giovedì 17 maggio 2012

I luoghi del genio

Il lungo viale dei cipressi a Bolgheri
Quante volte abbiamo attraversato luoghi che ci sono cari, luoghi dove sembra albergare un qualche spiritello benefico che ci fa sentire gioiosi e ritemprati. Una sorta di risarcimento dalle fatiche quotidiane. I luoghi sono spicchi sottili del nostro tempo ritrovato, capaci di ricomporre la nostra esistenza. In letteratura non è raro che siano proprio i luoghi a dare il titolo ad una poesia, ad una raccolta di opere o ad un romanzo. Impossibile, ad esempio non pensare a Procida per "L'isola d'Arturo" della Morante. La nostra è letteratura  che affonda le sue radici nelle più varie provincie, potremmo perfino aggiungere una letteratura "provinciale" , detta nel senso alto del termine. Impossibile non pensare a Pavese o a Fenoglio senza collocarli nelle Langhe, o a Parise senza il Veneto o il panico, morboso e lacustre Fogazzaro dei laghi lombardi. Per non citare   Verga, Pirandello, Sciascia e Brancati senza collegarli direttamente alla Sicilia.
Ma voglio soffermarmi  sul vezzo "poetico" di dedicare proprio ai luoghi amati una poesia. Penso che a ciascuno di noi sarà capitato di essere curiosi di visitare un posto nominato da qualche famoso poeta o scrittore. Ricordo la mia voglia di recarmi a Bolgheri e a S. Guido, fin dalla lontana scuola elementare ("I cipressi che a Bolgheri alti e schietti, van da S. Guido in duplice filar/ quasi in corsa giganti giovinetti mi balzarono incontro e mi guardar) dopo la carducciana poesia. Mi pareva una crudeltà, avermi obbligato a mandarla tutta a memoria, dato che  era assai lunga; ma posso dire che oggi in fondo sono grata ai severi educatori di un tempo. Intanto perché esercitare la memoria non è in sé, cosa disprezzabile; poi perché transitare per Bolgheri e Castagneto Carducci (località indimenticabili dove torno sempre volentieri) senza conoscere la poesia mi sembrerebbe di fare solo la turista senza potermi  immergere nello spirito del luogo.
E poiché siamo in un periodo dell'anno dove trionfa la luce e i vari cromatismi della natura,  periodo particolarmente propizio per passeggiate, gite, incontri, visite ed escursioni vorrei qui creare un piccolo "parco letterario ideale", per qualche suggestivo itinerario, non convenzionale e non banale.

L'attuale ingresso de Il Meleto di Aglié
Per cominciare Aglié,  luogo del buen retiro di Guido Gozzano, uno dei nostri nobili provinciali della poesia e la sua dimora avita Il Meleto. Ho sempre amato Gozzano, la sua grazia e levità di dandy un po' fané, la sua ironia e il suo culto di "rigattiere" di lusso per "le buone cose di pessimo gusto" tutto il suo bric à brac del quotidiano E quando mi sono ritrovata davanti al cancello della sua dimora, non ho potuto fare a meno di ricordare il piccolino che dalle anse di ferro battuto scopre che cos'è una coquotte. E cioè "una cattiva signorina" alla quale non bisognava parlare.
La casa "Il Meleto" di Aglié con la madre di Gozzano e le amiche
"Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto...

"Piccolino, che fai solo soletto?"
"Sto giocando al Diluvio Universale"
Accennai gli strumenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.


Altre sue ville del Canavese citate nelle sue opere sono Villa Amarena che si ritrova in La signorina Felicita o della felicità
(Vill’Amarena! Dolce la tua casa
20in quella grande pace settembrina!)
Eugenio Montale, il laconico e asciutto poeta del "mal di vivere" è sempre in cerca della luce. E non è affatto un caso che a Monterosso al mare abbia stabilito la sua residenza. Chi scende nella stazioncina di Monterosso, ornata di oleandri rosa, non può non sentire immediato, il caldo abbraccio di una luce trionfante col mare che respira e scintilla proprio lì sotto ai trenini. Così chiusa e serrata tra monti, cielo e mare aperto, il poeta è lì che ebbe a  curare le sue inquietudini ed ubbìe. Il giallo e l'azzurro sono i suoi colori d'elezione. Il giallo dei limoni (cupole di fogliame da cui sprizza una polifonia di limoni e di arance...), il giallo dei girasoli....
La casa di Montale a Monterosso


Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire...

E questo impazzimento di luci e di colori lo si ritrova in altre poesie, quasi in un modulo contrappuntistico con ombre e pallidi "meriggi" di cui è pure cantore. A ovest del paese, c'è la sua dimora avita tra palmizi secolari, ricordata soltanto da un umile targa di coccio con la scritta.
La casa delle mie estati lontane
ti era accanto, lo sai,

