhismo: rappresentava la dimensione della fugacità dei beni terreni, la fragilità della bellezza, summa di perfezione formale e caducità,
da cui il sapiente doveva evolversi ed innalzarsi: vi era sottinteso un valore di ammaestramento e saggezza. Ma col tempo, scompare il soprasenso originario, e il genere di pittura e stampa divengono quasi una ricerca del piacevole, della bellezza e dell'estetismo in cui il mondo giapponese che si andava rinnovando amava specchiarsi.
Al posto dell'ispirazione filosofica iniziale, prende piede una 'modernizzazione' che ha a che fare col nuovo Giappone, quello del post 1600, che fugge dal suo stesso rigore formale e concettuale, e incomincia a sognare, vivere e rappresentare feste, il piacere più o meno proibito, la vita notturna, il teatro kabuki, la mondanità. Ma la natura rimane sempre 'divinizzata' e sacra nella cultura giapponese.

Qui "La Grande Onda" nelle vicinanze della Costa di Kanagawa, dalla serie delle "36 Vedute del Monte Fuji" 1830-32, che diviene tristemente paradigmatico se rapportato alla catastrofe odierna:

L'immagine è divenuta tra i simboli più diffusi dell'arte di raffigurare del Giappone. Acqua, potenza della natura, e in lontananza il Monte Fuji nella sua eterna immobilità.
Hokusai nel corso della lunga carriera ha affrontato più volte il tema dell'onda e dei vortici d'acqua, argomento che è comunque un classico in tutta la cultura giapponese. Da notare l'incredibile modernità, quasi contemporanea, delle sue soluzioni grafiche.


Se è principalmente nel modo di riprendere la vegetazione, i fiori, con il grafismo giapponese tipico, che si nota il l'influsso di Hokusai in Van Gogh, è pur vero che i debiti degli Occidentali con Hokusai (e anche altri giapponesi di genio, Hiroshige Utagawa su tutti per esempio) hanno a che fare anche con l'idea del paesaggio dell'Ukiyo-e (lett. "immagini del mondo fluttuante") come per esempio Manet, Monet, Degas, Gauguin ma anche Klimt.
Ne parlava anche Edmond De Goncourt che nel 1896 notava, nella prima monografia su Hokusai, il debito che già molti Impressionisti avevano con il Nostro, come in futuro ne avrà ogni decorativista, Schiele compreso.


(su fondo blu, Cardellino e Albero di Ciliegi)

Si parla infatti di vero e proprio "Giapponismo" (dal francese "Japonisme") nella pittura occidentale in alcuni casi. La contaminazione è dovuta inizialmente all'arrivo delle stampe giapponesi qui da noi, a partire dall'Olanda (stato con cui il Giappone commerciava), e solo in seguito in Francia, grazie alla Compagnia delle Indie, poi diffuse in tutta Europa.
Alcuni fattori visivi ricorrenti che si notavano dalle stampe erano: argomento quotidiano, rappresentazione tendenzialmente piatta e a due dimensioni, linee curve per suggerire l'idea del movimento, colori netti, assenza di prospettiva, decorativismo, concettualizzazione e stilizzazione della rappresentazione.
Si diffuse una vera e propria moda del collezionare stampe giapponesi tra 1850 e 1870.
Dell'influsso giapponese sui grandi europei sono un piccolo esempio i seguenti dipinti:

_Edouard Manet , nel "Ritratto di Emile Zola", che mostra in alto verso destra un'immagine giapponese, a segnalare storicamente l'avvenuto incontro:


_Il lussureggiante "Ponte giapponese a Giverny" di Claude Monet:


In Van Gogh gli esempi sarebbero moltissimi, dal momento che lo stesso artista ammetteva che l'influsso giapponese aveva agito su di lui anche nel dipingere il grano, gli uccelli, e per la gestione del colore e del movimento delle masse cromatiche. Un altro influsso giapponese è senz'altro anche nell'arte del comporre, intesa come maniera nuova di accostare gli oggetti nel quadro.
Anche se l'influsso nella decorazione e nella rappresentazione di fiori e vegetali è il più evidente, per es. in "Mandorlo in fiore" (a destra, fondo azzurro).



















La chiusura del post è affidata ad un Haiku (breve composizione di 3 versi, in cui una visione della natura diviene pretesto per una breve riflessione, spesso introspezione della differenza tra natura esterna e sentimento all'interno del poeta) di Matsuo Basho (1644-1694):

"Primavera"

Dilegua
l'eco della campana del tempo:
persiste

la fragranza dei fiori.

Ed è sera.



Josh