là nel paese dove cuoce il sole
e annuvolano l'aria le zanzare

Il litorale di Monterosso
Chi, appena fuori dalla stazione e sulla passeggiata a mare, volesse salire al Convento dei Cappuccini (la costruzione chiara visibile in alto sul promontorio) che fu costruito tra il 1619 e il 1622 con la vicina cappelletta di S.Francesco ove tra le opere pittoriche vi è la tela di una crocifissione attribuita al celebre pittore fiammingo Antoon Van Dyck, troverà con sorpresa i versetti delle sue poesie incastonati su targhe di marmo sul muretto a secco che accompagna la salita ad un luogo magico, carico di spirtualità, calma e bellezza.
Passiamo ad un altro poeta di cui quest'anno ricorre il centenario della morte che nessuno delle nostre troglodite autorità politiche istituzionLI celebrerà per "mancanza di denaro" (quello che trafugano dalle nostre tasche per finire chissà dove): Giovanni Pascoli. La Garfagnana è una terra scoscesa. disuguale, non ha l'opulenza e la ricchezza della Maremma coi suoi campi dorati e le sue pievi attorniate da verdi e svettanti cipressi. Eppure ha un suo fascino selvaggio, attraversata com'è dal fiume Serchio. Prima di recarvi a Castelvecchio, dove c'è la casa colonica di Pascoli che è ormai museo, località che ha dato il nome alla famosa raccolta poetica di Canti di Castelvecchio vale la pena di visitare (o rivisitare) Barga, un affascinante borgo della Lucchesia spalancato sulla vallata del Serchio. Il Duomo , edificio religioso più importante di Barga, è stato costruita in tempi diversi. La primitiva costruzione risale a prima dell'anno 1000 d. C. Negli ampliamenti successivi si evidenziano elementi architettonici e decorativi di suggestiva bellezza che vanno dal romanico al gotico. L'ora di Barga scocca con un suono solenne, quasi metafisico che echeggia per la vallata :
Al mio cantuccio, donde non sento
se non le reste brusir del grano,
il suon dell'ore viene col vento
dal non veduto borgo montano:
suono che uguale, che blando cade,
come una voce che persuade.
Tu dici, E` l'ora; tu dici, E` tardi
,
Terrazza della casa Pascoli
Lo studio del Poeta romagnolo
A Castelvecchio dove si scorge la Casa Museo Pascoli, costruita alla metà del '700 dalla famiglia Cardosi Carrara come villa di campagna, divenne abitazione di Giovanni Pascoli dal 1895 al 1912. L'edificio conserva la struttura, gli arredi, la disposizione degli spazi che aveva al momento della morte del poeta. Anche l'orologio è fermo nell'ora della sua dipartita. Nello studio al primo piano sono conservati i suoi libri, al piano terreno i suoi manoscritti, le sue molteplici note.
Annessa alla villa sorge la cappella dove Pascoli è sepolto. Nel giardino, di struttura settecentesca, si trovano diversi alberi: cipressi, messi a dimora dallo stesso poeta, oltre a tassi, glicini, gelsomini, alberi da frutto e vitigni. Qui nel giardino della Casa Pascoli, è stato sepolto pure il cagnolino amorevolmente accudito dal poeta e dalla sorella Mariù.

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari...




Il percorso dei luoghi d'elezione di poeti, letterati ed artisti, può continuare ad libitum e io qui in questo spazio, mi sono limitata a fornire solo quattro esempi, da me visitati.

Da ultimo, una domanda che sorge spontanea. Sono stati i luoghi a ispirare i poeti o sono i poeti che scelgono  i luoghi più adatti al loro spirito? Forse c'è una terza opzione: sono  i luoghi che  li catturano e  che in fondo li scelgono.  E se fosse che questi artisti sono stati i prescelti dal genius loci, entità naturale e sopranaturale che sceglie chi si abbandona alla sua bellezza? Come dire che i luoghi sono già un destino.
Parchi letterari  d'Italia da consultare:
http://www.turismo.it/viaggi/un-libro-di-biografie-che-possono-essere-visitate/ a cura di Stanislao Nievo, grande ideatore e  promotore di parchi letterari.


mercoledì 9 maggio 2012

Andrew Wyeth, pittore del silenzio




Andrew Wyeth, morto nel 2009 all'età di 91 anni, artista vissuto durante gli anni in cui in America infuriava l’espressionismo astratto e la pop art, è stato snobbato per molto tempo dalla critica ufficiale come un eccentrico e solitario pittore retrò, afflitto da un sentimentale attaccamento al mondo rurale della Pennsylvania e del Maine, regioni dove ha trascorso gran parte della sua esistenza, riproducendone con meticoloso realismo i paesaggi, le case, gli interni e i suoi abitanti, gli uomini e le donne che incontrava e che gli  ispirarono una galleria di ritratti notevoli per la resa psicologica dei soggetti accanto ad un rispetto umano che non veniva mai meno, accompagnandosi talvolta a un pizzico d’affettuoso umorismo, altre volte a una scabra pietà. E’ stato bollato come un esponente del gusto americano più popolare e nostalgico, ma in realtà i suoi dipinti non sono mai documenti d’una tendenza arcadica o elegiaca, bensì rappresentazioni d’un ambiente e d’una esistenza asciutte e severe, in cui si annida un silenzio profondo, un silenzio che è nell’aria, nella vita solitaria d’ogni giorno e che avvolge ogni cosa d’un senso di separatezza più stoica che dolente. Nei suoi quadri l’atmosfera è austera, essenziale, ma è veramente magistrale la sua capacità di restituire, tra i campi vuoti le colline brulle e  le case isolate, la solitudine delle figure, quasi schiacciate dall’asprezza dell’ambiente.




 I suoi nudi femminili, quelli ch’egli dedicò solo a Helga Testorf, sua modella e probabile amante per oltre quindici anni, denotano più un piacere estetico nell’accarezzare con lo sguardo la bellezza del corpo ritratto con grande accuratezza e precisione che un coinvolgimento romantico o erotico; cosa che ha indotto taluni critici a paragonare quei nudi al suo modo di ritrarre il paesaggio, con la stessa severa asciuttezza, mentre è probabile si debba interpretare il suo pudore come una specie di blocco causato dal timore di svelare l’attrazione provata verso la donna che ritraeva all’insaputa della legittima consorte, e che tuttavia non impedì a quest’ultima, quando i dipinti vennero alla luce, di pensare a una relazione intima tra il pittore e la modella, anche se Wyeth non l’ammise mai.


 
Benché la critica d’avanguardia abbia considerato ostinatamente Wyeth un pittore non all’altezza dei tempi, tacciando il suo lavoro di regionalismo passatista,  il pubblico americano non ha mancato di apprezzarlo. I suoi quadri venivano acquistati da molti collezionisti e nel 1955 ricevette un dottorato honoris causa ad Harvard per i suoi meriti artistici. Nel 1963, poi, comparve la sua foto nella copertina della rivista Time, dopo che l’allora presidente degli USA, Lyndon Johnson, gli aveva conferito la più alta onorificenza civile americana, la Medal of Freedom. Nel 1970 il Presidente Nixon lo invitò addirittura a esporre alcuni suoi dipinti alla Casa Bianca, parlando di lui come “dell’uomo che ha catturato il cuore dell’America”. Al di là di questi riconoscimenti ufficiali, possiamo comunque affermare che Andrew Wyeth è stato un eccellente pittore, da inserire nella tradizione realista di altri artisti come Edward Hopper o Winslow Homer, ma dimostrando a mio avviso, rispetto a questi colleghi, una maggiore forza emotiva, apparentemente più contenuta, ma forse proprio per questo più sottile, più insinuante e coinvolgente.


Dionisio



giovedì 3 maggio 2012

Biblioteca Vaticana e Bodleiana: preziosi testi presto online


Un blog culturale non può non porre attenzione a una notizia anche troppo negletta dell'ultimo periodo, che può essere fondamentale per studiosi, specialisti, religiosi e uomini di cultura in genere.
Apprendiamo dalla Stampa, di preciso QUI,
del progetto, dal costo di due milioni e mezzo di euro, della durata presunta di 4 anni, di digitalizzazione di manoscritti di pregio.


(Sifra)

In seguito ad un lascito (circa 2 milioni di sterline) della Fondazione Polonsky, la Biblioteca Apostolica Vaticana (prima foto, in alto) e la Biblioteca Bodleiana dell'Università di Oxford (sotto) avvieranno un progetto di digitalizzazione di manoscritti rari, incunaboli medievali (le quattrocentine, tra i primi libri stampati), testi sacri e non, compresa la digitalizzazione di manoscritti ebraici, greci e latini.  Una mole di materiale preziosissimo...che non si ha sottomano certo tutti i giorni, presto sarà disponibile alla libera consultazione online di tutti.


 (Bodleian Library, Oxford)

Si tratta di un milione e mezzo di pagine, che verranno rese disponibili su internet a tutti.
Due terzi del materiale proviene dalla Biblioteca Vaticana (2500 libri), il restante da Oxford.
La Biblioteca Vaticana possiede 8900 incunaboli, ne verranno digitalizzati 800, tra cui
"De Europa" di Pio II Piccolomini, stampato da Albrecht Kunne a Memmingen prima del 1491, e
la famosa Bibbia latina delle 42 linee (così detta per via di esser stampata in caratteri gotici, divisi in 2 colonne di 42 righe, per pagina) di Johann Gutenberg (Johannes Gensfleisch), primo libro andato a stampa con caratteri mobili tra 1454 e 1455.


(immagine dalla Bibbia di Gutenberg)

La Collezione Bodleiana di Oxford è la quinta al mondo per ampiezza, e tra le maggiori collezioni universitarie. Da quest'ultima saranno selezionati principalmente incunaboli italiani del 1400 da loro posseduti in quantità. Dai manoscritti greci verranno digitalizzati Omero, Sofocle, Platone, Ippocrate, i codici del Nuovo Testamento, i Padri della Chiesa. Ovvero le opere fondamentali della nostra cultura. Oltre al pregio testuale, alla testimonianza storica, e alla logica della diffusione dei testi di valore formativo, i testi ..saranno uno spettacolo, perchè riccamente decorati con miniature.

(pagina miniata dall'Iliade, XV secolo, cod. Vaticano Greco 1626)

La Collezione Vaticana non è la maggiore al mondo per ampiezza, ma comunque vastissima, e di valore pressochè inestimabile. Presenti anche manoscritti ebraici datati tra il nono e il quindicesimo secolo. Presente anche il più antico codice ebraico esistente, il Sifra, tra la fine del nono e l'inizio del decimo secolo a.C. (più in alto), poi una copia integrale della Bibbia, commentari, testi vari, comprese scienze, medicina.
Non è comunque nuova all'esperienza digitalizzazione la Biblioteca Vaticana, dal momento che è in atto da un po' di tempo a questa parte la messa a punto della versione web dei manoscritti Palatini latini in collaborazione con l'Università di Heidelberg.

Josh

P.s.: in attesa che il ciclopico lavoro sia online, approfitto per segnalare portali e siti per la lettura e la documentazione, di testi completi di pregio disponibili e biblioteche complete (leggibili e spesso scaricabili gratuitamente):

Bibbia ebraico e greco
Bibbia varie traduzioni italiane  (con concordanza e chiave biblica)
Intratext testi vari, canonici, deuterocanonici e apocrifi
Denzinger online
Documenta
Project Gutenberg
Esonet
Progetto Liber Liber
The Latin Library
S. Agostino
Aquinas
OzOz 
Forgotten Books 
Gutenberg Digital 
Patrologia Latina Database
Patrologia Graeca
Patrologia Latina

ma ancora

Biblioteca dei Classici Italiani
Biblioteca Italiana
Duecento
Lett. Italiana Einaudi
Libretti d'Opera Italiani
Bibliotheca Augustana
Thesaurus Musicarum Latinarum
No Dictionaries (testi latini spiegazione morfologica-lessicale)
Athena
Biblioteca virtuale
Ousia-Filosofia in rete
Romanzieri
Artcyclopedia
Arc International-Art Renewal Center
Web Gallery of Art

Aggiornamento:
primo link attivo della digitalizzazione testi della Bodleiana, già consultabile:

http://bav.bodleian.ox.ac.uk/


giovedì 26 aprile 2012

La fiaba nera del Love and Hate



Metti una sera un film. Un classico è un libro che non ha mai smesso di suggerirci e di comunicarci qualcosa quando lo riprendiamo in mano . Nel caso del film, quando lo rivediamo. Il cinema è arte più recente della letteratura, ma tra i messaggi istantanei ed effimeri della tv  dai quali siamo bombardati e di cui nulla resta, e un buon film, ce ne corre. E parecchio.  Per fortuna quando voglio salvarmi dalle porcherie televisive, guardo qualche "classico" in dvd. E non importa se magari l'ho visto tante volte. Suggerisco pertanto di guardare (o riguardare) "La  morte corre sul fiume" (The night of hunter) di Charles Laughton, grande attore inglese di cinema e teatro (soprattutto shakespeariano) qui in veste di regista. Rimase il suo primo e unico film, e fu ...capolavoro.

Un racconto nero e orrorifico coi topics   tipici delle fiabe:
  •  i bambini innocenti sono testimoni oculari di fatti delittuosi più grandi di loro
  •  i loro genitori non sono in gradi di proteggerli
  •  una sorta di Orco moderno cattivo  li spaventa e li terrorizza pretendendo far loro da patrigno
  • il viaggio-fuga-iniziazione alla vita e alla libertà dei due piccoli protagonisti
  •  la Fata burbera ma buona  li trae in salvo dal loro peregrinare e  insegna loro che libertà significa anche responsabilità
  • il Malvagio  alla fine viene punito e assicurato alla giustizia
Una fiaba filmica a  carattere fortemente simbolico, girata in uno stile sfolgorante con particolare attenzione alle luci taglienti e alla pellicola in un bianco e nero fortemente contrastata. La logica narrativa del film avanza più per associazioni di immagini e di metafore che per rigorosa consequenzialità.


La trama è nota: Harry Powell, pastore protestante, un puritano sessuofobico, uccide alcune vedove per denaro. Uccide anche la vedova Willa Harper dopo averla sposata senza consumare le nozze, ma i suoi due figlioletti John e Pearl gli danno del filo da torcere. Riescono a fuggire da lui allontanandosi sul fiume con una barca, portando con  loro il denaro lasciato in eredità dal loro padre e che nascondono in una bambola di pezza. In soccorso giunge alla fine, Rachel  un'anziana signora, che dà rifugio ai bambini abbandonati. Grande fiaba orrorifica, più per atmosfere noir che per scene violente, resa convincente da una regia secca e originale. Harry  Powell come orco, Rachel come fata e i due fratelli come sperduti Hansel e Gretel. La fotografia in bianco e nero di Stanley Cortez è una  vera festa per gli occhi. Le inquadrature grazie alle luci maniacalmente posizionate sono una rilettura dell'espressionismo mitteleuropeo. Stupenda la sequenza in cui il vecchio scopre sott'acqua il cadavere di Willa (la madre dei bambini che si innamora del suo carnefice), interpretata da Shelley Winters. La donna uccisa è legata alla guida di una vecchia auto sul fondo del fiume e i suoi capelli lunghi fluttuanti si confondono con le alghe.
Prima e unica regia dell'attore Charles Laughton che, con grande misoginia, mostra quasi tutte le figure femminili  da lui viste, come ingenue e stupide. Si salva solo Rachel, interpretata da una grande attrice del muto Lillian Gish.
Atto d'accusa contro il fanatismo e il fondamentalismo di certi gruppi cristiani americani, falsi profeti che mietono proseliti nei villaggi  con riferimento agli stati del  sud degli Stati Uniti. Grottesco "il pastore" Mitchum con le sue mani tatuate con la scritta "Odio" sulla mano sinistra "Amore" in quella destra (Love - Hate) da molti imitato e su cui poi vennero fatti anche disegni, fumetti e caricature.
Oggi, sentir ripetere la sua battuta "Io e il Signore abbiamo fatto un patto personale" per poi constatare che era in realtà un serial killer di ricche vedovelle che derubava di ogni avere,  ci fa pensare ai toni  manichei, apocalittici e apodittici tipici di certi leader politici americani quando predicano "le forze del Bene sconfiggeranno le forze del Male", quando lanciano invettive contro i "rogue states" (gli stati canaglia), convinti per l'appunto di aver stipulato "un patto personale con l'Altissimo", ciò  che li autorizza a compiere ogni sorta di abuso e di  misfatto.



Del resto la figura del "maniaco religioso" fa parte di una consolidata letteratura cinematografica americana già incontrata in altri film. Ricordiamo il predicatore con un occhio di vetro ne "Gli Inesorabili" di John Huston che prometteva sfracelli con la sciabola sguainata a cavallo per le praterie del Far West. E come dimenticare Telly Savalas (il famoso Kojak) nel film di Aldrich "Una sporca dozzina", quando stava per far fallire una missione militare dei suoi commilitoni, preoccupato solo di fare pulizia di prostitute  nel nome della "lotta a Sodoma e Gomorra"?
 Forse la più grande e intensa interpretazione di Robert Mitchum, che sette anni dopo, ne Il promontorio della paura, si calerà in un  altro personaggio di psicopatico del tutto simile. Tratto dal romanzo di Davis Grubb "The night of hunter" e girato in poco più di un mese. Laughton, a causa dell'insuccesso commerciale, non poté realizzare la sua trasposizione de Il nudo e il morto di Mailer.  Ma Laughton non poté rendersi conto che il suo film divenne oggetto di culto di molti cinefili, tant' è che è citato apertamente da Neil Jordan nel suo film   In compagnia dei lupi.

E a proposito di film che non finiscono mai di parlarci anche un po'  di noi, la storia di John e Pearl, i due bambini in fuga dal Malvagio e avido pastore in cerca della refurtiva (un tesoretto in banconote di dollari che i fanciulli nascondono in una bambola di pezza),  fa correre alla mente, l'attuale crisi economica che ci rende "indifesi" come i due piccoli protagonisti che cercano di sottrarsi alla cattiveria e all'avidità del patrigno. Nel film, dopo tante peripezie angosciose (il loro spossante viaggio sul fiume col bestiario sulla palude dove l'inquietante si fonde al meraviglioso), il lieto fine è assicurato. Speriamo che avvenga altrettanto anche per tutti noi.
De te fabula narratur.

Hesperia  

giovedì 19 aprile 2012

Tommaso Landolfi, scrittore per pochi


Tommaso Landolfi occupa nella letteratura italiana del Novecento una posizione particolare, quella d’un grande stilista in grado di creare artifici narrativi capaci di inoltrarsi nelle zone di frontiera tra sogno e veglia per restituire il carattere sfuggente e polivalente della vita, cogliendone volentieri le risonanze sinistre, ma in una cifra ambigua che oscilla tra l’ironia e lo scetticismo e che spesso fa pensare a un senso d’insignificanza, a un non voler prendere troppo sul serio la materia stessa del narrare così come non va presa troppo sul serio la vita, dove la sorte dell’uomo non è che una condanna senza scampo e di fronte alla quale, per conseguenza, ogni atto, compreso quello di volerla rappresentare, diventa un gesto futile e quasi inutile. Una frase del diario dello scrittore, intitolato, vedi caso, Rien va, svela con chiarezza il suo atteggiamento verso l’esistenza: “Di vero non v’è se non che lo spirito giace eternamente in catene, poco importa da chi forgiate”. Questo senso di inutilità o d’impotenza si traduce, va da sé, in angoscia, ma un’angoscia di fronte alla quale conviene reagire facendo spallucce e fingendo noncuranza, magari anche una certa dose d’irrisione. Un atteggiamento, questo di Landolfi, che ha avuto una duplice conseguenza sulla sua produzione, riverberandosi sia nel modo particolare di raccontare ch’egli ha sviluppato, sia nel suo rifiuto d’impegnarsi in un’opera di grande respiro come il romanzo. Egli ha infatti scritto solo racconti e prose varie; anche dove il numero delle pagine supera il centinaio (come in Racconto d’autunno), l’ispira-zione e il tono restano pur sempre confinati nella dimensione del racconto. Ma è soprattutto nello stile che vien fuori quel tono particolare di distacco che denota il suo scetticismo e, si sarebbe tentati di pensare, quella sorta d’insicurezza verso il proprio scrivere, se non fosse per il virtuosismo della scrittura, derivante da una conoscenza della lingua italiana talmente ampia da poterne disporre con abilità e creatività inesauribili. Ma si tratta d’uno stile che sembra voglia ricalcare quello d’un altro, come se l’autore non si fidasse della propria voce e avesse bisogno, per esprimersi, di affidarsi (più esattamente, di fingere d’affidarsi) a quella d’un altro. Non siamo quindi sul terreno della parodia d’altri autori, ma su quello della finzione della parodia di autori, che solo vagamente ci rimandano, di volta in volta, a Gogol, a Puskin, a Dostojevskij, a Hofmannsthal, a Edgar Allan Poe, a Kafka e a Stevenson (tutti autori che Landolfi conosceva bene e dei quali spesso tradusse l’opera in italiano). In altre parole, Landolfi, per vincere il suo scetticismo nei confronti della letteratura, ha bisogno, per esercitarla, d’indossare una maschera. Da autore pienamente immerso nella modernità, soffre, insomma, di quella perdita di fiducia nei confronti della narrazione tradizionale come strumento adatto ad esprimere la complessità (o meglio, nel suo caso, l’ambiguità, l’inafferrabilità) dell’esistenza; un po’ come fa Borges, altro narratore caratterizzato da scetticismo verso il proprio strumento e che, nei suoi racconti, s’inventa addirittura l’artificio di far recensire libri immaginari da autori inesistenti.
Scrittore originale e anomalo, dunque, che proprio nella patina d’antico di cui riveste spesso la sua prosa, e nell’uso insistito di vocaboli inattuali, sempre però in chiave ironica e, qui sì, parodistica, e attraverso cui denuncia proprio la diffidenza nei confronti della lingua ormai logorata dall’uso e ricoperta dalla polvere del tempo (cosa che ha indotto taluni critici del passato a definirlo erroneamente, e superficialmente, un “eccentrico ottocentista”) dimostra la sua modernità e attualità. Ma scrittore anomalo soprattutto per il suo rifiuto di concedersi al grande pubblico. Come ha scritto il critico Carlo Bo, occorre, per capirlo, valutare “il dato della sua purezza, della sua impossibilità di confondersi nella storia o soltanto col suo tempo. Criterio che vale per le sue letture, per i suoi scrittori-modello, per la sua retorica che non si è mai accostata agli ismi del tempo, alle mode, alle leggi della tribù… E’ stato il vero solitario della letteratura del nostro Novecento, un solitario cosciente, un volontario dell’isolamento assoluto”. Moravia, suo contemporaneo e scrittore mondano per eccellenza, poteva dire di lui con sufficienza che non otteneva il successo perché conduceva vita troppo appartata. Ma oggi chi ha voglia di rileggere quello che ha scritto Moravia? Mentre la scrittura di Landolfi continua ad attrarre e affascinare chi, nella letteratura, cerca quel piacere insostituibile che ci introduce in un mondo insolito e sorprendente dove tuttavia riconosciamo quella parte di noi stessi che giace nelle fessure del nostro io meno esposto, senza contare il piacere di assaporare una prosa ricca e preziosa che ha il potere di inchiodarti alla pagina. Certo, questo volersene stare appartato, probabilmente per non confondersi con la schiera di scriventi ideologizzati che ha popolato il nostro Novecento, è costato caro a Landolfi, un grande scrittore che ha sempre avuto pochissimi lettori. Ci ha provato Italo Calvino a conquistargli un po’ di lettori curando e pubblicando per Rizzoli, nell’ormai lontano 1982 (Landolfi era morto nel 1979 e in vita aveva pubblicato solo presso Vallecchi, casa editrice marginale e ormai scomparsa), un’antologia dei suoi racconti, Le più belle pagine di Tommaso Landolfi. Ma, come rilevava qualche anno dopo ancora Carlo Bo, Calvino non era riuscito a rovesciare la condizione di scrittore senza lettori di Landolfi. Da qualche anno in qua ha ripreso a pubblicare le sue opere, per tappe successive, l’editore Adelphi, ma c’è da dubitare che questo lavoro encomiabile abbia conquistato a Landolfi un vasto pubblico di lettori; almeno in Italia, paese tuttora afflitto da troppi scriventi privi di talento e altrettanti critici ideologizzati, perché all’estero si sono accorti di lui e hanno cominciato a tradurlo. Perfino un critico esigente e dal palato fine come l’americano Harold Bloom, recentemente scomparso, lo inserisce, unico italiano insieme a Calvino, in una scelta compiuta tra Ottocento e Novecento di narratori d’ogni nazionalità per insegnare a Come si legge un libro (titolo d’un saggio pubblicato nel 2000).
Senza dubbio c’è il Landolfi meno ispirato, la cui produzione soffre talvolta eccessivamente della sua – come definirla? – non completa convinzione rispetto allo scrivere, inteso come gioco futile, sperpero di capacità preziose gettate troppo facilmente al vento e disperse come fumo. E’ questo che può indurre il lettore alla diffidenza e al rifiuto. Ma nei suoi momenti migliori egli è capace di scandagliare magistralmente il cono d'ombra sospeso tra il notturno e il diurno e, addentrandosi nei meandri occulti dell’essere umano, creare una sorta di specchio deformante del suo animo per meglio delinearne i guasti e mostrarci quindi l’uomo contemporaneo in tutta la sua patetica e ormai patologica insufficienza umana.

Dionisio

venerdì 13 aprile 2012

Divisionismo, la Luce del Moderno.

(Giuseppe Pellizza da Volpedo, "Prato Fiorito")

Tra i numerosi movimenti pittorici degni d'essere riscoperti, questo è un altro, peculiare, che incontra il mio entusiasmo. Alcune immagini dei divisionisti già avevo scelto negli anni nella storia del blog, e la Mostra di questo periodo offre un'occasione di approfondimento.

(Gaetano Previati "Pace, o Mattino nel Prato")

La Mostra si tiene a Rovigo, a Palazzo Roverella, fino al 24 Giugno 2012.
Il titolo per esteso: "Divisionismo, La Luce del Moderno" , con l'aggiunta di una sezione sulle ceramiche di Galileo Chini (quest'ultima a Villa Badoer, Fratta Polesine, Rovigo, che prelude all'Art Nouveau).
La scelta di opere si allarga tra il 1890 e la fine della I Guerra Mondiale.

(Gaetano Previati "Georgica")

Come per molti movimenti dell'Italia d'allora, c'è stata la tendenza da parte della critica ad interpretarli come patrimonio ideale nato all'estero, recepito poi in Italia in maniera personale.
Talvolta le cose sono andate in questo modo,
ma non sempre, ed è opportuno non generalizzare.

Si suole dire che in Francia abbiamo avuto il Pointillisme di Paul Signac e Georges Seurat, e in Italia il Divisionismo , principalmente con Giovanni Segantini e Giuseppe Pellizza da Volpedo, mossi anche dalle teorie di Gaetano Previati.

La data di nascita dello stile divisionista è considerato il 1891, in occasione della Triennale di Milano (Brera), in cui venne esposto "Le Due Madri" di Giovanni Segantini.

(Giovanni Segantini, qui invece "Le Cattive Madri")

Per approfondire e discutere il raffronto tra i 2 movimenti, va ricordato che il Pointillisme era una forma di tardo impressionismo o neoimpressionismo, che aveva portato all'estremo la parcellizzazione e scomposizione dell'immagine in punti, in cui il colore era usato puro, non mischiato, ma appunto costituito da micropennellate di colori primari in forma di puntini accostati. Si giunge principalmente con Seurat alla definizione di questo stile e tecnica, in obbedienza alle nuove scoperte scientifiche (Chevreul, Sutton, Road) sulla percezione retinica del colore. Il Pointillisme supponeva quindi di essere anche uno studio "scientifico" del fenomeno della visione, rivelando in questo la sua eredità dal clima Positivista e Scientista dell'epoca.

Il Divisionismo italiano diverge parecchio da questi aspetti.
Non si pone come derivato scientifico, nè come tecnica di visione e rappresentazione; non usa il puntinismo in senso proprio, ma una sorta di segmenti e filamenti mossi, sinuosi e curvilinei nel definire immagini e volumi, ma anche masse di colore, aloni; gli antecedenti del Divisionismo italiano sono invece Scapigliatura e Decadentismo, di lì infatti vengono mutuati sia l'antiaccademismo, l'intimismo, la forte valenza emotiva delle rappresentazioni che si fanno ora incandescenti ora intrise di psicologismo.

(Baldassarre Longoni, "Sola!")

Il Positivismo e la conseguente fiducia nelle scienze presto rivelava in tutta Europa, ma anche nella Francia stessa che l'aveva massimamente promosso, il suo scacco dinanzi ai problemi sociali ed esistenziali: la temperie della fine del secolo già abbandona certezze materialistiche e scientiste, si ritorna ad osservare l'uomo e la natura in maniera differente.
Riemerge Schopenauer, si sveglia lo Spiritualismo contro l'aridità materialistica a una sola dimensione delle scienze senza metafisica, quasi sembra provenire da questa reazione la nuova linea curva divisionista, da un vitalismo nascosto che pulsa, serpeggia, irriducibile.

Non si cerca più la rappresentazione "scientifica", ma l'evocazione, quindi anche il simbolo;
si insegue qui una luce vitalistica, e il primato del soggetto,
non più la "scienza" o la correttezza scientifica, o la proposta di una mera tecnica.
In questa chiave, Pointillisme e Divisionismo non potrebbero essere più distanti; più che la derivazione uno dall'altro, pare la reazione del secondo al primo.

(Gaetano Previati, "La Danza delle Ore")

Lo stesso Previati, pittore straordinario e dalla notevole visionarietà, approfondì temi spirituali e d'introspezione anche religiosa, così come negli altri divisionisti italiani si notano già scelte d'avanguardia assolutamente originali, che preludono ora al realismo magico, ora, in alcuni di loro, al dinamismo prefuturista.

(Plinio Nomellini, "Autunno in Versilia")

Tra gli Autori esposti: Vittore Grubicy de Dragon, Carlo Fornara, Baldassarre Longoni, Gaetano Previati, Ludovico Tommasi, Llewelyn Lloyd, Mario Puccini, Antonio Discovolo, Plinio Nomellini, Umberto Boccioni, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Carlo Carrà, Leonardo Dudreville...

(Angelo Morbelli "Le Parche")

Josh

mercoledì 4 aprile 2012

Il teatro in fieri di Testori


Il lavoro che mi ha  particolarmente colpito della stagione teatrale 2011-2012 per originalità e genialità è "I promessi sposi alla prova" di Giovanni Testori per la  sapiente regia di  Federico Tiezzi.

Su un palcoscenico di fortuna di un quartiere non proprio "per bene" della grande Milano, un Capocomico all'antica si affanna a fare interpretare il capolavoro di Manzoni ad una compagnia di guitti sgangherati.

"Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli..." così i commedianti iniziano "I promessi sposi alla prova", un testo con cui Giovanni Testori desidera fare del romanzo di Manzoni uno "specchio" su cui far riflettere i suoi anni tribolati, che poi sono anche i nostri., dato che siamo afflitti da non poche pesti! Il degrado ambientale, il cinismo, l'omologazione delle coscienze, il distacco dalla realtà, l'incapacità di intravvedere nuovi orizzonti. Queste e tante  altre pesti.

Così gli interventi di Testori  mirano a destrutturare i "nuclei narrativi" per poi ricomporli in parabole sceniche e morali, cercando di conservarne l'umorismo manzoniano e il suo occhio smagato. Teatro "di prova" e continuamente "alla prova", il suo. E il romanzo "classico" costituisce un formidabile canovaccio da  sospingere nel territorio impervio e continuamente in fieri del teatro-vita.

E' stata questa la vera novità di questa stagione teatrale, a mio avviso, che ha ottenuto successo per tutta Italia e nella Svizzera italofona. Con una compagnia di attori davvero formidabili: in primis Iaia Forte  (in alto nella foto ) , una vera e propria forza della natura (molti di voi la ricorderanno nei film di Pappi Corsicato)  che qui interpreta un'esilarante monaca di Monza,  e Sandro Lombardi, Francesco Colella, Debora Zuin, Marion D'Amburgo, Caterina Simonelli, Alessandro Schiavo, Massimo Verdastro. Su di un palcoscenico spoglio e disadorno  intorno al quale ruotano sei personaggi (citazione pirandelliana) si svolge la prova di una "commedia tutta da fare", dove ai temi del romanzo manzoniano, caro a Testori, si mescolano le riflessioni sul teatro, sui suoi metodi comunicativi, oltre beninteso ai motivi etici dell'umana pietas, al tema del Bene, del Male e della morte, della Provvidenza e della salvezza propri del romanzo manzoniano.  Don Abbondio, Renzo, Lucia, un fra Cristoforo, l'Innominato, don Rodrigo e naturalmente lei, Gertrude, la monaca di Monza,  tornano a noi  attraverso il corpo e la voce dei protagonisti contradaioli "alla prova" in un rimescolamento di voci, vernacoli, gerghi furfanteschi, di azioni e di ruoli, avventure e disavventure picaresche di grande vivacità teatrale.
Iaia Forte e Sandro Lombardi


E non dimentico di citare anche l' Ambleto (storpiatura del nome voluta)  dello stesso Testori, un altro memorabile lavoro teatrale da me visto a Milano qualche anno fa, vera e propria reinvenzione shakespeariana, sceneggiata in lombardo insubre è un dramma teatrale scritto da Giovanni Testori nel 1973. Composto in un lombardo misto a un grammelot nel quale si riconoscono influenze dei più disparati dialetti italiani e delle lingue straniere, è una riscrittura in chiave comica dell'Amleto di William Shakespeare. È parte integrante della Trilogia degli Scarrozzanti composta, oltre che dalla citata pièce, anche da Macbetto e dall'Edipus.
Anche qui, una compagnia di guitti scalcinati mette in scena in chiave comica il capolavoro shakespeariano e Iaia Forte nel doppio ruolo di Gertruda e di Lofelia (storpiatura di Ofelia) si cimenta, lei napoletana verace, in un alto lombardo davvero incredibile ed esilarante. Peccato che il cinema italiano in crisi più che mai, lasci Iaia alla "nicchia" del teatro. Bisognerà che prima o poi questo blog si occupi di fare un post sul ruolo dell'attore. L'attore non lascia segni come il pittore o il narratore, ma la sua azione è volta a dare anima e corpo al teatro e all'azione scenica. Senza contare che in teatro,  a differenza del cinema, l'attore quando è davvero  grande e carismatico, sa ricreare, improvvisare ed è artefice vivo della pièce, un vero deus ex machina.
Il teatro di Testori è scrittura che si fa pathos, comunicazione visiva, ricreazione e reinvenzione del logos. Ma anche piena libertà scenica ed espressiva degli attori. In particolare,  in questi tre testi lo scrittore sviluppa la propria sperimentazione linguistica, creando un linguaggio dal quale riemergono elementi arcaici e ricordi degli "originali" shakespeariani, con un forte espressionismo linguistico.
Qui sotto, nel filmato,  alcune scene dell'Ambleto per la regia di Lombardi e Tiezzi. Ovviamente la scrittura di Testori non si limita solo al teatro. Ricordo la famosa raccolta di racconti "Il Ponte della Ghisolfa" da cui Luchino Visconti che con questo scrittore milanese ebbe una fattiva collaborazione, basò il suo film "Rocco e i suoi fratelli",  financo alle poesie. Particolarmente toccante il suo poema interpretato da Léo Ferré. Qui il suggestivo  Video . Senza contare il suo ecclettismo nei confronti della pittura, delle arti figurative e la critica d'arte. Ma qui, è soprattutto del suo teatro che mi preme parlare. Un teatro che è insieme classico e moderno, sintesi difficile da raggiungere, di cui sono stata e sono entusiasta spettatrice.



Hesperia